Riflessioni, San Giuseppe

La paura di Archelao e il ritorno a Nazaret

Acquerello di Anna Maria Trevisan

Sesta domenica in preparazione alla festa di san Giuseppe e sesto “dolore e gioia” della sua vita

Nella sesta domenica in preparazione alla solennità di san Giuseppe, meditiamo sulla mescolanza di dolore e gioia nel ritorno dall’Egitto.
Alla gioia di poter tronare a casa si contrappose subito la paura di Archelao e da lì una riflessione e un annuncio dell’angelo che confermò Nazaret come destinazione adatta alla custodia del Bambino Gesù e alla sua crescita.

Dopo l’orazione proposta di questo sesto dolore e gioia, propongo la lettura del capitolo di Giuseppe e Maria. La nostra storia d’amore, che riferisce di questo passaggio dall’Egitto a Nazaret. In questo caso la narrazione della gioia e del dolore è a carico di Maria.

Preghiera
O Angelo della terra, glorioso San Giuseppe, che vedesti il Re del Cielo obbedire ai tuoi cenni, se la tua consolazione nel ricondurlo dall’Egitto si turbò per il timore di Archelao, comunque fosti rassicurato dall’Angelo e ritornasti felicemente a Nazareth con Gesù.
Per questo tuo dolore e per questa tua gioia ottienici che il nostro cuore sia liberato dai timori del male e che possiamo godere la pace della coscienza, viviamo serenamente con Gesù e Maria e fra loro moriamo.

MI GUARDÒ CON UN AMORE INFINITO*

Dopo la notizia della morte di Erode cominciai segretamente a radunare le nostre cose. Eravamo pronti a partire. Pensavamo che fosse conveniente aspettare un po’ per non dare motivo di collegare troppo strettamente la nostra partenza con quella notizia. Invece l’angelo comparve in sogno a Giuseppe abbastanza presto, e lui si alzò, mi svegliò e partimmo, sempre di notte, così da non dover dare spiegazioni a nessuno. 

L’angelo gli aveva detto: 
« Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino » (Mt 2,20). 

L’indicazione era carica di significato, ma generica in quanto al luogo. Avviandoci ci dicevamo: dove andiamo? A Betlemme avevamo una casa, anche se ignoravamo che fine avesse fatto dopo la nostra partenza. Non sapevamo cosa dicessero di noi, che eravamo scomparsi poco prima della strage. Forse avevano collegato i due fatti, e quindi non saremmo stati al sicuro. A Betlemme ci avrebbero riconosciuti. 
« Giuseppe, andiamo dove ci pare meglio. Dio ci lascia liberi, come siamo sempre stati. Per questo non ci dà indicazioni. Gli piace che costruiamo, con suo figlio, una storia vera, fatta di decisioni nostre. Io sono con te, anch’io non mi fido, staremo più sicuri a Nazaret. Manchiamo ormai da alcuni anni. Non sanno più niente di noi. Racconteremo quello che vogliamo. Ci lasceranno in pace ». 

Giuseppe non era convinto. Sentiva la responsabilità della scelta. Ci voleva pensare. Voleva pregare. Si era affezionato al progetto divino che aveva voluto far nascere a Betlemme di Giudea, secondo le Scritture, il figlio dell’Altissimo. E diceva: «Forse questi sono timori nostri. Forse Dio vuole proprio che cresca a Betlemme, dove è nato, perché la gente abbia in futuro più facilità a credere alla sua origine divina quando la rivelerà ». 

Allora io invocai lo Spirito Santo e gli chiesi un’ispirazione, un argomento valido per Giuseppe, così appassionato delle Scritture. Mi ricordai di quello che l’angelo del Signore aveva detto alla madre di San- sone: «Il fanciullo sarà un nazireo di Dio dal seno materno fino al giorno della sua morte » (Gdc 13,7). Giuseppe ne fu colpito: nazireo significa consacrato a Dio, non vuol dire abitante di Nazaret, ma l’assonanza è molto forte. A quel punto Giuseppe aggiunse: « Ti ricordi, Maria, quel passo di Isaia: 

Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse,
un virgulto germoglierà dalle sue radici.
Su di lui si poserà lo spirito del Signore,
spirito di sapienza e d’intelligenza,
spirito di consiglio e di fortezza,
spirito di conoscenza e di timore del Signore.
Si compiacerà del timore del Signore.
Non giudicherà secondo le apparenze
e non prenderà decisioni per sentito dire;
ma giudicherà con giustizia i miseri
e prenderà decisioni eque
per gli umili della terra (Is 11,1-4). 

Iesse è il padre di Davide: le radici di Iesse potremmo essere noi! E se il virgulto è nostro figlio, che meraviglie avrà e compirà! E germoglio in ebraico è nezer! Isaia ci dà un nome di Gesù nascosto tra le Scritture! »

Ero commossa nel notare come lo Spirito San- to ricordasse a Giuseppe passi delle Scritture che si riferivano a noi e nel vedere come lui, uomo, che si sentiva capo della famiglia e capo della donna, come si diceva a quel tempo, fosse capace di darmi retta, di seguirmi nel pensiero, e così partiva un dialogo che ci arricchiva sempre: sapevamo da dove iniziava, ma il punto d’arrivo era sempre una novità e una sorpresa per entrambi. In quel caso, camminando, avevamo tempo per parlare, senza fretta. Non avevamo più l’angoscia della fuga. Lui non aveva da correre in bottega o da consegnare opere ai clienti. Era tutto per me, e per Gesù. 

Negli anni successivi mi ritrovai a volte ad avere nostalgia di quelle lunghe giornate passate insieme a ragionare di Dio e della storia, delle Scritture e di noi, con il desiderio di guardare i tempi con gli occhi di Dio. Anche a me tornò in mente un passo di Isaia che si riferiva in modo sorprendente al nostro passato e, forse, al futuro di Gesù: 

Il popolo che camminava nelle tenebre
ha visto una grande luce;
su coloro che abitavano in terra tenebrosa
una luce rifulse. 
Hai moltiplicato la gioia,
hai aumentato la letizia.
Perché un bambino è nato per noi,
ci è stato dato un figlio.
Sulle sue spalle è il potere 
e il suo nome sarà:
Consigliere mirabile, Dio potente,
Padre per sempre, Principe della pace.
Grande sarà il suo potere
e la pace non avrà fine
sul trono di Davide e sul suo regno,
che egli viene a consolidare e rafforzare
con il diritto e la giustizia,
ora e per sempre (Is 9,1-2.5-6). 

Ricordavamo Betlemme, quella notte di luce, i pastori e ciò che videro e udirono. Le profezie su nostro figlio ci inondavano di commozione e di sicurezza, pur nelle incertezze della vita. 
I nomi che il profeta gli dava erano meravigliosi, e le prospettive di futuro immense. Così, tra nezer e nazireo, Giuseppe si convinse che poteva esserci tra le righe della Scrittura la profezia che il messia sarebbe stato nazareno. Perciò accolse, facendola sua, la mia proposta di ritornare a Nazaret e lì nasconderci nella normalità della confusione della Galilea, luogo di confine. Mi diede una gioia indicibile. Per giunta nella notte, come una carezza di Dio, l’angelo tornò da lui, in sogno, e gli confermò che la destinazione di Gesù sarebbe stata Nazaret, perché «sarà chiamato Nazareno » (Mt 2,23). 

*Giuseppe e Maria. La nostra storia d’amore, cap. XII, pp. 115-120.

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