Senza categoria

TRENT’ANNI DI SACERDOZIO, l’abbraccio di San Giovanni Paolo II e la sua omelia, Domenica 12 ottobre messa alle 10 in Sant’Ildefonso



Chi mi conosce sa che non mi va tanto di parlare di me e di mettermi al centro dell’attenzione. Ma una buona persona che mi conosce mi ha detto: dillo, che è una bella notizia. Ho provato e mi sono accorto, nel dirlo a qualcuno, che fa davvero piacere, induce a pregare, a ringraziare Dio del dono del sacerdozio…Allora mi sono convinto e diffondo la voce: domenica prossima 12 ottobre celebro una Messa alle 10.00, nella parrocchia di Sant’Ildefonso, a Milano, piazza Damiano Chiesa, zona fiera (molto vicina all’entrata dell’autostrada di viale Certosa) in ricordo e ringraziamento dell’ordinazione sacerdotale ricevuta da san Giovanni Paolo II, il 31 maggio del 1984, a san Pietro, Roma. Era la solennità

dell’Ascensione. 

Mi ha invitato il parroco don Antonio Suighi per concludere così le sante quarantore. E’ la mia parrocchia di origine a Milano, in quella zona abitano i miei genitori e i miei fratelli Stefano e Michele con le loro famiglie e i miei nipoti. Fu costruita e inaugurata quando ancora era in vita il card Ildefonso Schuster e in suo onore dedicata a sant’Ildefonso. Lì ho ricevuto per la prima volta il sacramento della confessione, la prima comunione, la cresima…e ho celebrato il 10 giugno di quell’anno la mi prima messa solenne. Era la Solennità della Pentecoste.
Per l’occasione ho cercato una foto dell’ordinazione e mi ha colpito in modo nuovo come il Papa di allora mi stringe con forza nell’abbraccio, come a volermi comunicare tutta la forza di Cristo, di cui lui era così grande portatore. Mi fido alla sua intercessione per ringraziare Dio dei benefici ricevuti e donati senza merito, per chiedere perdono dei peccati chiedere maggiore aiuto. Il secondo dopo il Papa che passava a imporre le mani sul capo dogli ordinandi inginocchiati sul grande tappeto della basilica, era mons. Alvaro del Portillo allora Prelato dell’Opus Dei e da pochi giorni Beato. Una grande compagnia di santi!
Ho ritrovato anche l’omelia dell’ordinazione. Mi colpisce la sinteticità, le parole scolpite nella meditazione. Mi immagino il pugno vigoroso di san Giovanni Paolo II che verga queste parole sul suo scrittoio, davanti al tabernacolo. Ve la propongo per lettura e meditazione. E’ breve e molto incisiva. Eccola:

1. “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra . . .” (Mt 28, 18). Secondo il testo del Vangelo di Matteo queste precise parole sigillano l’opera messianica di Cristo in terra. Esse direttamente precedono anche la sua Ascensione.
“Ogni potere . . .”.
Noi pensiamo al potere secondo le categorie che si riferiscono al dominio dell’ordine sociale, alla giustizia di questo mondo.
Gesù Cristo va oltre queste categorie. Il potere che gli è stato dato in cielo e in terra – il potere che gli è proprio – è la forza di offrire se stesso per la vita del mondo: la potenza della redenzione mediante l’amore.
Questa potenza ha raggiunto il suo zenit nel mistero pasquale. Il sacrificio della croce e la risurrezione sono il culmine di questa potenza.
Mediante l’Eucaristia, quel “potere” di Cristo – la forza di offrire se stesso per la vita del mondo – viene partecipata quotidianamente dalla Chiesa. Diventa il cuore stesso della sua missione e del suo servizio.
Voi, carissimi, ai quali è stato dato di ricevere il Sacramento del sacerdozio nella solennità dell’Ascensione del Signore, dovete averlo costantemente presente davanti agli occhi. Il sacramento del sacerdozio è legato strettamente all’Eucaristia. Cristo condivide con voi in modo del tutto particolare questo “potere” che è stato dato soltanto a lui “in cielo e in terra”.

2. Secondo il testo degli Atti degli apostoli (At 1, 8), Cristo risorto, prima di andare al Padre, ha rivolto queste parole agli apostoli: “Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni”.
Oggi, nel corso della liturgia delle ordinazioni sacerdotali, preghiamo specialmente affinché scenda lo Spirito Santo. Cantiamo “Veni Creator Spiritus”, e ci apriamo con tutto il cuore ai suoi doni. Nella potenza dello Spirito Santo dovete ricevere e accogliere il sacramento del sacerdozio. Egli è creatore di questo sacerdozio in ciascuno di voi: “Creator Spiritus”.
La sua discesa è indispensabile.
Dato che dovete diventare testimoni, indispensabile è la sua discesa, indispensabile è l’intervento interiore della sua potenza.
Voi non avete udito con i vostri orecchi le parole di Gesù di Nazaret. Non lo avete seguito sulle strade di Galilea e di Giudea. Non lo avete visto risorto dopo la crocifissione. Non lo avete visto salire al cielo.
Eppure . . .
Dovete essere testimoni di Cristo crocifisso e risorto, testimoni di colui che “siede alla destra del Padre”.
Dovete essere testimoni di questo potere, che è stato dato a lui – e soltanto a lui – in cielo e in terra.
Anzi, dovete essere amministratori dell’Eucaristia e di tutti i sacramenti, nei quali questo “potere” è partecipato alla Chiesa per la salvezza del mondo.

3. Perciò, oggi, giorno in cui, come Vescovo di Roma, vi ordino sacerdoti, risento in modo particolarmente profondo ciò che leggiamo nella lettera di san Paolo agli Efesini dell’odierna liturgia.
Con le parole di questa lettera prego per voi e in pari tempo formulo voti affinché “il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui”;
perché illumini “gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati” (Ef 1, 17.18).
Proprio così. Che vi faccia comprendere la vocazione che lo Spirito Santo conferma oggi nei vostri cuori col sigillo del sacramento del sacerdozio.
Prego, e di cuore auspico, che il tesoro di gloria racchiuso nella sua eredità fra i santi e “la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi credenti” (Ef 1, 19) rimangano in voi sempre vivi.

4. Accostatevi adesso per ricevere l’ordinazione sacerdotale. Quando vi prostrerete durante le litanie dei santi, si avvicini a ciascuno di voi, nel mistero della sua Ascensione, quel Cristo che è la pienezza: colui la cui pienezza “si realizza interamente in tutte le cose” (Ef 1, 23).

I preparativi per la prima messa solenne li curarono i miei parenti. Io stavo tra Pamplona e Roma per gli studi e l’ordinazione. Mio zio Aldo scelse un’ immagine della Madonna come ricordo. Il bambino Gesù dona una rosa alla Madre. Venerata a san Michele e santa Rita, che è la parrocchia in zona Corvetto dove si sono conosciuti i miei genitori, e dei miei nonni materni e paterni. Proviene dalla demolita chiesa di san Michele alla Chiusa (citata già nel 1171, dice il retro dell’immagine…)
Ogni anno il 31 maggio ricordo l’ordinazione con la festa della visitazione di Maria. Il 10 giugno, prima Messa era Pentecoste: era presente Maria. Il 12 ottobre, trent’anni dopo, è una festa mariana molto cara a san Josemarìa, la Madonna del Pilar, venerata a Saragozza, dove lui fece gli studi da seminarista. Mi affido a Maria, madre di Dio e nostra, per proseguire nel cammino aiutato dallo Spirito Santo, dagli angeli e dai santi del cielo, e dall’affetto e dal sostegno di tante sorelle e fratelli in Cristo. Il cento per uno.


Senza categoria

IO HO SCELTO VOI, Gesù ci ha amati chiamandoci a vivere la sua vita. Meditazione audio

La terza meditazione del corso su “Come io ho amato voi”, si sofferma sull’atto d’amore della chiamata da parte di Gesù a seguirlo, a vivere la sua stessa vita. Si vuole riflettere sul fatto che Gesù ci ha amato, scegliendoci, come Dio, dall’eternità,  prima che il mondo fosse, e poi, nella storia, durante la nostra vita, comunicandoci questa sua scelta eterna nel modo che ha ritenuto migliore per ciascun di noi.

Per ascoltare la meditazione o scaricarla, cliccare qui.

Senza categoria

IL SEGRETO STA IN UNO SGUARDO, Quattro brevi discorsi di Papa Francesco sul Sinodo, dal 4 al 6 ottobre

Stiamo vicini al Papa Francesco, con la  preghiera per il Sinodo straordinario sulla Famiglia. Giornali e altri mezzi di comunicazione ne parlano. Ma è bello poter leggere e meditare tutte le sue parole. Negli ultimi tre giorni ha fatto ben quattro brevi interventi: durante la veglia di preghiera in piazza san Pietro, nella messa domenicale, all’Angelus, e nel saluto ai Padri sinodali. Nel rileggerli per intero possiamo più facilmente entrare in sintonia con il suo cuore e il suo pensiero, e così pregare in unità.

Veglia di Preghiera impreparazione al Sinodo sulla famiglia, sabato 4 ottobre 2014, piazza San Pietro

Care famiglie, buonasera!
scende ormai la sera sulla nostra assemblea. È l’ora in cui si fa volentieri ritorno a casa per ritrovarsi alla stessa mensa, nello spessore degli affetti, del bene compiuto e ricevuto, degli incontri che scaldano il cuore e lo fanno crescere, vino buono che anticipa nei giorni dell’uomo la festa senza tramonto.

È anche l’ora più pesante per chi si ritrova a tu per tu con la propria solitudine, nel crepuscolo amaro di sogni e di progetti infranti: quante persone trascinano le giornate nel vicolo cieco della rassegnazione, dell’abbandono, se non del rancore; in quante case è venuto meno il vino della gioia e, quindi, il sapore — la sapienza stessa — della vita… Degli uni e degli altri questa sera ci facciamo voce con la nostra preghiera, una preghiera per tutti.
È significativo come – anche nella cultura individualista che snatura e rende effimeri i legami – in ogni nato di donna rimanga vivo un bisogno essenziale di stabilità, di una porta aperta, di qualcuno con cui intessere e condividere il racconto della vita, di una storia a cui appartenere. La comunione di vita assunta dagli sposi, la loro apertura al dono della vita, la custodia reciproca, l’incontro e la memoria delle generazioni, l’accompagnamento educativo, la trasmissione della fede cristiana ai figli…: con tutto questo la famiglia continua ad essere scuola senza pari di umanità, contributo indispensabile a una società giusta e solidale (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 66-68). E più le sue radici sono profonde, più nella vita è possibile uscire e andare lontano, senza smarrirsi né sentirsi stranieri ad alcuna terra. Quest’orizzonte ci aiuta a cogliere l’importanza dell’Assemblea sinodale che si apre domani.
Già il convenire in unum attorno al Vescovo di Roma è evento di grazia, nel quale la collegialità episcopale si manifesta in un cammino di discernimento spirituale e pastorale. Per ricercare ciò che oggi il Signore chiede alla Sua Chiesa, dobbiamo prestare orecchio ai battiti di questo tempo e percepire l’«odore» degli uomini d’oggi, fino a restare impregnati delle loro gioie e speranze, delle loro tristezze e angosce (cfr Gaudium et spes, 1). A quel punto sapremo proporre con credibilità la buona notizia sulla famiglia.
Conosciamo, infatti, come nel Vangelo ci siano una forza e una tenerezza capaci di vincere ciò che crea infelicità e violenza. Si, nel Vangelo c’è la salvezza che colma i bisogni più profondi dell’uomo! Di questa salvezza — opera della misericordia di Dio e sua grazia — come Chiesa siamo segno e strumento, sacramento vivo ed efficace (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 112). Se così non fosse, il nostro edificio resterebbe solo un castello di carte e i pastori si ridurrebbero a chierici di stato, sulle cui labbra il popolo cercherebbe invano la freschezza e il “profumo del Vangelo” (Ibid., 39).
Emergono così, in questa cornice, i contenuti della nostra preghiera. Dallo Spirito Santo per i padri sinodali chiediamo, innanzitutto, il dono dell’ascolto: ascolto di Dio, fino a sentire con Lui il grido del popolo; ascolto del popolo, fino a respirarvi la volontà a cui Dio ci chiama. Accanto all’ascolto, invochiamo la disponibilità a un confronto sincero, aperto e fraterno, che ci porti a farci carico con responsabilità pastorale degli interrogativi che questo cambiamento d’epoca porta con sé. Lasciamo che si riversino nel nostro cuore, senza mai perdere la pace, ma con la serena fiducia che a suo tempo non mancherà il Signore di ricondurre a unità. La storia della Chiesa – lo sappiamo – non ci racconta forse di tante situazioni analoghe, che i nostri padri hanno saputo superare con ostinata pazienza e creatività?
Il segreto sta in uno sguardo: ed è il terzo dono che imploriamo con la nostra preghiera. Perché, se davvero intendiamo verificare il nostro passo sul terreno delle sfide contemporanee, la condizione decisiva è mantenere fisso lo sguardo su Gesù Cristo, sostare nella contemplazione e nell’adorazione del suo volto. Se assumeremo il suo modo di pensare, di vivere e di relazionarsi, non faticheremo a tradurre il lavoro sinodale in indicazioni e percorsi per la pastorale della persona e della famiglia. Infatti, ogni volta che torniamo alla fonte dell’esperienza cristiana si aprono strade nuove e possibilità impensate. È quanto lascia intuire l’indicazione evangelica: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela” (Gv 2,5). Sono parole che contengono il testamento spirituale di Maria, “amica sempre attenta perché non venga a mancare il vino nella nostra vita” (Esort. ap. Evangelii gaudium, 286). Facciamole nostre!
A quel punto le tre cose: il nostro ascolto e il nostro confronto sulla famiglia, amata con lo sguardo di Cristo, diventeranno un’occasione provvidenziale con cui rinnovare – sull’esempio di San Francesco – la Chiesa e la società. Con la gioia del Vangelo ritroveremo il passo di una Chiesa riconciliata e misericordiosa, povera e amica dei poveri; una Chiesa in grado di “vincere con pazienza e amore le afflizioni e le difficoltà che le vengono sia da dentro che da fuori” (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. sulla Chiesa Lumen gentium, 8).
Possa soffiare il Vento della Pentecoste sui lavori sinodali, sulla Chiesa, sull’umanità intera. Sciolga i nodi che impediscono alle persone di incontrarsi, sani le ferite che sanguinano, tanto, riaccenda la speranza; c’è tanta gente senza speranza! Ci conceda quella carità creativa che consente di amare come Gesù ha amato. E il nostro annuncio ritroverà la vivacità e il dinamismo dei primi missionari del Vangelo.

Omelia nella santa Messa per l’apertura del Sinodo sulla famiglia, domenica 5 ottobre 2014
Oggi il profeta Isaia e il Vangelo utilizzano l’immagine della vigna del Signore. La vigna del Signore è il suo “sogno”, il progetto che Egli coltiva con tutto il suo amore, come un contadino si prende cura del suo vigneto. La vite è una pianta che richiede molta cura!
Il “sogno” di Dio è il suo popolo: Egli lo ha piantato e lo coltiva con amore paziente e fedele, perché diventi un popolo santo, un popolo che porti tanti buoni frutti di giustizia.
Ma sia nell’antica profezia, sia nella parabola di Gesù, il sogno di Dio viene frustrato. Isaia dice che la vigna, tanto amata e curata, «ha prodotto acini acerbi» (5,2.4), mentre Dio «si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi» (v. 7). Nel Vangelo, invece, sono i contadini a rovinare il progetto del Signore: essi non fanno il loro lavoro, ma pensano ai loro interessi.
Gesù, con la sua parabola, si rivolge ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo, cioè ai “saggi”, alla classe dirigente. Ad essi in modo particolare Dio ha affidato il suo “sogno”, cioè il suo popolo, perché lo coltivino, ne abbiano cura, lo custodiscano dagli animali selvatici. Questo è il compito dei capi del popolo: coltivare la vigna con libertà, creatività e operosità.
Dice Gesù che però quei contadini si sono impadroniti della vigna; per la loro cupidigia e superbia vogliono fare di essa quello che vogliono, e così tolgono a Dio la possibilità di realizzare il suo sogno sul popolo che si è scelto.
La tentazione della cupidigia è sempre presente. La troviamo anche nella grande profezia di Ezechiele sui pastori (cfr cap. 34), commentata da sant’Agostino in un suo celebre Discorso che abbiamo appena riletto nella Liturgia delle Ore. Cupidigia di denaro e di potere. E per saziare questa cupidigia i cattivi pastori caricano sulle spalle della gente pesi insopportabili che loro non muovono neppure con un dito (cfr Mt 23,4).
Anche noi, nel Sinodo dei Vescovi, siamo chiamati a lavorare per la vigna del Signore. Le Assemblee sinodali non servono per discutere idee belle e originali, o per vedere chi è più intelligente… Servono per coltivare e custodire meglio la vigna del Signore, per cooperare al suo sogno, al suo progetto d’amore sul suo popolo. In questo caso, il Signore ci chiede di prenderci cura della famiglia, che fin dalle origini è parte integrante del suo disegno d’amore per l’umanità.
Noi siamo tutti peccatori e anche per noi ci può essere la tentazione di “impadronirci” della vigna, a causa della cupidigia che non manca mai in noi esseri umani. Il sogno di Dio si scontra sempre con l’ipocrisia di alcuni suoi servitori. Noi possiamo “frustrare” il sogno di Dio se non ci lasciamo guidare dallo Spirito Santo. Lo Spirito ci dona la saggezza che va oltre la scienza, per lavorare generosamente con vera libertà e umile creatività.
Fratelli Sinodali, per coltivare e custodire bene la vigna, bisogna che i nostri cuori e le nostre menti siano custoditi in Gesù Cristo dalla «pace di Dio che supera ogni intelligenza», (Fil 4,7). Così i nostri pensieri e i nostri progetti saranno conformi al sogno di Dio: formarsi un popolo santo che gli appartenga e che produca i frutti del Regno di Dio (cfr Mt 21,43).

Angelus, in piazza san Pietro, domenica 5 ottobre 2014
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Questa mattina, con la concelebrazione eucaristica nella Basilica di San Pietro, abbiamo inaugurato l’Assemblea Generale Straordinaria del Sinodo dei Vescovi. I Padri sinodali, provenienti da ogni parte del mondo, insieme con me vivranno due intense settimane di ascolto e di confronto, fecondate dalla preghiera, sul tema “Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione”.
Oggi la Parola di Dio presenta l’immagine della vigna come simbolo del popolo che il Signore si è scelto. Come una vigna, il popolo richiede tanta cura, richiede un amore paziente e fedele. Così fa Dio con noi, e così siamo chiamati a fare noi Pastori. Anche prendersi cura della famiglia è un modo di lavorare nella vigna del Signore, perché produca i frutti del Regno di Dio (cfr Mt 21,33-43).
Ma perché la famiglia possa camminare bene, con fiducia e speranza, bisogna che sia nutrita dalla Parola di Dio. Per questo è una felice coincidenza che proprio oggi i nostri fratelli Paolini abbiano voluto fare una grande distribuzione della Bibbia, qui in Piazza e in tanti altri luoghi. Ringraziamo i nostri fratelli Paolini! Lo fanno in occasione del Centenario della loro fondazione, da parte del beato Giacomo Alberione, grande apostolo della comunicazione. Allora oggi, mentre si apre il Sinodo per la famiglia, con l’aiuto dei Paolini possiamo dire: una Bibbia in ogni famiglia! “Ma Padre, noi ne abbiamo due, tre…..”. Ma dove le avete nascoste?… La Bibbia non per metterla in uno scaffale, ma per tenerla a portata di mano, per leggerla spesso, ogni giorno, sia individualmente che insieme, marito e moglie, genitori e figli, magari la sera, specialmente la domenica. Così la famiglia cresce, cammina, con la luce e la forza della Parola di Dio!
Invito tutti a sostenere i lavori del Sinodo con la preghiera, invocando la materna intercessione della Vergine Maria. In questo momento, ci associamo spiritualmente a quanti, nel Santuario di Pompei, elevano la tradizionale «Supplica» alla Madonna del Rosario. Che ottenga la pace, alle famiglie e al mondo intero!
Angelus Domini…

Saluto del Santo Padre Francesco ai Padri sinodali, Lunedì 6 ottobre 2014

Eminenze, Beatitudini, Eccellenze, fratelli e sorelle,
vi do il mio cordiale benvenuto a questo incontro e vi ringrazio di cuore per la vostra premurosa e qualificata presenza e assistenza.
A nome vostro, vorrei esprimere il mio vivo e sentito ringraziamento a tutte le persone che hanno lavorato con dedizione, con pazienza e con competenza, per lunghi mesi, leggendo, valutando, ed elaborando i temi, i testi e i lavori di questa Assemblea Generale Straordinaria.
Permettetemi di rivolgere un particolare e cordiale ringraziamento al Cardinale Lorenzo Baldisseri, Segretario Generale del Sinodo, a Mons. Fabio Fabene, Sotto-segretario, e unitamente a loro a tutti i relatori, gli scrittori, i consultori, i traduttori e a tutto il personale della segreteria del Sinodo dei Vescovi. Hanno lavorato instancabilmente, e continuano a lavorare, per il buon esito del presente Sinodo: grazie davvero tanto e che il Signore vi ricompensi!
Ringrazio ugualmente il consiglio post-sinodale, il relatore e il Segretario Generale; le Conferenze Episcopali che hanno lavorato davvero tanto e, con loro, ringrazio i tre Presidenti delegati …
Ringrazio anche voi, cari cardinali, patriarchi, vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose, laici e laiche per la vostra presenza e per la vostra partecipazione che arricchisce i lavori e lo spirito di collegialità e di sinodalità per il bene della Chiesa e delle famiglie! Anche questo spirito di sinodalità, ho voluto che fosse nella elezione del relatore, del segretario generale e dei presidenti delegati. I primi due sono stati eletti direttamente dal Consiglio post-sinodale, eletto anch’esso dai partecipanti dell’ultimo Sinodo. Invece, siccome i presidenti delegati devono essere scelti dal Papa, ho chiesto alla stesso Consiglio post-sinodale di proporre dei nomi, ed ho nominato coloro che il Consiglio mi ha proposto.
Voi portate la voce delle Chiese particolari, radunate a livello di Chiese locali mediante le Conferenze Episcopali. La Chiesa universale e le Chiese particolari sono di istituzione divina; le Chiese locali così intese sono di istituzione umana. Questa voce voi la porterete in sinodalità. E’ una grande responsabilità: portare le realtà e le problematiche delle Chiese, per aiutarle a camminare su quella via che è il Vangelo della famiglia.
Una condizione generale di base è questa: parlare chiaro. Nessuno dica: “Questo non si può dire; penserà di me così o così…”. Bisogna dire tutto ciò che si sente con parresia. Dopo l’ultimo Concistoro (febbraio 2014), nel quale si è parlato della famiglia, un Cardinale mi ha scritto dicendo: peccato che alcuni Cardinali non hanno avuto il coraggio di dire alcune cose per rispetto del Papa, ritenendo forse che il Papa pensasse qualcosa di diverso. Questo non va bene, questo non è sinodalità, perché bisogna dire tutto quello che nel Signore si sente di dover dire: senza rispetto umano, senza pavidità. E, al tempo stesso, si deve ascoltare con umiltà e accogliere con cuore aperto quello che dicono i fratelli. Con questi due atteggiamenti si esercita la sinodalità.
Per questo vi domando, per favore, questi atteggiamenti di fratelli nel Signore: parlare con parresia e ascoltare con umiltà.
E fatelo con tanta tranquillità e pace, perché il Sinodo si svolge sempre cum Petro et sub Petro, e la presenza del Papa è garanzia per tutti e custodia della fede.
Cari fratelli, collaboriamo tutti quanti perché si affermi con chiarezza la dinamica della sinodalità. Grazie.

Senza categoria

“ACCENDI UNA LUCE IN FAMIGLIA”, preghiera in famiglia per il Sinodo in unione con il Papa Francesco

In vista dell’inizio della
III Assemblea Generale Straordinaria del Sinodo dei Vescovi 
sul tema:
“Le sfide pastorali della famiglia nel contesto dell’evangelizzazione”, 
la CEI invita oggi in Piazza san Pietro alla preghiera e chi vuole a pregare in famiglia con il formulario che copio di seguito: 


“ACCENDI UNA LUCE IN FAMIGLIA”
Preghiera nella comunità domestica in comunione con Papa Francesco
Sul far della sera la famiglia si riunisce in casa per la preghiera. Ove fosse possibile si suggerisce di unirsi ad altre famiglie e/o a persone sole del vicinato. Ciascun nucleo familiare si procuri un lume.
Papà/mamma:
Cari… (nomi dei familiari presenti), siamo riuniti nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
R. Amen.
Il figlio più giovane:
Papà/mamma, perché questa sera preghiamo in questo modo particolare? Perché avete preparato questo lume?
Papà/mamma:
Papa Francesco vuole bene a tutte le famiglie del mondo e ha pensato di invitare a Roma numerosi Vescovi di diverse nazioni, per partecipare a una riunione che si chiama Sinodo dei Vescovi.
Da domani, per due settimane, questi Vescovi pregheranno insieme, rifletteranno, si confronteranno e cercheranno i modi più adatti per sostenere e per comprendere meglio il dono che noi siamo come famiglia. Desiderano aiutarci ad affrontare i problemi che incontriamo nella nostra vita.

Questo Sinodo è un avvenimento che ha suscitato tante speranze, ma è anche un impegno molto delicato. Perciò, Papa Francesco ha detto:
“Vi chiedo di pregare intensamente lo Spirito Santo, affinché illumini i Padri del Sinodo e li guidi nel loro impegnativo compito”.
Ecco perché in questo momento vogliamo pregare per loro.


INVOCAZIONE ALLO SPIRITO SANTO
(Papà e mamma si alternano)
Spirito Santo, Amore del Padre e del Figlio R. Scendi su di noi
Spirito Santo, dono di Cristo risorto            R. 
Spirito Santo, guida dei pastori                    R. 
Spirito Santo, maestro interiore                   
R. 
Spirito Santo, luce di verità                         R. 
Spirito Santo, acqua che dà vita                  
R. 
Spirito Santo, fuoco che riscalda                
R. Rimani in noi
Spirito Santo, vento che spinge al largo     R. 
Spirito Santo, fonte di comunione             R. 
Spirito Santo, sorgente di fedeltà              R. 
Spirito Santo, custode dell’unità R.

PROCLAMAZIONE DEL VANGELO
Ascoltate la Parola del Signore dal Vangelo secondo Matteo (5,1316)
Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A nullʹaltro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli.


ACCENSIONE DEL LUME
1. Il Signore è la luce che illumina il mondo. R. Gloria, cantiamo al Signore!
2. Il Signore è la luce che vince la notte. R. “
3. Il Signore è la luce sul nostro cammino. R. “

Preghiera alla Santa Famiglia per il Sinodo
(a cori alterni)
1. Gesù, Maria e Giuseppe
in voi contempliamo
lo splendore dell’amore vero, a voi con fiducia ci rivolgiamo.


2. Santa Famiglia di Nazareth,
rendi anche le nostre famiglie
luoghi di comunione e cenacoli di preghiera, autentiche scuole del Vangelo
e piccole Chiese domestiche.
3. Santa Famiglia di Nazareth,
mai più nelle famiglie si faccia esperienza di violenza, chiusura e divisione: chiunque è stato ferito o scandalizzato conosca presto consolazione e guarigione.


4. Santa Famiglia di Nazareth,
il prossimo Sinodo dei Vescovi
possa ridestare in tutti la consapevolezza
del carattere sacro e inviolabile della famiglia, la sua bellezza nel progetto di Dio.


Tutti insieme:
Gesù, Maria e Giuseppe
ascoltate, esaudite la nostra supplica.


Papà/mamma:
Vogliamo pregare per tutte le famiglie, perché siano sale della terra e luce del mondo. Non possiamo dimenticare quelle che non sono libere di manifestare la loro fede; quelle che sono vittime della guerra e delle più diverse forme di ingiustizia e di povertà; quelle dove si soffre per qualche malattia o perché si fa fatica ad andare d’accordo.
Preghiamo in silenzio per qualche istante.
(pausa)
E ora osiamo dire la preghiera dei “figli della luce”, che abbiamo ricevuto in dono nel Battesimo:
Padre nostro.

Collocazione del lume
Nel giorno del Battesimo, il Signore ha fatto diventare anche noi “luce del mondo”.
Adesso mettiamo il lume acceso sul davanzale di una finestra della nostra casa, come segno di comunione con Papa Francesco, con tutte le famiglie in preghiera a Roma in Piazza San Pietro, nei gruppi parrocchiali o diocesani e nelle loro abitazioni. Il lume sia anche un richiamo per i passanti: la famiglia è un bene prezioso non solo per i cristiani, ma per tutti gli uomini, per l’intera società.

SEGNO DELLA CROCE
I genitori tracciano il segno della Croce sulla fronte dei figli, come fecero nel giorno del Battesimo, dicendo a ciascuno:
N., ti segno con il segno della Croce. Il Signore ti protegga sempre.
R. Amen.
Un componente della famiglia conclude la preghiera:
Il Signore Gesù,
che visse con la sua famiglia nella casa di Nazaret rimanga sempre con noi,
ci preservi da ogni male
e ci conceda di essere un cuor solo e un’anima sola.

R. Amen.
Senza categoria

IL VALORE DELLA STORIA E LA SORPRESA DI DIO, Elena Colombetti parla di “SORPRESI DALL’AMORE” su Studi Cattolici

Caravaggio. Lazzaro Risuscitato
Sorpresi dall’Amore è un libro che promette bene fin dal titolo. Anche a me che ne sono l’autore sta regalando in questi mesi tante belle sorprese. Fra queste va annoverata l’ampia recensione della prof.ssa Elena Colombetti, ricercatrice di Filosofia Morale presso l’Università Cattolica di Milano, che Studi Cattolici ha pubblicato nel numero di luglio-agosto e che qui riporto, anche con le fotografie dei quadri che l’editore ha scelto per illustrarla. Ampia, dicevo ma che si legge tutta d’un fiato. Mi racconta molto di quanto il libro provoca nel lettore. Più di quanto io mi potessi immaginare.
C’è differenza tra la semplice fotografia di un volto e un ritratto: mentre la prima fissa un istante fugace che, in quanto tale, è già passato, il secondo vuole cogliere ed esprimere attraverso l’immagine la personalità e l’interiorità di chi è raffigurato. Nonostante l’immobilità della figura, ciò che appare è lo scorcio di un’identità dalle radici profonde, dove anche la storia ha lasciato la sua traccia. Identità e storia: una persona non è mai circoscrivibile a ciò che emerge in un punto del tempo e la sua compiuta conoscenza richiederebbe l’impossibile narrazione dell’intera vita, di ciò che è noto e di ciò che è nascosto. Qualunque semplificazione che cerchi di ricondurre uomini e donne ad un particolare, definendoli attraverso una nota caratteristica o alcune loro azioni, fa loro torto, li condanna ad una oggettualità che non rende ragione di ciò che sono. è una tentazione a cui nelle relazioni facilmente si cede, con fin troppa leggerezza, rifugiandosi nella sicurezza offerta dalla definizione semplificatoria, nella catalogazione che permette di gestire il rapporto con l’altro secondo categorie ben definite e dalle caratteristiche prevedibili. Lo troviamo anche nei racconti evangelici: tu sei il cieco dalla nascita che chiede l’elemosina (e qualcuno ha peccato per questo, tu o i tuoi genitori), quella donna è una peccatrice, questo è un dottore della Legge mentre Zaccheo è un pubblicano. Se questa catalogazione non può esprimere né cogliere l’unicità dei soggetti, la loro irripetibile identità, allo stesso tempo manifesta l’incapacità avvertita di conoscere veramente chi l’altro sia. 


“Prima che Filippo ti chiamasse…”

Anche il migliore dei ritratti non può che peccare di parzialità. Nessuno è testimone della vita intera, e persino il ricordo personale della propria storia è sempre deficitario, accantona particolari, eventi, pensieri. Eppure esiste un testimone che di tutto fa memoria, che non lascia che l’identità si perda nel tempo scivolando nell’irrimediabile non essere del passato. Solo chi è testimone intimo di tutti gli istanti della propria vita, anche quelli il cui carico si gioca nel profondo dell’anima, ed è capace di mantenerli vivi nel presente può dire di conoscere veramente chi sia l’altro. Il dialogo tra Natanaele e Gesù di Nazareth è un riverbero di questa profondità; la sorpresa di sentirsi compreso così intimamente trova voce nella domanda che è quasi un’esclamazione: «come mi conosci?» (Gv 1,48), e la risposta di Cristo «prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto» (Gv 1,48). Solo Dio è così intimo all’uomo da svelare l’uomo a se stesso, da permettergli di raccogliere la propria storia senza timore, qualunque essa sia stata, mostrandogli il senso e la direzione, la grandezza a cui è chiamato. 
La condizione di possibilità perché la storia che si fa identità e l’identità che si fa storia sia accolta senza paura è, però, che lo sguardo del testimone non sia né indifferente, né di condanna. L’indifferenza non restituisce identità e la condanna paralizza. L’irreversibilità dell’accaduto può schiacciare come un fardello insopportabile se non è redento da una prospettiva che lo sana senza distruggerlo. Uno sguardo che dimenticasse l’accaduto sarebbe sempre sospetto perché non possiamo fingere l’inesistenza della storia e delle nostre azioni: rimarrebbe sempre il timore che la comprensione non sia vera e sia frutto di un errore, la paura di non essere i veri destinatari di questo essere presi-con-sé, perché tale accoglienza ha pagato il prezzo della rimozione di un tratto della nostra storia-identità. Abbiamo invece bisogno di essere accolti interamente, senza finzioni, senza il timore che, un domani, ciò che è stato accantonato diventi rilevante. Se nei rapporti umani il velo del sospetto, della paura di perdere il consenso, può sempre affacciarsi e gettare un’ombra sulla sicurezza dell’amore, con Dio no. Perché l’amore di Dio per noi è previo a qualsiasi nostro atto, non è conquistato e non è minato dalla debolezza, né dal tradimento. é un amore che fa essere e che non si arresta davanti al male, che va in cerca dell’amato. Addirittura si preoccupa di avvisarci della nostra debolezza: «viene l’ora, anzi è già venuta, in cui voi sarete dispersi, ciascuno per conto suo, e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me» (Gv 16); «io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli» (Lc9,32). Ci avvisa in anticipo perché la lotta che dobbiamo sostenere, e persino la sconfitta, non ci sconcerti e non ci distolga da quell’amore che non ha paura della nostra caduta. Ed è proprio questa la prima nota che colpisce nelle pagine del testo di Andrea Mardegan: la narrazione degli incontri dei personaggi con Cristo svela la sorpresa dell’incontro con uno sguardo di amore che cuce la storia a partire da quel bene che forse gli stessi protagonisti non riescono più a vedere o che temono sia troppo debole. 

Tredici incontri

Tredici quadri del Vangelo, tredici personaggi, tredici storie. Storie intime e vere che si affacciano col loro carico di fatti, errori, delusioni, speranze, coraggio e fiducia. Storie che Mardegan fa emergere leggendo tra le righe del Vangelo – non è un caso che il medesimo autore mantenga un blog che porta proprio questo titolo -, facendo venire alla luce la verità profonda di uomini e donne che, alcuni senza neanche averlo cercato, si incontrano con Cristo. Non in modo qualsiasi, ma personale, a tu per tu. Non importa la folla che molte volte fa da sfondo a questi incontri. Non importa il giudizio severo e carico di incomprensione che altri possono rivolgere al protagonista. Non importa neanche il giudizio che quegli stessi uomini e donne danno su di sé. Importa invece che si stanno avvicinando all’abisso di amore, misericordia e tenerezza di Cristo. Importa lo sguardo che Gesù ha per loro, per loro soltanto: nessuno è anonimo in queste storie, anche se il Vangelo non sempre ci ha trasmesso i nomi delle persone di cui parla. Forse perché il nome proprio, quello vero, è un segreto tra Dio e l’uomo: «Al vincitore darò la manna nascosta e una pietruzza bianca, sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all’infuori di chi lo riceve» (Ap 2,17). Dalle pagine del testo si scopre come Cristo cerchi ognuno in modo diverso, sempre unico, perché unica è la persona che gli sta davanti: i suoi sono sempre gesti e parole che rispondono alla vita concreta di ciascuno, che manifestano l’amore singolare, personale. 
La narrazione in prima persona rende gli incontri vivi e veri: il lettore si trova così ad osservare Gesù entrando nel Vangelo, riconoscendo qualcosa di sé nell’adultera col suo carico di sofferenza, in Nicodemo che cerca la verità e fatica a capire, nella donna che dalla folla vuole fare un complimento a quel Rabbì così speciale, in Pietro seccato dopo una notte infruttuosa di pesca e che tiene le distanze da Gesù che predica, nell’uomo alla piscina di Siloe frustrato dall’attesa, persino nel secondo condannato a morte accanto a Cristo che negli spasimi dell’agonia assiste al dialogo tra Dema e Gesù di cui incrocia lo sguardo, che si sorprende di saper ancora piangere e che, guardando Maria ai piedi della croce, è punto da un’infinita nostalgia. Sì, perché quello che emerge in queste pagine è proprio la verità della storia umana, il valore del tempo e anche della lotta intima che si svolge nel cuore di ognuno e che agli occhi di Dio trova spazio e giustificazione. Non sono fiabe quelle che si intravedono, dove l’eroe è integerrimo e senza paura, difensore senza tentennamenti del bene. Sono invece vicende in cui il bene che alberga nel fondo di ognuno si intreccia con la paura, con il bisogno di essere amati, con l’orgoglio, con la stizza nei confronti della vita troppo dura, con gli ideali così faticosi da tradurre in opere, con la debolezza e i peccati, col dubbio. Ed è bello vedere come Dio-Uomo non condanni quelle lotte, ma le ricomponga in uno sguardo ammirato per la sua creatura. Come lo sguardo verso la donna samaritana che si avvicina al pozzo e che ha avuto cinque mariti: «Gesù la contempla: ecco l’opera delle mie mani, l’ultima creatura, quella che Dio vide che “era cosa molto buona” (Gen 1,3) e bella. Ed ecco il lavoro delle sue mani, che mio Padre sempre ammira. Eppure c’è anche quell’assenza di gioia; un disordine del cuore che lei da sola non può sistemare. (…) Voglio darle un aiuto, dunque le chiederò un aiuto. Le farò così capire che ha valore per me la sua fatica e che ho bisogno della sua cura» (p18). Cristo ama la sua creatura e viene in suo soccorso. Non astrattamente, con una generica assoluzione alla folla, ma riconoscendo la sua bellezza individuale, la sua storia concreta. E la sua lotta interiore, che acquista diritto di cittadinanza.

Sorpresi dall’Amore

Il cristianesimo porta con sé un profondo senso del tempo. Il tempo storico ha un inizio e una fine, ma più ancora ha un apice, quando, come scrive von Balthasar, il tutto entra nel frammento, l’eternità irrompe nel divenire. La storia della salvezza è, appunto, una storia, si dipana nel tempo, lo comprende e in esso si svolge, con un senso che lo trascende ma senza essere talmente altro dal divenire dell’esistenza umana. Dio parla nella storia, in quella universale e in quella personale. Non addita un compimento che nulla ha a che vedere con il mondo, ma svela il compimento come compiutezza. Agostino, nelle Confessioni, rilegge tutta la sua esistenza alla luce dell’incontro con Colui che il suo cuore ha sempre cercato senza saperlo, un incontro che gli svela il senso e la verità a cui tanto anelava. Ed è proprio nell’aprire le prime pagine del suo testo più famoso che troviamo il gioco, a cui è difficile dare parola, dell’immanenza e trascendenza di Dio; Agostino lo esprime con una orazione piena di domande, incalzante: «bisogna invocarti prima di incontrarti? Come si può invocarti senza conoscerti? (..) o piuttosto bisogna invocarti, per incontrarti?» e continua: «E come invocherò il mio Dio, il mio Dio e Signore, se in-vocarlo è chiamarlo dentro di me? E dove è in me lo spazio per accogliere il mio Dio? (…) Non esisterei se io non fossi in te: perché da te e per te ogni cosa esiste.» (Confessioni, libro I,) Dio in cui tutto esiste si fa paradossalmente incontro all’uomo, si lascia trovare. Più ancora: Egli stesso lo cerca, come leggiamo sin dalle prime battute della storia, quando l’uomo e la donna si nascondono nel Giardino e risuona la voce paterna di Dio: “dove sei?” (Gn 3,9). è questa stessa dinamica che la penna di Mardegan fa affiorare nell’affresco dei tredici racconti evangelici: Dio che è già lì, nella profondità irripetibile di ciascuno e che al tempo stesso chiede di entrare. Non passa semplicemente in prossimità della vita di ognuno, ma si fa avanti: «ecco, io sto alla porta e busso» (Ap 3,20). 

Una ricerca di uomini e donne in tutta la loro realtà, anima e corpo, non di angeli. Gesù, Dio-Uomo, non disprezza il corpo che Lui stesso ha creato e che ha assunto per sempre nella sua identità, non elimina il suo linguaggio dell’amore come inadeguato: le profonde e serene pagine del libro di Mardegan aiutano anche a soffermarsi sui particolari che troviamo nel racconto evangelico in cui si parla di sguardi, di baci e di carezze, di mani che fanno percepire la vicinanza. Gesù prende per mano e porta in disparte, è grato per la tenerezza delle sue creature, per la donna che parla della gioia di chi ha potuto allattarlo al seno, per i baci e il profumo di chi non ha altre parole per manifestare il suo amore, accoglie le lacrime di Marta e Maria e piange con loro. Come si legge nel racconto della vicenda di Lazzaro, Gesù ha «una voglia matta di andare» (p.86) dai suoi amici che soffrono. Qualunque cosa accada, non demorde. Quello che si scopre è un amore tenero e caparbio, non sbattuto in faccia come una condanna, ma che attira. «Il Maestro mi guarda in modo diverso da tutti gli altri. Mi lascio guardare mentre chiudo gli occhi» (p.78). Persino le parole di rimprovero del Vangelo si rivelano allora come una carezza per muovere l’animo, perché anche chi le riceve, come il fariseo Simone, ha una storia di lotta e Gesù è lì per lui, per riconquistarne, senza violenza e con inedita cura, il cuore. Il titolo del testo regalatoci da Andrea Mardegan non poteva essere più adeguato: sorpresi dall’Amore.

Duccio di Boninsegna. Gesù e Pietro

Senza categoria

LA MISERICORDIA RENDE PURI, dal discorso di san Leone Magno sulle beatitudini

statua di san Leone Magno a Cairano di cui è santo patrono
Nella domenica 23esima dell’anno, nell’Ufficio delle Letture della Liturgia delle Ore, si legge una perla di san Leone Magno, dal discorso 95 sulle beatitudini. Sappiamo che la prossima Giornata Mondiale della Gioventù del 2016 a Cracovia, avrà come tema: “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia”, e che Papa Francesco spesso cita le beatitudini come orizzonte nel quale confrontare la nostra vita cristiana e dal quale trarre ispirazione. Nel quale leggere i comandamenti. 
In questo contesto assume ulteriore luminosità questo stralcio del discorso di san Leone Magno. I lettori potranno notare come in pochi passaggi il santo Papa collega la beatitudine sulla fame e sete della giustizia a quella dei misericordiosi che a sua volta collega in modo sorprendente con la beatitudine dei puri di cuore che vedranno Dio, e quindi alla contemplazione della vita eterna! Il collegamento è questo: è la misericordia, é l’elemosina ( nel senso ampio di generoso dono agli altri dei propri beni, del proprio tempo, del proprio cuore) che rende puri di cuore! Buona lettura e meditazione.

Dal «Discorso sulle beatitudini» di san Leone Magno, papa

(Disc. 95, 6-8; PL 54, 464-465)


   Il Signore dice: «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati» (Mt 5, 6). Questa fame non ha nulla a che vedere con la fame corporale e questa sete non chiede una bevanda terrena, ma desidera di avere la sua soddisfazione nel bene della giustizia. Vuole essere introdotta nel segreto di tutti i beni occulti e brama di riempirsi dello stesso Signore.
   Beata l’anima che aspira a questo cibo e arde di desiderio per questa bevanda. Non lo ambirebbe certo se non ne avesse già per nulla assaporato la dolcezza. Ha udito il Signore che diceva: «Gustate e vedete quanto è buono il Signore» (Sal 33, 9). Ha ricevuto una parcella della dolcezza celeste. Si è sentita bruciare dell’amore della castissima voluttà, tanto che, disprezzando tutte le cose temporali, si è accesa interamente del desiderio di mangiare e bere la giustizia. Ha imparato la verità di quel primo comandamento che dice: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze» (Dt 6, 5; cfr. Mt 22, 37; Mc 12, 30; Lc 10, 27). Infatti amare Dio non è altro che amare la giustizia. Ma come all’amore di Dio si associa la sollecitudine per il prossimo, così al desiderio della giustizia si unisce la virtù della misericordia. Perciò il Signore dice: «Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia» (Mt 5, 7).
   Riconosci, o cristiano, la sublimità della tua sapienza e comprendi con quali dottrine e metodi vi arrivi e a quali ricompense sei chiamato! Colui che è misericordia vuole che tu sia misericordioso, e colui che è giustizia vuole che tu sia giusto, perché il Creatore brilli nella sua creatura e l’immagine di Dio risplenda, come riflessa nello specchio del cuore umano, modellato secondo la forma del modello. La fede di chi veramente la pratica non teme pericoli. Se così farai, i tuoi desideri si adempiranno e possiederai per sempre quei beni che ami.
   E poiché tutto diverrà per te puro, grazie all’elemosina, giungerai anche a quella beatitudine che viene promessa subito dopo dal Signore con queste parole: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5, 8).
   Grande, fratelli, è la felicità di colui per il quale è preparato un premio così straordinario. Che significa dunque avere il cuore puro, se non attendere al conseguimento di quelle virtù sopra accennate? Quale mente potrebbe afferrare, quale lingua potrebbe esprimere l’immensa felicità di vedere Dio?
   E tuttavia a questa meta giungerà la nostra natura umana, quando sarà trasformata: vedrà, cioè, la divinità in se stessa, non più «come in uno specchio, né in maniera confusa, ma a faccia a faccia» (1 Cor 13, 12), così come nessun uomo ha mai potuto vedere. Conseguirà nella gioia ineffabile dell’eterna contemplazione «quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore d’uomo» (1 Cor 2, 9).

Senza categoria

VINO NUOVO IN OTRI NUOVI: NON AVER PAURA DI CAMBIARE SECONDO IL VANGELO, Papa Francesco a Santa Marta, 5 settembre 2014

Oggi, venerdì della 22esima settimana del tempo ordinario,  leggevamo nella Messa il vangelo con l’immagine usata da Gesù del vino nuovo negli otri nuovi: lo possiamo rileggere prima delle parole del Papa nell’omelia della Messa di oggi a Santa Marta.

“Allora gli dissero: «I discepoli di Giovanni digiunano spesso e fanno preghiere, così pure i discepoli dei farisei; i tuoi invece mangiano e bevono!». Gesù rispose loro: «Potete forse far digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro? Ma verranno giorni quando lo sposo sarà loro tolto: allora in quei giorni digiuneranno».

Diceva loro anche una parabola: «Nessuno strappa un pezzo da un vestito nuovo per metterlo su un vestito vecchio; altrimenti il nuovo lo strappa e al vecchio non si adatta il pezzo preso dal nuovo. E nessuno versa vino nuovo in otri vecchi; altrimenti il vino nuovo spaccherà gli otri, si spanderà e gli otri andranno perduti. Il vino nuovo bisogna versarlo in otri nuovi. Nessuno poi che beve il vino vecchio desidera il nuovo, perché dice: “Il vecchio è gradevole!”».” (Luca 5, 33-39)

Le parole del Papa sono prese dal servizio di Radio Vaticana (di Alessandro Gisotti):

Gli scribi vogliono mettere in difficoltà Gesù, gli domandano perché i suoi discepoli non digiunino, ma il Signore non cade nella trappola e risponde parlando di festa e novità. Papa Francesco ha preso spunto dal passo del Vangelo del giorno per soffermarsi proprio sulla novità portata da Gesù, che esorta a mettere il vino nuovo in otri nuovi:

A vini nuovi, otri nuovi. La novità del Vangelo. Cosa ci porta il Vangelo? Gioia e novità. Questi dottori della legge erano rinchiusi nei loro comandamenti, nelle loro prescrizioni. San Paolo, parlando di loro, ci dice che prima che venisse la fede – cioè Gesù – noi tutti eravamo custoditi come prigionieri sotto la legge. Questa legge di questa gente non era cattiva: custoditi ma prigionieri, in attesa che venisse la fede. Quella fede che sarebbe stata rivelata, in Gesù stesso”.

Il popolo, ha osservato il Papa, “aveva la legge che aveva dato Mosé” e poi tante di queste “consuetudini e piccole leggi” che avevano codificato i dottori. “La legge – ha commentato – li custodiva, ma come prigionieri! E loro erano in attesa della libertà, della definitiva libertà che Dio avrebbe dato al suo popolo col suo Figlio”. La novità del Vangelo, ha dunque sottolineato, “è questa: è per riscattare dalla legge”:

Qualcuno di voi può dirmi: ‘Ma, Padre, i cristiani non hanno legge?’; Sì! Gesù ha detto: ‘Io non vengo a chiudere la legge, ma a portarla alla sua pienezza’. E la pienezza della legge, per esempio, sono le Beatitudini, la legge dell’amore, l’amore totale, come Lui – Gesù – ci ha amato. E quando Gesù rimprovera questa gente, questi dottori della legge, li rimprovera di non aver custodito il popolo con la legge, ma fatto schiavo di tante piccole leggi, di tante piccole cose che si dovevano fare”.

Cose da fare, ha soggiunto, “senza la libertà che Lui ci porta con la nuova legge, la legge che Lui ha sancito col suo sangue”. Questa, ha ribadito il Papa, “è la novità del Vangelo, che è festa, è gioia è libertà”. E’ “proprio il riscatto che tutto il popolo attendeva” quando era “custodito dalla legge, ma come prigioniero”. Questo, ha sottolineato, è quello che Gesù vuol dirci: “Alla novità, novità; a vini nuovi, otri nuovi. E non avere paura di cambiare le cose secondo la legge del Vangelo”:

Paolo distingue bene: figli della legge e figli della fede. A vini nuovi, otri nuovi. E per questo la Chiesa ci chiede, a tutti noi, alcuni cambiamenti. Ci chiede di lasciare da parte le strutture caduche: non servono! E prendere otri nuovi, quelli del Vangelo. Non si può capire la mentalità – per esempio – di questi dottori della legge, di questi teologi farisei: non si può capire la mentalità loro con lo spirito del Vangelo. Sono cose diverse. Lo stile del Vangelo è uno stile diverso, che porta alla pienezza la legge. Sì! Ma in un modo nuovo: è il vino nuovo, in otri nuovi”.

Il Vangelo – ha detto ancora Francesco – è novità! Il Vangelo è festa! E soltanto si può vivere pienamente il Vangelo in un cuore gioioso e in un cuore rinnovato”. Che il Signore, è stata la sua invocazione, “ci dia la grazia di questa osservanza alla legge. Osservare la legge – la legge che Gesù ha portato alla sua pienezza – nel comandamento dell’amore, nei comandamenti che vengono dalle Beatitudini”. Il Signore, ha concluso, ci dia la grazia di “non rimanere prigionieri”, ma “ci dia la grazia della gioia e della libertà che ci porta la novità del Vangelo”