Riflessioni, San Giuseppe

Fuga in Egitto e custodia del Bambino

Acquerello di Anna Maria Trevisan

Quinta domenica in preparazione alla festa di san Giuseppe e quinto “dolore e gioia” della sua vita

Nella quinta domenica in preparazione alla festa di san Giuseppe si medita sul dolore della fuga in Egitto compensato dalla gioia di poter stare con il Bambino Gesù e il compito di custodirlo.
Nella formulazione tradizionale della quinta coppia di dolore e gioia si cita la gioia di vedere gli idoli d’Egitto cadere.
Si tratta di un’immagine mutuata dai racconti dei vangeli apocrifi.

Nel mio libro Giuseppe e Maria. La nostra storia d’amore dedico un capitolo alla fuga in Egitto, e il successivo al soggiorno in Egitto. Dopo la preghiera ripresa da un formulario antico, riporto ampi passi del primo capitolo dei due. 

Preghiera
O vigilantissimo Custode, familiare intimo del Figlio di Dio, glorioso San Giuseppe, quanto soffristi per sostenere e proteggere il Figlio dell’Altissimo, particolarmente nella fuga in Egitto, ma quanto anche gioisti nell’avere sempre con te il vero Dio e vedendo cadere gli idoli egiziani!
Per questo tuo dolore e per questa tua gioia ottienici che, tenendo lontano da noi il tiranno infernale, specialmente fuggendo le occasioni pericolose, cada dal nostro cuore ogni idolo di affetto terreno, e impegnati nel servire Gesù e Maria, soltanto per loro viviamo e felicemente moriamo.

NEL PIENO DELLA NOTTE L’ANGELO IN SOGNO *

Partirono il mattino presto per tornare al loro paese, per un’altra strada. Ma tutto ciò ci rendeva molto inquieti. Erode non ci avrebbe messo molto ad accorgersi che i Magi non tornavano da lui. Aveva i suoi informatori sparsi per il territorio. Forse già sapeva che si erano fermati da noi, che erano entrati nella nostra casa. Con Maria cercavamo una soluzione rapida e prudente a quel pericolo. 

Ci colpiva che una cosa così bella come l’incontro di uomini pagani con il nostro Gesù, piena di speranze future sulla sua missione nel mondo, fosse allo stesso tempo occasione di angoscia. Involontariamente ci avevano resi noti a un re che uccideva i propri parenti pur di non perdere il regno. E gli avevano parlato del bambino come del futuro re dei Giudei. Non avrebbero potuto fare cosa più pericolosa per lui e per noi. Ma non gliene facemmo alcuna colpa. Erano in perfetta buona fede. Se è nato il re dei Giudei, dove cercarlo se non nel palazzo del re? D’altra parte Simeone aveva detto a Maria: « Una spada ti trafiggerà l’anima ». 

La misteriosità delle vie del Signore a volte mi atterriva, mi scoraggiava. Mi era difficile capire il senso delle difficoltà per le quali lasciava passare la vita di suo figlio. Ma sapevo che il mio compito era custodire quel figlio e sua madre Maria, e fidarmi di Dio e dei suoi disegni imperscrutabili di salvezza. 

Quel giorno radunammo le nostre poche cose nelle borse, senza che si notasse. Ci dicevamo: torniamo a Nazaret? No, siamo conosciuti come gente che viene da lì, ci troverebbero. E dove andiamo? Intanto ci preparavamo e calcolavamo quanto tempo avevamo a disposizione. Se i Magi fossero tornati a Gerusalemme sarebbero arrivati in poche ore. Avevamo poche ore. Se Erode fosse venuto a sapere che erano partiti oggi e l’indomani non li avesse visti arrivare, forse avrebbe aspettato ancora uno o due giorni e poi avrebbe scatenato la sua furia. 

In questi pensieri e in quei preparativi ci raggiunse la sera. Ci coricammo preoccupati e tesi. Nel pieno della notte arrivò l’angelo in sogno. Ormai sapevo come mi parlava Dio e Dio sapeva come parlarmi per aiutarmi a essere sicuro dell’autenticità del messaggio. E lo faceva per me che non ricordo mai i miei sogni, né mai li saprei raccontare. Per me che, se mi viene un pensiero di giorno, penso che sia una mia idea, e non che sia un’ispirazione divina. Per me che, se qualcuno mi raccontasse che riceve in sogno avvertimenti dal cielo, tenderei sempre a non darvi molta importanza, a privilegiare il ragionamento vigile. Per me Dio aveva scelto quel modo, ed era quello adatto. L’angelo mi disse quella notte: 

« Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo » (Mt 2,13). 

Mi sollevai dal giaciglio. Guardai Maria. Ebbi un momento di titubanza, come mio solito. Mi venne in mente: ma perché una cosa così importante veniva detta a me? L’annunciazione del bambino venne detta prima a Maria e poi molto tempo dopo a me. Guardare Maria assopita nella sua dolce bellezza mi fece scacciare quel pensiero fuorviante. Non era il momento dei dubbi. Svegliai Maria. Lei capì subito, solo guardandomi. Prese il bambino e lo strinse al seno. Le spiegai. Mi disse: « Andiamo! ». Risposi: « Davvero ti fidi di me? ». « Certo, amore. Andiamo! » 

Avevamo le sacche pronte. Caricammo l’asino e nel maggior silenzio possibile ci avviammo per il sentiero ancora illuminato da quel chiarore che aveva guidato i Magi verso la nostra casa. 

STRAPPATA A QUELLE PARETI D’AMORE 

Quando uscimmo silenziosamente dalla nostra casa nel chiarore della notte, trasalendo a ogni passo per la sorpresa delle nostre stesse ombre che incrociavano il nostro camminare, pensavo che ancora una volta venivo strappata alla casa in cui ero vissuta, a quelle pareti d’amore che conservavano il ricordo di momenti sublimi. Da bambina avevo lasciato la casa dove ero nata e i miei genitori per il tempio di Gerusalemme; poi avevo lasciato il tempio e le amiche di quegli anni di fanciullezza serena per tornare dai miei più anziani e malati; poi avevo lasciato la casa di mio padre per quella di Giuseppe e la casa di Giuseppe per la grotta di Betlemme; poi quella grotta che vide la luce del mio bambino divino per una dimora che speravo definitiva, a poca distanza. Mi piaceva avere vicino il luogo della nascita di Gesù. Qualche volta, con il bambino in braccio o sulle spalle, passeggiando per fargli prendere l’aria buona del mattino, vi ritornavo a rivivere quella notte e a mostrargli la mangia- toia che era stata la sua prima culla. 

Adesso lasciavamo tutto e andavamo verso una terra sconosciuta, una casa che non sapevamo dove e come avremmo trovato. Mio figlio, il figlio del Creatore del mondo, era venuto al mondo senza un luogo sicuro dove posare il capo. Eravamo Giuseppe e io il suo giaciglio, il suo rifugio. Con Giuseppe ci confortavamo a vicenda. Quando lui era giù, io lo sollevavo, quando in me si affacciava la paura, lui mi dava coraggio. Facevamo l’esperienza che l’amore è forza che vince gli ostacoli e trasforma il dolore e la paura in unione più grande. 

Mentre camminavamo verso la nostra meta Giuseppe mi domandò: « Maria, perché in Egitto? ». Si chiede- va perché tornare indietro nel tempo, ripercorrere una storia di sottomissione e di schiavitù. Gli risposi: « Forse non dobbiamo pensare solo al periodo della schiavitù, ma anche alla storia di Giuseppe, figlio di Giacobbe. Arrivò in Egitto per l’invidia e l’odio dei suoi fratelli, ma questo fu una provvidenza di Dio per salvarli poi nel momento della carestia. Anche questo nostro viaggio è provvidenza di Dio. Lui era esperto di sogni, tu nei sogni hai saputo che dobbiamo tornare in Egitto ». 

Ci aiutavamo a vicenda a capire il mistero della nostra vita ricordando le Scritture. Giuseppe aggiunse: « È vero! Ti ricordi quello che disse il Signore con il profeta Osea? 

Quando Israele era fanciullo,
io l’ho amato
e dall’Egitto ho chiamato mio figlio.
A Efraim io insegnavo a camminare
tenendolo per mano.
Ero per loro
come chi solleva un bimbo alla sua guancia,
mi chinavo su di lui
per dargli da mangiare.
Come potrei abbandonarti, Efraim? (Os 11,1.3.4.8) 

Efraim è figlio di Giuseppe: forse qui il Signore sta parlando anche di Gesù, mio figlio? Sta parlando a noi per confortarci?». E io: «Sì. Ma il profeta dice che il Signore si lamentava: “Più li chiamavo, / più si allontanavano da me” [Os 11,2]. Con Gesù sarà diverso. Non cadremo nella schiavitù in Egitto, per- ché lui è la nostra libertà e lui riporterà tutto il suo popolo, Israele, all’alleanza con Dio. Tu sei il nuovo Giuseppe e darai tuo figlio come cibo al popolo di Israele affamato. Il nostro Gesù, che adesso dorme tra le mie braccia, è il nuovo Efraim che non tradirà le attese di suo padre. Sarà il nuovo Mosè che guiderà tutto il popolo verso una nuova terra promessa, che lui stesso ci indicherà ». 

Passavamo dai grandi discorsi alla preoccupazione di non farci riconoscere, di nasconderci bene durante la notte, di curare che il bambino non avesse contraccolpi, di procurarci cibo e acqua, di riuscire a riposare nelle notti fredde. Giuseppe accendeva il fuoco sotto la tenda e ci davamo il cambio per tener- lo acceso ed evitare che propagasse un incendio. Mi disse una sera: «L’amore per te e per il bambino mi prende sempre più. In questi pericoli cresce e mi dà la forza per portarvi in salvo ». Le sue parole placavano la mia apprensione. 

Nei silenzi del nostro camminare verso l’Egitto ascoltavo, stringendo il bambino, il riemergere di uno dei miei dolori più grandi: aver dovuto tenere nascosto mio figlio quando nacque. Solo i pastori si accorsero del suo mistero grazie agli angeli. Da Elisabetta erano andati in tanti da tutta la regione. Da Gesù pochi e poveri. In quel momento addirittura dovevamo fuggire. Eravamo sgomenti. Il figlio di Dio era con noi ma gli uomini non lo accoglievano. 

Quel dolore fu una ferita grandissima che mi portai dentro per tanto tempo. Gesù era l’Amore e gli uomini non accettavano l’Amore. Chiedevo al Padre continuamente: « Perché non ti riveli in tutta la tua potenza d’Amore al mondo? Tu che sei il Sommo Bene non puoi convertire il mondo solo mostrandoti? ». Il Padre mio non mi tolse queste domande, non mi alleggerì di quelle angosce. 

Compresi lungo gli anni che tramite queste domande potevo educare mio figlio a comprendere il cuore umano. Gesù sentiva tutte le nostre domande. Partecipava. I suoi sorrisi più coinvolgenti li fece nei nostri momenti di maggior timore. Anche Giuseppe restò sorpreso per la sua capacità di trasformare in tenerezza la nostra paura. 

Una notte ci fermammo a riposare. Ci nascondemmo dietro degli arbusti che erano comparsi dopo tanti chilometri di deserto. Il silenzio della notte ci fece vivere, seppur insieme, la solitudine più grande che un cuore possa provare. Fu il sorriso di Gesù, che si svegliò in piena notte con il cuore leggero di un bambino che vuole giocare, ad aiutarci a capire che il deserto avremmo potuto viverlo «con leggerezza». Perché l’amore di Gesù ci alleggeriva il cuore. Così imparammo a guardarlo. Era lui che ci indicava la strada che il nostro cuore doveva percorrere. Ma la paura era sempre in agguato. 

Una sera sopravvenne una tempesta di sabbia. Non c’erano ripari all’orizzonte, solo alte dune. Giuseppe approfittò di un anfratto e scavò un rifugio, che riuscì a chiudere con degli arbusti. Ci riparammo coperti dai nostri mantelli. Quando la tempesta fu passata, Giuseppe forzò gli arbusti coperti di sabbia e aprì un varco per noi. Appena uscito, vide lo scenario cambiato. Le dune alte non c’erano più e si intravedevano all’orizzonte luci, presenze umane. Gridò con entusiasmo:«Maria, c’è vita laggiù, siamo salvi!».Strinsi a me Giuseppe e Gesù, e ringraziai Dio con tutto il cuore. Mi dissi che anche nelle tempeste del deserto è possibile la leggerezza, perché il vento dello Spirito può sollevare la sabbia e cambiare le dune. Il soffio dell’Amore di Dio modella come vuole. 

*Giuseppe e Maria. La nostra storia d’amore, cap. XI “Nel pieno della notte l’angelo in sogno”

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