Commento al Vangelo, Quaresima e Pasqua

La nostra dimora in Gesù

Dieric Bouts, Ecce agnus Dei (particolare), Alte Pinakothek, Monaco

Commento al vangelo della V domenica di Pasqua

Nella quinta domenica di Pasqua dell’anno B leggiamo un passo del discorso della vite e dei tralci, dal capitolo 15esimo di Giovanni, dove è molto frequente la presenza del verbo menein, cioè rimanere, dimorare.
Se mettiamo questo verbo in relazione alla domanda dei primi due discepoli al capitolo primo (“Rabbì, dove dimori?”) e lo traduciamo allo stesso modo con “dimorare”, otteniamo una luce particolare su ciò che Gesù ci rivela: ci sta dicendo dove davvero abita e dove lo possiamo trovare per stare tutto il giorno con lui. 

Gv 15, 1-8
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

I primi due che seguono Gesù gli chiedono: “«Rabbì, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno dimorarono con lui”. Volevano sapere dove abitava perché volevano abitare con lui.
Però quando Gesù dice loro “venite e vedrete” si riferisce anche al cammino che avrebbero fatto insieme per tre anni, nel quale avrebbe loro svelato i luoghi importanti del suo dimorare, dove loro possono abitare con lui.
Proviamo a tradurre sempre con “dimorare” il verbo menein (latino manere) utilizzato nel vangelo di Giovanni, per evidenziare i luoghi che Gesù indica come la sua dimora e dove i suoi lo possono trovare e dimorare con Lui.

Ecco la prima dimora di Gesù che viene svelata da Giovanni, dopo quella di Betania sul Giordano: nell’episodio della samaritana, la donna dopo aver lasciato la brocca al pozzo racconta nel suo villaggio di aver incontrato il messia. Allora “i Samaritani giunsero da lui, lo pregavano di dimorare da loro ed egli dimorò là due giorni. Molti di più credettero per la sua parola”.
Gesù quindi dimora tra gli eretici e tra i peccatori: lì lo possiamo trovare e stare con lui tutto il giorno.
Nel discorso sul pane di vita Gesù dice: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui”.
Ecco un’altra importantissima casa di Gesù, dove trovarlo: lui stesso afferma che dimora in chi mangia la sua carne e beve il suo sangue.
Al capitolo ottavo: “Gesù allora disse a quei Giudei che gli avevano creduto: «Se dimorate nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”.
Gesù abita quindi nella sua parola e chiede ai suoi discepoli di sceglierla come loro dimora.
Il verbo “dimorare” è poi molto presente nei dialoghi dell’ultima cena.
Dopo la domanda di Filippo sul Padre – “Signore, mostraci il Padre e ci basta.” – Gesù dice, fra l’altro: “Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che dimora in me, compie le sue opere”.
Il Padre dunque dimora in Gesù e Gesù nel Padre.
Più avanti Gesù dice ancora: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché dimori con voi per sempre. […] Voi lo conoscete perché egli  dimora presso di voi e sarà in voi”. Ecco: lo Spirito Santo dimora in noi.
Poi Gesù aggiunge: ”Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”.
Anche il Padre e il Figlio e dunque tutta la Trinità dimora in noi.
Anche nel discorso della vite e dei tralci il verbo dimorare è molto presente: “Dimorate in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non dimora nella vite, così neanche voi se non dimorate in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi dimora in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non dimora in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Dimorate nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, dimorerete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e dimoro nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”.

Dunque, senza saperlo, i primi discepoli che seguirono Gesù avevano fatto proprio la domanda giusta: “Maestro, dove dimori?”.
E Gesù, che sulle prime li ha invitati a seguirlo e a vedere la sua casa e a rimanere con lui fino a tarda ora, risponde in modo per loro inimmaginabile all’inizio, svelando le sue autentiche dimore, lungo i discorsi di quegli anni.
Possiamo concludere, secondo le sue parole, che principalmente la dimora di Gesù è in noi e, reciprocamente, noi dimoriamo in lui.
Tramite il cibarci della sua carne e del suo sangue, tramite l’ascolto della sua parola. Tramite l’amore.

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