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23 giugno 1946: NON ABBIATE PAURA DI AMARE, Meditazione audio, testi e storia

Il 23 giugno del 1946 san Josemarìa celebra la sua prima Messa in Italia, a Genova, dopo un faticoso viaggio in mare da Barcellona. In questa meditazione (audio mp3)ricordo per sommi capi i temi di quel viaggio, e poi rifletto sull’incoraaggiamento a non aver paura di volersi bene che era uno dei punti frequenti della prdicazione del Fondatore dell’Opus Dei. Poi per chi lo desidera riporto nel post alcuni punti tratti dalle opere di san Josemria che illustrano il tema della meditazione e le pagine della biografia di Andrea Vazquez de Prada, che raccontano i particolari di quel viaggio. 

Testi da opere di san Josemarìa:

La soluzione è amare. San Giovanni Apostolo scrive delle parole che mi colpiscono molto: «”Qui autem timet, non est perfectus in caritate”». Io le traduco così, quasi letteralmente: chi ha paura, non sa amare.

     – Dunque tu, che sei innamorato e sai amare, non puoi aver paura di nulla! – Avanti! (Forgia, 260)

Devi perdere la paura di chiamare il Signore col suo nome -Gesù- e di dirgli che lo ami. (Cammino, 303)
Non aver paura di amare le anime, per Lui; non ti preoccupare se ami i tuoi sempre di più, purché, pur amandoli tanto, ami Lui milioni di volte di più. (Forgia, 693)
Io non ho un cuore per amare Dio, e un altro per amare le persone della terra. Con il cuore con cui ho amato i miei genitori e amo i miei amici, con questo stesso cuore amo Cristo e il Padre e lo Spirito Santo e Maria Santissima. Non mi stancherò di ripetere che dobbiamo essere molto umani; perché altrimenti non potremmo neppure essere divini. L’amore umano, l’amore di quaggiù, quando è vero, ci aiuta ad assaporare l’amore divino.  (È Gesù che passa, 166)
Se non impariamo da Gesù, non sapremo mai amare. Se pensassimo, come alcuni, che conservare un cuore pulito, degno di Dio, significa non “immischiarlo”, non “contaminarlo” con affetti umani, la conseguenza logica sarebbe quella di renderci insensibili al dolore degli altri. Saremmo allora capaci soltanto di una “carità ufficiale”, arida, senz’anima, ma non della vera carità di Cristo, che è affetto e calore umano (È Gesù che passa, 167)
Cristo, perfetto Dio e perfetto Uomo, per far arrivare agli uomini la sua dottrina di salvezza e per manifestare loro l’amore di Dio, procedette in modo umano e divino. Dio scende al nostro livello, assume senza riserve la nostra natura, fatta eccezione per il peccato.
Mi riempie di gioia considerare che Cristo ha voluto essere pienamente uomo, di carne come noi. Mi commuove contemplare il fatto meraviglioso di un Dio che ama con un cuore umano.
 (È Gesù che passa, 107)
I Vangeli ci dicono che Gesù non aveva dove posare il capo, ma ci dicono anche che aveva degli amici che amava e stimava, amici desiderosi di accoglierlo a casa loro. I Vangeli ci parlano ancora della sua compassione verso gli infermi, del suo dolore per coloro che ignorano ed errano, della sua protesta di fronte all’ipocrisia. Gesù piange per la morte di Lazzaro, si adira con i mercanti che profanano il tempio, si intenerisce davanti al dolore della vedova di Nain. Ognuno di questi gesti umani è un gesto divino. “In Cristo abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (26). Cristo è Dio fatto uomo, uomo perfetto, uomo completo. E, nella sua umanità, ci fa conoscere la divinità.
 (È Gesù che passa, 108-109)
Tutti gli uomini sono amati da Dio; da tutti Dio aspetta amore. Da tutti, qualunque sia la condizione personale, la posizione sociale, la professione o il mestiere. La vita ordinaria non è cosa di poco conto; tutti i cammini della terra possono essere occasione di incontro con Cristo, che ci chiama a identificarci con Lui, per realizzare – nel posto in cui ci troviamo – la sua missione divina.
 (È Gesù che passa, 110)
Occorre riconoscere Cristo che ci viene incontro negli uomini, nostri fratelli. Nessuna vita umana è isolata; ogni vita si intreccia con altre vite. Nessuna persona è un verso a sé: tutti facciamo parte dello stesso poema divino che Dio scrive con il concorso della nostra libertà.
(È Gesù che passa, 111)
Non c’è nulla che sia estraneo alle attenzioni di Cristo. Parlando con rigore teologico, senza limitarci a una classificazione funzionale, non si può dire che ci siano realtà – buone, nobili, e anche indifferenti – esclusivamente profane: perché il Verbo di Dio ha stabilito la sua dimora in mezzo ai figli degli uomini, ha avuto fame e sete, ha lavorato con le sue mani, ha conosciuto l’amicizia e l’obbedienza, ha sperimentato il dolore e la morte. “Perché piacque a Dio di fare abitare in Cristo ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue della sua croce le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli”.
     Dobbiamo amare il mondo, il lavoro, le realtà umane. Perché il mondo è buono: il peccato di Adamo ruppe la divina armonia del creato, ma Dio ha inviato suo Figlio unigenito a ristabilire la pace. E così noi, divenuti figli di adozione, possiamo liberare la creazione dal disordine e riconciliare tutte le cose con Dio.
     Ogni situazione umana è irripetibile, è il risultato di una vocazione unica che si deve vivere intensamente, realizzando in essa lo spirito di Cristo. E quando si vive cristianamente fra i propri simili, in maniera non appariscente ma coerente con la fede, ciascuno di noi è “Cristo presente fra gli uomini”.
Da lì, dal tuo posto di lavoro, fa’ che il tuo cuore corra dal Signore, accanto al Tabernacolo, per dirgli, senza fare stranezze: Gesù mio, ti amo.
– Non aver paura di chiamarlo così – Gesù mio – e di ripeterglielo spesso.
 (Forgia, 746)
Un figlio di Dio non ha paura della vita e non ha paura della morte, perché il fondamento della sua vita spirituale è il senso della filiazione divina: Dio è mio Padre, egli pensa, ed è l’Autore di ogni bene, è tutta la Bontà.
     – Ma tu e io, agiamo davvero da figli di Dio?
(Forgia,  987)
Forse ti domandi: ma come farò a comportarmi sempre con questo spirito, a portare a termine con perfezione il mio lavoro professionale? La risposta non è mia, è di san Paolo: “Vigilate, state saldi nella fede, comportatevi da uomini, siate forti. Tutto si faccia tra voi nella carità” [1 Cor 16, 13-14]. Fate tutto liberamente e per Amore: non date mai spazio alla paura o all’abitudinarismo; servite Dio nostro Padre.

     Mi piace molto ripetere – perché ne ho buona esperienza – questi versi non eccelsi, ma molto espressivi: “Mi vida es toda de amor / y, si en amor estoy ducho, / es por fuerza del dolor, / que no hay amante mejor / que aquél que ha sufrido mucho.” (La mia vita è tutta d’amore / e, se in amore sono esperto, / è a forza di dolore, / perché non c’è amante migliore / di chi ha molto sofferto). Impégnati nei tuoi doveri professionali per Amore: porta tutto a buon fine per Amore, insisto, e potrai sperimentare – proprio perché ami, anche se devi assaporare l’amarezza dell’incomprensione, dell’ingiustizia, dell’ingratitudine e perfino dell’insuccesso umano – le meraviglie che il tue lavoro produce. Frutti succosi, semi di eternità! (Amici di Dio, 68)


Da Il Fondatore dell’Opus Dei, Milano 2004, vol III, di A. Vazquez de Prada, pag 22-33

A Roma si lavorava sui documenti presentati da don Álvaro alla Santa Sede, che dovevano necessariamente fare tutti i passaggi previsti dalla procedura. Dapprima un accurato esame degli Statuti. Poi si sarebbe passati allo studio congiunto della Commissione dei consultori e, se il parere fosse stato favorevole, sarebbe stata presentata la petizione al Congresso plenario. L’ultima approvazione era riservata al supremo giudizio del Romano Pontefice. In quei giorni si era ancora sulla soglia della prima tappa; poi, alla fine di maggio, fu fissata la riunione della commissione dei consultori per sabato 8 giugno 1946. “Sarebbe dovuto essere sabato 1 – scrisse don Álvaro – ma il 2 c’è il referendum e alcuni dei consultori devono andare fuori Roma a votare. Ci sono molti intoppi ed è naturale che sia così” (48).
Al Padre, che da molto tempo sospirava il decretum laudis, la notizia che finalmente la  Commissione si sarebbe riunita risollevò lo spirito: “Mi parrebbe giusto che promulgassero un documento solenne – scrisse a quelli di Roma –,  proprio perché è il primo caso di una forma nuova” (49).
Il giorno 8, alle nove e mezzo del mattino, la commissione diede inizio ai lavori. Il Presidente, p. Goyeneche, avrebbe poi detto che fu la seduta più lunga che avesse presieduto. Tutti i componenti erano entusiasti del Diritto particolare dell’Opus Dei, che essi chiamavano “Costituzioni dell’Opus Dei”, e decisi a proporre al Congresso plenario la concessione del Decretum laudis (50).
Don Álvaro non si lasciò prendere dall’esultanza dei consultori, che gli facevano i complimenti per il “successo della Commissione”, poiché era convinto che, con quel ritmo, la sua permanenza a Roma si sarebbe prolungata. “Come vede – scrisse al Padre – qui tutto va per le lunghe: dice Larraona che la velocità delle nostre cose è stupefacente, inusuale; tuttavia passano giorni e giorni e non succede nulla: se non si vedesse la mano di Dio in tutto, sarebbe veramente disperante” (51). Stava per sopraggiungere l’estate e non sembrava possibile organizzare il calendario delle riunioni in tempo perché il Congresso plenario approvasse i documenti già esaminati favorevolmente dalla commissione. E quando sarebbe apparso il tanto atteso decreto sulle forme nuove, per poter approvare l’Opus Dei in conformità con la nuova normativa? Don Álvaro accusava la stanchezza per l’impegno profuso nel fare visite, perorare, persuadere e addurre motivi di urgenza per accelerare i tempi. Era a Roma ormai da più di tre mesi, in continua attività.
Lunedì 10 giugno, “dopo avere riflettuto a fondo” (52), così scriveva al Padre: “Io mi sono quasi completamente bruciato (…). L’unico modo di risolvere le cose sarebbe un viaggio di Mariano di una quindicina di giorni (…). Nel caso che venga, sarebbe meglio questa settimana o la prossima” (53).
A questa sincera richiesta di aiuto il Fondatore rispose immediatamente:
“Non mi entusiasma affatto il viaggio che mi vuoi far fare: non sono mai stato in condizioni fisiche e morali peggiori. Tuttavia, per non mettere ostacoli alla volontà di Dio, questa mattina stessa ho chiesto che mi preparino i documenti, per ogni eventualità; se vengo, verrò come un peso morto. Fiat. (…)
Nonostante tutto, se è necessario, manda pure un telegramma urgente: Mariano partirebbe con il primo aereo. Pregate per lui” (54).
Senza conoscere ancora la risposta del Fondatore, mercoledì 12 giugno don Álvaro scriveva per confermare la sua opinione: “In questa vicenda sono ormai fuori gioco” (55). Poi passava a un altro argomento: la lunga udienza che aveva avuto il giorno precedente con mons. Montini, di cui riferiva nei particolari l’entusiasmo per l’Opera e l’interessamento per le procedure concernenti il Decretum laudis, che “deve uscire subito – disse – perché  tutta la Gerarchia vi guarda con vero affetto” (56). Don Álvaro aveva lasciato a mons. Montini, che li avrebbe poi fatti avere al Papa, il libro rilegato delle Lettere commendatizie, il curriculum vitae del Fondatore e una fotografia di Sua Santità perché vi potesse apporre una benedizione autografa (57).
Accomiatandosi da mons. Montini, don Álvaro si dimenticò di invitarlo a pranzo, cosa che si era proposto visti l’affetto e la stima che aveva dimostrato. “Ma quando mi restituirà le commendatizie – continua la lettera – gli risponderò per dargli ricevuta e per invitarlo. L’ideale sarebbe che venisse a pranzo a casa quando ci sarà Lei” (58).
Don Álvaro dava per scontato che il Padre sarebbe giunto presto a Roma. 


3.  Una notte in preghiera 

Le tanto attese lettere da Roma arrivarono finalmente domenica 16 giugno (59). Non appena le ebbe lette, don Josemaría convocò i membri del Consiglio Generale dell’Opera. Si riunirono nel Centro di via Villanueva, nella stanza di Pedro Casciaro, che era a letto con una forte emicrania. “Il Padre – riferisce Francisco Botella – ci lesse la lettera di Álvaro” (60). Prima di prendere qualsiasi decisione voleva sentire il parere dei membri del Consiglio (61).
Tutti erano convinti che don Álvaro non avrebbe richiesto la presenza del Padre a Roma in termini così perentori, se non fosse stato assolutamente necessario. La sua insistenza presso la Curia otteneva ormai scarsa risposta. Era chiaro che i suoi interventi erano arrivati a un punto morto. Non tanto perché, come diceva nella lettera, si fosse ormai bruciato, ma perché era necessario prendere delle decisioni su questioni prettamente fondazionali, che andavano perciò oltre la sua competenza. Fino ad allora, don Álvaro si era orientato con le risposte del Fondatore ai quesiti che gli sottoponeva per iscritto; ma non si poteva continuare così, vista la delicatezza dei problemi e la difficoltà di comunicazione. Tuttavia, il problema che preoccupava quelli del Consiglio Generale era un altro: il Fondatore era in condizioni fisiche tali da sopportare la fatica del viaggio e il duro lavoro che lo attendeva nella calura estiva? Tutti sapevano che il diabete, diagnosticato nell’autunno del 1944, andava di male in peggio. Secondo il parere di Juan Jiménez Vargas, che seguiva come medico il decorso della malattia, egli “era vivo per miracolo” (62).
Don Josemaría era consapevole di essere nelle mani della Provvidenza, più che in quelle dei medici. Man mano che passavano i mesi e la malattia avanzava, maggiore era l’incertezza su quale ne fosse la vera origine, come quando, a Burgos, aveva avuto quegli strani sintomi di tubercolosi e le emorragie faringee. “Non sono mai stato in condizioni fisiche e morali peggiori”, scrisse a don Álvaro il 13 giugno 1946 (63). Questa situazione sembra ricordare ciò che aveva provato durante il ritiro spirituale nel monastero di S. Domenico a Silos, nel settembre 1938: “Mi vedo – scriveva allora – non solo incapace di portare avanti l’Opera, ma incapace di salvarmi. Non capisco! Verrà la malattia che mi deve purificare?” (64).
Probabilmente qui sta la spiegazione della frase misteriosa contenuta nella lettera che aveva scritto a Roma alcune settimane prima. Riandando ai ricordi di Burgos, vi cercava il significato di un presentimento: “Qualcosa di questa situazione mi ricorda quell’altra, non so perché: ma sì che lo so” (65).
Andò a farsi visitare. Il 19 maggio 1946 il dottor R. Ciancas gli fece alcune analisi, rilevando una forte glicosuria. Quel giorno stesso lo visitò un prestigioso internista, il dottor Rof Carballo, che confermò la gravità del diabete e gli prescrisse una curva glicemica (66).
Secondo il parere unanime dei membri del Consiglio, il viaggio a Roma era inevitabile. Lo dissero al Padre, che li ringraziò e spiegò loro che aveva visto chiaramente alla presenza di Dio la necessità di recarsi nella Città Eterna, qualunque decisione essi avessero preso (67).
Il giorno dopo, lunedì, si procurò alla Nunziatura le credenziali diplomatiche (68) e, per evitare imprevisti, andò di nuovo dal dottor Carballo, che sconsigliò il viaggio a Roma. In via riservata, anzi, il professionista fece sapere a Ricardo Fernández Vallespín che, se il malato avesse affrontato quel viaggio, egli non rispondeva della sua vita, per il grave pericolo cui si esponeva (69).
Non esistevano collegamenti aerei con l’Italia e, chiusa com’era la frontiera francese, l’unica possibilità per andare a Roma era il servizio marittimo da Barcellona a Genova. José Orlandis avrebbe accompagnato il Padre nel viaggio. Nel primo pomeriggio di mercoledì 19 giugno partirono in macchina da Madrid. L’automobile, una piccola Lancia, era guidata da Miguel Chorniqué. Passarono la notte in un albergo di Saragozza.
Il giorno successivo era la festa del Corpus Domini. Don Josemaría celebrò la Messa in una cappella laterale della chiesa di Santa Engracia e vi assistettero i fedeli dell’Opera che abitavano a Saragozza. Come al solito, si recò a pregare anche davanti alla Vergine del Pilar, ricordando gli anni in cui implorava Domina, ut sit! Sulla strada per Barcellona si fermarono al Monastero di Montserrat, per chiedere la protezione della Moreneta e salutare l’Abate Escarré, al quale lo legava ormai una grande amicizia. Quella notte dormì nell’appartamento di via Muntaner, familiarmente chiamato La Clinica (70).
Il mattino seguente, prima di celebrare la Messa, il Padre dettò una meditazione ai suoi figli. Dalla sua orazione trapelavano teneri affetti e trepidazione. Fu una lunga “protesta” filiale, sincera e colma di fede, alla ricerca di una risposta del Cielo, con la fiducia che il Signore non può abbandonare chi lo segue. Che cosa sarà di noi?, si chiedeva, ripetendo le parole di S. Pietro: Ecce nos reliquimus omnia et secuti sumus te; quid ergo erit nobis? (Mt 19,27):
“Signore – diceva il Padre –, Tu hai potuto permettere che io in buona fede ingannassi tante anime? Ma io ho fatto tutto per la tua gloria e sapendo di fare la tua Volontà! È mai possibile che la Santa Sede dica che giungiamo con un secolo di anticipo…? Ecce nos reliquimus omnia et secuti sumus te…! Non ho mai avuto altra volontà che di servirti. Risulterà dunque che sono un imbroglione?” (71).
E ripeteva con insistenza al Signore, con amorevoli ragioni, di aver lasciato tutto per seguirlo: “E ora, che ne farai di noi? Non puoi abbandonare coloro che hanno avuto fiducia in Te!” (72).
Per tutta la mezz’ora di orazione continuò a invocare l’intercessione della Madonna della Mercede (73). Quella stessa mattina si recò poi a visitarla nella sua chiesa vicino al porto, per affidare alla Vergine il buon esito del viaggio.

*   *   *

Alle undici il Padre e José Orlandis giunsero sul molo d’imbarco. Ma dovettero ritornare alla Clinica perché una pioggia persistente ritardava il trasporto a bordo di un carico di banane e di altra frutta, destinato alla Svizzera. Poco prima delle sei del pomeriggio, terminate le operazioni di carico della merce e d’imbarco dei passeggeri, della posta e dei documenti di bordo, la J.J. Sister, una motonave di più di mille tonnellate varata nel 1896, finalmente partì. Quando uscirono dal porto, c’era maretta e vento fresco, con leggeri piovaschi. 
Non era stato facile ottenere una cabina. All’ultimo momento erano riusciti a ottenerne una piccolissima, interna e dunque senza oblò, con due letti a castello, illuminata fiocamente da deboli lampadine e con l’unica ventilazione di un piccolo ventilatore. All’ora di cena le onde, piuttosto forti, cominciarono a scrollare la nave. Il Padre si sentì male e si sdraiò sulla cuccetta in basso (74).
Il Giornale di Bordo non segnala nulla di particolare nelle prime 24 ore di navigazione da Barcellona a Genova. Il Capitano, vecchio lupo di mare, concluse le note sul foglio degli Avvenimenti della navigazione giornaliera – che terminava a mezzanotte – con  queste parole: “Alle ore 24.00 termina il presente foglio senza novità. In mare, il 21-6-46. Il Capitano (firma)” (75).
Il foglio degli Avvenimenti del 22 giugno, che iniziava alle ore zero della stessa notte, e che il Capitano chiuse dopo essere giunto nel porto di Genova, suona tutt’altra musica. Vi si legge:
“Cominciamo le presenti 24 ore di navigazione con vento piuttosto fresco di NNW e mareggiata, che vanno gradualmente aumentando d’intensità. Mentre procediamo si rafforza il vento di NNW, che provoca mare molto grosso: la nave sbanda notevolmente a dritta e a sinistra e subisce violenti colpi di mare. Teniamo chiusi i boccaporti per evitare che entri acqua nella stiva, ma non possiamo impedire che si bagni la frutta che portiamo a poppa sopra coperta, per le continue ondate che la investono” (76).
Ed ecco forse apparire sul Giornale di Bordo il vero motivo per cui il Capitano fu più esplicito nelle annotazioni del secondo foglio: “Pertanto formulo la presente protesta contro caricatori, ricettori e chiunque di competenza per le avarie che può subire il carico durante il viaggio e per i danni che possa causare alla nave” (77).
Sicuramente le avarie furono consistenti, perché per la prima e unica volta compare nel libro una contestazione che, su richiesta del Capitano, fu esaminata dalle autorità giudiziarie di Genova, il 24 giugno 1946 (78).
L’altra versione degli eventi, cioè gli effetti patiti dai passeggeri, è raccontata da José Orlandis nella lettera che spedì in Spagna da Roma, il 26 giugno:
“(…) Dopo cena cominciammo a sentire violente oscillazioni che ci consigliarono di coricarci in tutta fretta. E meno male che l’abbiamo fatto, perché scoppiò una tempesta coi fiocchi. Il Padre dice che il diavolo ha sconvolto il golfo del Leone e ha scatenato la tempesta più formidabile che io ricordi di aver vissuto, nonostante io sia isolano e vecchio amico del Mediterraneo. E pensare che per il Padre era il battesimo dell’acqua salata! Abbiamo passato 10 o 12 ore di vero inferno. Il mare ci prendeva di lato e la nave passava da questa posizione…..,  a quest’altra….. Sentivamo il rumore di stoviglie che si rompevano, di mobili che venivano trascinati da una parte all’altra, di signore che gridavano (…). Le pompe aspiravano continuamente l’acqua, che entrava da tutte le parti: in prima classe l’office era inondato; in seconda l’acqua nelle cabine arrivava alle ginocchia; la coperta era completamente spazzata dalle onde; io, che alle prime luci del giorno ero salito sul ponte per vedere che cosa accadeva, ritornai subito in cabina per non vedere lo spettacolo, ispirandomi al noto esempio dello struzzo. Il Padre ha passato alcune ore terribili e continuava a dire: “Pepe, mi sa che torneremo a Madrid trasformati in merluzzo. Quanto ci scommetti che Pedro non assaggerà più pesce in vita sua?”. Finalmente, verso le 10 o le 11 di sabato il temporale finì, anche se abbiamo avuto mare molto grosso fino all’imboccatura del porto di Genova” (79).
 Il Padre non chiuse occhio per tutta la notte per l’atmosfera opprimente della cabina, la nausea del mal di mare e il marasma su tutta la nave. Non fu possibile fargli l’iniezione di insulina prescritta dal medico. Nella mattinata di sabato il temporale andò attenuandosi e gradualmente scemò la violenza delle onde. Cessò di piovere e, nelle prime ore del pomeriggio, tornò ad apparire il sole, tanto che si intravide a babordo la costa francese. Il Padre prese l’unico cibo della traversata: un caffelatte con biscotti. Poi uscì in coperta a respirare l’aria fresca, dopo essere rimasto venti ore chiuso sottocoperta. Molto vicino alla nave passò un branco di balenottere: i loro getti d’acqua nelle acque del Mediterraneo erano allora, a detta dei marinai, uno spettacolo insolito. Erano in coperta a prendere aria quando, dal ponte, i marinai avvistarono a prua una mina alla deriva. Probabilmente quel pericoloso residuato di guerra stava galleggiando da più di un anno (80).
Entrarono nel porto di Genova con sei ore di ritardo. Sbarcarono alle ventitré. Assolsero rapidamente le formalità di polizia e di dogana, mentre don Álvaro e Salvador Canals li aspettavano impazienti. Il primo saluto del Padre fu una frase affettuosa per don Álvaro: “Eccomi qua, brigante: l’hai avuta vinta!” (81).
Presero alloggio all’albergo Columbia, senza poter mangiare nulla, poiché la sala da pranzo era già chiusa. Il Padre accettò volentieri un pezzetto di formaggio che don Álvaro aveva conservato dalla propria cena.
Ecco la mattina di domenica 23 giugno 1946. Il Padre e don Álvaro celebrarono la Messa in una chiesa non lontana dall’albergo e partirono poi per Roma con un’auto noleggiata. Pranzarono a Viareggio e, senza contrattempi, arrivarono in vista di Roma. Quando il Padre scorse, nella luce del crepuscolo, la cupola di S. Pietro che si stagliava all’orizzonte, si commosse visibilmente e recitò il Credo ad alta voce (82). Il pensiero di essere finalmente a Roma, l’avverarsi di quel momento tanto a lungo sognato, occupava la sua mente e suscitava tanti ricordi, alcuni lontani. Non voleva crederci: era a Roma; si sentiva a Roma, come uno straniero, ma anche come un cittadino che ritorna in patria. A ben vedere, la frase “l’hai avuta vinta tu!”, che aveva rivolto a don Álvaro, la poteva dire a se stesso.
Erano circa le 21.30 quando arrivarono a casa, un appartamento al n. 9 di piazza della Città Leonina. Di fronte, a pochi metri, si ergono le mura che collegano il palazzo Vaticano con Castel Sant’Angelo. Nella parte superiore corre il passaggio costruito da Papa Alessandro VI per garantire, in caso di assedio, una via di fuga per gli abitanti del Vaticano, che permetteva di rifugiarsi nel castello. Dopo la firma dei Patti Lateranensi, il Vaticano aveva acquistato i terreni confinanti con i palazzi pontifici, vi aveva costruito delle case per assicurarsi un buon vicinato e le affittava direttamente. L’appartamento che don Álvaro aveva preso poco prima dell’arrivo del Padre era al piano più alto dell’edificio e aveva un loggiato dal quale, oltre il colonnato del Bernini, si vedeva piazza S. Pietro (83). Era anche ben visibile, perché molto vicina, la finestra illuminata della biblioteca privata del Papa. A quella vista, il Padre provò una nuova emozione, che gli rubò definitivamente il sonno: mentre gli altri si ritiravano a dormire, vinti dalla stanchezza del viaggio, il Padre rimase sulla terrazza (84).
Durante il viaggio, che si era svolto tutto sotto la pioggia, il Padre aveva pregato per il Papa; sentiva un gran desiderio di arrivare presto nella Città Eterna. Per questo si emozionò tanto non appena intravide, oltre una curva della via Aurelia, la cupola di S. Pietro. Da quanti anni nutriva nel cuore la speranza di videre Petrum, cui aveva dato espressione in Cammino:
“Cattolico, Apostolico, Romano! – Mi piace che tu sia molto romano. E che abbia desiderio di fare il tuo pellegrinaggio a Roma, videre Petrum, per vedere Pietro” (85).
Davanti al suo sguardo c’erano le finestre, ancora illuminate, delle stanze pontificie. L’immaginazione alimentava nel suo cuore il profondo affetto che pure aveva espresso su Cammino:
“Grazie, mio Dio, per l’amore al Papa che hai messo nel mio cuore” (86).
Che intensa emozione avrà provato, al punto che il suo spirito aveva bisogno di tempo per sfogarsi! Passarono le ore e si spensero le luci nelle stanze del palazzo.
La vicinanza fisica rinsaldava più facilmente il forte legame nato anni prima, quando aveva cominciato a recitare ogni giorno una parte del Rosario per le intenzioni del Romano Pontefice:
“Con l’immaginazione – si legge in una lettera del 1932 – mi mettevo accanto al Santo Padre, quando celebrava la Messa (non sapevo come sia la cappella del Papa e tuttora non lo so) e al termine del Rosario facevo una comunione spirituale, con il desiderio di ricevere dalle sue mani Gesù Sacramentato” (87).
Fin dai primi momenti della fondazione si era sentito unito al Vicario di Cristo e aveva nutrito il desiderio apostolico di riunire le anime intorno a Pietro, per condurle a Gesù per mezzo di Maria (88).
Anni dopo avrebbe invitato i suoi figli a lasciar correre l’immaginazione per cogliere l’incanto spirituale di quella notte di giugno trascorsa accanto al Papa:
“Pensate con quanta fiducia ho pregato per il Papa, in quella prima notte romana, sulla terrazza, contemplando le finestre degli appartamenti pontifici” (89).
Il Fondatore non aveva mai visto Pio XII; ma poteva ritornare mentalmente ai numerosi messaggi e alle benedizioni ricevute attraverso terze persone. Impossibile dimenticarli, perché se li era fatti ripetere parecchie volte e li aveva meditati a lungo.
Si ricordò per esempio della consolazione che gli aveva arrecato una lettera di un domenicano, p. Canal, al quale aveva poi scritto per ringraziarlo:
“Ho riletto venti volte la sua lettera e molti occhi si sono velati nel leggere le parole di benedizione del Santo Padre: per me sono state dulciora super mel et favum.
Poiché siamo della Santa Croce, le croci non mancano mai: perciò le assicuro che la benedizione del Santo Padre è stata provvidenziale. Dominus conservet eum!… ” (90).
Negli ultimi anni erano giunte al Santo Padre notizie dirette sullo spirito dell’Opera e sul santo vigore apostolico del Fondatore, principalmente attraverso le udienze concesse a fedeli dell’Opus Dei o a ecclesiastici che conoscevano bene don Josemaría (91).
Il Fondatore ricordava anche la recente conversazione di don Álvaro con il Santo Padre, del 3 aprile 1946. In una lunga lettera don Álvaro gliene aveva raccontato i particolari:
“Gli ricordai che la volta precedente (udienza del 4 giugno 1943) mi ero spinto oltre le convenienze e gli avevo chiesto non solo la benedizione per il Padre e per tutta l’Opera, ma lo avevo anche pregato di ricordarsi nelle sue preghiere di nostro Padre. Egli sorrise e disse: “Che cosa vuole? Che continui ancora a pregare?”. Gli risposi affermativamente ed egli mi disse che non se ne sarebbe dimenticato e che avrebbe pregato tutti i giorni, come sta già facendo e che, per giunta, lo fa con molta gioia” (92).

*   *   *

Roma era immersa nel silenzio e la città dormiva tranquilla sotto un cielo stellato. Il Padre era sempre assorto nei suoi pensieri. Davvero erano arrivati con un secolo di anticipo? Di nuovo provò una strana sensazione, un misto di incertezza umana e di fermezza soprannaturale. La stessa sensazione, di penosa incertezza e di gioioso abbandono nelle mani di Dio, che aveva provato a Barcellona… Ecce nos reliquimus omnia et secuti sumus te; quid erit nobis? Vedi, Signore: abbiamo lasciato tutto per seguirti; che cosa sarà di noi? Stai forse per voltarci le spalle?
Tra un pensiero e l’altro riprendeva la sua orazione, riandando col pensiero alla storia avventurosa dell’Opera, che era anche la storia delle misericordie divine (93); la durezza degli inizi e la pioggia di grazie, la fedeltà dei suoi figli e la opposizione dei buoni; i successivi sviluppi giuridici… fino a Roma, dove sembrava che si ergesse un muro insuperabile.
Dalla terrazza, con gli occhi rivolti alle stanze pontificie – la dimora del Vicario di Cristo sulla terra – ritornava con insistenza, con ostinazione, all’invocazione centrale della sua orazione: Ecce nos reliquimus omnia…
Risplendeva la luna e le costellazioni percorrevano lentamente la volta del cielo. Il Padre proseguì per tutta la notte la sua intensa preghiera, senza ritirarsi a riposare. Spuntò poi il chiarore soffuso dell’alba e, ben presto, irruppe la luce del giorno.
Quella notte in preghiera scandì l’inizio della fondazione a Roma.

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