Letto e commentato, Senza categoria, Trasmissioni Radio Maria

L’adultera

Acquerello di Anna Maria Trevisan

Sorpresi dall’amore. Incontri personali con Cristo – Undicesimo capitolo

La sera dell’11 febbraio a Radio Maria, nella seconda parte del mio intervento ho letto e commentato il capitolo “Neanche quando cala il sole” del libro Sorpresi dall’amore.
L’episodio si riferisce alla donna adultera accompagnata da Gesù e da lui salvata dalla lapidazione, perdonata e aiutata a ricominciare una nuova vita.
Nella prima stesura del brano avevo usato la terza persona, due editor che lessero il testo mi incoraggiarono a passare alla prima persona per rendere il brano ancor più coinvolgente. Così ho fatto.
Tempo dopo, grazie a questo esperimento ben riuscito, mi resi conto che avrei potuto provare far parlare anche in prima persona anche Maria e così nacque il libro Maria. Il mio cuore svelato.

Senza categoria

Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Commento alla domenica delle Palme (anno B)

Nella domenica delle Palme, nelle messe di rito romano, si legge la passione di Gesù nel racconto di uno dei vangeli sinottici.
Nell’anno B tocca al Vangelo di Marco. In questo commento cito alcune frasi del salmo 22 (21) che comincia con lo straziante grido di abbandono. Ma nello scorrere tutto il Salmo scopriamo la rivelazione della preghiera di Gesù sulla croce, che si conclude con la lode a Dio che lo ha ascoltato e soccorso. 

Mc 14, 1- 15, 47
Mancavano due giorni alla Pasqua e agli Àzzimi, e i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di catturare Gesù con un inganno per farlo morire. Dicevano infatti: «Non durante la festa, perché non vi sia una rivolta del popolo».
Gesù si trovava a Betània, nella casa di Simone il lebbroso. Mentre era a tavola, giunse una donna che aveva un vaso di alabastro, pieno di profumo di puro nardo, di grande valore. Ella ruppe il vaso di alabastro e versò il profumo sul suo capo. Ci furono alcuni, fra loro, che si indignarono: «Perché questo spreco di profumo? Si poteva venderlo per più di trecento denari e darli ai poveri!». Ed erano infuriati contro di lei.
Allora Gesù disse: «Lasciatela stare; perché la infastidite? Ha compiuto un’azione buona verso di me. I poveri infatti li avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete, ma non sempre avete me. Ella ha fatto ciò che era in suo potere, ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura. In verità io vi dico: dovunque sarà proclamato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto».
Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai capi dei sacerdoti per consegnare loro Gesù. Quelli, all’udirlo, si rallegrarono e promisero di dargli del denaro. Ed egli cercava come consegnarlo al momento opportuno.
Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.
Venuta la sera, egli arrivò con i Dodici. Ora, mentre erano a tavola e mangiavano, Gesù disse: «In verità io vi dico: uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà». Cominciarono a rattristarsi e a dirgli, uno dopo l’altro: «Sono forse io?». Egli disse loro: «Uno dei Dodici, colui che mette con me la mano nel piatto. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo, dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!».
E, mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».
Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Gesù disse loro: «Tutti rimarrete scandalizzati, perché sta scritto:
“Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse”.
Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea». Pietro gli disse: «Anche se tutti si scandalizzeranno, io no!». Gesù gli disse: «In verità io ti dico: proprio tu, oggi, questa notte, prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». Ma egli, con grande insistenza, diceva: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dicevano pure tutti gli altri. 
Giunsero a un podere chiamato Getsèmani, ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedetevi qui, mentre io prego». Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate». Poi, andato un po’ innanzi, cadde a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse via da lui quell’ora. E diceva: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu». Poi venne, li trovò addormentati e disse a Pietro: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora? Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». Si allontanò di nuovo e pregò dicendo le stesse parole. Poi venne di nuovo e li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti, e non sapevano che cosa rispondergli. Venne per la terza volta e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Basta! È venuta l’ora: ecco, il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino».
E subito, mentre ancora egli parlava, arrivò Giuda, uno dei Dodici, e con lui una folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani. Il traditore aveva dato loro un segno convenuto, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta». Appena giunto, gli si avvicinò e disse: «Rabbì» e lo baciò. Quelli gli misero le mani addosso e lo arrestarono. Uno dei presenti estrasse la spada, percosse il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio. Allora Gesù disse loro: «Come se fossi un brigante siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno ero in mezzo a voi nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Si compiano dunque le Scritture!». Allora tutti lo abbandonarono e fuggirono. Lo seguiva però un ragazzo, che aveva addosso soltanto un lenzuolo, e lo afferrarono. Ma egli, lasciato cadere il lenzuolo, fuggì via nudo.
Condussero Gesù dal sommo sacerdote, e là si riunirono tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi. Pietro lo aveva seguito da lontano, fin dentro il cortile del palazzo del sommo sacerdote, e se ne stava seduto tra i servi, scaldandosi al fuoco. I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una testimonianza contro Gesù per metterlo a morte, ma non la trovavano. Molti infatti testimoniavano il falso contro di lui e le loro testimonianze non erano concordi. Alcuni si alzarono a testimoniare il falso contro di lui, dicendo: «Lo abbiamo udito mentre diceva: “Io distruggerò questo tempio, fatto da mani d’uomo, e in tre giorni ne costruirò un altro, non fatto da mani d’uomo”». Ma nemmeno così la loro testimonianza era concorde. Il sommo sacerdote, alzatosi in mezzo all’assemblea, interrogò Gesù dicendo: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». Ma egli taceva e non rispondeva nulla. Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: «Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?». Gesù rispose: «Io lo sono! E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo».
Allora il sommo sacerdote, stracciandosi le vesti, disse: «Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». Tutti sentenziarono che era reo di morte. Alcuni si misero a sputargli addosso, a bendargli il volto, a percuoterlo e a dirgli: «Fa’ il profeta!». E i servi lo schiaffeggiavano.
Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una delle giovani serve del sommo sacerdote e, vedendo Pietro che stava a scaldarsi, lo guardò in faccia e gli disse: «Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù». Ma egli negò, dicendo: «Non so e non capisco che cosa dici». Poi uscì fuori verso l’ingresso e un gallo cantò. E la serva, vedendolo, ricominciò a dire ai presenti: «Costui è uno di loro». Ma egli di nuovo negava. Poco dopo i presenti dicevano di nuovo a Pietro: «È vero, tu certo sei uno di loro; infatti sei Galileo». Ma egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quest’uomo di cui parlate». E subito, per la seconda volta, un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola che Gesù gli aveva detto: «Prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». E scoppiò in pianto.
E subito, al mattino, i capi dei sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il sinedrio, dopo aver tenuto consiglio, misero in catene Gesù, lo portarono via e lo consegnarono a Pilato. Pilato gli domandò: «Tu sei il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici». I capi dei sacerdoti lo accusavano di molte cose. Pilato lo interrogò di nuovo dicendo: «Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano!». Ma Gesù non rispose più nulla, tanto che Pilato rimase stupito.
A ogni festa, egli era solito rimettere in libertà per loro un carcerato, a loro richiesta. Un tale, chiamato Barabba, si trovava in carcere insieme ai ribelli che nella rivolta avevano commesso un omicidio. La folla, che si era radunata, cominciò a chiedere ciò che egli era solito concedere. Pilato rispose loro: «Volete che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?». Sapeva infatti che i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia. Ma i capi dei sacerdoti incitarono la folla perché, piuttosto, egli rimettesse in libertà per loro Barabba. Pilato disse loro di nuovo: «Che cosa volete dunque che io faccia di quello che voi chiamate il re dei Giudei?». Ed essi di nuovo gridarono: «Crocifiggilo!». Pilato diceva loro: «Che male ha fatto?». Ma essi gridarono più forte: «Crocifiggilo!». Pilato, volendo dare soddisfazione alla folla, rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.
Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la truppa. Lo vestirono di porpora, intrecciarono una corona di spine e gliela misero attorno al capo. Poi presero a salutarlo: «Salve, re dei Giudei!». E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano davanti a lui. Dopo essersi fatti beffe di lui, lo spogliarono della porpora e gli fecero indossare le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo.
Costrinsero a portare la sua croce un tale che passava, un certo Simone di Cirene, che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e di Rufo. Condussero Gesù al luogo del Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», e gli davano vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese.
Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse ciò che ognuno avrebbe preso. Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. La scritta con il motivo della sua condanna diceva: «Il re dei Giudei». Con lui crocifissero anche due ladroni, uno a destra e uno alla sua sinistra.
Quelli che passavano di là lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Ehi, tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso scendendo dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi, fra loro si facevano beffe di lui e dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo!». E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano.
Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre, Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Ecco, chiama Elia!». Uno corse a inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e gli dava da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se viene Elia a farlo scendere». Ma Gesù, dando un forte grido, spirò. Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!».
Vi erano anche alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, le quali, quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.
Venuta ormai la sera, poiché era la Parascève, cioè la vigilia del sabato, Giuseppe d’Arimatèa, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anch’egli il regno di Dio, con coraggio andò da Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, gli domandò se era morto da tempo. Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe. Egli allora, comprato un lenzuolo, lo depose dalla croce, lo avvolse con il lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare una pietra all’entrata del sepolcro. Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses stavano a osservare dove veniva posto.

Una donna entra nella casa di Simone fariseo, a Betania, dove Gesù è invitato, con un vaso di alabastro pieno di nardo prezioso, rompe il vaso e versa il profumo sul capo di Gesù.
Alle critiche sullo spreco di denaro, Gesù risponde con una lode unica: ovunque si predicherà il suo Vangelo si parlerà di lei e della sua opera buona verso di lui.
Anche uomini anonimi gli danno conforto: i discepoli che si interessano dove preparare la Pasqua; due tra loro che Gesù manda in città; un uomo con una brocca d’acqua e il padrone della casa dove lui entrerà. Uomini amici in quell’ora tremenda.
Tra la donna che lo ha confortato con il suo gesto d’amore e gli uomini che lo hanno aiutato, Marco nomina Giuda che va a tradirlo e rimane un mistero per sempre la sua motivazione.
Gesù lo sa e lo svela ai suoi senza svelarlo nella cena di Pasqua prima di donare il suo corpo nel pane e il suo sangue nel vino: «In verità io vi dico: uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà». Cominciarono a rattristarsi e a dirgli, uno dopo l’altro: «Sono forse io?».
Gesù lo svela in modo generico perché Giuda capisca e si converta. I discepoli si rattristano perché il gruppo non tiene e temono ciascuno per se stesso, ma troppo preoccupati di non essere il colpevole, non si attivano sufficientemente per capire chi è, per aiutare Giuda a ripensarci.

La prima Eucaristia sta tra la profezia del tradimento di Giuda e quella del rinnegamento di Pietro.
Sublimità di cielo e bassezza della terra si mescolano.
Gesù cerca anche con l’Eucarestia donata, con il suo corpo spezzato e dato da mangiare di aiutare Giuda a cambiare idea. Ma non accade.
Gli altri undici non si accorgono di Giuda che se ne va e dove va. Seguono Gesù nell’orto degli ulivi. La preghiera nel Getzemani, “Abbà, Padre”, è incorniciata dal sonno di Pietro, Giacomo e Giovanni, che non sono capaci di vegliare neanche un’ora per sostenere Gesù, ed è inutile essere svegliati e incoraggiati da lui in persona: continuano a dormire.
Arriva Giuda nella notte con gli sgherri armati e, tipico dei traditori, manifesta affetto al tradito, con un bacio. Avviene la cattura, il processo sommario, i testimoni che mescolano il vero con il falso.
Siamo nel cuore del vangelo, la narrazione della istituzione dell’eucaristia, della cattura, processo, passione, morte e risurrezione di Cristo, sono il motivo per cui tutto il Vangelo è scritto.
Meditarlo nella settimana santa ci fa molto bene.
Nel processo arriva la luce splendente della dichiarazione di Gesù: “Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?” “Io lo sono!”. Stracciamento di vesti del sommo sacerdote e condanna a morte. Arrivano gli sputi, le percosse, gli schiaffi. Pietro é nel cortile e una giovane serva, unica figura femminile negativa di tutta la passione di Gesù, lo stuzzica e lui ci casca e nega di conoscerlo. Intanto il gallo cantava. Pianto di Pietro.
Pilato capisce che c’è invidia all’origine di tutto quel processo, ma non ce la fa ad opporsi alla folla. Ci prova con la consuetudine di liberare un carcerato per la Pasqua, ma la folla che sta per essere liberata dalla croce di Cristo, sceglie di liberare Barabba e condanna Gesù.
I soldati aggiungono il loro contributo alla passione di Gesù: flagelli, corona di spine, chiodi nelle mani e nei piedi, vesti divise a sorte.
I capi dei sacerdoti e gli scribi lo provocano perché scenda dalla croce, perché così veda se è il Figlio di Dio.

Ma il Figlio di Dio ha un’altra idea della croce, l’ha scelta per dimostrare a tutta la storia degli uomini che Dio ci ama fin a dare la vita per noi, e non concorda con la loro convinzione che colui che pende dal legno sia maledetto da Dio.
Anzi Dio stesso prende il posto di tutti gli innocenti perseguitati e condannati a morte, ma anche il posto dei colpevoli, di tutti gli uomini di ogni epoca. Anzi si addossa le nostre colpe per salvarci.
Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”.
La citazione del primo verso del Salmo significava ricordarlo tutto a chi lo ascoltava. E il Salmo che comincia con quel grido di chi si sente abbandonato, riporta profezie impressionanti di ciò che sta accadendo: “Ma io sono un verme e non un uomo, rifiuto degli uomini, disprezzato dalla gente. Si fanno beffe di me quelli che mi vedono, storcono le labbra, scuotono il capo: «Si rivolga al Signore; lui lo liberi, lo porti in salvo, se davvero lo ama!»
Il protagonista della preghiera del Salmo si rivolge a Dio con fiducia: “Sei proprio tu che mi hai tratto dal grembo, mi hai affidato al seno di mia madre. Al mio nascere, a te fui consegnato; dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio. Non stare lontano da me, perché l’angoscia è vicina e non c’è chi mi aiuti”.
Di nuovo descrive ciò che gli sta accadendo: “Io sono come acqua versata, sono slogate tutte le mie ossa. Il mio cuore è come cera, si scioglie in mezzo alle mie viscere.  Arido come un coccio è il mio vigore, la mia lingua si è incollata al palato, mi deponi su polvere di morte. Un branco di cani mi circonda, mi accerchia una banda di malfattori; hanno scavato le mie mani e i miei piedi. Posso contare tutte le mie ossa. Essi stanno a guardare e mi osservano: si dividono le mie vesti, sulla mia tunica gettano la sorte”.
Torna a rivolgersi a Dio: “Ma tu, Signore, non stare lontano, mia forza, vieni presto in mio aiuto. Libera dalla spada la mia vita,
dalle zampe del cane l’unico mio bene
”.
E alla fine dichiara che il Signore lo ha ascoltato: “Tu mi hai risposto! Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all’assemblea. Lodate il Signore, voi suoi fedeli, gli dia gloria tutta la discendenza di Giacobbe, lo tema tutta la discendenza d’Israele; perché egli non ha disprezzato né disdegnato l’afflizione del povero, il proprio volto non gli ha nascosto ma ha ascoltato il suo grido di aiuto”.

La seconda parte del Salmo è tutta luce e positività, ci fa pensare alla situazione del Risorto, mentre la prima parte descrive cosi bene il supplizio del crocifisso.
Gesù ci rivela che la sua preghiera sulla croce è come quella del salmo.
Poi Gesù dà un forte grido e muore.
Si squarcia il velo del tempio, perché non serve più.
Ecco arriva la luce della fede nel centurione pagano, primo tra tutti a convertirsi grazie alla morte in croce di Cristo: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!”.
Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, e molte altre donne osservano da lontano.
Giuseppe d’Arimatea chiede il corpo di Gesù a Pilato, lo depone dalla croce in un lenzuolo nuovo e in un sepolcro anch’esso nuovo scavato nella roccia.
Come il grembo di Maria quel sepolcro prepara Gesù alla nuova vita.
Ha voluto provare anche l’esperienza umana della sepoltura per togliercene la paura e si prepara a darle il significato vero, quello del chicco di grano sepolto in terra per dare frutto.
Quel cadavere di uomo a cui la divinità non si separa – e dunque possiamo dire che è il cadavere di Dio fatto uomo – si prepara a vincere definitivamente la morte, a riprendere una vita che non lascerà più.

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SOBRE LOS EVANGELIOS DE ENERO 2020, “Evangelio y vida” en Palabra, diciembre de 2019

Aquí los comentarios a los evangelios de los domingos y solemnidades del mes de enero 2020, que he escrito para la revista Palabra en el numero de diciembre de 2019. Feliz año nuevo!

EVANGELIO Y VIDA 
1 de enero 
SOLEMNIDAD DE SANTA MARÍA MADRE DE DIOS 
La única referencia a María en los escritos de Pablo está en la Carta a los Gálatas: “cuando llegó la plenitud del tiempo, envió Dios a su Hijo, nacido de mujer”.Dios ha enviado a su Hijo para que se haga uno como nosotros, y ha querido que naciera de una mujer, que viviera la experiencia que todos hacemos: habitar durante nueve meses en el seno de nuestra madre. Ahí, cada uno de nosotros, tiene la primera experiencia de la vida, conocemos el latir del corazón de la madre, que se con- vierte en la banda sonora que acompañará toda la existencia. En ese lugar, sentimos el primer calor del cuerpo humano que nos rodea, tenemos la primera experiencia de la ternura, entendemos la fuerza de ser alimentados por la madre. Experimentamos los sobresaltos de sus temores y la dulzura de su alegría. La felicidad del afecto que recibe del esposo se convierte en nuestra felicidad y nos hace saltar en el seno. Lucas dice que después de ocho días “le pusieron por nombre Jesús, como lo había llamado el ángel antes de su concepción en el seno”.Concebido en el seno. El lenguaje de la Biblia lo dice así: no en el pensamiento, no en las discusiones académicas. A la palabra de Dios, en el lenguaje semítico, le gusta subrayar las entrañas de la madre. Nosotros diríamos: concibió, fue concebido. La Biblia añade: en el seno. Es nuestra primera casa y fue la primera casa de Jesús. Aquel seno que la Biblia eleva al símbolo de la misericordia de Dios: entrañas de misericordia tiene nuestro Dios. Jesús, que nos lleva a la misericordia del Padre, ha experimentado en el seno, la misericordia de la madre. Después de ocho días, le pusieron por nombre Jesús, pero El tenía ya ese nombre antes de comenzar a vivir en el seno de la madre. Durante esos nueve meses, la madre y José lo llamarían así muchas veces:¡Jesús!,¡Jesús mío!, ¡Jesús,hijo nuestro! Llamarlo así era rezar con el sentido de esas palabras: “Oh, Dios, ¡salva a tu pueblo!”. Y también era afirmar con fe: ¡Dios salva! María, diciendo dulcemente Jeshu’a, mientras acariciaba su seno. Cuando los pastores vinieron a verla, el niño estaba recostado en el pesebre, el segundo vientre, la segunda casa de su vida. Y así el seno de la María estaba libre para acogerlos en su maternidad. Con José, abre la entrada de la gruta sin temor, deja que contemplen el fruto de sus entrañas. Después, con José, escucha su historia. El estupor abre la puerta del corazón. Con su mirada les invita a entrar en su corazón. Custodia sus palabras, los hechos que le narran, sus rostros, sus problemas, su pobreza. Su seno está abierto a acoger a otros hijos que sean hermanos de su primogénito. También nosotros entramos, miramos, narramos, nos introducimos en su corazón,donde nos sentiremos custodiados y pensados. Ya no nos perderemos más.

5 de enero 
II DOMINGO DESPUÉS DE NAVIDAD 
¿Quién es ese niño del que los ángeles hablaron en Belén, los pastores han visto reclinado en el pesebre de la gruta y que José y María llaman Jesús como había dicho el ángel? El cuarto Evangelio inicia con un himno, un canto, una poesía, una declaración de fe y de amor en la que no hay dudas: aquel niño, aquel hombre crucificado y resucitado y que subió al cielo, es la Palabra de Dios que se ha hecho carne. Aquel niño es la Sabiduría de Dios que finalmente ha fijado su tienda entre nosotros, como había prometido. El que me ha creado me dio una orden: “Pon tu tienda en Jacob, y fija tu heredad en Israel” (Eclesiástico, 24, 8). Ese niño que llora y sonríe, que la madre amamanta y envuelve en pañales, que duerme y se despierta, es el Verbo de Dios que estaba junto a Dios desde que “en el principio, creó Dios el cielo y la tierra”. Dios creador ha hecho por medio de él todas las cosas que existen. Niño Dios, hombre Dios que hemos visto crecer y hemos contemplado de adulto: lleno de gracia y de verdad. Le hemos seguido. Ahora que ha desaparecido de nuestra mirada, lo po- demos encontrar en todas las cosas, porque todas poseen su huella, su firma, su rostro. Lo reconocemos en toda realidad de lo creado. Su huella está en todo hombre. Realmente cada persona está en el prólogo de Juan: el Verbo hecho carne es la vida, y la vida es la luz “que alumbra a todo hombre”, “para que todos creyeran por medio de él”. En el Prólogo también aparecen las tinieblas, los obstáculos que en todo el evangelio se yerguen para destruir la potencia de la luz y de la vida. Pero no vencen. El mensaje del Prólogo es realista, y a la vez totalmente positivo acerca de la acción de Dios para con nosotros: en el Verbo que se hace carne, está “la luz”, está “la vida”, está la “gracia sobre gracia” que recibimos a través de él. La posible negatividad está sólo en las tinieblas que rechazan al Verbo, y en quien no lo acoge. Pero si lo acogemos, nos da el poder de ser hijos con Él. Por su vida conocemos a Dios: nadie lo ha visto jamás, pero él, que está en el seno del Padre, nos lo revela. “¡Muéstrame, Señor, tu rostro!”. La petición de los justos del antiguo testamento tiene finalmente una respuesta, para la que no es necesario morir. “Felipe, quien me ha visto a mi ha visto al Padre”. El discípulo amado que en la última Cena se apoya sobre el pecho de Jesús, hace lo que el Hijo hace con el Padre. Y también él, como apóstol, como evangelista, nos revela al Hijo. Todo cristiano está invitado a ser como el discípulo amado: a apoyarse sobre el pecho de Jesús, a conocer su corazón, a hacer la experiencia de su carne, a alimentarse con su cuerpo y con su sangre, para después revelarlo al mundo como Palabra de Dios que se ha hecho carne como nosotros, para hacernos a nosotros hijos de Dios como Él. 
6 de enero 
SOLEMNIDAD DE LA EPIFANÍA 
Dijo Dios a Abraham cuando lo llamó: “En ti serán bendecidos todos los pueblos de la tierra” (Gen 12, 3). Mateo, en la Epifanía, pone en evidencia que ya desde niño, Jesús difunde esta bendición sobre las gentes. Este hijo de Dios que ha entrado en nuestra historia, ha habitado en un lugar de nuestra tierra, se ha hecho hombre como nosotros. El mesías y la salvación que trae es para todos. Jesús ha sido enviado desde el primer momento de su existencia terrena a encontrarse con su gente y con las gentes de todos los pueblos. Primero con Isabel, Zacarías y Juan, todavía no nacido. Más tarde, en el templo, con los más preparados: Simeón y Ana. Ahora, con los Magos venidos de oriente. Sabios de quién sabe qué credo religioso. ¿Quién les ha guiado hasta aquí? El Espíritu Santo es quien guía a todos hacia Jesús. Los Magos le conocieron mirando las estrellas, estudiando su ciencia. Ahí encontraron la voz de Dios que los incita a ponerse en camino. Los ha llamado como llamó a Abraham para que saliera de su tierra. También a ellos, hacia la tierra prometida: buscadores de Dios, viajeros valerosos. Llenos de esperanza. Dejan comodidades y certezas y se lanzan a la aventura de encontrar al rey de los judíos, enviado por Dios. En esa estrella particular, que los precede, encuentran los signos de Dios que habla de tantos modos a quien le sabe escuchar. Si la estrella desaparece, tienen necesidad de intérpretes. Ha nacido un rey, y ellos, ingenuos, van al rey de Jerusalén. Los jefes de los sacerdotes y los escribas, consultados por Herodes, muestran que poseen la ciencia de Dios y de sus Escrituras, y saben con precisión dónde puede haber nacido el rey de los judíos. Pero no se mueven, no van a adorar: su ciencia no enciende su corazón, que se mantiene frío y sepultado bajo el saber, del afán adulador de hacer sólo lo que agrada a su rey, y que no cambia su vida. Son los sacerdotes del templo, ¿qué podrá añadir a su ciencia un niño? Ponen su ciencia, neutralmente, al servicio de la muerte: podían haber intuido cómo usaría Herodes su información… Nosotros, que leemos, si aprendemos de los Magos, iremos en directo a buscar al Hijo de Dios que ha nacido, con el corazón fresco y a la escucha de las cosas nuevas que Dios hace, abiertos a la fantasía del Espíritu Santo. Si, para evitarla, hacemos caso de la conducta de los sacerdotes y de los escribas, no nos conformaremos con lo que sabemos, con el puesto conseguido, con lo que siempre se ha hecho, con lo que toda Jerusalén considera lo bueno, porque ha sido adquirido por la costumbre. El sobresalto de la nueva noticia nos moverá a buscar en la normalidad del nacimiento de un niño y de la familia que lo circunda, la presencia de Dios. A donarle el oro que tenemos. A seguir la voz de Dios, que nos guía con las estrellas, y la voz de los ángeles que nos hablan en sueños. 

12 de enero 
SOLEMNIDAD DEL BAUTISMO DEL SEÑOR 
En el tiempo de Navidad hemos contemplado al hijo de Dios, que ha pedido humildemente a María donarle su cuerpo de mujer, su capacidad de ser madre, para poder asumir nuestra carne y nacer de ella como uno de nosotros. ¿Puedo, llena de gracia, venir a habitar en tu casa, en tu seno? Lo hemos visto pedir humildemente a José hacerle el favor de estar junto a María como esposo, para ser su padre. ¿Puedes tomar a María como esposa para ser mi padre delante de los hombres? Ha pedido humildemente en Belén, por favor, si hubiera una gruta donde poder nacer, con un pesebre de animales, don- de poder reposar. Al final, Belén, un poco entre dudas, se la ha concedido. Ha pedido a los pastores que se movieran de noche para ir a saludarlo, si es que querían, a Él, el hijo de Dios recién nacido, en el nombre de todo el pueblo de Israel, ignorante e incrédulo, y han dicho: ¡vamos! Ha pedido a los sabios de oriente que hicieran un largo viaje siguiendo una estrella, en nombre de todas las gentes. Y partieron: ¡hemos venido a adorarlo! Ha pedido a Simeón que fuera al templo que lo habría ignorado. Y Simeón fue deprisa. Ha pedido a Egipto que lo acoja como fugitivo y que lo proteja de los enemigos. Y así fue. Ahora, el día de su bautismo, Jesús se pone en la cola y pide humildemente al Jordán que lo lave, y a Juan que le considere pecador entre los pecadores, aunque no lo entienda. ¡Conviene que así cumplamos toda justicia!”. Y pide a las aguas del Jordán que lo cubran para tomar sobre sí todos los pecados de la humanidad, que ha hecho suyos. ¡Afortunadas aguas del mundo, en el nombre de las aguas que vendrán, en todos los baptisterios del futuro! Después de haber discutido y dudado, y preguntado para tener mayor claridad, dirán todos los que escuchan a Jesús, que sí. Dirán que no hay problema, al Espíritu Santo que pide. “Mira, estoy a la puerta y llamo” (Ap 3, 20). Y le dicen que sí María, José, Belén, los pastores, los Magos, Egipto, el Bautista y las aguas del Jordán. También a nosotros nos pide Dios Padre: querría que tú fueras mi hijo, como Jesús, es más, dentro de Jesús, el elegido, el amado. Y nosotros nos confundimos, no entendemos, objetamos: tendríamos que ser nosotros los que te pidiéramos este inmenso don inmerecido y, en cambio, eres tú el que vienes a ofrecerlo como un pordiosero que ofrece oro, sin tener en cuenta las respuestas desagradables y ofensivas de quien no entiende. Y el Padre está contento de que le digamos que sí, y el Hijo está feliz de entrar en nuestra vida y hacernos entrar en la suya, y el Espíritu, de llenarnos de su gloria. El Padre también nos dice, en las orillas del Jordán, en nuestro bautismo, llamándonos por nuestro nombre: este es mi hijo, el amado, en quien he puesto mi complacencia. Y nosotros, finalmente, lo llamamos Padre, y exultamos de alegría y de estupor.  

19 de enero 
II DOMINGO DEL TIEMPO ORDINARIO 
Juan cumple su misión de indicar que Hijo de Dios que ha venido. Lo hace diciendo esas palabras que escuchamos en cada misa: “¡He aquí el cordero de Dios!”. Es cordero como el cordero pascual cuya sangre derramada salvó a todos los primogénitos de Israel en Egipto. Entonces, toda familia debía tener un cordero, y esparcir su sangre en los dinteles de la casa. Ahora, el cordero es único para todos. No es el cordero de la familia, sino el “Cordero de Dios”. Y sobrevino un cambio enorme. Un vuelco total. Cuando Israel temía por su suerte en manos de los Filisteos, imploraba a Samuel para que intercediera por ellos delante de Dios. Y Samuel tomó un cordero y lo ofreció en holocausto a Dios. Y el Señor lo escuchó (cf. 1 Sam 7, 8-9). Samuel hacía lo que todas las religiones hacían: ofrecer a Dios animales y frutos de la tierra como víctimas propiciatorias por los pecados. Ahora, con Jesús, ha cambiado todo. El cordero no es ya del pueblo, del sacerdote, del que ofrece. Es de Dios. Es más, es Dios mismo. Nunca se había escuchado una cosa semejante. Es algo infinitamente nuevo. En arameo, la palabra cordero es la misma con la que se dice “siervo”. He aquí el Cordero de Dios: he aquí el siervo de Dios. Por tanto, los cantos del siervo del Señor, de Isaías, se aplican todos a Jesús. En él, salen de la oscuridad y encuentran toda su luz: “Y ahora dice el Señor, el que me formó desde el vientre como siervo suyo, para que le reuniera a Israel […]. Y ha dicho: ‘Es poco que seas mi siervo para restablecer las tribus de Jacob y traer de vuelta a los supervivientes de Israel. Te hago luz de las naciones, para que mi salvación alcance los confines de la tierra’”. Un único cordero para salvar a toda la familia humana. “Que quita el pecado del mundo”, dice Juan: en presente y singular. Ahora quita esos pecados, no los pecados singulares por los que es necesario multiplicar al infinito los sacrificios, no: quita el pecado que los reúne a todos. Lo hace para siempre, es su tarea. ¿Cómo hace para quitar el pecado? Como cordero inmolado. Como oveja muda. Quita el pecado con su sacrificio, pero no es un sacrificio como aquel de los corderos que morían, eran quemados y eso era todo. Jesús da su vida. Y su cuerpo y su sangre son donados para que tengamos la vida en abundancia. Es más, nos advierte: “Si no coméis la carne del Hijo del Hombre y no bebéis su sangre, no tendréis vida en vosotros. El que come mi carne y bebe mi sangre tiene vida eterna, y yo le resucitaré en el último día” (Jn 6, 53-54). Ve la humanidad perdida y abandonada, como ovejas sin pastor, y la va a buscar. Ve a todos los hombres como amigos dispersos, y da la vida por sus amigos. Víctima de amor. Al oír hablar así a Juan, dos de sus discípulos siguen a Jesús y le preguntan dónde vive. También nosotros queremos verlo: sólo tú tienes palabras de vida eterna. 

26 de enero 
III DOMINGO DEL TIEMPO ORDINARIO. DOMINGO DE LA PALABRA DE DIOS 
Para Jesús, el arresto de Juan es signo de que ha llegado la hora de predicar. Su precursor está recorriendo las últimas etapas que abren el camino al Verbo de Dios: la cárcel y la muerte. Jesús lanza la invitación en pocas palabras: “Convertíos, porque está cerca el reino de los cielos” (Mt 4, 17). Las mis- mas palabras que decía el Bautista (Mt 3, 2). Convertíos, en hebreo: “¡volved!”. En griego: “¡cambiad el modo de pensar!”. Podríamos entenderlo también como: girad la mirada para ver lo que sucede: el reino de Dios está cerca. Usar las mismas palabras de Juan es un elogio de Jesús hacia él. Hace ver que sus palabras son válidas también ahora que está en prisión. Están vivas porque son palabra de Dios. Por tanto, permanecen siempre. Estaban inspiradas por Dios, y ahora el Hijo del Dios las repite con una fuerza mayor. La gran luz que aparece en la tierra de Zabulón y de Naftalí es la voz de Jesús, y también su mirada. Mateo dice que Jesús “vio” a Pedro y a Andrés, después “vio” a Santiago y a Juan con su padre. Una mirada que unida a su palabra llama a seguirle de cerca. Llamando a Pedro, Andrés, Santiago y Juan, que eran discípulos del Bautista, también está confirmando la misión del precursor. La mirada de Jesús incluye al padre, Zebedeo. Le llama a dejar que sus hijos vayan con él, a sufrir su ausencia en las tareas de la pesca. Zebedeo, fuerte como el trueno, impetuoso como sus hijos, los deja partir dócilmente. Más tarde, también él estará cerca del maestro y lo servirá con sus bienes, junto a su mujer Salomé. Juntos encontrarán la promesa del ciento por uno para los que dejan que los hijos sigan a Jesús. Serán testigos de pescas milagrosas, de tempestades calmadas en el lago. Del discurso del pan de vida. De milagros de curaciones. Com- prenderán que aquel pasar de Jesús, un día, por la orilla de su lago, no negaba el valor de su trabajo de pescadores, sino que lo proyectaba a horizontes más amplios: os haré pescadores de hombres. Sus hijos y los amigos de sus hijos, discípulos de Jesús, escucharán y relanzarán a través de la Escritura y de la Tradición de la Iglesia, hasta nuestros días, aquel anuncio de conversión y seguimiento de Cristo. Hoy, en el “domingo de la Palabra de Dios”, celebramos la luz grande que apareció en Galilea, profetizada por Isaías: la palabra de Jesús que invita a la conversión y a seguirle. Y también es la luz de la escucha de quien se convierte y es curado, y de quien le oye y le sigue de cerca. Jesús continúa hoy recorriendo la Galilea, que es todo el mundo, para anunciar el Evangelio del Reino. Le pedimos que nos hable con la Escritura, que sea él quien predique en nuestras misas, como hacía entonces en las sinagogas, que la fuerza de su palabra provoque la conversión y el seguimiento, que cure “toda enfermedad y toda dolencia en el pueblo”. 
Andrea Mardegan 


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PROBLEMI DELLA SANTA FAMIGLIA, domenica della Santa Famiglia A

“Giuseppe e Maria. La nostra storia d’amore”. pag 113
Nella domenica della Santa Famiglia di Nazaret dell’anno A si legge il Vangelo di Matteo che narra la fuga e il ritorno dall’Egitto. Ne ripropongo l’ultimo passo, con un commento. L’acquerello di Anna Maria Trevisan ritrae la Santa Famiglia in Egitto. 



Matteo 2, 19-23

Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino».
Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno».


Dio ci dona suo figlio, che prende la nostra umanità nel seno di una donna, nasce in una famiglia. Giuseppe gli dà un nome, lo protegge, gli insegna un lavoro, gli dà l’affetto di un padre. Maria gli assicura l’appoggio, il nutrimento e l’accudimento come la migliore delle madri. Una nuova famiglia esemplare ci guida al posto di quella formata da Adamo ed Eva. Gesù ha il vantaggio di avere un padre e una madre. Ad Adamo e ad Eva sono mancati, e il Creatore con quell’esperienza, non ha voluto privare suo figlio di un padre e di una madre, una genealogia. Come noi. Ma nelle famiglie che guardano alla santa famiglia sorge il problema: li sentiamo lontani, come facciamo a imitarli? Chi ha una sposa come Maria, uno sposo come Giuseppe, un figlio come Gesù? Rispondiamo: guardate ai guai, alle incertezze e alle paure che hanno avuto. La fuga in Egitto provocata dagli ingenui Magi, andati da Erode a chiedere informazioni, senza sapere che quel re ammazzava anche i figli per timore che gli rubassero il regno. Giuseppe e Maria non se la prendono, non stanno a lamentarsi delle vicende avverse. Ma soffrono. Errori, incompetenze, fragilità anche delle persone che ci vogliono bene entrano nel disegno della provvidenza divina che orienta tutto al bene. La famiglia di Nazaret non ha un percorso privilegiato. Sono profughi, esiliati, perseguitati, ricercati, calunniati, incompresi, poveri, sempre a dover trovare casa e lavoro. In ciò li sentiamo vicini. Giuseppe e Maria si sostengono a vicenda, guardano Gesù, la Scrittura li aiuta. Ascoltano gli angeli nei sogni. Si parlano tra loro. Anche noi possiamo. Siracide ci incoraggia promettendo meraviglie per chi onora il padre e la madre: così espia i peccati e li evita, la sua preghiera è ascoltata e avrà gioia nei propri figli. Anche Paolo sospinge i coniugi ad avere sottomissione reciproca e dolcezza tra loro, a obbedire ai genitori e a non esasperare i figli. Vuol dire che è possibile. Rivestendosi di Cristo, cioè di tenerezza, bontà, umiltà, mansuetudine, magnanimità, sopportandoci a vicenda e perdonandoci gli uni gli altri (cfr Col 3, 12-21). Papa Francesco in Amoris Laetitia (cap. 4) dà tanti consigli per l’amore in famiglia. Suggerisce : “Oggi sappiamo che per poter perdonare abbiamo bisogno di passare attraverso l’esperienza liberante di comprendere e perdonare noi stessi. Tante volte i nostri sbagli, o lo sguardo critico delle persone che amiamo, ci hanno fatto perdere l’affetto verso noi stessi. Questo ci induce alla fine a guardarci dagli altri, a fuggire dall’affetto, a riempirci di paure nelle relazioni interpersonali. Dunque, poter incolpare gli altri si trasforma in un falso sollievo. C’è bisogno di pregare con la propria storia, di accettare sé stessi, di saper convivere con i propri limiti, e anche di perdonarsi, per poter avere questo medesimo atteggiamento verso gli altri (n.107)”. Perché non provare?
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I PENSIERI DI GIUSEPPE, quarta domenica d’Avvento A

A. M. Trevisan, Il sogno di Giuseppe


Il 22 dicembre 2019,  quarta domenica d’Avvento nell’anno A, il Vangelo della messa ripropone l’annuncio dell’angelo in sogno a Giuseppe. Per commentarlo ripropongo, ridotti e leggermente modificati, dei passi del mio libro  “Giuseppe e Maria. La nostra storia d’amore”(Paoline, 2019, pag 55-61) da dove traggo anche l’acquerello originale di Anna Maria Trevisan “Il sogno di Giuseppe”.
Mt 1,18-24
Dal Vangelo secondo Matteo
Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo;ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati».
Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa “Dio con noi”.
Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

“Appena rimasi solo fui assalito dai dubbi su come far fronte a questo avvenimento tanto più grande di me. Temevo di non esserne degno. Pensavo: se Dio non mi ha fatto sapere nulla, non posso prendere Maria come sposa: é sposa di Dio. Non posso apparire come padre del bambino che lui ha inviato. Mi costa infinitamente stare fuori dalla vita di Maria, ma lei adesso è terra sacra. Riflettevo: devo fare un atto che la sciolga dall’impegno di essere mia sposa. Un atto pubblico mi sembra impossibile. Dovrei dire: questo bimbo viene dall’Altissimo. Non mi crederebbero mai e la esporrei al rischio di lapidazione. Un ripudio in segreto. Se é necessario avere due testimoni, li sceglieremo insieme a Maria. Forse i suoi genitori o i miei. Ma lei non accetterà: come posso costringerla a svelare un segreto così grande che lei ha con Dio? I pensieri vorticavano. Mi giravo e rigiravo sul mio giaciglio. Mi assalivano gli incubi. Alla fine decisi: mi prendo la responsabilità di essere io il padre, e di lasciare in segreto Maria. Scompaio da questa città. Così la compatiranno e custodiranno come donna abbandonata e lei potrà crescere questo suo figlio e prepararlo alla missione che Dio gli ha affidato. Io fuggo in Egitto. Dove nessuno mi conosce. La decisione presa mi diede un po’ di pace, mi aiutò ad addormentarmi. Pregavo e dormivo, dormivo e pregavo. Invocavo il Signore che mi desse un segno per farmi capire se quello che stavo per fare era la sua volontà. Mi arrivò la risposta del Signore, in sogno, attraverso l’angelo. Mi sentii chiamato per nome: «Giuseppe». Aggiunse «figlio di Davide». Non «figlio di Giacobbe», come nella mia genealogia. Ero dentro questa storia per la mia discendenza da Davide. Il bimbo che Maria aveva in seno era il promesso a Davide. «Non temere di prendere con te Maria, tua sposa». Le parole di Dio guarivano la mia paura di entrare in un terreno sacro. Anche Maria veniva chiamata per nome come si fa nei matrimoni: Giuseppe e Maria, «mia sposa».  Continuò l’angelo: « Il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo». Conferma di ciò che avevo intuito. « Ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù ». Maria darà alla luce il bambino. Io dovrò dargli il nome. Significa che gli sarò padre per la legge, per gli uomini, per la storia. Un nome che non dobbiamo scegliere con Maria, perché dice la sua missione che viene da Dio: Yeshua, che vuol dire Dio salva. « Egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Quel segno che Acaz non volle chiedere a Dio, per paura, io invece lo chiesi, lo ricevetti e lo compresi: «Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele». Nessuno aveva mai saputo spiegare per secoli quelle parole di Isaia. Quella profezia si stava compiendo in Maria, in quei giorni, e io ne facevo parte.”


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A TE RICORRIAMO, su “Maria con te” del 15 dicembre 2019

Ecco il mio contributo a “Maria con te” del 15 dicembre 2019.

La domanda


Fin da piccolo recito l’Ave Maria dicendo “il frutto del tuo ventre” come nel latino “ventris tui”.  Eppure oggi tutti dicono: “il frutto del tuo seno”. Lei cosa ne pensa?

Aldo, Roma


L’8 marzo 1967 la Cei aggiornò le preghiere del catechismo di Pio X e scelse la traduzione “seno” al posto di “ventre”. Secondo il vocabolario Treccani “seno” si usa come eufemismo per utero.  Elisabetta a Maria diceva “frutto del tuo grembo” perché era nascosto lì. Poi quando è nato, l’immagine più esplicita e dolce della maternità di Maria è lei che allatta Gesù. Consiglio di fare nostra la lode della donna che contempla Gesù: beato il grembo, beato il seno. E pregare con libertà, come appaga di più la nostra devozione: contemplare il frutto “del tuo grembo, del tuo ventre, del tuo seno, Gesù”. 

A TE RICORRIAMO – (SALVE REGINA – 7)
Nell’originale latino della Salve Regina diciamo “ad te clamamus”, che si può tradurre anche: ti chiamiamo, o addirittura: a te gridiamo! Come Gesù bambino che avrà chiamato sua madre in un momento di difficoltà o di dolore. La chiamiamo, gridiamo, come un bambino perduto in un bosco oscuro, che ha perso la mano della mamma. Dante, nel Paradiso, fa dire a san Bernardo rivolto a Maria: «Donna, se’ tanto grande e tanto vali, che qual vuol grazia e a te non ricorre, sua disïanza vuol volar sanz’ali”. Il senso è: chi vuole ottenere un grazia e non ricorre a te, è come se volesse volare senza ali, cioè desidera una cosa impossibile. La tua benevolenza non solo soccorre chi ti chiede aiuto, ma molte volte addirittura precede la richiesta spontaneamente. Di san Bernardo è anche una bellissima esortazione che esprime la stessa convinzione: «O tu che nell’instabilità continua della vita presente t’accorgi di essere sballottato tra le tempeste senza punto sicuro dove appoggiarti, tieni ben fisso lo sguardo al fulgore di questa stella se non vuoi essere travolto dalla bufera. Se insorgono i venti delle tentazioni e se vai a sbattere contro gli scogli del- le tribolazioni, guarda la stella, invoca Maria! Se i flutti dell’orgoglio, dell’ambizione, della calunnia e dell’invidia ti spingono di qua e di là, guarda la stella, invoca Maria!… Nei pericoli, nelle angustie, nelle perplessità, pensa a Maria, invoca Maria! Maria sia sempre sulla tua bocca e nel tuo cuore. E per ottenere la sua intercessione, segui i suoi esempi. Se la segui non ti smarrirai, se la preghi non perderai la speranza, se pensi a lei non sbaglierai. Sostenuto da lei non cadrai, difeso da lei non temerai, con la sua guida non ti stancherai, con la sua benevolenza giungerai a destinazione». 

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MARIA AMICA DI GIUSEPPE E DI GESU’, audio

 Cena della Sacra Famiglia, Anonimo (sec XVII), Urbino 

Ecco la seconda meditazione sul tema: “L’amicizia di Maria”. Qui mi soffermo in particolare sull’amicizia con Giuseppe, con un accenno finale all’amicizia con Gesù, attingendo ai vangeli dell’infanzia di Matteo e di Luca, che si leggono anche nelle messe dei nove giorni prima del Natale, nel rito Romano.

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LA CRISI DEL BATTISTA, Terza domenica d’Avvento (A)

Guercino, Giovanni Battista in carcere visitato da Salomé
Il vangelo della terza domenica di Avvento (A) ha per protagonisti Giovanni Battista in carcere e Gesù, che dialogano a distanza attraverso i discepoli di Giovanni. (Mt 11,2-11): “Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!» (…)

Quando Giovanni comincia la preparazione della venuta del Messia, usa toni forti. “Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente?” E  anche “già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco” (Mt 3, 7.10). Dopo aver battezzato Gesù ascolta il Padre: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento». Poi viene arrestato da Erode, e in carcere i suoi discepoli lo informano su Gesù. Ma le notizie che riceve non corrispondono alle sue profezie. Non sente parlare di scure e di fuoco.

Invece sente dire che va in casa dei peccatori e mangia con loro, li chiama tra suoi discepoli, e che non digiunano come lui ha insegnato ai suoi. Comincia a dubitare: mi sarò sbagliato nell’interpretare le parole che Dio mi ispirava? Dubbio e incertezza sul senso della propria vita e del proprio servizio a Dio prendono colui che è “il più grande tra i nati di donna”, uno che è “più di un profeta”, che è proprio la voce che grida nel deserto profetizzata da Isaia. Una vocazione unica nella storia. Anche al più piccolo nel regno dei cieli può capitare questa prova. Giovanni conosce le parole di Isaia della prima lettura: “Dite agli smarriti di cuore: «Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi»”, le ha predicate tante volte. Il Messia è li fuori che va da una parte all’altra, parla, guarisce. Ma non va a salvarlo. Non si vendica di Erode che lo ha imprigionato. Quante volte ha pregato con il Salmo 145: “Il Signore libera i prigionieri…sconvolge le vie dei malvagi”. Ma lui è nella fortezza inespugnabile di Macheronte, teme l’avvicinarsi della fine, e la sua liberazione non accade. Aumenta la tentazione di avere sbagliato tutto: parole, tempo, persona da indicare come il Messia che viene. Eppure è consapevole di essere la voce che grida nel deserto. Come è possibile che si sia sbagliato? Come uscire dall’angosciante dubbio? Giovanni non segue vie contorte. Con l’aiuto dei suoi va direttamente da colui di cui non si sente degno di sciogliere i calzari. E gli domanda senza giri di parole: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?» Gesù gli risponde con le profezie pacifiche: i ciechi, i muti, gli zoppi, i sordi, i lebbrosi sono curati. E i prigionieri liberati dove sono? Ai poveri è annunciato il vangelo dice Gesù: ecco la liberazione. Beati quelli che non si scandalizzano di me: ecco la liberazione. I suoi discepoli riferiscono a Giovanni ciò che dice Gesù: e lui é contento di non aver sbagliato vocazione, si impegna a purificare la sua interpretazione delle Scritture, comincia a capire che adesso il suo posto di precursore è li nel carcere, e che dovrà aprire la strada al Messia anche nel subire morte violenta. L’esempio del Battista illumina il nostro cammino.

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MARIA AMICA DI ELISABETTA E ZACCARIA, audio

S.Maria M.(FI), Madonna col bambino (sec.XII)

Dal 5 al 7 dicembre 2019 ho predicato un triduo in preparazione alla Solennità dell’Immacolata, a Firenze in Santa Maria Maggiore, antica chiesa del centro storico fiorentino (citata già in un documento del 931, ma forse più antica ancora) a pochi passi dal Duomo. Il tema delle tre omelie era “L’amicizia di Maria”. In questa meditazione, che ho tenuto durante un ritiro nella parrocchia della Sacra Famiglia, a Imperia, il 9 dicembre, ho ripreso e ampliato l’argomento della prima omelia del triduo.

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