Riflessioni, San Giuseppe

Il rito della circoncisione

Acquerello di Anna Maria Trevisan

Terza domenica in preparazione alla festa di san Giuseppe e terzo “dolore e gioia” della sua vita

Il terzo dolore e gioia della vita di san Giuseppe nella devozione tradizionale, che possiamo considerare nella terza domenica in preparazione alla sua festa, è legato a ciò che accadde otto giorni dopo la nascita, con il rito della circoncisione.
Quel primo dolore fisico provato da Gesù neonato ha fatto soffrire tanto Giuseppe, ma in quella stessa circostanze lui gli ha posto il nome, come l’angelo in sogno gli aveva comandato, e questo gesto che assicurava davanti alla legge la sua paternità fu fonte di gioia.

Nel mio libro Giuseppe e Maria. La nostra storia d’amore, dove la loro vita è narrata in prima persona alternativamente da Giuseppe e da Maria, del giorno della circoncisione faccio parlare Maria, in due momenti. Prima brevemente, nel capitolo sul Natale di Betlemme in cui ricorda come Giuseppe gli impose il nome, e poi più diffusamente in un discorso con Gesù dodicenne durante il cammino di andata nel pellegrinaggio a Gerusalemme, dove Maria confida quel primo dolore della circoncisione che risonanza ha avuto in lei.
Data la vicinanza d’amore di Maria e di Giuseppe, possiamo considerare quei sentimenti come totalmente condivisi. 

Preghiera
O esecutore obbedientissimo delle divine leggi, glorioso San Giuseppe, il Sangue Preziosissimo che il Bambino Redentore versò nella circoncisione ti trafisse il cuore, ma il nome di Gesù te lo colmò di gioia.
Per questo tuo dolore e per questa tua gioia ottienici che, purificati da ogni peccato commesso durante la nostra vita, spiriamo serenamente con il nome santissimo di Gesù nel cuore e sulle labbra.

«ORMAI SEI GRANDE E POSSO RACCONTARTI»*

Ricordo molto bene quel pellegrinaggio di Pasqua. Gesù stava diventando uomo. Nell’andare era molto pensoso e mi stava vicino. Mi faceva domande profonde sul senso della vita e dell’amore. Sulla relazione tra dolore e amore. « Perché, mamma, per amare bisogna soffrire? ». « Perché, figlio mio, amare è dare la vita e alla vita siamo attaccati, costa lasciarla, anche se poco alla volta. Tu sei figlio e nella tua casa sei libero, così anche nel mondo. La libertà è la strada dell’amore. Se non si ama è sprecata. Io non ti lascio mai, ma ti oriento a crescere nella libertà perché è il bene che sta più a cuore al Padre nostro del cielo. Più amiamo, più siamo liberi. Più siamo liberi, più possiamo amare. Tutte le persone esistono perché sono state amate dal Padre e perché noi le amiamo. In loro vediamo l’amore del Padre. Io conosco Dio e il suo amore attraverso di te, attraverso Giuseppe ed Elisabetta e Anna, e tutte le persone. Ma nessuno più di te, frutto del suo amore. L’amore spesso passa attraverso le ferite vive che bruciano la carne. Dobbiamo amarle, baciarle, perché ci fanno sperimentare l’amore. Tu sei l’amore di Dio che è entrato nel tempo per ricordarci che il tempo che abbiamo è tempo per amare, e che per l’amore c’è bisogno di tempo. Per capirlo e per viverlo, per comunicarlo e per riceverlo.

Gesù, amore mio, ormai sei grande e posso raccontarti tante cose. Quando eri appena nato, a otto giorni ti toccava la circoncisione. Io non volevo, mi costava tanto il pensiero di quel dolore sul tuo piccolo corpo meraviglioso e santo. Da piccola, al tempio, avevo visto molti bambini soffrire per questo, e rimanevo sempre turbata e mi chiedevo che senso avesse quel rito. Tu eri già tutto santo, tutto di Dio, consacrato fin dal tuo primo istante nel mio grembo. Sei suo figlio, tutto suo. Che bisogno c’era di quel sangue? Sei il suo primogenito. Giuseppe però mi disse che, se non lo avessimo fatto, tu avresti potuto sentirti fuori dal tuo popolo che sei venuto a salvare. Gli altri avrebbero potuto considerarti uno straniero e non ascoltarti. Quel rito sarebbe stato il segno più evidente dell’appartenenza alla tradizione dei tuoi padri. Ma vorrei che tu sapessi che l’amore di tuo Padre ti ha creato integro e ti ha amato così. Per tuo Padre tutto il tuo corpo è santo e bello. Non c’è parte di te che lui disprezzi o che desideri in sacrificio. Ricordi? “Misericordia voglio e non sacrificio”. Tuo Padre vuole solo che riconosciamo il suo amore. In quel momento pregai molto il Padre per te. Dopo il tuo primo pianto ti strinsi al seno e il mio latte fu per te sollievo e conforto, placò subito il tuo dolore. Poi ti curai con tutto il mio amore ». 

Gesù mi guardava pensoso, commosso ma sereno. Rimase molto colpito e grato per quelle mie parole, che in fondo al cuore conosceva già, ma sentirle dire da sua madre fu importante. 

* (Giuseppe e Maria. La nostra storia d’amore, cap. XIV: Tutti gli anni a Gerusalemme per la Pasqua)

LA GIOIA DEL NOME DI GESÙ*

Andammo presto al banco del censimento quando si fece giorno. Dentro il nostro cuore c’era un contrasto: sapevamo che nostro padre Davide era stato punito da Dio per aver voluto contare i suoi uomini, perché non si era fidato della forza di Dio. In quell’ordine dell’imperatore vedevamo un tentativo di mettersi al posto di Dio. E noi, con il figlio di Dio bambino, dovevamo sottometterci a quella legge? Andammo comunque e lungo gli anni comprendemmo che in quel paradosso c’era un disegno di Dio: anche i potenti del tempo, i padroni del mondo, avrebbero testimoniato in modo inconsapevole, con un loro documento scritto, che era nato a Betlemme il discendente della tribù di Davide, di nome Gesù, che significa Dio salva, figlio di Giuseppe di Nazaret. Dio aveva previsto che il nome di suo figlio, il Salvatore, risuonasse nei cieli di Betlemme, nel canto degli angeli e fosse scritto nei documenti di quegli uomini che lui era venuto a salvare. Il nome di Gesù risuonò anche nel rito della circoncisione, otto giorni dopo. Giuseppe ebbe ancora una titubanza, si voltò verso di me al momento di pronunciare il suo nome. Io con uno sguardo lo incoraggiai. Doveva essere lui, il padre, a pronunciare il suo nome. Lo pronunciò, e in questo modo dichiarò se stesso padre e il figlio Salvatore. 

*Giuseppe e Maria. La nostra storia d’amore, cap. VIII Un cielo terso pieno di stelle)

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