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CI RICORDIAMO CHE SIAMO VASI DI CRETA? Confessarsi bene e adorare Dio: i consigli di Papa Francesco ai seminaristi del Brasile.

Per un giorno, la cappella grande della residenza arcivescovile di Sumaré, dove Papa Francesco ha alloggiato nei giorni della JMJ, ha sostituito l’ormai celebre cappella di Casa Santa Marta. Alle 7.30, ora di Rio,  del 25 luglio, il Papa ha celebrato la Messa davanti a 300 persone. Invitati tutti i seminaristi di Rio de Janeiro dei Seminari Maggiore, Propedeutico e Redemptoris Mater, accompagnati dai loro formatori. Nell’omelia , il Papa ha dato chiari consigli per verificare, per chi ha una vocazione di speciale dedicazione al servizio di Dio, se si mantiene la retta intenzione, l’autenticità, l’umiltà di saper che abbia ricevuto un regalo e lo potiamo in vasi di creta. I consigli sono: confessarsi bene e adorare Dio.

La tentazione di barare con se stessi si annida anche in tanti cristiani. La tentazione è quella di credersi migliori di ciò che si è, anche davanti a Dio, anche se una certa scelta di vita imporrebbe uno stile di umiltà. Nello sviluppare la sua meditazione, Papa Francesco collega le due letture della Messa, che celebra la solennità dell’Apostolo Giacomo. La prima è il brano della lettera nella quale Paolo scrive ai cristiani di Corinto affermando: “Abbiamo un tesoro in vasi di creta”. Il tesoro, spiega Papa Francesco, “è la rivelazione di Dio in Gesù Cristo” che Paolo cerca di spiegare sottolineando la “tensione” che esiste “tra la grandezza del regalo” e la “bassezza di chi lo riceve”. Ovvero, la natura umana, fragile vaso di creta in cui Dio ha riversato un indicibile “Mistero”.
 “E per tutti noi, consacrati, religiosi, sacerdoti, vescovi, questo è un denominatore comune: abbiamo ricevuto un regalo e tutti siamo vasi di creta. Il problema è come portare avanti questa tensione: sempre perde l’equilibrio. Lungo la storia della Chiesa appaiono uomini e donne che ricevono il dono, sanno che sono di creta, ma nell’arco della vita si entusiasmano in modo tale che si dimenticano di essere di creta o si dimenticano che il dono è un dono grande. Allora questa tensione perde l’equilibrio che ci fa tanto bene”.
Paolo, osserva Papa Francesco, è schietto nel definirsi un vaso di creta rispetto al dono ricevuto. Ma noi, domanda il Papa, “ci ricordiamo che siamo di creta?”. “La tentazione sta nel truccare il vaso di creta: dipingerlo, abbellirlo” e così “cominciamo ad ingannare noi stessi e a credere” di essere di “una categoria superiore”. È un po’ ciò che accade a Giacomo e Giovanni nell’episodio citato dal Vangelo di oggi, nel quale la madre dei due Apostoli chiede per loro che siedano alla destra e alla sinistra di Gesù, nel suo Regno. “Sono entrati – commenta Papa Francesco – in quel gioco mondano di dimenticare che siamo di creta e di voler avere un certo prestigio, una certa autorità nel gruppo dei dodici”: “La Chiesa ha sofferto molto e soffre molto ogni volta che uno dei chiamati a ricevere il tesoro in vaso di creta accumula tesoro, si dedica a cambiare la natura della creta e crede di essere migliore, di non essere più di creta. Siamo di creta fino alla fine, da questo non ci salva nessuno. Ci salva Gesù a modo suo, ma non alla maniera umana del prestigio, delle apparenze, di avere dei posti rilevanti. Qui nasce il carrierismo nella Chiesa che fa tanto male. I capi delle nazioni, dice Gesù, dominano i loro popoli, li sottomettono, li comandano. Tra voi non deve essere così: voi siete servitori. Voi siete per servire. Vaso di creta e grandezza di Gesù”.
La prova per capire se si sta truccando il vaso o meno è semplice, indica con molta chiarezza Papa Francesco. È il modo in cui ci si confessa davanti al sacerdote. “Ci sono molte maniere di confessarsi. Ti confessi intellettualizzando le tue cose in generale? Ti confessi cambiando il confessore, quando c’è qualche peccato di cui ti potresti vergognare? Lì hai già dimenticato che sei di creta. O ti confessi bene?”: “Come sapere, dunque, che continuo ad essere di creta? Chiediti come ti confessi e lì saprai se hai coscienza che sei di creta o che hai cominciato a dipingere il vaso, perché appaia diversamente. E come so che il grande dono è Gesù? Perché faccio apostolato, perché lo servo? Sì, tutto questo, ma è ingannevole. Adori, sai adorare Gesù o gli chiedi cose? Lo ringrazi, lo lodi, ma arrivi all’adorazione di Gesù? La preghiera di adorazione è la pietra di paragone per sapere che ancora crediamo che Gesù è il grande regalo”.

Chiedo alla Vergine – è la preghiera finale di Papa Francesco – che custodisca in tutti noi ambedue le cose”. Non chiedendo “che trasformi la creta in metallo”: che “sia creta fino alla fine”, ma “che noi sappiamo che è creta” e, insieme, “la grazia di adorare Gesù”.


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DIO E’ SORPRESA, ENTRA NELLA POCHEZZA, UNISCE CIO’ CHE E’ DIVISO, SI FA VEDERE PIANO PIANO, CHIEDE DI ENTRARE NEL NOSTRO CUORE, ATTRAE CON IL SUO INCANTO. Papa Francesco ai Vescovi del Brasile

Mi piacerebbe poco alla volta riportare su questo blog alcune delle parole del Papa a Rio de Janeiro, durante il suo viaggio di fine luglio 2013 in occasione della JMJ. Per favorirne l’utilizzo nella meditazione dei lettori. Un discorso che mi è apparso subito straordinario per la bellezza e la forza è quello che il Papa ha fatto ai Vescovi del Brasile Sabato, 27 luglio 2013, nell’Arcivescovado di Rio. Potrebbe essere, come forse capita spesso, che chi è laico consideri questi discorsi rivolti solo ai destinatari. Ma non è così. Non è solo per loro, sono parole che possono aiutare tutti i cristiani. La spiegazione della parabola della Aparecida, che secondo papa Francesco svela molti aspetti della natura di Dio e del suo modo di agire nella storia della salvezza, la consiglio proprio a tutti . E’da meditare tante volte, così come la lettura dell’episodio di Emmaus e la sua applicazione alla situazione attuale della chiesa. E’ molto bello anche, è un fatto di grande unità nella comunione dei santi, conoscere la situazione del Brasile attraverso le parole del Papa, e applicare a noi tutto ciò che serve. San Josemarìa sognava l’avvento di un tempo nel quale i cattolici di tutto il mondo potessero conoscersi, avere notizie, e pregare gli uni per gli altri facendo proprie le problematiche e le sfide di ogni nazione. Oggi questo tempo è più vicino, forse è raggiunto, sicuramente è più facile di qualche decennio fa, abbiamo più strumenti. Ringraziamo Dio che ce li ha donati, e l’ingenio umano creato da lui, che li ha preparati, e utilizziamoli.



Cari fratelli,
Com’è buono e bello trovarmi qui con voi, Vescovi del Brasile!
Grazie per essere venuti, e permettetemi di parlavi come ad amici, perciò preferisco parlarvi in spagnolo per poter esprimere meglio quello che ho nel cuore. Vi chiedo di scusarmi!
Siamo riuniti un po’ in disparte, in questo posto preparato dal nostro fratello Mons. Orani, per rimanere da soli e poter parlare da cuore a cuore, come Pastori ai quali Dio ha affidato il suo Gregge. Nelle strade di Rio, giovani di tutto il mondo e tante altre moltitudini ci aspettano, bisognosi di essere raggiunti dello sguardo misericordioso di Cristo Buon Pastore, che siamo chiamati a rendere presente. Godiamo, quindi, di questo momento di riposo, di condivisione, di vera fraternità.
Cominciando dalla Presidenza della Conferenza Episcopale e dall’Arcivescovo di Rio de Janeiro, voglio abbracciare tutti e ciascuno, specialmente i Vescovi emeriti.
Più che un discorso formale, voglio condividere con voi alcune riflessioni.
La prima mi è venuta in mente un’altra volta quando ho visitato il santuario di Aparecida. Lì, ai piedi della statua dell’Immacolata Concezione, ho pregato per voi, per le vostre Chiese, per i vostri presbiteri, religiosi e religiose, per i vostri seminaristi, per i laici e le loro famiglie e, in modo particolare, per i giovani e per gli anziani, entrambi sono la speranza di un popolo; i giovani, perché portano la forza, lo slancio, la speranza del futuro; gli anziani, perché sono la memoria, la saggezza di un popolo.[1]
1. Aparecida: chiave di lettura per la missione della Chiesa
In Aparecida, Dio ha offerto al Brasile la sua propria Madre. Ma, in Aparecida, Dio ha dato anche una lezione su Se stesso, circa il suo modo di essere e di agire. Una lezione sull’umiltà che appartiene a Dio come tratto essenziale, e che è nel DNA di Dio. C’è qualcosa di perenne da imparare su Dio e sulla Chiesa in Aparecida; un insegnamento che né la Chiesa in Brasile, né il Brasile stesso devono dimenticare.
All’inizio dell’evento di Aparecida c’è la ricerca dei poveri pescatori. Tanta fame e poche risorse. La gente ha sempre bisogno di pane. Gli uomini partono sempre dei loro bisogni, anche oggi.
Hanno una barca fragile, inadatta; hanno reti scadenti, forse anche danneggiate, insufficienti.
Prima c’è la fatica, forse la stanchezza, per la pesca, e tuttavia il risultato è scarso: un fallimento, un insuccesso. Nonostante gli sforzi, le reti sono vuote.
Poi, quando vuole Dio, Egli stesso subentra nel suo Mistero. Le acque sono profonde e tuttavia nascondono sempre la possibilità di Dio; e Lui è arrivato di sorpresa, chissà quando non Lo si aspettava più. La pazienza di coloro che lo attendono è sempre messa alla prova. E Dio è arrivato in modo nuovo, perché Dio è sorpresa: un’immagine di fragile argilla, oscurata dalle acque del fiume, anche invecchiata dal tempo. Dio entra sempre nelle vesti della pochezza.
Ecco allora l’immagine dell’Immacolata Concezione. Prima il corpo, poi la testa, poi il ricongiungimento di corpo e testa: unità. Quello che era spezzato riprende l’unità. Il Brasile coloniale era diviso dal muro vergognoso della schiavitù. La Madonna Aparecida si presenta con il volto negro, prima divisa, poi unita nelle mani dei pescatori.
C’è qui un insegnamento che Dio ci vuole offrire. La sua bellezza riflessa nella Madre, concepita senza peccato originale, emerge dall’oscurità del fiume. In Aparecida, sin dall’inizio, Dio dona un messaggio di ricomposizione di ciò che è fratturato, di compattazione di ciò che è diviso. Muri, abissi, distanze presenti anche oggi sono destinati a scomparire. La Chiesa non può trascurare questa lezione: essere strumento di riconciliazione.
I pescatori non disprezzano il mistero incontrato nel fiume, anche se è un mistero che appare incompleto. Non buttano via i pezzi del mistero. Attendono la pienezza. E questa non tarda ad arrivare. C’è qualcosa di saggio che dobbiamo imparare. Ci sono pezzi di un mistero, come parti di un mosaico, che andiamo incontrando. Noi vogliamo vedere troppo in fretta il tutto e Dio invece si fa vedere pian piano. Anche la Chiesa deve imparare questa attesa.
Poi, i pescatori portano a casa il mistero. La gente semplice ha sempre spazio per far albergare il mistero. Forse abbiamo ridotto il nostro parlare del mistero ad una spiegazione razionale; nella gente, invece, il mistero entra dal cuore. Nella casa dei poveri Dio trova sempre posto.
I pescatori “agasalham”: rivestono il mistero della Vergine pescata, come se lei avesse freddo e avesse bisogno di essere riscaldata. Dio chiede di essere messo al riparo nella parte più calda di noi stessi: il cuore. Poi è Dio a sprigionare il calore di cui abbiamo bisogno, ma prima entra con l’astuzia di colui che mendica. I pescatori coprono quel mistero della Vergine con il manto povero della loro fede. Chiamano i vicini per vedere la bellezza trovata; si riuniscono intorno ad essa; raccontano le loro pene in sua presenza e le affidano le loro cause. Consentono così che le intenzioni di Dio si possano attuare: una grazia, poi l’altra; una grazia che apre ad un’altra; una grazia che prepara un’altra. Dio va gradualmente dispiegando l’umiltà misteriosa della sua forza.
C’è da imparare tanto da questo atteggiamento dei pescatori. Una Chiesa che fa spazio al mistero di Dio; una Chiesa che alberga in se stessa tale mistero, in modo che esso possa incantare la gente, attirarla. Solo la bellezza di Dio può attrarre. La via di Dio è l’incanto che attrae. Dio si fa portare a casa. Egli risveglia nell’uomo il desiderio di custodirlo nella propria vita, nella propria casa, nel proprio cuore. Egli risveglia in noi il desiderio di chiamare i vicini per far conoscere la sua bellezza. La missione nasce proprio da questo fascino divino, da questo stupore dell’incontro. Parliamo di missione, di Chiesa missionaria. Penso ai pescatori che chiamano i loro vicini per vedere il mistero della Vergine. Senza la semplicità del loro atteggiamento, la nostra missione è destinata al fallimento.
La Chiesa ha sempre l’urgente bisogno di non disimparare la lezione di Aparecida, non la può dimenticare. Le reti della Chiesa sono fragili, forse rammendate; la barca della Chiesa non ha la potenza dei grandi transatlantici che varcano gli oceani. E tuttavia Dio vuole manifestarsi proprio attraverso i nostri mezzi, mezzi poveri, perché sempre è Lui che agisce.
Cari Fratelli, il risultato del lavoro pastorale non si appoggia sulla ricchezza delle risorse, ma sulla creatività dell’amore. Servono certamente la tenacia, la fatica, il lavoro, la programmazione, l’organizzazione, ma prima di tutto bisogna sapere che la forza della Chiesa non abita in se stessa, bensì si nasconde nelle acque profonde di Dio, nelle quali essa è chiamata a gettare le reti.
Un’altra lezione che la Chiesa deve ricordare sempre è che non può allontanarsi dalla semplicità, altrimenti disimpara il linguaggio del Mistero e resta fuori dalla porta del Mistero, e, ovviamente, non riesce ad entrare in coloro che pretendono dalla Chiesa quello che non possono darsi da sé, cioè Dio. A volte, perdiamo coloro che non ci capiscono perché abbiamo disimparato la semplicità, importando dal di fuori anche una razionalità aliena alla nostra gente. Senza la grammatica della semplicità, la Chiesa si priva delle condizioni che rendono possibile “pescare” Dio nelle acque profonde del suo Mistero.
Un ultimo ricordo: Aparecida è comparsa in un luogo di incrocio. La strada che univa Rio, la capitale, con San Paolo, la provincia intraprendente che stava nascendo, e Minas Gerais, le miniere molto ambite dalle Corti europee: un crocevia del Brasile Coloniale. Dio appare negli incroci. La Chiesa in Brasile non può dimenticare tale vocazione inscritta in sé fin dal suo primo respiro: essere capace di sistole e diastole, di raccogliere e diffondere.
2. L’apprezzamento per il percorso della Chiesa in Brasile
I Vescovi di Roma hanno avuto sempre il Brasile e la sua Chiesa nel loro cuore. Un meraviglioso percorso è stato compiuto. Dalle 12 diocesi durante il Concilio Vaticano I alle attuali 275 circoscrizioni. Non si è avviata l’espansione di un apparato o di un’impresa, ma piuttosto il dinamismo dei “cinque pani e due pesci” evangelici, che, messi a contatto con la bontà del Padre, in mani callose sono diventati fecondi.
Oggi, vorrei riconoscere il lavoro senza risparmio di voi Pastori, nelle vostre Chiese. Penso ai Vescovi nelle foreste, salendo e scendendo i fiumi, nelle aree semiaride, nel Pantanal, nella pampa, nelle giungle urbane delle megalopoli. Amate sempre, con totale dedizione il vostro gregge! Ma penso anche a tanti nomi e tanti volti, che hanno lasciato impronte incancellabili nel cammino della Chiesa in Brasile, Facendo toccare con mano la grande bontà del Signore verso questa Chiesa[2].
I Vescovi di Roma non sono mai stati lontani; hanno seguito, incoraggiato, accompagnato. Negli ultimi decenni, il beato Giovanni XXIII ha invitato con insistenza i Vescovi brasiliani a predisporre il loro primo piano pastorale, e, da quell’inizio, è cresciuta una vera tradizione pastorale in Brasile, che ha fatto sì che la Chiesa non fosse un transatlantico alla deriva, ma avesse sempre una bussola. Il Servo di Dio Paolo VI, oltre ad incoraggiare la ricezione del Concilio Vaticano II, con fedeltà, ma anche con tratti originali (cfr l’Assemblea Generale del CELAM a Medellin), ha influito in modo decisivo sull’autocoscienza della Chiesa in Brasile attraverso il Sinodo sull’evangelizzazione e quel testo fondamentale di riferimento che rimane attuale: l’Evangelii nuntiandi. Il beato Giovanni Paolo II ha visitato il Brasile per tre volte, percorrendolo da “cabo a rabo”, dal nord al sud, insistendo sulla missione pastorale della Chiesa, sulla comunione e partecipazione, sulla preparazione al Grande Giubileo, sulla nuova evangelizzazione. Benedetto XVI ha scelto Aparecida per realizzare la V Assemblea Generale del CELAM e questo ha lasciato una grande impronta nella Chiesa dell’intero Continente.
La Chiesa in Brasile ha ricevuto e applicato con originalità il Concilio Vaticano II e il percorso realizzato, pur avendo dovuto superare certe malattie infantili, ha portato ad una Chiesa gradualmente più matura, aperta, generosa, missionaria.
Oggi siamo in un momento nuovo. Come si è bene espresso il Documento di Aparecida: non è un’epoca di cambiamento, ma è un cambiamento d’epoca. Allora, oggi è sempre urgente domandarci: che cosa chiede Dio a noi? A questa domanda vorrei tentare di offrire qualche linea di risposta.
3. L’icona di Emmaus come chiave di lettura del presente e del futuro
Anzitutto non bisogna cedere alla paura di cui parlava il beato John Henry Newman: «Il mondo cristiano sta gradualmente diventando sterile, e si esaurisce come una terra sfruttata a fondo che diviene sabbia».[3] Non bisogna cedere al disincanto, allo scoraggiamento, alle lamentele. Abbiamo lavorato molto e, a volte, ci sembra di essere degli sconfitti, e abbiamo il sentimento di chi deve fare il bilancio di una stagione ormai persa, guardando a coloro che ci lasciano o non ci ritengono più credibili, rilevanti.
Rileggiamo in questa luce, ancora una volta, l’episodio di Emmaus (cfr Lc 24, 13-15). I due discepoli scappano da Gerusalemme. Si allontano dalla “nudità” di Dio. Sono scandalizzati dal fallimento del Messia nel quale avevano sperato e che ora appare irrimediabilmente sconfitto, umiliato, anche dopo il terzo giorno (vv. 17-21). Il mistero difficile della gente che lascia la Chiesa; di persone che, dopo essersi lasciate illudere da altre proposte, ritengono che ormai la Chiesa – la loro Gerusalemme – non possa offrire più qualcosa di significativo e importante. E allora vanno per la strada da soli, con la loro delusione. Forse la Chiesa è apparsa troppo debole, forse troppo lontana dai loro bisogni, forse troppo povera per rispondere alle loro inquietudini, forse troppo fredda nei loro confronti, forse troppo autoreferenziale, forse prigioniera dei propri rigidi linguaggi, forse il mondo sembra aver reso la Chiesa un relitto del passato, insufficiente per le nuove domande; forse la Chiesa aveva risposte per l’infanzia dell’uomo ma non per la sua età adulta[4]. Il fatto è che oggi ci sono molti che sono come i due discepoli di Emmaus; non solo coloro che cercano risposte nei nuovi e diffusi gruppi religiosi, ma anche coloro che sembrano ormai senza Dio sia nella teoria che nella pratica.
Di fronte a questa situazione che cosa fare?
Serve una Chiesa che non abbia paura di entrare nella loro notte. Serve una Chiesa capace di incontrarli nella loro strada. Serve una Chiesa in grado di inserirsi nella loro conversazione. Serve una Chiesa che sappia dialogare con quei discepoli, i quali, scappando da Gerusalemme, vagano senza meta, da soli, con il proprio disincanto, con la delusione di un Cristianesimo ritenuto ormai terreno sterile, infecondo, incapace di generare senso.
La globalizzazione implacabile e l’intensa urbanizzazione spesso selvagge, hanno promesso molto. Tanti si sono innamorati delle loro potenzialità e in essa c’è qualcosa di veramente positivo, come, per esempio, la diminuzione delle distanze, l’avvicinamento tra le persone e le culture, la diffusione dell’informazione e dei servizi. Ma, dall’altro lato, molti vivevano i loro effetti negativi senza rendersi conto di come essi pregiudicano la propria visione dell’uomo e del mondo, generando maggiore disorientamento, e un vuoto che non riescono a spiegare. Alcuni di questi effetti sono la confusione circa il senso della vita, la disintegrazione personale, la perdita dell’esperienza di appartenere a un “nido”, la mancanza di un luogo e di legami profondi.
E siccome non c’è chi li accompagni e mostri con la propria vita il vero cammino, molti hanno cercato scorciatoie, perché appare troppo alta la “misura” della Grande Chiesa. Ci sono anche quelli che riconoscono l’ideale dell’uomo e di vita proposto dalla Chiesa, ma non hanno l’audacia di abbracciarlo. Pensano che questo ideale sia troppo grande per loro, sia fuori delle loro possibilità; la meta a cui tendere è irraggiungibile. Tuttavia non possono vivere senza avere almeno qualcosa, sia pure una caricatura, di quello che sembra troppo alto e lontano. Con la disillusione nel cuore, vanno alla ricerca di qualcosa che li illuda ancora una volta, o si rassegnano ad una adesione parziale, che, in definitiva, non riesce a dare pienezza alla loro vita.
Il grande senso di abbandono e di solitudine, di non appartenenza neanche a se stessi che spesso emerge da questa situazione, è troppo doloroso per essere messo a tacere. C’è bisogno di uno sfogo e allora resta la via del lamento. Ma anche il lamento diventa a sua volta come un boomerang che torna indietro e finisce per aumentare l’infelicità. Poca gente è ancora capace di ascoltare il dolore; bisogna almeno anestetizzarlo.
Davanti a questo panorama, serve una Chiesa in grado di far compagnia, di andare al di là del semplice ascolto; una Chiesa che accompagna il cammino mettendosi in cammino con la gente; una Chiesa capace di decifrare la notte contenuta nella fuga di tanti fratelli e sorelle da Gerusalemme; una Chiesa che si renda conto di come le ragioni per le quali c’è gente che si allontana contengono già in se stesse anche le ragioni per un possibile ritorno, ma è necessario saper leggere il tutto con coraggio. Gesù diede calore al cuore dei discepoli di Emmaus.
Vorrei che ci domandassimo tutti, oggi: siamo ancora una Chiesa capace di riscaldare il cuore? Una Chiesa capace di ricondurre a Gerusalemme? Di riaccompagnare a casa? In Gerusalemme abitano le nostre sorgenti: Scrittura, Catechesi, Sacramenti, Comunità, amicizia del Signore, Maria e gli Apostoli… Siamo ancora in grado di raccontare queste fonti così da risvegliare l’incanto per la loro bellezza?
Tanti se ne sono andati poiché è stato loro promesso qualcosa di più alto, qualcosa di più forte, qualcosa di più veloce.
Ma c’è qualcosa di più alto dell’amore rivelato a Gerusalemme? Nulla è più alto dell’abbassamento della Croce, poiché lì si raggiunge veramente l’altezza dell’amore! Siamo ancora in grado di mostrare questa verità a coloro che pensano che la vera altezza della vita sia altrove?
Si conosce qualcosa di più forte della potenza nascosta nella fragilità dell’amore, del bene, della verità, della bellezza?
La ricerca di ciò che è sempre più veloce attira l’uomo d’oggi: Internet veloce, auto veloci, aerei veloci, rapporti veloci… E tuttavia si avverte una disperata necessità di calma, vorrei dire di lentezza. La Chiesa, sa ancora essere lenta: nel tempo, per ascoltare, nella pazienza, per ricucire e ricomporre? O anche la Chiesa è ormai travolta della frenesia dell’efficienza? Recuperiamo, cari Fratelli, la calma di saper accordare il passo con le possibilità dei pellegrini, con i loro ritmi di cammino, la capacità di essere sempre vicini per consentire loro di aprire un varco nel disincanto che c’è nei cuori, così da potervi entrare. Essi vogliono dimenticare Gerusalemme nella quale abitano le loro sorgenti, ma allora finiranno per sentire sete. Serve una Chiesa capace ancora di accompagnare il ritorno a Gerusalemme! Una Chiesa che sia in grado di far riscoprire le cose gloriose e gioiose che si dicono di Gerusalemme, di far capire che essa è mia Madre, nostra Madre e non siano orfani! In essa siamo nati. Dov’è la nostra Gerusalemme, dove siamo nati? Nel Battesimo, nel primo incontro di amore, nella chiamata, nella vocazione! [5] Serve una Chiesa che torni a portare calore, ad accendere il cuore.
Serve una Chiesa capace ancora di ridare cittadinanza a tanti dei suoi figli che camminano come in un esodo.
4. Le sfide della Chiesa in Brasile
Alla luce di quanto ho detto, vorrei sottolineare alcune sfide dell’amata Chiesa che è in Brasile.
La priorità della formazione: Vescovi, sacerdoti, religiosi, laici
Cari Fratelli, se non formeremo ministri capaci di riscaldare il cuore alla gente, di camminare nella notte con loro, di dialogare con le loro illusioni e delusioni, di ricomporre le loro disintegrazioni, che cosa potremo sperare per il cammino presente e futuro? Non è vero che Dio sia oscurato in loro. Impariamo a guardare più in profondità: manca chi riscaldi loro il cuore, come con i discepoli di Emmaus (cfr Lc 24,32).
Per questo è importante promuovere e curare una formazione qualificata che crei persone capaci di scendere nella notte senza essere invase dal buio e perdersi; di ascoltare l’illusione di tanti, senza lasciarsi sedurre; di accogliere le delusioni, senza disperarsi e precipitare nell’amarezza; di toccare la disintegrazione altrui, senza lasciarsi sciogliere e scomporsi nella propria identità.
Serve una solidità umana, culturale, affettiva, spirituale, dottrinale.[6] Cari Fratelli nell’Episcopato, bisogna avere il coraggio di una revisione a fondo delle strutture di formazione e di preparazione del clero e del laicato della Chiesa che è in Brasile. Non è sufficiente una vaga priorità della formazione, né di documenti o di convegni. Serve la saggezza pratica di mettere in piedi strutture durevoli di preparazione in ambito locale, regionale, nazionale e che siano il vero cuore per l’Episcopato, senza risparmiare forze, attenzione e accompagnamento. La situazione attuale esige una formazione qualificata a tutti i livelli. I Vescovi non possono delegare tale compito. Voi non potete delegare tale compito, ma assumerlo come qualcosa di fondamentale per il cammino delle vostre Chiese.
Collegialità e solidarietà della Conferenza Episcopale
Alla Chiesa in Brasile non basta un leader nazionale, serve una rete di “testimonianze” regionali, che, parlando lo stesso linguaggio, assicurino dappertutto non l’unanimità, ma la vera unità nella ricchezza della diversità.
La comunione è una tela da tessere con pazienza e perseveranza che va gradualmente “avvicinando i punti” per consentire una copertura sempre più estesa e densa. Una coperta con pochi fili di lana non riscalda.
E’ importante ricordare Aparecida, il metodo di raccogliere la diversità. Non tanto diversità di idee per produrre un documento, ma varietà di esperienze di Dio per mettere in moto una dinamica vitale.
I discepoli di Emmaus sono tornati a Gerusalemme raccontando l’esperienza che avevano fatto nell’incontro con il Cristo Risorto (cfr Lc 24,33-35). E là sono venuti a conoscenza delle altre manifestazione del Signore e delle esperienze dei loro fratelli. La Conferenza Episcopale è proprio un spazio vitale per consentire tale interscambio di testimonianze circa gli incontri con il Risorto, nel nord, nel sud, nell’ ovest… Serve, allora, una valorizzazione crescente dell’elemento locale e regionale. Non è sufficiente la burocrazia centrale, ma bisogna far crescere la collegialità e la solidarietà, sarà una vera ricchezza per tutti.[7]
Stato permanente di missione e conversione pastorale.
Aparecida ha parlato di stato permanente di missione[8] e della necessità di una conversione pastorale.[9] Sono due risultati importanti di quell’Assemblea per l’intera Chiesa dell’area, e il cammino fatto in Brasile su questi due punti è significativo.
Sulla missione è da ricordare che l’urgenza deriva dalla sua motivazione interna, si tratta cioè di trasmettere un’eredità, e sul metodo è decisivo ricordare che un’eredità è come il testimone, il bastone, nella corsa a staffetta: non si butta per aria e chi riesce a prenderlo, bene, e chi non ci riesce rimane senza. Per trasmettere l’eredità bisogna consegnarla personalmente, toccare colui al quale si vuole donare, trasmettere, tale eredità.
Sulla conversione pastorale vorrei ricordare che “pastorale” non è altra cosa che l’esercizio della maternità della Chiesa. Essa genera, allatta, fa crescere, corregge, alimenta, conduce per mano … Serve, allora, una Chiesa capace di riscoprire le viscere materne della misericordia. Senza la misericordia c’è poco da fare oggi per inserirsi in un mondo di “feriti”, che hanno bisogno di comprensione, di perdono, di amore.
Nella missione, anche continentale,[10]è molto importante rinforzare la famiglia, che rimane cellula essenziale per la società e per la Chiesa; i giovani, che sono il volto futuro della Chiesa; le donne, che hanno un ruolo fondamentale nel trasmettere la fede e costituiscono una forza quotidiana in una società che la porti avanti e la rinnovi. Non riduciamo l’impegno delle donne nella Chiesa, bensì promuoviamo il loro ruolo attivo nella comunità ecclesiale. Se la Chiesa perde le donne, nella sua dimensione totale e reale, la Chiesa rischia la sterilità. Aparecida sottolinea anche la vocazione e la missione dell’uomo nella famiglia, nella Chiesa e nella società, come padri, lavoratori e cittadini[11]. Tenetelo in seria considerazione!
Il compito della Chiesa nella società
Nell’ambito della società c’è una sola cosa che la Chiesa chiede con particolare chiarezza: la libertà di annunciare il Vangelo in modo integrale, anche quando si pone in contrasto con il mondo, anche quando va controcorrente, difendendo il tesoro di cui è solo custode, e i valori dei quali non dispone, ma che ha ricevuto e ai quali deve essere fedele.
La Chiesa afferma il diritto di servire l’uomo nella sua interezza, dicendogli quello che Dio ha rivelato circa l’uomo e la sua realizzazione, ad essa desidera rendere presente quel patrimonio immateriale senza il quale la società si sfalda, le città sarebbero travolte dai propri muri, abissi e barriere. La Chiesa ha il diritto e il dovere di mantenere accesa la fiamma della liberta e dell’unità dell’uomo.
Educazione, salute, pace sociale sono le urgenze brasiliane. La Chiesa ha una parola da dire su questi temi, perché per rispondere adeguatamente a tali sfide non sono sufficienti soluzioni meramente tecniche, ma bisogna avere una sottostante visione dell’uomo, della sua libertà, del suo valore, della sua apertura al trascendente. E voi, cari Confratelli, non abbiate timore di offrire questo contributo della Chiesa che è per il bene dell’intera società e di offrire questa parola “incarnata” anche con la testimonianza.
L’Amazzonia come cartina di tornasole, banco di prova per la Chiesa e la società brasiliane
C’è un ultimo punto sul quale vorrei soffermarmi, e che ritengo rilevante per il cammino attuale e futuro non solo della Chiesa in Brasile, ma anche dell’intera compagine sociale: l’Amazzonia. La Chiesa è in Amazzonia non come chi ha le valigie in mano per partire dopo aver sfruttato tutto ciò che ha potuto. La Chiesa è presente in Amazzonia sin dall’inizio con missionari, congregazioni religiose, sacerdoti, laici e vescovi, e tuttora è presente e determinante per il futuro dell’area. Penso all’accoglienza che la Chiesa in Amazzonia offre oggi agli immigrati haitiani dopo il terribile terremoto, che ha sconvolto il loro Paese.
Vorrei invitare tutti a riflettere su quello che Aparecida ha detto sull’Amazzonia,[12] anche il forte richiamo al rispetto e alla custodia del intera creazione che Dio ha affidato all’uomo non perché lo sfrutti selvaggiamente, ma perché lo renda un giardino. Nella sfida pastorale che rappresenta l’Amazzonia non posso non ringraziare ciò che la Chiesa in Brasile sta facendo: la Commissione Episcopale per l’Amazzonia creata nel 1997 ha già dato molti frutti e tante diocesi hanno risposto in modo pronto e generoso alla richiesta di solidarietà, inviando missionari laici e sacerdoti. Ringrazio Mons. Jaime Chemelo pioniere di questo lavoro e il Card. Hummes attuale Presidente della Commissione. Ma vorrei aggiungere che va ulteriormente incentivata e rilanciata l’opera della Chiesa. Servono formatori qualificati, soprattutto formatori e professori di teologia, per consolidare i risultati ottenuti nel campo della formazione di un clero autoctono, anche per avere sacerdoti adattati alle condizioni locali e consolidare, per così dire, il “volto amazzonico” della Chiesa. In questo, per favore, vi chiedo di essere coraggiosi, di avere parresia! Nel linguaggio “porteño” [di Buenos Aires] vi direi di essere intrepidi.
Cari Confratelli, ho cercato di offrivi in modo fraterno delle riflessioni e delle linee di lavoro in una Chiesa come quella in Brasile che è un grande mosaico di piccole pietre, di immagini, di forme, di problemi, di sfide, ma che proprio per questo è una enorme ricchezza. La Chiesa non è mai uniformità, ma diversità che si armonizzano nell’unità e questo vale in ogni realtà ecclesiale.
La Vergine Immacolata di Aparecida sia la stella che illumina il vostro impegno e il vostro cammino per portare, come Lei lo ha fatto, il Cristo ad ogni uomo e ad ogni donna del vostro immenso Paese. Sarà Lui, come ha fatto con i due discepoli smarriti e delusi di Emmaus, a scaldare il cuore e donare nuova e sicura speranza.


[1] Il Documento di Aparecida sottolinea come i bambini, i giovani e gli anziani costruiscono il futuro dei popoli (cfr n. 447).
[2] Penso a tante figure come, per citarne solo alcuni: Lorscheider, Mendes de Almeida, Sales, Vital, Camara, Macedo… insieme al primo Vescovo brasiliano Pero Fernandes Sardinha (1551/1556) ucciso da bellicose tribù locali.
[3] Letter of 26 January 1833, in: The Letters and Diaries of John Henry Newman, vol. III, Oxford 1979, p. 204.
[4] Nel Documento di Aparecida vengono presentate sinteticamente le ragioni di fondo di questo fenomeno (cfr n. 225).
[5] Cfr anche i quattro punti indicati da Aparecida (n. 226).
[6] Nel Documento di Aparecida grande attenzione è riservata alla formazione del Clero, come pure dei laici (cfr nn. 316-325; 212).
[7] Anche su questo aspetto il Documento di Aparecida offre linee di cammino importanti (cfr nn. 181-183; 189).
[8] Cfr n. 216.

[9] Cfr nn. 365-372.
[10] Le conclusioni della Conferenza di Aparecida insistono sul volto di una Chiesa che è per sua stessa natura evangelizzatrice, che esiste per evangelizzare, con audacia e libertà, a tutti i livelli (cfr nn.547-554).
[11] Cfr nn. 459-463.
[12] Cfr in particolare i nn. 83-87 e da un punto di vista di una pastorale unitaria il n.475
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CON IL CUORE IN MANO. Tutte le domande dei giornalisti e le risposte di Papa Francesco sull’aereo, di ritorno da Rio. Video e testo.

  

Abbiamo letto sui giornali, o ascoltato brevi stralci alla televisione o alla radio. Ma se abbiamo tempo conviene proprio leggere tutto, dall’inizio alla fine,, il dialogo del Papa Francesco con i giornalisti sull’aereo. Potremo ammirare la spontaneità,  la semplicità, l’autenticità, e la completezza delle risposte. La sicurezza della fonte autentica e non solo l’aleatorietà dei commentatori, le illazioni degli opinionisti.  La disponibilità a tutte le domande. Il coraggio di alcune risposte,  o di tutte. La verità forte e chiara, attraente. Che va insieme alla complessità della vicenda umana e della storia, come la vita della Chiesa. Si nota il sostegno della fede in Dio e dalla preghiera e dell’unità della Chiesa, la certezza dell’azione di Dio contemplata negli eventi e nella gente, della bontà delle  persone, la certezza dell’infinito amore misericordioso del Padre. Di quali argomenti parla? GMG, Chiesa in Brasile, Vaticano, Ior, Commissioni di inchiesta, bagaglio a mano, normalità, pregare per il Papa, santi e peccatori, sobrietà e stare con la gente, vescovo di Roma ed ecumenismo, sentimenti del papa, Buenos Aires, viaggi futuri, movimenti ecclesiali, le donne nella chiesa e teologia della donna, rapporto suo con Benedetto XVI, misericordia di Dio e nella Chiesa, pastorale matrimoniale e dei divorziati risposati, gesuiti, cose belle e meno belle dei primi mesi da papa, Vatileaks, ortodossia, Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II canonizzati insieme, lobby gay e Catechismo della Chiesa cattolica…buona lettura e buona visione.

Il video (secondo vari osservatori l’espressività di Papa Francesco nel video aggiunge contenuto alle sue parole):  http://www.youtube.com/watch?v=NkMCtrkuEHI

Padre Lombardi:  Allora, cari amici, abbiamo la gioia di avere con noi in questo viaggio di ritorno, il Santo Padre Francesco; è stato così gentile da darci un buon tempo ampio per fare con noi un bilancio del viaggio e rispondere con totale libertà alle vostre domande. Io do a lui la parola per una piccola introduzione e poi dopo cominciamo con la lista di quelli che si sono iscritti a parlare e li prendiamo un po’ dai diversi gruppi nazionali e linguistici. Allora, a lei, Santità, la parola per iniziare.
Buonasera, e grazie tante. Io sono contento. È stato un viaggio bello, spiritualmente mi ha fatto bene. Sono stanco, abbastanza, ma con il cuore allegro, e sto bene, bene: mi ha fatto bene spiritualmente. Trovare la gente fa bene, perché il Signore lavora in ognuno di noi, lavora nel cuore, e la ricchezza del Signore è tanta che sempre possiamo ricevere tante cose belle dagli altri. E questo a me fa bene. Questo, come un primo bilancio. Poi dirò che la bontà, il cuore del popolo brasiliano è grande, è vero: è grande.


È un popolo tanto amabile, un popolo che ama la festa, che anche nella sofferenza sempre trova una strada per cercare il bene da qualche parte. E questo va bene: è un popolo allegro, il popolo ha sofferto tanto! È contagiosa l’allegria dei brasiliani, è contagiosa! E ha un grande cuore, questo popolo. Poi, dirò degli organizzatori, tanto da parte nostra, come da parte dei brasiliani; ma io ho sentito che mi trovavo davanti un computer, quel computer incarnato… Ma davvero! Era tutto cronometrato, no? Ma bello. Poi, abbiamo avuto problemi con le ipotesi di sicurezza: la sicurezza di qua, la sicurezza di là; non c’è stato un incidente in tutta Rio de Janeiro, in questi giorni, e tutto era spontaneo. Con meno sicurezza, io ho potuto stare con la gente, abbracciarla, salutarla, senza macchine blindate… è la sicurezza di fidarsi di un popolo. È vero che sempre c’è il pericolo che ci sia un pazzo… eh, sì, che ci sia un pazzo che faccia qualcosa; ma anche c’è il Signore! Ma, fare uno spazio di blindaggio tra il vescovo e il popolo è una pazzia, e io preferisco questa pazzia: fuori, e correre il rischio dell’altra pazzia. Preferisco questa pazzia: fuori. La vicinanza fa bene a tutti.

Poi, l’organizzazione della Giornata, non qualcosa di preciso, ma tutto: la parte artistica, la parte religiosa, la parte catechetica, la parte liturgica… è stato bellissimo! Loro hanno una capacità di esprimersi nell’arte. Ieri, per esempio, hanno fatto cose bellissime, bellissime! Poi, Aparecida: Aparecida per me è un’esperienza religiosa forte. Ricordo la quinta conferenza. Io sono stato lì a pregare, a pregare. Io volevo andare solo, un po’ di nascosto, ma c’era una folla impressionante! Ma, non è possibile, quello lo sapevo prima di arrivare. E abbiamo pregato, noi. Non so… una cosa… ma anche da parte vostra. Il vostro lavoro è stato, mi dicono — io non ho letto i giornali in questi giorni, non avevo tempo, non ho visto la tv, niente —, ma mi dicono che è stato un lavoro buono, buono, buono! Grazie, grazie per la collaborazione, grazie di avere fatto questo. Poi il numero, il numero dei giovani.  Oggi — io non posso crederlo — ma oggi il Governatore parlava di tre milioni. Non posso crederlo. Ma dall’altare — quello è vero! — non so se voi, alcuni di voi siete stati all’altare: dall’altare, alla fine, c’era tutta la spiaggia piena, fino alla curva; più di quattro chilometri. Ma, tanti giovani. E dicono, mi ha detto Mons. Tempesta, che erano di 178 Paesi: 178! Anche il Vicepresidente mi ha detto questo numero: quello è sicuro. È importante! Forte!
Padre Lombardi: Grazie. Allora, diamo la parola per primo a Juan de Lara, che è della Efe, ed è spagnolo, ed è l’ultimo viaggio che fa con noi: quindi siamo contenti di dargli questa possibilità.
Juan de Lara: Santità, buona notte. A nome di tutti i colleghi vogliamo ringraziarla per questi giorni che ci ha regalato in Rio de Janeiro, per il lavoro che ha fatto e lo sforzo che ci ha messo. E anche, a nome di tutti i giornalisti spagnoli, la vogliamo ringraziare delle preghiere e dei gesti per le vittime dell’incidente ferroviario di Santiago de Compostela. Moltissime grazie. La prima domanda non ha molto a che vedere con il viaggio, ma cogliamo l’occasione che ci dà questa possibilità, e vorrei domandarle: Santità, in questi quattro mesi di pontificato abbiamo visto che ha creato diverse commissioni per riformare la Curia. Vorrei domandarle: che tipo di riforma ha in mente, contempla la possibilità di sopprimere lo Ior, la cosiddetta “banca del Vaticano”? Grazie.
I passi che ho fatto in questi quattro mesi e mezzo vengono da due versanti: il contenuto di quello che si doveva fare, tutto, viene dal versante delle congregazioni generali dei cardinali. Erano cose che noi cardinali abbiamo chiesto a colui che sarebbe diventato il nuovo Papa. Io mi ricordo che chiesi molte cose, pensando che sarebbe stato un altro… Chiedevamo di far questo, per esempio la commissione di otto cardinali, sappiamo che è importante avere una consulta outsider, non le consulte che già vi sono, ma outsider. Questo va ogni volta nella linea — qui faccio come un’astrazione, pensando, però lo faccio per spiegarlo — nella linea della maturazione della relazione tra sinodalità e primato. Ossia, questi otto cardinali favoriscono la sinodalità, aiutano i diversi episcopati del mondo ad esprimersi nello stesso governo della Chiesa. Ci sono molte proposte che sono state fatte e che tuttavia non sono state ancora messe in pratica, come la riforma della Segreteria del Sinodo, nella metodologia; come la Commissione post-sinodale, che abbia carattere permanente di consulta; come i concistori cardinalizi, con tematiche non tanto formali — come per esempio, la canonizzazione, ma anche altre tematiche, eccetera. Bene, il versante dei contenuti viene da lì! Il secondo versante è l’opportunità. Vi confesso che a me non è costato, il primo mese di pontificato, organizzare la commissione degli otto cardinali, che è un primo punto. La parte economica pensavo di trattarla il prossimo anno, perché non è la cosa più importante che bisognava trattare. Ma l’agenda è cambiata a causa delle circostanze  che voi conoscete e che sono di dominio pubblico; sono apparsi problemi che dovevano essere affrontati. Il primo: il problema dello Ior, ossia, come incamminarlo, come delinearlo, come riformularlo, come sanare quello che c’è da sanare, e qui c’è la prima commissione di riferimento, questo è il nome. Voi conoscete il chirografo, quello che si chiede, quelli che la integrano, tutto. Poi abbiamo avuto la riunione della commissione dei 15 cardinali che si occupano degli aspetti economici della Santa Sede. Provengono da tutte le parti del mondo. E lì, preparando questa riunione, si vide la necessità di fare una unica commissione di riferimento per tutta l’economia della Santa Sede. Ossia fu affrontato il problema economico fuori agenda, però queste cose succedono quando nell’ufficio di governo uno va da una parte, ma gli tirano una pallonata dall’altra parte, e la devi parare. Non è così? Quindi, la vita è così, ma anche questo è il bello della vita. Ripeto la domanda che mi ha fatto sullo Ior, scusate, sto parlando in castigliano. Scusate, la risposta mi veniva in castigliano.
Con riferimento a quella domanda che mi faceva dello Ior, io non so come finirà lo Ior; alcuni dicono che, forse, è meglio che sia una banca, altri che sia un fondo di aiuto, altri dicono di chiuderlo. Mah! Si sentono queste voci. Io non so. Io mi fido del lavoro delle persone dello Ior, che stanno lavorando su questo, anche della commissione. Il presidente dello Ior rimane, lo stesso che era prima; invece il direttore e il vicedirettore hanno dato le dimissioni. Ma questo, io non saprei dirle come finirà questa storia, e questo è bello anche, perché si trova, si cerca; siamo umani, in questo; dobbiamo trovare il meglio. Ma, questo sì; ma le caratteristiche dello Ior — sia banca, sia fondo di aiuto, sia qualsiasi cosa sia — trasparenza e onestà. Questo dev’essere così. Grazie.
Padre Lombardi: Grazie mille, Santità. Allora, adesso passiamo a una persona dei rappresentanti del gruppo italiano, e abbiamo uno che lei conosce bene: Andrea Tornielli, che viene a farle una domanda a nome del gruppo italiano.
Andrea Tornielli: Santo Padre, avrei una domanda un po’ forse indiscreta: ha fatto il giro del mondo la fotografia, quando siamo partiti, di lei che sale la scaletta dell’aereo portando una borsa nera, e ci sono stati articoli in tutto il mondo che hanno commentato questa novità: sì, del Papa che sale… non accadeva, diciamo, che il Papa salisse con il suo bagaglio a mano. Allora, ci sono state anche ipotesi su che cosa contenesse la borsa nera. Allora, le mie domande sono: uno, perché ha portato lei la sua borsa nera e non l’ha portata un collaboratore, e due, se può dirci che cosa c’era dentro… Grazie.
Non c’era la chiave della bomba atomica! Mah! La portavo perché sempre ho fatto così: io, quando viaggio, la porto. E dentro, cosa c’è? C’è il rasoio, c’è il breviario, c’è l’agenda, c’è un libro da leggere — ne ho portato uno su santa Teresina di cui io sono devoto. Io sono andato sempre con la borsa quando viaggio: è normale. Ma dobbiamo essere normali… Non so… è un po’ strano per me quello che tu mi dici, che ha fatto il giro del mondo quella foto. Ma dobbiamo abituarci ad essere normali. La normalità della vita. Non so, Andrea, se ti ho risposto…
Padre Lombardi: Allora, adesso diamo la parola a una rappresentante di lingua portoghese, Aura Miguel, che è di Radio Renascença.
Aura Miguel: Santità, volevo chiedere perché lei chiede così insistentemente che si preghi per lei? Non è normale, abituale, ascoltare un Papa chiedere così tanto di pregare per lui…
Io sempre ho chiesto questo. Quando ero prete lo chiedevo, ma non tanto frequentemente; ho cominciato a chiederlo con una certa frequenza nel lavoro di vescovo, perché io sento che se il Signore non aiuta in questo lavoro di aiutare il Popolo di Dio ad andare avanti, uno non può… Io davvero mi sento con tanti limiti, con tanti problemi, anche peccatore — voi lo sapete! — e devo chiedere questo. Ma, mi viene da dentro! Anche alla Madonna chiedo che preghi per me il Signore. È un’abitudine, ma è un’abitudine che mi viene dal cuore e anche dalla necessità che ho per il mio lavoro. Io sento che devo chiedere… non so, è così…
Padre Lombardi: Adesso passiamo al gruppo di lingua inglese, e diamo la parola al nostro collega Pullella di Reuters, che è qui davanti.
Philip Pullella: Santità, grazie per la sua disponibilità, a nome del gruppo inglese. Il collega de Lara ha già fatto la domanda che noi volevamo fare, quindi proseguo un po’ su quelle linee lì, poco, però: lei, nella ricerca di fare questi cambiamenti, mi ricordo che ha detto al gruppo di America latina che ci sono tanti santi che lavorano in Vaticano, ma anche persone che sono un po’ meno sante, no? Lei ha trovato resistenza a questo suo desiderio di cambiare le cose in Vaticano? Ha trovato resistenza? La seconda domanda è: lei vive in un modo molto austero, è rimasto a Santa Marta, eccetera… Lei vuole che i suoi collaboratori, anche i cardinali, seguano questo esempio e forse vivano in comunità, o è una cosa solo per lei?
I cambiamenti… i cambiamenti vengono anche da due versanti: quello che noi cardinali abbiamo chiesto, e quello che viene dalla mia personalità. Lei parlava del fatto che sono rimasto a Santa Marta: ma io non potrei vivere da solo nel Palazzo, e non è lussuoso. L’appartamento pontificio non è tanto lussuoso! È largo, è grande, ma non è lussuoso. Ma io non posso vivere da solo o con un piccolo gruppetto! Ho bisogno di gente, di trovare gente, di parlare con la gente… E per questo quando i ragazzi delle scuole gesuite mi hanno fatto la domanda: «Perché lei? Per austerità, per povertà?». No, no: per motivi psichiatrici, semplicemente, perché psicologicamente non posso. Ognuno deve portare avanti la sua vita, con il suo modo di vivere, di essere. I cardinali che lavorano in Curia non vivono da ricchi e da fastosi: vivono in un appartamentino, sono austeri, loro, sono austeri. Quelli che conosco, questi appartamenti che l’Apsa dà ai cardinali. Poi, mi sembra che ci sia un’altra cosa che volevo dire. Ognuno deve vivere come il Signore gli chiede di vivere. Ma l’austerità — un’austerità generale — credo che sia necessaria per tutti noi che lavoriamo al servizio della Chiesa. Ci sono tante sfumature sulle austerità… ognuno deve cercare il suo cammino. Rispetto ai santi, questo è vero, ce ne sono, santi: cardinali, preti, vescovi, suore, laici; gente che prega, gente che lavora tanto, e anche che va dai poveri, di nascosto. Io so di alcuni che si preoccupano di dare da mangiare ai poveri o poi, nel tempo libero, vanno a fare ministero in una chiesa o in un’altra… Sono preti. Ci sono santi in Curia. E anche c’è qualcuno che non è tanto santo, e questi sono quelli che fanno più rumore. Voi sapete che fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce. E questo a me fa dolore quando ci sono queste cose. Ma ci sono alcuni che danno scandalo, alcuni. Noi abbiamo questo monsignore in galera, credo che ancora prosegue in galera; non è andato in galera perché assomigliava alla beata Imelda precisamente, non era un beato. Sono scandali, questi, che fanno male. Una cosa — questo non l’ho mai detto, ma me ne sono accorto — credo che la Curia sia un poco calata dal livello che aveva un tempo, di quei vecchi curiali… il profilo del vecchio curiale, fedele, che faceva il suo lavoro. Abbiamo bisogno di queste persone. Credo… ci sono, ma non sono tanti come un tempo. Il profilo del vecchio curiale: io direi così. Dobbiamo averne di più, di questi. Se trovo resistenza? Mah! Se c’è resistenza, ancora io non l’ho vista. È vero che non ho fatto tante cose, ma si può parlare che sì, io ho trovato aiuto, e anche ho trovato gente leale. Per esempio, a me piace quando una persona mi dice: «Io non sono d’accordo», e questo l’ho trovato. «Ma questo non lo vedo, non sono d’accordo: io lo dico, lei faccia». Questo è un vero collaboratore. E questo l’ho trovato, in Curia. E questo è buono. Ma quando ci sono quelli che dicono: «Ah, che bello, che bello, che bello», e poi dicono il contrario dall’altra parte… Ancora non me ne sono accorto. Forse sì, ci sono alcuni, ma non me ne sono accorto. La resistenza: in quattro mesi non si può trovare tanto…
Padre Lombardi: Allora, adesso passiamo ad una brasiliana, mi sembra giusto. Allora, c’è Patricia Zorzan, magari si avvicina Izoard così poi abbiamo anche un francese.
Patricia Zorzan: Parlando a nome dei brasiliani. La società è cambiata, i giovani sono cambiati e si vedono in Brasile tanti giovani. Lei non ha parlato sull’aborto, sul matrimonio tra persone dello stesso sesso. In Brasile è stata approvata una legge che amplia il diritto all’aborto e ha permesso il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Perché non ha parlato su questo?
La Chiesa si è già espressa perfettamente su questo. Non era necessario tornarci, come non ho parlato neppure della frode, della menzogna o di altre cose sulle quali la Chiesa ha una dottrina chiara!
Patricia Zorzan:  Ma è un argomento che interessa ai giovani…
Sì, ma non era necessario parlare di questo, bensì delle cose positive che aprono il cammino ai ragazzi. Non è vero? Inoltre, i giovani sanno perfettamente qual è la posizione della Chiesa!
Patricia Zorzan: Qual è la posizione di vostra Santità, ce ne può parlare?
Quella della Chiesa. Sono figlio della Chiesa!
Padre Lombardi: Allora, ritorniamo al gruppo spagnolo: Dario Menor Torres… ah, scusate, Izoard, che abbiamo già convocato, così abbiamo uno del gruppo francese… e poi, Dario Menor.
Antoine-Marie Izoard: Buongiorno, Santità. A nome dei colleghi di lingua francese del volo — siamo nove su questo volo. Per un Papa che non vuole fare interviste, veramente le siamo grati. Lei dal 13 marzo già si presenta come il vescovo di Roma, con una grandissima, fortissima insistenza. Quindi, vorremmo capire qual è il senso profondo di questa insistenza, se per caso più che di collegialità si parla forse di ecumenismo, per caso, di essere primus inter pares della Chiesa? Grazie.
Sì, in questo non si deve andare più avanti di quello che si dice. Il Papa è vescovo, vescovo di Roma, e perché è vescovo di Roma è successore di Pietro, vicario di Cristo. Sono altri titoli, ma il primo titolo è “vescovo di Roma”, e da lì viene tutto. Parlare, pensare che questo voglia dire essere primus inter pares, no, questo non è conseguenza di questo. Semplicemente, è il titolo primo del Papa: vescovo di Roma. Ma ci sono anche gli altri… Credo che lei abbia detto qualcosa di ecumenismo: credo che questo favorisca un po’ l’ecumenismo. Ma, soltanto questo…
Padre Lombardi: Ora, Dario Menor de «La Razón», della Spagna:
Dario Menor Torres: Una domanda sui suoi sentimenti. Una settimana fa lei ha commentato di come un bambino le chiese come si sentiva, se qualcuno si poteva immaginare di essere Papa e se poteva desiderare di esserlo. Lei disse che bisognava essere pazzi per questo. Dopo la sua prima esperienza tra la moltitudine di gente, come sono stati questi giorni in Rio, può raccontare come si sente a essere Papa, se è molto duro, se è felice nell’esserlo, e se ancora, in qualche modo, ha accresciuto la sua fede o, al contrario, ha avuto qualche dubbio. Grazie.
Fare il lavoro di vescovo è una cosa bella, è bella. Il problema è quando uno cerca quel lavoro: questo non è tanto bello, questo non è del Signore. Ma quando il Signore chiama un prete a diventare vescovo, questo è bello. C’è sempre il pericolo di pensarsi un po’ superiori agli altri, non come gli altri, un po’ principe. Sono pericoli e peccati. Ma il lavoro di vescovo è bello: è aiutare i fratelli ad andare avanti. Il vescovo davanti ai fedeli, per segnare la strada; il vescovo in mezzo ai fedeli, per aiutare la comunione; e il vescovo dietro ai fedeli, perché i fedeli tante volte hanno il fiuto della strada. Il vescovo dev’essere così. La domanda diceva se a me piaceva? A me piace fare il vescovo, mi piace. A Buenos Aires ero tanto felice, tanto felice! Sono stato felice, è vero. Il Signore mi ha assistito in quello. Ma come prete sono stato felice, e come vescovo sono stato felice. In questo senso dico: mi piace!
Domanda fuori campo: E fare il Papa?
Anche, anche! Quando il Signore ti mette lì, se tu fai quello che il Signore vuole, sei felice. Questo è il mio sentimento, quello che sento.
Padre Lombardi: Adesso un altro del gruppo italiano: Salvatore Mazza di «Avvenire».
Salvatore Mazza: Non riesco neanche ad alzarmi. Mi scuso, non riesco neanche ad alzarmi in piedi per tutti i fili che ho sotto i piedi. Noi abbiamo visto in questi giorni, L’abbiamo vista pieno di energie anche a sera tardi; la stiamo vedendo adesso con l’aereo che balla, che sta tranquillamente in piedi, senza un attimo di esitazione. Volevamo chiederle: si parla molto di prossimi viaggi. Si parla dell’Asia, di Gerusalemme, dell’Argentina. Lei ha già un calendario più o meno definito per il prossimo anno, oppure è ancora tutto da vedere?
Definito-definito non c’è niente. Ma posso dirle qualcosa a cui si sta pensando. È definito — scusi — il 22 settembre a Cagliari. Poi, il 4 ottobre ad Assisi. In mente, dentro l’Italia, io vorrei andare a trovare i miei, una giornata: andare con l’aereo la mattina e tornare con l’altro, perché loro, poverini, mi chiamano e abbiamo un buon rapporto. Ma soltanto un giorno. Fuori d’Italia: il patriarca Bartolomeo i vuole fare un incontro per commemorare i 50 anni di Athenagora e Paolo VI a Gerusalemme. Anche il Governo israeliano ha fatto un invito speciale per andare a Gerusalemme. Credo che il Governo dell’Autorità palestinese lo stesso. Questo si sta pensando: non si sa bene se si vada o non si vada… Poi, in America latina credo che non ci sia possibilità di tornare, perché il Papa latinoamericano, il primo viaggio in America latina… arrivederci! Dobbiamo aspettare un po’! Credo che si possa andare in Asia, ma questo è tutto nell’aria. Ho avuto un invito per andare in Sri Lanka e anche nelle Filippine. Ma in Asia si deve andare. Perché Papa Benedetto non ha avuto tempo di andare in Asia, ed è importante. Lui è andato in Australia e poi in Europa e in America, ma l’Asia… Andare in Argentina: in questo momento io credo che si possa aspettare un po’, perché tutti questi viaggi hanno una certa priorità. Io volevo andare a Costantinopoli, il 30 settembre, per fare visita a Bartolomeo i, ma non è possibile, non è possibile per l’agenda mia. Se ci troviamo, lo faremo a Gerusalemme.
Domande fuori campo: Fátima?
Fátima, anche c’è un invito a Fátima, è vero, è vero. C’è un invito ad andare a Fátima.
Domande fuori campo: 30 settembre o 30 novembre?
Novembre, novembre: sant’Andrea.
Padre Lombardi: Bene. Allora, adesso ripassiamo negli Stati Uniti, e chiamiamo Hada Messia della Cnn a farle una domanda.
Hada Messia: Salve… Lei si regge meglio di me… No, no, no: va bene, va bene. La mia domanda è: quando ha incontrato i giovani argentini lei, un po’ scherzando, forse un po’ seriamente ha detto loro che lei pure, qualche volta, si sente ingabbiato: volevamo sapere a cosa si riferisse, esattamente…
Lei sa quante volte ho avuto voglia di andare per le strade di Roma, perché a me piaceva, a Buenos Aires, andare per la strada, mi piaceva tanto! In questo senso, mi sento un po’ ingabbiato. Ma, questo devo dirlo perché sono tanto buoni questi della Gendarmeria vaticana, sono buoni, buoni, buoni e sono loro riconoscente. Adesso mi lasciano fare qualcosa in più. Io credo… il loro dovere è custodire la sicurezza. Ingabbiato, in quel senso. A me piacerebbe andare per la strada, ma capisco che non è possibile: lo capisco. In quel senso l’ho detto. Perché la mia abitudine era — come diciamo noi di Buenos Aires — io ero un prete callejero …
Padre Lombardi: Adesso chiamiamo di nuovo un brasiliano: c’è Marcio Campos, e chiedo anche a Guénois di avvicinarsi per il prossimo turno, per i francesi.
Io domandavo il tempo, perché devono servire la cena, ma avete fame voi?
Fuori campo: No, no…
Marcio Campos: Sua Santità, Santo Padre, voglio dire che quando lei avrà nostalgia del Brasile, del popolo brasiliano, allegro, abbracci la bandiera che le ho consegnato. Vorrei anche ringraziare i miei colleghi dei quotidiani «Folha de São Paulo», «Estado», «O Globo» e «Veja»  per rappresentarli  in questa domanda. Santo Padre, è difficile accompagnare un Papa, molto difficile. Siamo tutti stanchi, Lei sta bene e noi siamo stanchi… In Brasile, la Chiesa cattolica ha perso fedeli in questi ultimi anni. Il movimento del Rinnovamento carismatico è una possibilità per evitare che i fedeli frequentino la Chiesa pentecostale o altre Chiese pentecostali? Molte grazie per la sua presenza e molte grazie per essere con noi.
È molto vero quello che lei dice del calo dei fedeli: è vero, è vero. Ci sono statistiche. Abbiamo parlato con i vescovi brasiliani del problema, in una riunione che abbiamo avuto ieri. Lei domandava sul movimento di Rinnovamento carismatico. Io vi dico una cosa. Negli anni, alla fine degli anni Settanta, inizio anni Ottanta, io non li potevo vedere. Una volta, parlando di loro, avevo detto questa frase: «Questi confondono una celebrazione liturgica con una scuola di samba!». Questo l’ho detto io. Mi sono pentito. Poi, ho conosciuto meglio. È anche vero che il movimento, con buoni assessori, è andato su una bella strada. E adesso credo che questo movimento faccia tanto bene alla Chiesa, in generale. A Buenos Aires, io li riunivo spesso e una volta l’anno facevo una Messa con tutti loro in cattedrale. Li ho favoriti sempre, quando io mi sono convertito, quando io ho visto il bene che facevano. Perché in questo momento della Chiesa — e qui allargo un po’ la risposta — credo che i movimenti siano necessari. I movimenti sono una grazia dello Spirito. «Ma, come si può reggere un movimento che è tanto libero?». Anche la Chiesa è libera! Lo Spirito Santo fa quello che vuole. Poi, Lui fa il lavoro dell’armonia, ma credo che i movimenti siano una grazia, quei movimenti che hanno lo spirito della Chiesa. Per questo credo che il movimento del Rinnovamento carismatico non solo serva ad evitare che alcuni passino alle confessioni pentecostali. Ma no! serve alla Chiesa stessa! Ci rinnova. E ognuno cerca il proprio movimento secondo il proprio carisma, dove lo porta lo Spirito.
Domanda fuori campo.
Io sono stanco.
Padre Lombardi: Allora, Guénois di «Le Figaro» per il gruppo francese.
Jean-Marie Guénois: Santo Padre, una domanda  anche con il mio collega di «La Croix»: lei ha detto che la Chiesa senza la donna perde fecondità. Quali misure concrete prenderà? Per esempio, il diaconato femminile o una donna a capo di un dicastero? E una piccolissima domanda tecnica: lei ha detto di essere stanco. Ha un allestimento speciale per il ritorno? Grazie, Santità.
Cominciamo dall’ultimo. Quest’aereo non ha allestimenti speciali. Io sono davanti, una bella poltrona, comune, ma comune, quella che hanno tutti. Io ho fatto scrivere una lettera e una chiamata telefonica per dire che io non volevo allestimenti speciali sull’aereo: è chiaro? Secondo, la donna. Una Chiesa senza le donne è come il collegio apostolico senza Maria. Il ruolo della donna nella Chiesa non è soltanto la maternità, la mamma di famiglia, ma è più forte: è proprio l’icona della Vergine, della Madonna; quella che aiuta a crescere la Chiesa! Ma pensate che la Madonna è più importante degli apostoli! È più importante! La Chiesa è femminile: è Chiesa, è sposa, è madre. Ma la donna, nella Chiesa, non solo deve… non so come si dice in italiano… il ruolo della donna nella Chiesa non solo deve finire come mamma, come lavoratrice, limitata… No! È un’altra cosa! Ma i Papi… Paolo VI ha scritto una cosa bellissima sulle donne, ma credo che si debba andare più avanti nell’esplicitazione di questo ruolo e carisma della donna. Non si può capire una Chiesa senza donne, ma donne attive nella Chiesa, con il loro profilo, che portano avanti. Io penso un esempio che non ha niente a che vedere con la Chiesa, ma è un esempio storico: in America latina, il Paraguay. Per me, la donna del Paraguay è la donna più gloriosa dell’America latina. Tu sei paraguayo? Sono rimaste, dopo la guerra, otto donne per ogni uomo, e queste donne hanno fatto una scelta un po’ difficile: la scelta di avere figli per salvare: la Patria, la cultura, la fede e la lingua. Nella Chiesa, si deve pensare alla donna in questa prospettiva: di scelte rischiose, ma come donne. Questo si deve esplicitare meglio. Credo che noi non abbiamo fatto ancora una profonda teologia della donna, nella Chiesa. Soltanto può fare questo, può fare quello, adesso fa la chierichetta, adesso legge la Lettura, è la presidentessa della Caritas… Ma, c’è di più! Bisogna fare una profonda teologia della donna. Questo è quello che penso io.
Padre Lombardi: Per il gruppo spagnolo, allora, adesso abbiamo Pablo Ordaz, di «El País».
Pablo Ordaz:  Vorremmo sapere quale sia la sua relazione di lavoro, non solo di amicizia, e di collaborazione con Benedetto XVI. Non c’è mai stata prima una circostanza simile; e se ha contatti frequenti e la sta aiutando in questo lavoro. Molte grazie.
Credo che l’ultima volta che ci sono stati due Papi, o tre Papi, non abbiano parlato tra loro, stavano lottando per vedere chi fosse quello autentico. Sono arrivati ad essere tre durante lo Scisma d’Occidente. C’è qualcosa…
C’è qualcosa che qualifica il mio rapporto con Benedetto: io gli voglio tanto bene. Sempre gli ho voluto bene. Per me è un uomo di Dio, un uomo umile, un uomo che prega. Io sono stato tanto felice quando lui è stato eletto Papa. Anche quando lui ha dato le dimissioni, è stato per me un esempio di grandezza! Un grande. Soltanto un grande fa questo! Un uomo di Dio e un uomo di preghiera. Lui adesso abita in Vaticano, e alcuni mi dicono: ma come si può fare questo? Due Papi in Vaticano! Ma, non ti ingombra lui? Ma lui non ti fa la rivoluzione contro? Tutte queste cose che dicono, no? Io ho trovato una frase per dire questo: «È come avere il nonno a casa», ma il nonno saggio. Quando in una famiglia il nonno è a casa, è venerato, è amato, è ascoltato. Lui è un uomo di una prudenza! Non si immischia. Io gli ho detto tante volte: «Santità, lei riceva, faccia la sua vita, venga con noi». È venuto per l’inaugurazione e la benedizione della statua di San Michele. Ecco, quella frase dice tutto. Per me è come avere il nonno a casa: il mio papà. Se io avessi una difficoltà o una cosa che non ho capito, telefonerei: «Ma, mi dica, posso farlo, quello?». E quando sono andato per parlare di quel problema grosso, di Vatileaks, lui mi ha detto tutto con una semplicità … al servizio. È una cosa che non so se voi la sapete, credo di sì, ma non sono sicuro: quando ci ha parlato, nel discorso di congedo, il 28 febbraio, ci ha detto: «Fra voi c’è il prossimo Papa: io gli prometto obbedienza». Ma è un grande; questo è un grande!
Padre Lombardi: Allora, adesso diamo la parola ancora a una brasiliana, Anna Ferreira; e allora si avvicina anche Gian Guido Vecchi per l’italiano.
Anna Ferreira: Santo Padre, buonasera. Grazie. Vorrei dire “grazie” tante volte: grazie di avere portato tanta allegria al Brasile, e grazie anche di rispondere alle nostre domande. A noi giornalisti piace tanto fare domande. Vorrei sapere, perché ieri lei ha detto ai vescovi brasiliani della partecipazione delle donne nella nostra Chiesa. Vorrei capire meglio: come dev’essere questa partecipazione di noi donne nella Chiesa? Lei cosa ne pensa anche dell’ordinazione delle donne? Come dev’essere la nostra posizione nella Chiesa?
Io vorrei spiegare un po’ quello che ho detto sulla partecipazione delle donne nella Chiesa: non si può limitare al fatto che faccia la chierichetta o la presidentessa della Caritas, la catechista… No! Deve essere di più, ma profondamente di più, anche misticamente di più, con questo che io ho detto della teologia della donna. E, con riferimento all’ordinazione delle donne, la Chiesa ha parlato e dice: «No». L’ha detto Giovanni Paolo II, ma con una formulazione definitiva. Quella è chiusa, quella porta, ma su questo voglio dirti una cosa. L’ho detto, ma lo ripeto. La Madonna, Maria, era più importante degli Apostoli, dei vescovi e dei diaconi e dei preti. La donna, nella Chiesa, è più importante dei vescovi e dei preti; come, è quello che dobbiamo cercare di esplicitare meglio, perché credo che manchi una esplicitazione teologica di questo. Grazie.
Padre Lombardi: Gian Guido Vecchi, del «Corriere della Sera»: chiedo di avvicinarsi alla signora Pigozzi e a Nicole, poi, dopo.
Gian Guido Vecchi: Padre Santo, lei anche in questo viaggio ha parlato più volte di misericordia. A proposito dell’accesso ai sacramenti dei divorziati risposati, c’è la possibilità che cambi qualcosa nella disciplina della Chiesa? Che questi sacramenti siano un’occasione per avvicinare queste persone, anziché una barriera che li divide dagli altri fedeli?
Questo è un tema che si chiede sempre. La misericordia è più grande di quel caso che lei pone. Io credo che questo sia il tempo della misericordia. Questo cambio di epoca, anche tanti problemi della Chiesa — come una testimonianza non buona di alcuni preti, anche problemi di corruzione nella Chiesa, anche il problema del clericalismo, per fare un esempio — hanno lasciato tanti feriti, tanti feriti. E la Chiesa è Madre: deve andare a curare i feriti, con misericordia. Ma se il Signore non si stanca di perdonare, noi non abbiamo altra scelta che questa: prima di tutto, curare i feriti. È mamma, la Chiesa, e deve andare su questa strada della misericordia. E trovare una misericordia per tutti. Ma io penso, quando il figliol prodigo è tornato a casa, il papà non gli ha detto: «Ma tu, senti, accomodati: che cosa hai fatto con i soldi?». No! Ha fatto festa! Poi, forse, quando il figlio ha voluto parlare, ha parlato. La Chiesa deve fare così. Quando c’è qualcuno… non solo aspettarli: andare a trovarli! Questa è la misericordia. E io credo che questo sia un kairós: questo tempo è un kairós di misericordia. Ma questa prima intuizione l’ha avuta Giovanni Paolo II, quando ha incominciato con Faustina Kowalska, la Divina Misericordia… lui aveva qualcosa, aveva intuito che era una necessità di questo tempo. Con riferimento al problema della Comunione alle persone in seconda unione, perché i divorziati possono fare la Comunione, non c’è problema, ma quando sono in seconda unione, non possono. Io credo che questo sia necessario guardarlo nella totalità della pastorale matrimoniale. E per questo è un problema. Ma anche — una parentesi — gli ortodossi hanno una prassi differente. Loro seguono la teologia dell’economia, come la chiamano, e danno una seconda possibilità, lo permettono. Ma credo che questo problema — chiudo la parentesi — si debba studiare nella cornice della pastorale matrimoniale. E per questo, due cose; primo: uno dei temi da consultare con questi otto del consiglio dei cardinali, con i quali ci riuniremo l’1, il 2 e il 3 ottobre, è come andare avanti nella pastorale matrimoniale, e questo problema uscirà lì. E, una seconda cosa: è stato con me, quindici giorni fa, il segretario del Sinodo dei vescovi, per il tema del prossimo Sinodo. Era un tema antropologico, ma parlando e riparlando, andando e tornando, abbiamo visto questo tema antropologico: la fede come aiuta la pianificazione della persona, ma nella famiglia, e andare quindi sulla pastorale matrimoniale. Siamo in cammino per una pastorale matrimoniale un po’ profonda. E questo è un problema di tutti, perché ci sono tanti, no? Per esempio, ne dico uno soltanto: il cardinale Quarracino, il mio predecessore, diceva che per lui la metà dei matrimoni sono nulli. Ma diceva così, perché? Perché si sposano senza maturità, si sposano senza accorgersi che è per tutta la vita, o si sposano perché socialmente si devono sposare. E in questo entra anche la pastorale matrimoniale. E anche il problema giudiziale della nullità dei matrimoni, quello si deve rivedere, perché i Tribunali ecclesiastici non bastano per questo. È complesso, il problema della pastorale matrimoniale. Grazie.
Padre Lombardi: Grazie. Allora adesso abbiamo la signora Pigozzi che è di «Paris Match», è ancora del gruppo francese…
Caroline Pigozzi: Buonasera, Santo Padre. Vorrei sapere se lei, da quando è Papa, si sente ancora gesuita…
È una domanda teologica, perché i gesuiti fanno voto di obbedire al Papa. Ma se il Papa è gesuita, forse deve far voto di obbedire al Generale dei gesuiti… Non so come si risolve questo… Io mi sento gesuita nella mia spiritualità; nella spiritualità degli Esercizi, la spiritualità, quella che io ho nel cuore. Ma tanto mi sento così che fra tre giorni andrò a festeggiare con i gesuiti la festa di sant’Ignazio: dirò la messa al mattino. Non ho cambiato di spiritualità, no. Francesco, francescano: no. Mi sento gesuita e la penso come gesuita. Non ipocritamente, ma la penso come gesuita. Grazie a lei.
Padre Lombardi: Se ha ancora resistenza, c’è ancora qualche domanda. Adesso, Nicole Winfield, che è dell’Associated Press, e ci sono… ma non era… ma, io ho avuto una lista e qui veramente, credevo che vi foste organizzati… Allora, va bè, Elisabetta, mettiti in lista anche tu, scusa.
Nicole Winfield: Santità, grazie di nuovo per essere venuto «tra i leoni». Santità, al quarto mese del suo pontificato, volevo chiederle di fare un piccolo bilancio. Ci può dire quale è stata la cosa migliore di essere Papa, un aneddoto, e quale la cosa peggiore, e qual è la cosa che l’ha sorpresa di più in questo periodo?
Ma non so come rispondere a questo, davvero. Cose grosse, cose grosse non sono state. Cose belle sì; per esempio, l’incontro con i vescovi italiani è stato tanto bello, tanto bello. Come vescovo della capitale d’Italia, mi sono sentito con loro a casa. E quello è stato bello, ma non so se sia stato il migliore. Anche una cosa dolorosa, ma che è entrata abbastanza nel mio cuore, la visita a Lampedusa. Ma quello è di piangere, mi ha fatto bene quello. Ma quando arrivano queste barche li lasciano alcune miglia prima della costa e loro devono, con la barca, arrivare da soli. E questo mi fa dolore perché penso che queste persone sono vittime di un sistema socio-economico mondiale. Ma la cosa peggiore — mi scusi — che mi è venuta è una sciatica — davvero! — che ho avuto il primo mese perché per fare le interviste mi accomodavo in una poltrona e questo mi ha fatto un po’ male. È una sciatica dolorosissima, dolorosissima! Non l’auguro a nessuno! Ma queste cose: parlare con la gente; l’incontro con i seminaristi e le religiose è stato bellissimo, è stato bellissimo. Anche l’incontro con gli alunni dei collegi gesuiti è stato bellissimo, cose buone.
Domanda: Qual è la cosa che l’ha più sorpresa?
Le persone, le persone, le persone buone che ho trovato. Ho trovato tante persone buone in Vaticano. Ho pensato cosa dire, ma quello è vero. Io faccio giustizia, dicendo questo: tante persone buone. Tante persone buone, tante persone buone, ma buone buone buone!
Padre Lombardi: Elisabetta, ma questa la conosce e anche Sergio Rubini, magari si avvicina, così abbiamo gli argentini.
Elisabetta Piqué: Papa Francesco, anzitutto a nome dei cinquantamila argentini che ho incontrato lì e che mi hanno detto «Viaggerai con il Papa, per favore, digli che è stato fantastico, stupendo; domandagli quando verrà», ma lei ha già detto che non andrà… Quindi, le faccio una domanda più difficile. Si è spaventato quando ha visto la relazione su Vatileaks?
No! Ti racconto un aneddoto sul rapporto Vatileaks. Quando andai a trovare Papa Benedetto, dopo aver pregato nella cappella, siamo stati nel suo studio e ho visto una grande scatola e una grossa busta. Scusi…
Benedetto mi ha detto, mi diceva: «In questa scatola grande ci sono tutte le dichiarazioni, le cose che hanno detto i testimoni, tutti lì. Ma il riassunto e il giudizio finale è in questa busta. E qui si dice ta-ta-ta…». Aveva tutto in testa! Ma che intelligenza! Tutto a memoria, tutto! Ma no, non mi sono spaventato, no. No, no. Ma è un problema grosso, eh? Ma non mi sono spaventato.
Sergio Rubín: Santità, due cose. Questa è la prima: lei ha insistito molto sul fermare la perdita di fedeli. In Brasile è stata molto forte. Spera che questo viaggio contribuisca a che la gente ritorni alla Chiesa, si senta più vicina. E la seconda, più familiare: a lei piaceva molto l’Argentina e aveva molto nel cuore Buenos Aires. Gli argentini si chiedono se a lei non manchi tanto questa Buenos Aires, lei la percorreva in autobus, in pullman, camminava per le strade. Molte grazie.
Io credo che un viaggio papale sempre fa bene. E credo che al Brasile questo farà bene, ma non soltanto la presenza del Papa, ma quello che in questa Giornata della gioventù si è fatto, loro si sono mobilizzati e loro faranno tanto bene, forse aiuteranno tanto la Chiesa. Ma questi fedeli che se ne sono andati, tanti non sono felici perché si sentono di appartenere alla Chiesa. Credo che questo sarà positivo, non solo per il viaggio, ma soprattutto per la Giornata: la Giornata è stato un evento meraviglioso. E di Buenos Aires, sì, alle volte mi manca. E quello si sente. Ma è una mancanza serena, è una mancanza serena, è una mancanza serena. Ma io credo che lei, Sergio, conosca meglio me di tutti gli altri, Lei può rispondere a questa domanda. Con il libro che ha scritto!
Padre Lombardi: Allora abbiamo il russo e poi c’era Valentina, che era la decana, che voleva chiudere lei.
Alexey Bukalov: Buonasera Santo Padre. Santo Padre, tornando all’ecumenismo: oggi gli ortodossi festeggiano i 1.025 anni del cristianesimo, ci sono grandissimi festeggiamenti in molte capitali. Se vuole fare un commento su questo fatto, sarò felice a questo proposito. Grazie.
Nelle Chiese ortodosse, hanno conservato quella pristina liturgia, tanto bella. Noi abbiamo perso un po’ il senso dell’adorazione. Loro lo conservano, loro lodano Dio, loro adorano Dio, cantano, il tempo non conta. Il centro è Dio, e questa è una ricchezza che vorrei dire in questa occasione in cui Lei mi fa questa domanda. Una volta, parlando della Chiesa occidentale, dell’Europa occidentale, soprattutto la Chiesa più cresciuta, mi hanno detto questa frase: Lux ex oriente, ex occidente luxus. Il consumismo, il benessere, ci hanno fatto tanto male. Invece voi conservate questa bellezza di Dio al centro, la referenza. Quando si legge Dostoevskij — io credo che per tutti noi deve essere un autore da leggere e rileggere, perché ha una saggezza — si percepisce qual è l’anima russa, l’anima orientale. È una cosa che ci farà tanto bene. Abbiamo bisogno di questo rinnovamento, di questa aria fresca dell’Oriente, di questa luce dell’Oriente. Giovanni Paolo II lo aveva scritto nella sua Lettera. Ma tante volte il luxus dell’Occidente ci fa perdere l’orizzonte. Non so, mi viene questo di dire. Grazie.
Padre Lombardi: E allora chiudiamo con Valentina che, come aveva cominciato nel viaggio di partenza, adesso chiude nel viaggio di ritorno.
Valentina Alazraki:  Santità, grazie per aver mantenuto la promessa di rispondere alle nostre domande al ritorno…
Vi ho fatto ritardare la cena…
Valentina Alazraki: Non importa, non importa. La domanda, da parte di tutti i messicani sarebbe: quando andrà a Guadalupe?… Questa però è la domanda dei messicani… La mia sarebbe: lei canonizzerà due grandi Papi: Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II. Vorrei sapere qual è — secondo lei — il modello di santità che emerge dall’uno e dall’altro e qual è l’impatto che hanno avuto nella Chiesa e in lei.
Giovanni XXIII è un po’ la figura del “prete di campagna”, il prete che ama ognuno dei fedeli, che sa curare i fedeli e questo lo ha fatto da vescovo, come nunzio. Ma quante testimonianze di Battesimo false ha fatto in Turchia in favore degli ebrei! È un coraggioso, un prete di campagna buono, con un senso dell’umorismo tanto grande, tanto grande, e una grande santità. Quando era nunzio, alcuni non gli volevano tanto bene in Vaticano, e quando arrivava per portare cose o chiedere, in certi uffici lo facevano aspettare. Mai si è lamentato: pregava il rosario, leggeva il breviario, mai. Un mite, un umile, anche uno che si preoccupava per i poveri. Quando il cardinal Casaroli è tornato da una missione — credo in Ungheria o in quella che era la Cecoslovacchia di quel tempo, non ricordo quale delle due — è andato da lui a spiegargli come era stata la missione, in quella epoca della diplomazia dei “piccoli passi”. E hanno avuto l’udienza — venti giorni dopo Giovanni XXIII sarebbe morto — e mentre Casaroli se ne andava, lo fermò: «Ah Eminenza — no, non era Eminenza — Eccellenza, una domanda: lei continua ad andare da quei giovani?». Perché Casaroli andava al carcere minorile di Casal del Marmo e giocava con loro. E Casaroli ha detto: «Sì, sì!». «Non li abbandoni mai». Questo ad un diplomatico, che arrivava dal fare un percorso di diplomazia, un viaggio così impegnativo, Giovanni XXIII ha detto: «Non abbandoni mai i ragazzi». Ma è un grande, un grande! Poi quello del concilio: è un uomo docile alla voce di Dio, perché quello gli è venuto dallo Spirito Santo, gli è venuto e lui è stato docile. Pio XII pensava di farlo, ma le circostanze non erano mature per farlo. Credo che questo [Giovanni XXIII] non abbia pensato alle circostanze: lui ha sentito quello e lo ha fatto. Un uomo che si lasciava guidare dal Signore. Di Giovanni Paolo II mi viene di dire “il grande missionario della Chiesa”: è un missionario, è un missionario, un uomo che ha portato il Vangelo dappertutto, voi lo sapete meglio di me. Ma lei quanti viaggi ha fatto? Ma andava! Sentiva questo fuoco di portare avanti la Parola del Signore. È un Paolo, è un San Paolo, è un uomo così; questo per me è grande. E fare la cerimonia di canonizzazione tutti e due insieme credo che sia un messaggio alla Chiesa: questi due sono bravi, sono bravi, sono due bravi. Ma c’è in corso la causa di Paolo VI ed anche di Papa Luciani: queste due sono in corso. Ma, ancora una cosa che credo che io ho detto, ma non so se qui o da un’altra parte: la data di canonizzazione. Si pensava l’8 dicembre di quest’anno, ma c’è un problema grosso; quelli che vengono dalla Polonia, i poveri, perché quelli che hanno i mezzi possono venire con l’aereo, ma quelli che vengono, i poveri, vengono in bus e già a dicembre le strade hanno il ghiaccio e credo che si debba ripensare la data. Io ho parlato con il cardinal Dziwisz e lui mi ha suggerito due possibilità: o Cristo Re di quest’anno, o la domenica della Misericordia del prossimo anno. Credo che sia poco tempo Cristo Re di quest’anno, perché il concistoro sarà il 30 settembre e a fine d’ottobre c’è poco tempo, ma non so, devo parlare con il cardinal Amato su questo. Ma credo che l’8 dicembre non sarà.
Domanda: Ma saranno canonizzati insieme?
Insieme tutti e due insieme, sì.
Padre Lombardi:  Grazie Santità. Chi c’è ancora? Ilze? Poi li abbiamo fatti proprio tutti, anche di più di quelli che si erano iscritti prima…
Ilze Scamparini: Vorrei chiedere il permesso di fare una domanda un po’ delicata: anche un’altra immagine ha girato un po’ il mondo, che è stata quella di monsignor Ricca e delle notizie sulla sua intimità. Vorrei sapere, Santità, cosa intende fare su questa questione? Come affrontare questa questione e come Sua Santità intende affrontare tutta la questione della lobby gay?
Quello di monsignor Ricca: ho fatto quello che il diritto canonico manda a fare, che è la investigatio previa. E da questa investigatio non c’è niente di quello di cui l’accusano, non abbiamo trovato niente di quello. Questa è la risposta. Ma io vorrei aggiungere un’altra cosa su questo: io vedo che tante volte nella Chiesa, al di fuori di questo caso ed anche in questo caso, si vanno a cercare i “peccati di gioventù”, per esempio, e questo si pubblica. Non i delitti, eh? i delitti sono un’altra cosa: l’abuso sui minori è un delitto. No, i peccati. Ma se una persona, laica o prete o suora, ha fatto un peccato e poi si è convertito, il Signore perdona, e quando il Signore perdona, il Signore dimentica e questo per la nostra vita è importante. Quando noi andiamo a confessarci e diciamo davvero: «Ho peccato in questo», il Signore dimentica e noi non abbiamo il diritto di non dimenticare, perché corriamo il rischio che il Signore non si dimentichi dei nostri [peccati].  È un pericolo quello. Questo è importante: una teologia del peccato. Tante volte penso a san Pietro: ha fatto uno dei peggiori peccati, che è rinnegare Cristo, e con questo peccato lo hanno fatto Papa. Dobbiamo pensare tanto. Ma, tornando alla sua domanda più concreta: in questo caso, ho fatto l’investigatio previa e non abbiamo trovato. Questa è la prima domanda. Poi, lei parlava della lobby gay. Mah! Si scrive tanto della lobby gay. Io ancora non ho trovato chi mi dia la carta d’identità in Vaticano con “gay”. Dicono che ce ne sono. Credo che quando uno si trova con una persona così, deve distinguere il fatto di essere una persona gay, dal fatto di fare una lobby, perché le lobby, tutte non sono buone. Quello è cattivo. Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla? Il Catechismo della Chiesa Cattolica spiega in modo tanto bello questo, ma dice,  — aspetta un po’, come si dice — e dice: «Non si devono emarginare queste persone per questo, devono essere integrate in società». Il problema non è avere questa tendenza, no, dobbiamo essere fratelli, perché questo è uno, ma se c’è un altro, un altro. Il problema è fare lobby di questa tendenza: lobby di avari, lobby di politici, lobby dei massoni, tante lobby. Questo è il problema più grave per me. E la ringrazio tanto per aver fatto questa domanda. Grazie tante!
Padre Lombardi: Grazie. Mi pare che più di così non si poteva fare. Abbiamo persino abusato del Papa che ci aveva detto che era già un po’ stanco e gli auguriamo adesso di riposarsi un poco.
Grazie a voi, e buona notte, buon viaggio e buon riposo.

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COME IL BATTITO DEL CUORE, GIORNO E NOTTE: L’ESISTENZA DIVENTI PREGHIERA, di don Alvaro del Portillo

Il 5 luglio scorso il Papa Francesco ha approvato il decreto sul miracolo attribuito all’intercessione ad Alvaro del Portillo, del quale precedentemente erano state dichiarate le virtù eroiche. Questo significa che verrà beatificato, cioè proposto ai fedeli come modello di sequela di Cristo, di identificazione con Lui e come intercessore. Primo successore di San Josemarìa alla guida dell’Opus Dei, ho avuto modo di conoscerlo negli incontri con san Josemarìa a cui ho partecipato, a Roma, negli anni 1973-1975, nei quali stava molto appartato per non togliere attenzione alle parole del Fondatore, e dopo la morte del Fondatore negli incontri familiari e formativi che gli piaceva tenere, seguendo il suo esempio,  con i ragazzi che andavano a Roma per trascorrervi la settimana santa, vivere la Pasqua, stare con il Papa, avere un’esperienza dell’universalità della Chiesa. Ancor più da vicino l’ho conosciuto negli anni di studio della teologia a Roma, nei quali veniva a trovarci spesso. Furono gli anni appassionanti della gioventù di Giovanni Paolo II, ma anche drammatici: per esempio vivemmo in loco lo choc dell’attentato al Papa, il 13 maggio dell’1981. Ci chiedeva di pregare molto per la sua vita e poi per la sua guarigione, e ci raccontava delle visite che riusciva a fare al Gemelli, e dei regali che gli faceva, fra cui cassette con canzoni di amore umano bello che avrebbero potuto aiutarlo a pregare in quei momenti di grande prova e stanchezza. Tra quelle canzoni, c’era per esempio la canzone messicana La Morenita, che a san Josemarìa piaceva rivolgere alla Madonna di Guadalupe.
 Per tre volte siamo stati insieme a lui con i miei genitori, sorelle e fratelli, negli ultimi due c’erano anche moglie e fidanzata dei miei due fratelli. Mi piacerebbe informalmente raccontare altri piccoli ricordi di questo tipo…per ora offro un suo scritto e un paio di link utili. Lo scritto é un suo intervento ad un convegno su Giovanni Paolo II che il settimanale Il Sabato pubblicò il 7 dicembre del 1984. Attualmente è pubblicato in un libro di suoi scritti, della Libreria Editrice Vaticana, dal titolo Rendere amabile la verità (Roma, 1995). Allora mi dedicavo alla tesi dottorale a Pamplona, ero sacerdote da pochi mesi. Mi arrivò notizia di quell’articolo attraverso una fotocopia inviatami per posta da una delle mie sorelle. Molte volte l’ho utilizzata citandola nelle mie meditazioni, quando toccavo l’aspetto della santificazione del lavoro. Era l’epoca degli strumenti cartacei. Adesso quella fotocopia riposa in un mio schedario, piegata in quattro. Il testo è espressivo del modo piano, ragionevole e caldo, illuminante che aveva don Alvaro, come viene chiamato da molti, di spiegare aspetti centrali della fede e della vita cristiana, illuminati dal peculiare carisma dello spirito ricevuto da san Josemarìa. Il titolo mette in evidenza il lavoro, ma leggendolo si vede che don Alvaro pensa a tutta l’esistenza che possa diventare preghiera. Prende le mosse dall’esempio di Giovanni Paolo II con cui aveva molta consuetudine. Lo stesso 5 luglio è stato approvato anche il miracolo di Giovanni Paolo II, per la canonizzazione. E anche la notizia della canonizzazione di Giovanni XXIII, che lo aveva conosciuto e nominato con incarichi importanti in varie commissioni del Concilio Vaticano II. I santi si conoscono sulla terra, si vogliono bene, si aiutano, e in cielo si occupano incessantemente di noi. Buona lettura.

per chi desidera approfondire: 

-video di due minuti e mezzo sulla sua vita: http://www.opusdei.it/art.php?p=49806

-intervista a mons Capucci postulatore della Causa di Beatificazione: http://www.opusdei.it/art.php?p=54591


Il lavoro si trasformi in orazione[1]
Era il 1972. L’allora arcivescovo di Cracovia, Karol Wojtyla, era impegnato nella redazione delle risposte ad un’intervista sul sacerdo­zio. Ho la gioia di conservare personalmente l’originale di quel ma­noscritto. Il testo è in lingua polacca, ma, al bordo superiore di ogni pagina, appaiono sempre alcune brevi e significative parole in latino: totus tuus, et omnia mea tua sunt, Mater Misericordiae…, oppure un versetto della Sequentia della messa di Pentecoste: Veni, Sancte Spiri­tus, / et emitte caelitus / lucis tuae radium. / Veni, Pater pauperum, / Veni, Dator munerum…, eccetera, e così, su ogni cartella, fino alla fine del testo dell’intervista.

Giaculatorie sfuggite quasi per imperiosa ne­cessità dalla penna, con le quali il cardinal Wojtyla chiedeva al Signo­re di illuminarlo nel lavoro e, al tempo stesso, si aiutava ad alimentare e ad attualizzare lo sforzo per mantenersi sempre alla presenza di Dio. Perché è così facile, soprattutto nel lavoro intellettuale, che l’ani­ma si distragga da Lui per immergersi soltanto nella riflessione, se viene a mancare uno specifico e sano impegno ascetico.

Questo piccolo episodio della vita del Santo Padre Giovanni Pao­lo II mi è parso particolarmente adatto ad aprire la presente testimo­nianza. Più incisivamente di tante considerazioni astratte, esso richia­ma infatti tutti noi a ricordare un compito affascinante che è anche una precisa necessità per ogni anima cristiana: fare tutto il possibile affinché l’intera esistenza, ed in particolare il lavoro di ogni giorno, si trasformi in preghiera.
Immettendosi nel solco della più antica tradizione, il Magistero pontificio ha sempre insegnato che ogni cristiano deve diventare un’anima d’orazione. Ed affinché questo colloquio intimo con Dio possa svilupparsi non basta dedicare all’orazione un po’ di tempo alla settimana. Persino pregare tutti i giorni sarebbe ancora poco, se si tengono presenti le attese del Signore nei confronti di ciascuno di noi. Il Vangelo afferma chiaramente che bisogna «pregare sempre, senza stancarsi»[2]. Dal canto suo, san Paolo esorta: Sine intermissione orate[3], pregate incessantemente.
L’intera esistenza cristiana deve dunque diventare preghiera: un’orazione ininterrotta come il battito del cuore, giorno e notte[4]. E questo Dio lo chiede a tutti, perché tutti sono chiamati a santificarsi. Alla pienezza dell’amore il Signore chiama anche tutti quei milioni di fedeli che ha posto in mezzo al mondo, a condividere le inquietudini, le aspirazioni, i problemi del mondo nella famiglia, nella professione, nei rapporti sociali.
Ma è veramente possibile trasformare l’intera esistenza, con i suoi conflitti e le sue turbolenze, in un’autentica preghiera? Dobbiamo rispondere decisamente di sì. Altrimenti, sarebbe come ammettere di fatto che la solenne proclamazione della chiamata universale alla san­tità, da parte del Concilio Vaticano II[5], non è stata nulla di più che un’affermazione di principio, un ideale teorico, un’aspirazione inca­pace di tradursi in realtà vissuta dall’immensa maggioranza dei cri­stiani.
Ma la santità richiede una vita d’orazione intensa e piena, tale cioè da abbracciare la totalità dell’esistenza nei suoi singoli aspetti. Occorre allora concludere che è indispensabile riuscire a trasformare il lavoro in preghiera: il lavoro manuale o intellettuale, che costituisce il tessuto del vivere quotidiano di tanti milioni di uomini e di donne, può, con l’aiuto della Grazia, diventare per ognuno di loro l’ambito di quella conversazione con Dio che è sete di ogni anima contempla­tiva. Se qualcuno avesse timore di essere radicale su questo punto —il lavoro che diventa preghiera nell’impegno ascetico di tutti i comuni fedeli — costui, ripeto, di fatto negherebbe la chiamata universale al­la santità. Ne dichiarerebbe impossibile la realizzazione. E, ciò che è ancora più grave, sfumerebbe a tal punto l’orizzonte teologale della vita cristiana da creare una scissione insanabile, del tutto contraria al progetto divino, fra l’essere e l’agire.
Aprendo con discrezione uno spiraglio sulla propria preghiera personale, un giorno Giovanni Paolo II ebbe a confidare che il Papa «cerca anche di unire la preghiera ai suoi obblighi, alle sue attività, al suo lavoro, e di unire il suo lavoro alla preghiera»[6]. Riprendo qui con particolare gioia queste parole del Santo Padre, perché offrono un’ulteriore ed autorevole conferma ad un insegnamento diffuso dal fondatore dell’Opus Dei fin dal 1928 e divenuto oggi consolante esperienza per tante migliaia di persone che si impegnano con sem­plicità a viverlo e a trasmetterlo ad altri: fra le occupazioni temporali e la vita spirituale, fra il lavoro e la preghiera non ci può essere solo un «armistizio», più o meno riuscito; ci dev’essere unione piena, fu­sione senza residui. Il lavoro nutre l’orazione e l’orazione imbeve di sé il lavoro. Fino a tal segno che il lavoro in se stesso, in quanto servi­zio reso all’uomo e alla società, e dunque con le più alte esigenze di professionalità che lo contraddistinguono, diviene preghiera grata a Dio: atto nel quale l’uomo tutto intero, nel proprio essere e nel pro­prio agire, dona se stesso a Dio. Ricordate l’invito dell’Apostolo ai Colossesi: « Tutto quello che fate in parole ed opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù»[7]. Tutto, anche le realtà più prosaiche, perché nulla, salvo il peccato, può essere escluso a priori dalla possi­bilità di venire divinizzato e trasformato in preghiera: «Sia dunque che mangiate, sia che beviate, sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio»[8].
Il fondamento teologico della possibilità di mutare in preghiera qualunque attività umana, e quindi anche il lavoro, viene illustrato dal Santo Padre Giovanni Paolo II nell’enciclica Laborem exercens laddove, nel descrivere alcuni elementi per una spiritualità del lavoro afferma: « Dato che il lavoro nella sua dimensione soggettiva è sem­pre un’azione personale, actus personae, ne segue che ad esso parte­cipa l’uomo intero, il corpo e lo spirito ( .. ). All’uomo intero è pure indirizzata la Parola del Dio vivo, il messaggio evangelico della salvezza»[9].
E l’uomo deve rispondere a Dio che lo interpella con tutto se stesso, con il proprio corpo ed il proprio spirito, con la propria attivi­tà. Questa risposta è appunto l’orazione.
Può sembrare difficile mettere in pratica un programma così alto. Senza l’aiuto divino è certamente impossibile. Ma la grazia ci innalza ben al di sopra delle nostre limitazioni. L’Apostolo detta una precisa condizione: fare ogni cosa a gloria di Dio, con assoluta purezza d’in­tenzione, nell’anelito di piacere al Signore in tutto.
Ma, a questo fine, ecco che si coglie immediatamente un’altra condizione da rispettare: lavorare sul serio e lavorare bene, con la massima perfezione umana possibile. Il nesso fra il lavoro e la santità si rende allora più evidente, perché appare chiaro che il lavoro può trasformarsi in preghiera soltanto in virtù di uno sforzo costante per esercitare le virtù umane e le virtù soprannaturali. Il lavoro mette in movimento l’intero organismo soprannaturale. Un testo, fra i tanti di monsignor Escrivá, descrive efficacemente questa realtà: « Il lavoro nasce dall’amore, manifesta l’amore, è ordinato all’amore. Ricono­sciamo Dio non solo nello spettacolo della natura, ma anche nell’esperienza del nostro lavoro, del nostro sforzo. Sapendoci posti da Dio sulla terra, amati da Lui ed eredi delle sue promesse, il lavoro di­viene preghiera, rendimento di grazie»[10].
Ma, si badi, affermare che tutta la vita può e deve diventare pre­ghiera non significa certamente dimenticare che debbono esistere dei momenti da dedicare specificamente ed esclusivamente all’orazione. Queste pause di raccoglimento sono indispensabili: solo i sacramenti, infatti, assieme all’orazione mentale e alle altre pratiche di pietà, ci offrono la forza spirituale necessaria per mantenere vivo in ogni mo­mento il dialogo con Dio. Tuttavia, tali esercizi non vanno concepiti come altrettante interruzioni del tempo dedicato al lavoro; non sono parentesi a sé stanti. Quando preghiamo, non abbandoniamo il «profano», per immergerci nel «sacro». La preghiera segna invece il momento più intenso di un atteggiamento che accompagna il cri­stiano in tutta la sua attività e che crea il nesso più profondo, perché più intimo, fra il lavoro svolto prima e quello al quale tornerà subito dopo. E, parallelamente, egli saprà così ricavare proprio dal lavoro materia con cui alimentare il fuoco della preghiera mentale e vocale, spunti sempre nuovi di adorazione, di gratitudine, di fiducioso ab­bandono in Dio.
Bisogna quindi dare il giusto valore a quello sforzo concreto sen­za il quale, normalmente, è così difficile destare e ravvivare nell’anima il senso della presenza di Dio durante il lavoro quotidiano. La donna di casa nello svolgimento delle faccende domestiche, il lavoratore manuale in fabbrica ed il contadino nei campi, lo studioso nella ricerca scientifica, i giovani nello studio universitario, tutti possono sperimentare la necessità di « inventare » mille modi pratici per « materializzare » questo impegno. L’aneddoto del Papa citato in apertura ce ne offre un esempio assai istruttivo.
L’unione con Cristo incoata in noi dal Battesimo e perfezionata, giorno dopo giorno, dagli altri sacramenti, tende a stabilire nella no­stra anima un’identificazione crescente con il Verbo incarnato ed i misteri della sua vita. Per la maggior parte dei cristiani tale progressi­va configurazione con il Signore Gesù si sviluppa necessariamente nel lavoro, perché è proprio il lavoro ciò che riempie quasi tutte le ore della loro giornata. Il lavoro appare dunque segnato da questo af­fascinante compito: divenire effettivamente orazione, oblazione santa e gradita a Dio[11]. Lo sforzo dell’uomo, allora, non sarà vano di fronte a Dio[12]: electi mei non laborabunt frustra[13], i miei eletti —dice il Signore— non faticheranno invano.
Mons. Alvaro del Portillo



[1] Pubblicato in «Il Sabato », 7-XII-1984.
[2] Lc 18,1
[3] 1 Ts 5,17
[4] Cf Lc 21,36; 1 Ts 3,10; 1 Tm 5,5, ecc.
[5] Cf CONCILIO VATICANO 11, Cost. dogm. Lumen gentium, e V, nn. 39-42.
[6] GIOVANNI PAOLO 11, Discorso a Parigi, durante la Veglia dell’1-6-1980.
[7] Col 3, 17
[8] 1 Cor 10, 3 l.
[9] GIOVANNI PAOLO II, Litt. enc. Laborem exercens, 14-9-1981, n. 24.
[10] JOSEMARÍA ESCRIVA DE BALAGUER, È Gesù che passa, Ares, Mila­no, III ed., 1982, n. 48.
[11] Cf Rm 12,1.
[12] Cf 1 Cor 15,58.
[13] Is 65,23.
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MANTENERE LA SPERANZA, LASCIARSI SORPRENDERE DA DIO, VIVERE NELLA GIOIA

Omelia di papa Francesco nella messa al santuario di nostra Signora di Aparecida. Mercoledì, 24 luglio 2013. Affida alla Madonna questi giorni e i giovani del mondo.Suggerisce tre atteggiamenti da vivere come cristiani. Spesso il Papa nella sua omiletica ricorre ai tre punti brevi e con applicazioni vive nella vita di ognuno e frequenti riferimenti alle letture proclamate nella Messa. E’ un metodo efficace: lo ringraziamo e lo seguiamo giorno per giorno.

Video dell’omelia, in spagnolo tradotta all’italiano dal tg1: 
http://www.youtube.com/watch?v=8BHZWCMSGuo


Signor Cardinale,Venerati fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,Cari fratelli e sorelle!

Quanta gioia mi dà venire alla casa della Madre di ogni brasiliano, il Santuario di Nostra Signora di Aparecida! Il giorno dopo la mia elezione a Vescovo di Roma ho visitato la Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma, per affidare alla Madonna il mio ministero. Oggi ho voluto venire qui per chiedere a Maria nostra Madre il buon esito della Giornata Mondiale della Gioventù e mettere ai suoi piedi la vita del popolo latinoamericano.
Vorrei dirvi anzitutto una cosa. In questo santuario, dove sei anni fa si è tenuta la V Conferenza Generale dell’Episcopato dell’America Latina e dei Caraibi, è avvenuto un fatto bellissimo di cui ho potuto rendermi conto di persona:

vedere come i Vescovi – che hanno lavorato sul tema dell’incontro con Cristo, il discepolato e la missione – si sentivano incoraggiati, accompagnati e, in un certo senso, ispirati dalle migliaia di pellegrini che venivano ogni giorno ad affidare la loro vita alla Madonna: quella Conferenza è stata un grande momento di Chiesa. E, in effetti, si può dire che il Documento di Aparecida sia nato proprio da questo intreccio fra i lavori dei Pastori e la fede semplice dei pellegrini, sotto la protezione materna di Maria. La Chiesa, quando cerca Cristo bussa sempre alla casa della Madre e chiede: “Mostraci Gesù”. E’ da Lei che si impara il vero discepolato. Ed ecco perché la Chiesa va in missione sempre sulla scia di Maria.

Oggi, guardando alla Giornata Mondiale della Gioventù che mi ha portato in Brasile, anche io vengo a bussare alla porta della casa di Maria – che ha amato ed educato Gesù – affinché aiuti tutti noi, i Pastori del Popolo di Dio, i genitori e gli educatori, a trasmettere ai nostri giovani i valori che li rendano artefici di una Nazione e di un mondo più giusti, solidali e fraterni. Per questo, vorrei richiamare tre semplici atteggiamenti, tre semplici atteggiamenti: mantenere la speranza, lasciarsi sorprendere da Dio, e vivere nella gioia.
1. Mantenere la speranza. La seconda lettura della Messa presenta una scena drammatica: una donna – figura di Maria e della Chiesa – viene perseguitata da un Drago – il diavolo – che vuole divorarne il figlio. Ma la scena non è di morte, ma di vita, perché Dio interviene e mette in salvo il bambino (cfrAp 12,13a.15-16a). Quante difficoltà ci sono nella vita di ognuno, nella nostra gente, nelle nostre comunità, ma per quanto grandi possano apparire, Dio non lascia mai che ne siamo sommersi. Davanti allo scoraggiamento che potrebbe esserci nella vita, in chi lavora all’evangelizzazione oppure in chi si sforza di vivere la fede come padre e madre di famiglia, vorrei dire con forza: abbiate sempre nel cuore questa certezza: Dio cammina accanto a voi, in nessun momento vi abbandona! Non perdiamo mai la speranza! Non spegniamola mai nel nostro cuore! Il “drago”, il male, c’è nella nostra storia, ma non è lui il più forte. Il più forte è Dio, e Dio è la nostra speranza! È vero che oggi un po’ tutti, e anche i nostri giovani sentono il fascino di tanti idoli che si mettono al posto di Dio e sembrano dare speranza: il denaro, il successo, il potere, il piacere. Spesso un senso di solitudine e di vuoto si fa strada nel cuore di molti e conduce alla ricerca di compensazioni, di questi idoli passeggeri. Cari fratelli e sorelle, siamo luci di speranza! Abbiamo uno sguardo positivo sulla realtà. Incoraggiamo la generosità che caratterizza i giovani, accompagniamoli nel diventare protagonisti della costruzione di un mondo migliore: sono un motore potente per la Chiesa e per la società. Non hanno bisogno solo di cose, hanno bisogno soprattutto che siano loro proposti quei valori immateriali che sono il cuore spirituale di un popolo, la memoria di un popolo. In questo Santuario, che fa parte della memoria del Brasile, li possiamo quasi leggere: spiritualità, generosità, solidarietà, perseveranza, fraternità, gioia; sono valori che trovano la loro radice più profonda nella fede cristiana.
2. Il secondo atteggiamento: lasciarsi sorprendere da Dio. Chi è uomo, donna di speranza – la grande speranza che ci dà la fede – sa che, anche in mezzo alle difficoltà, Dio agisce e ci sorprende. La storia di questo Santuario ne è un esempio: tre pescatori, dopo una giornata a vuoto, senza riuscire a prendere pesci, nelle acque del Rio Parnaíba, trovano qualcosa di inaspettato: un’immagine di Nostra Signora della Concezione. Chi avrebbe mai immaginato che il luogo di una pesca infruttuosa sarebbe diventato il luogo in cui tutti i brasiliani possono sentirsi figli di una stessa Madre? Dio sempre stupisce, come il vino nuovo nel Vangelo che abbiamo ascoltato. Dio riserva sempre il meglio per noi. Ma chiede che noi ci lasciamo sorprendere dal suo amore, che accogliamo le sue sorprese. Fidiamoci di Dio! Lontano da Lui il vino della gioia, il vino della speranza, si esaurisce. Se ci avviciniamo a Lui, se rimaniamo con Lui, ciò che sembra acqua fredda, ciò che è difficoltà, ciò che è peccato, si trasforma in vino nuovo di amicizia con Lui.
3. Il terzo atteggiamento: vivere nella gioia. Cari amici, se camminiamo nella speranza, lasciandoci sorprendere dal vino nuovo che Gesù ci offre, nel nostro cuore c’è gioia e non possiamo che essere testimoni di questa gioia. Il cristiano è gioioso, non è mai triste. Dio ci accompagna. Abbiamo una Madre che sempre intercede per la vita dei suoi figli, per noi, come la regina Ester nella prima lettura (cfr Est 5, 3). Gesù ci ha mostrato che il volto di Dio è quello di un Padre che ci ama. Il peccato e la morte sono stati sconfitti. Il cristiano non può essere pessimista! Non ha la faccia di chi sembra trovarsi in un lutto perpetuo. Se siamo davvero innamorati di Cristo e sentiamo quanto ci ama, il nostro cuore si “infiammerà” di una gioia tale che contagerà quanti vivono vicini a noi. Come diceva Benedetto XVI, qui, in questo Santuario: “Il discepolo è consapevole che senza Cristo non c’è luce, non c’è speranza, non c’è amore, non c’è futuro” (Discorso inaugurale della Conferenza di Aparecida [13 maggio 2007]: Insegnamenti III/1 [2007], p. 861).

Cari amici, siamo venuti a bussare alla porta della casa di Maria. Lei ci ha aperto, ci ha fatto entrare e ci mostra suo Figlio. Ora Lei ci chiede: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» (Gv 2, 5). Sì, Madre, noi ci impegniamo a fare quello che Gesù ci dirà! E lo faremo con speranza, fiduciosi nelle sorprese di Dio e pieni di gioia. Così sia.
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I GIOVANI VOGLIONO TROVARE RIFUGIO NELL’ABBRACCIO DI CRISTO REDENTORE, PROPRIO VICINO AL SUO CUORE, ASCOLTARE DI NUOVO LA SUA CHIARA E POTENTE CHIAMATA, Papa Francesco saluta Rio

E’ cominciata la ventottesima giornata mondiale della gioventù, idea profetica e geniale, piena di amore universale di Giovanni Paolo II che ha dato frutti immensi alla Chiesa in questi decenni: adesso continua con Papa Francesco, in Brasile. Cerchiamo di seguirlo in alcuni dei suoi discorsi. Già il primo è immerso nell’ambiente della provvidenza amorevole di Dio. E’ intriso di amore di Dio e di amore umano,  di speranza apostolica. Ci aiuta a unirci alla sua preghiera. A offrire e raccomandare a Dio e alla Madonna Aparecida, i contenuti racchiusi del suo bagaglio a mano, nel suo cuore.
Giardino del Palazzo Guanabara di Rio de Janeiro
Lunedì, 22 luglio 2013
Distinte Autorità,
Fratelli e amici!

CERIMONIA DI BENVENUTO
DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Signora Presidente,
Nella sua amorevole provvidenza, Dio ha voluto che il primo viaggio internazionale del mio Pontificato mi offrisse la possibilità di ritornare nell’amata America Latina, concretamente in Brasile, Nazione che si vanta dei suoi saldi legami con la Sede Apostolica e dei suoi profondi sentimenti di fede e di amicizia che sempre l’ha tenuta unita, in modo singolare, al Successore di Pietro. Rendo grazie per questa benevolenza divina.
Ho imparato che, per avere accesso al Popolo brasiliano, bisogna entrare dal portale del suo immenso cuore;

mi sia quindi permesso in questo momento di bussare delicatamente a questa porta. Chiedo permesso per entrare e trascorrere questa settimana con voi. Io non ho né oro né argento, ma porto ciò che di più prezioso mi è stato dato: Gesù Cristo! Vengo nel suo Nome per alimentare la fiamma di amore fraterno che arde in ogni cuore; e desidero che a tutti e ciascuno giunga il mio saluto: “La pace di Cristo sia con voi!

Saluto con deferenza la Signora Presidente e i distinti membri del suo Governo. La ringrazio per la generosa accoglienza e per le parole con cui ha voluto manifestare la gioia dei brasiliani per la mia presenza nella loro Nazione. Saluto anche il Signor Governatore di questo Stato, che gentilmente ci accoglie nel Palazzo del Governo, e il Sindaco di Rio de Janeiro, come pure i Membri del Corpo Diplomatico accreditato presso il Governo brasiliano, le altre Autorità presenti e tutti coloro che si sono prodigati per far diventare realtà questa mia visita.
Voglio rivolgere una parola di affetto ai miei fratelli Vescovi, sui quali grava il compito di guidare il gregge di Dio in questo immenso Paese, e alle loro dilette Chiese particolari. Con questa mia visita desidero proseguire nella missione pastorale propria del Vescovo di Roma di confermare i fratelli nella fede in Cristo, di incoraggiarli nel testimoniare le ragioni della speranza che scaturisce da Lui e di animarli ad offrire a tutti le inesauribili ricchezze del suo amore.
Come è noto, il motivo principale della mia presenza in Brasile trascende i suoi confini. Sono venuto infatti per la Giornata Mondiale della Gioventù. Sono venuto a incontrare giovani arrivati da ogni parte del mondo, attratti dalle braccia aperte del Cristo Redentore. Essi vogliono trovare un rifugio nel suo abbraccio, proprio vicino al suo Cuore, ascoltare di nuovo la sua chiara e potente chiamata: “Andate e fate discepoli tutti i popoli”.
Questi giovani provengono dai diversi continenti, parlano lingue differenti, sono portatori di culture variegate, eppure trovano in Cristo le risposte alle loro più alte e comuni aspirazioni e possono saziare la fame di una verità limpida e di un amore autentico che li uniscano al di là di ogni diversità.
Cristo offre loro spazio, sapendo che non può esserci energia più potente di quella che si sprigiona dal cuore dei giovani quando sono conquistati dall’esperienza dell’amicizia con Lui. Cristo ha fiducia nei giovani e affida loro il futuro della sua stessa missione: “Andate, fate discepoli”; andate oltre i confini di ciò che è umanamente possibile e generate un mondo di fratelli. Ma anche i giovani hanno fiducia in Cristo: essi non hanno paura di rischiare con Lui l’unica vita che hanno, perché sanno di non rimanere delusi.
Nell’iniziare questa mia visita in Brasile, sono ben consapevole che, rivolgendomi ai giovani, parlo anche alle loro famiglie, alle loro comunità ecclesiali e nazionali di provenienza, alle società in cui sono inseriti, agli uomini e alle donne dai quali dipende in gran misura il futuro di queste nuove generazioni.
È comune da voi sentire i genitori che dicono: “I figli sono la pupilla dei nostri occhi”. Come è bella questa espressione della saggezza brasiliana che applica ai giovani l’immagine della pupilla degli occhi, la finestra attraverso la quale la luce entra in noi regalandoci il miracolo della visione! Che ne sarà di noi se non ci prendiamo cura dei nostri occhi? Come potremo andare avanti? Il mio augurio è che, in questa settimana, ognuno di noi si lasci interpellare da questa domanda provocatoria.
E attenzione! La gioventù è la finestra attraverso la quale il futuro entra nel mondo. E’ la finestra, e quindi ci impone grandi sfide. La nostra generazione si rivelerà all’altezza della promessa che c’è in ogni giovane quando saprà offrirgli spazio. Questo significa: tutelarne le condizioni materiali e spirituali per il pieno sviluppo; dargli solide fondamenta su cui possa costruire la vita; garantirgli la sicurezza e l’educazione affinché diventi ciò che può essere; trasmettergli valori duraturi per cui vale la pena vivere; assicurargli un orizzonte trascendente per la sua sete di felicità autentica e la sua creatività nel bene; consegnargli l’eredità di un mondo che corrisponda alla misura della vita umana; svegliare in lui le migliori potenzialità per essere protagonista del proprio domani e corresponsabile del destino di tutti. Con questi atteggiamenti anticipiamo oggi il futuro che entra dalla finestra dei giovani.

Nel concludere, chiedo a tutti la gentilezza dell’attenzione e, se possibile, l’empatia necessaria per stabilirne un dialogo tra amici. In questo momento, le braccia del Papa si allargano per abbracciare l’intera nazione brasiliana, nella sua complessa ricchezza umana, culturale e religiosa. Dall’Amazzonia fino alla pampa, dalle regioni aride fino al Pantanal, dai piccoli paesi fino alle metropoli, nessuno si senta escluso dall’affetto del Papa. Dopodomani, a Dio piacendo, ho in animo di ricordarvi tutti a Nostra Signora Aparecida, invocando la sua materna protezione sulle vostre case e famiglie. Fin d’ora vi benedico tutti. Grazie per il benvenuto!
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16 LUGLIO 2013: LA NOMINA A VESCOVO DI UN SACERDOTE AMICO

Un’anno fa, sotto la protezione della Madonna del Carmelo nasceva sperimentalmente questo blog, suggerito da vari amici. Ringrazio la Madonna, per le grazie ricevute durante quest’anno, anche attraverso questo piccolo servizio sul web. Oggi nella sua festa ho ricevuto varie gioie. La più forte è la nomina a Vescovo di un sacerdote amico: don Fernando Filograna, già parroco di Trepuzzi (Lecce) e da qualche anno Vicario Generale di quella diocesi. Per chi desidera partecipare così alla mia gioia appongo il suo curriculum e la lettera che ha scritto oggi alla diocesi a cui è stato inviato dal Papa Francesco. Sarà contento delle nostra preghiera per lui e per la sua diocesi!


Città del Vaticano 16 luglio 2013 (VIS). Il Santo Padre:

Ha nominato il Monsignore Fernando Filograna, Vescovo di Nardò-Gallipoli (superficie: 587; popolazione: 212.980; cattolici: 211.761; sacerdoti: 143; religiosi: 126; diaconi permanenti: 7), Italia. Il Vescovo eletto è nato a Lequile (Lecce, Italia), nel 1952 ed è stato ordinato sacerdote nel 1977. Dal 1977 al 1978 è stato Animatore nel Pontificio Seminario Romano; dal 1978 al 1983 Padre Spirituale nel Seminario Minore di Lecce; dal 1978 al 1979 Notaio del Tribunale Ecclesiastico diocesano; dal 1979 al 1983 Vice cancelliere della Curia; dal 1983 al 1996 Rettore del Seminario Vescovile di Lecce; dal 1984 al 1996 Canonico della Chiesa Cattedrale; dal 1985 al 1996 Direttore del Centro diocesano Vocazioni; dal 1996 al 2007 Arciprete della Parrocchia Maria SS. Assunta in Trepuzzi; dal 1999 al 2005 Vicario episcopale per il Clero e il Diaconato permanente; dal 1998 Membro del Collegio dei Consultori; dal 1999 Canonico della Chiesa Cattedrale; dal 2000 Membro della Commissione per il Clero e la Vita Consacrata della Conferenza Episcopale Pugliese; dal 2007 Parroco della Parrocchia S. Giovanni Maria Vianney e Vicario generale di Lecce.



Saluto alla Chiesa di Nardò-Gallipoli

Sorelle e fratelli della Chiesa di Nardò-Gallipoli, ”amati da Dio e santi per la chiamata, grazia a voi e pace da Dio, Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo” (Rom 1,7).
Oggi, attraverso la decisione del Papa Francesco, il Signore mi chiama e mi manda come Vescovo per confermare in tutti voi la consolazione e la speranza che vengono dal suo amore.
Voi comprenderete quanto la notizia, che mi è stata comunicata alcuni giorni fa, trovi il mio cuore colmo di trepidazione.

Ma l’obbedienza mia e vostra è a Cristo Gesù.
Comunicare la bellezza, la verità e la bontà di Gesù risorto è l’unico scopo dell’esistenza della Chiesa e del ministero dei suoi pastori.
Papa Francesco ha scritto recentemente: “Chi crede, vede; vede con una luce che illumina tutto il percorso della strada; perché viene a noi da Cristo risorto, stella mattutina che non tramonta” (Lumen Fidei, 1).
Vengo ad una Chiesa per me nuova che conosco però come chiesa di grande tradizione cristiana e di edificanti testimonianze di santità.
Vengo tra voi per continuare il servizio pastorale di monsignor Domenico Caliandro, che con sapienza e zelo ha guidato la Diocesi per 13 anni. A lui esprimo stima e gratitudine per il bene realizzato: sarà l’eredità di cui avvalermi.
Vengo a voi con animo aperto e disponibile, per vivere con voi l’esaltante avventura della fede e per essere in mezzo a voi servo di unità.
Cammineremo insieme e “senza lasciarci rubare la speranza”.
Presto ci incontreremo, ci conosceremo, ci accoglieremo reciprocamente, ci vorremo bene nel grande mistero di fraternità che è la Chiesa.
In questo Anno della Fede, voluto da Benedetto XVI, proviamo ad avere presente l’esempio della primitiva comunità cristiana, pregando con ferma fede e salda speranza per le necessità della Chiesa, per le intenzioni del Papa Francesco e per l’unità del popolo di Dio intorno ai suoi Pastori.
Occorrono uomini e donne di fede e così si rinnoveranno i miracoli che leggiamo nella Scrittura. Mossi da queste certezze, continuiamo ad impegnarci nella nuova evangelizzazione: ci attendono molti fratelli che cercano la Verità. Non bastano i bei discorsi, occorrono le opere, la coerenza con la fede, la gioia di saperci e di vivere da figli di Dio, l’amore ai poveri.
Servendo Cristo nel povero, la Chiesa cresce nella carità e nella giustizia, cioè nella condivisione fraterna, ma anche nella lotta contro ogni ingiustizia.
In questo momento particolare chiedo a tutti voi l’accoglienza della fede e la carità della preghiera.
Questa preghiera assicuro anch’io per voi. La riservo in modo particolare ai carissimi fratelli presbiteri, ai consacrati e alle consacrate, ai diaconi permanenti, ai giovani seminaristi, ai fedeli laici, alle Autorità Civili e Militari, alle famiglie, agli anziani, ai bambini, ai ragazzi e ai giovani, ai poveri e ai sofferenti.
Carissimi, nell’attesa di incontrarci continuiamo a sentirci uniti nella preghiera e camminiamo in Gesù-via e in Gesù-vita, avendo gli stessi sentimenti di Gesù-verità.
Dice il Papa: “la fede non è luce che dissipa tutte le nostre tenebre, ma lampada che guida nella notte i nostri passi e questo basta per il cammino”(Lumen Fidei, 57).
Affido la mia vita e la vita di ciascuno di voi al tenero e materno abbraccio della Madre del Signore, donna in cammino, presenza così amata dalle nostre popolazioni, a S. Gregorio Armeno e a Sant’Agata, a S. Giuseppe da Copertino e a tutti i santi protettori delle nostre comunità.

Lecce, 16 luglio 2013

Fernando Filograna




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MAMMA E PAPA’ COME ARCHETIPO DEI FIGLI. Considerazioni e consigli sapienti di don Valentino Guglielmi

Sofia Mardegan Fotografa
Molte volte ho sentito esprimere a voce da don Valentino concetti come quelli che riporto presi dal libretto “Ti Amo”, negli scambi di esperienze pastorali che avevamo spontaneamente quando ci incontravamo negli anni di Verona. Grazie alla forza di questo concetto dell’archetipo, era solito consigliare alle madri preoccupate della crisi adolescenziale dei figli, di rimettere al primo posto del loro cuore l’unione con il marito, in questo modo, rinsaldata l’immagina autentica della propria origine, il figlio avrebbe ritrovato la saldezza del proprio archetipo, e con sicurezza avrebbe potuto raggiungere la sua meta, il suo sviluppo di personalità, percorrere la sua strada. Paradossalmente quindi, cambiando l’oggetto della preoccupazione della madre, il motivo stesso della preoccupazione svanisce perché la meta viene raggiunta dal figlio più facilmente, e gli è stato tolto un ostacolo importante al suo stesso raggiungimento. Pur sapendo che nella pastorale non è conveniente, a mio parere, cercare di fissare ricette universali, proprio perché ogni anima è unica, ogni situazione è peculiare, ciononostante penso che questo tipo di considerazioni possano essere utili per orientare positivamente i genitori, in particolare le madri. E possono indicare una pista molto valida anche agli educatori di adolescenti. Districare situazioni intricate.

ARCHETIPO
04. 12. 16

La conoscenza sembra svilupparsi nel misurare i suoi oggetti tra di loro, comparandoli imparo a distinguerli e a riconoscerli. L’impresa più impegnativa è conoscere me stesso, perché sentendomi unico e solo non dispongo di termini di riferimento e perché sono vivo cioè in movimento di crescita. Il primo oggetto – l’archetipo – è mia madre per il contatto che ho avuto con lei durante i nove mesi della gestazione e durante il lungo periodo dell’infanzia. L’onestà e la rettitudine di mia madre mi fa sapere chi è mio padre e mi apre al contatto con lui. Avverto di essere avido di sapere come i due si rapportano tra di loro. Senza che alcuno me lo spieghi capisco che il loro amore è la mia sorgente. Ho necessità di rivedermi continuamente là dove sono nato, almeno fino a quando non riesco a stare sulle mie gambe. Le nubi che offuscano il loro amore proiettano ombre sulla mia sorgente e mi rendono insicuro e demotivato, mi viene alterato il contatto con la realtà. Temo il confronto con le cose, perché vedo fantasmi che mi inquietano e non sono pronto a capire che si tratta solo di proiezioni del mio disagio interiore.

ARCHETIPO 05
05. 12. 13

La cera molle del nato prende forma e si indurisce al contatto con mamma, l’archetipo, il primo stampo che si imprime sull’anima del bambino.
Così modellato il piccolo diventa la sua mamma, si identifica con lei. La mamma potrebbe andarsene, ma il suo stampo rimane nel cuore del figlio.
Papà è il secondo tipo che si aggiunge e a contatto con il primo dà al figlio la possibilità di procedere nella conoscenza delle cose. Per questo il bambino ha necessità assoluta di vedere l’armonia tra papà e mamma, altrimenti gli si altera l’unità di misura delle cose.
Lo stampo di mamma nel figlio che cresce è delizia e croce. Se il ragazzo vuole crescere deve rompere nel suo cuore lo stampo che gli ha dato forma e che lo condiziona.
Di solito l’adolescente non è capace di distinguere la mamma dallo stampo e intraprende un rapporto conflittuale con lei, quando dovrebbe accorgersi che la sua fatica è di modificare se stesso rompendo l’immagine della mamma, con la quale si identifica, e non tentare di rompere la mamma.


L’operazione dovrebbe essere condotta contestualmente con l’apertura alla conoscenza delle persone. E’ il modo per uscire dal cerchio stretto e asfissiante dell’egocentrismo. 
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DARE LA VITA PER SEMPRE A CRISTO. Discorso di Papa Francesco a seminaristi, novizie, novizi, giovani in cammino vocazionale

Densissimo discorso ai giovani in cammino vocazionale di Papa Francesco, sabato 6 luglio 2013, in aula Paolo VI.L’amore per sempre, il distacco dalle cose, la semplicità, l’amicizia e la fraternità, la sincerità nella confessione, il fondamento nella preghiera, l’esempio degli educatori, l’autenticità, e altro ancora per la nostra meditazione.


Buona sera!
Io domandavo a mons. Fisichella se voi capite l’italiano e mi ha detto che tutti voi avete la traduzione… Sono un po’ tranquillo.
Ringrazio mons. Fisichella per le parole, e lo ringrazio anche per il suo lavoro: ha lavorato tanto per fare non solo questo, ma tutto quello che ha fatto e farà nell’Anno della fede. Grazie tante! Ma mons. Fisichella ha detto una parola, e io non so se è vero, ma io la riprendo: ha detto che tutti voi avete voglia di dare la vita per sempre a Cristo! Voi adesso applaudite, fate festa, perché è tempo di nozze… Ma quando finisce la luna di miele, che cosa succede?
Ho sentito un seminarista, un bravo seminarista, che diceva che lui voleva servire Cristo, ma per dieci anni, e poi penserà di incominciare un’altra vita… Questo è pericoloso! Ma sentite bene: tutti noi, anche noi più vecchi, anche noi, siamo sotto la pressione di questa cultura del provvisorio; e questo è pericoloso, perché uno non gioca la vita una volta per sempre. Io mi sposo fino a che dura l’amore; io mi faccio suora, ma per un “tempino…”, “un po’ di tempo”, e poi vedrò; io mi faccio seminarista per farmi prete, ma non so come finirà la storia. Questo non va con Gesù! Io non rimprovero voi, rimprovero questa cultura del provvisorio, che ci bastona tutti, perché non ci fa bene: perché una scelta definitiva oggi è molto difficile. Ai miei tempi era più facile, perché la cultura favoriva una scelta definitiva sia per la vita matrimoniale, sia per la vita consacrata o la vita sacerdotale. Ma in questa epoca non è facile una scelta definitiva. Noi siamo vittime di questa cultura del provvisorio. Io vorrei che voi pensaste a questo: come posso essere libero, come posso essere libera da questa cultura del provvisorio? Noi dobbiamo imparare a chiudere la porta della nostra cella interiore, da dentro. Una volta un prete, un bravo prete, che non si sentiva un buon prete perché era umile, si sentiva peccatore, e pregava tanto la Madonna, e diceva questo alla Madonna – lo dirò in spagnolo perché era una poesia bella -. Lui diceva alla Madonna che mai, mai si sarebbe allontanato da Gesù, e diceva: “Esta tarde, Señora, la promesa es sincera. Por las dudas, no olvide dejar la llave afuera” (“Questa sera, Madre, la promessa è sincera. Ma, per ogni evenienza, non dimenticarti di lasciare la chiave fuori”). Ma questo si dice pensando sempre all’amore alla Vergine, si dice alla Madonna. Ma quando uno lascia la chiave sempre fuori, per quello che può succedere… Non va. Dobbiamo imparare a chiudere la porta da dentro! E se non sono sicura, se non sono sicuro, penso, mi prendo il tempo, e quando mi sento sicuro, in Gesù, si capisce, perché senza Gesù nessuno è sicuro! – quando mi sento sicuro, chiudo la porta. Avete capito questo? Cosa è la cultura del provvisorio?
Quando sono entrato, ho visto quello che avevo scritto. Volevo dirvi una parola e la parola è gioia. Sempre dove sono i consacrati, i seminaristi, le religiose e i religiosi, i giovani, c’è gioia, sempre c’è gioia! E’ la gioia della freschezza, è la gioia del seguire Gesù; la gioia che ci dà lo Spirito Santo, non la gioia del mondo. C’è gioia! Ma dove nasce la gioia? Nasce… Ma, sabato sera torno a casa e andrò a ballare con i miei antichi compagni? Da questo nasce la gioia? Di un seminarista, per esempio? No? O sì?
Alcuni diranno: la gioia nasce dalle cose che si hanno, e allora ecco la ricerca dell’ultimo modello di smartphone, lo scooter più veloce, l’auto che si fa notare…  Ma io vi dico, davvero, a me fa male quando vedo un prete o una suora con la macchina ultimo modello: ma non si può! Non si può! Voi pensate questo: ma adesso, Padre, dobbiamo andare con la bicicletta? E’ buona la bicicletta! Mons. Alfred va con la bicicletta: lui va con la bicicletta. Io credo che la macchina sia necessaria, perché si deve fare tanto lavoro e per spostarsi di qua… ma prendetene una più umile! E se ti piace quella bella, pensate a quanti bambini muoiono di fame. Soltanto questo! La gioia non nasce, non viene dalle cose che si hanno! Altri dicono che viene dalle esperienze più estreme per sentire il brivido delle sensazioni più forti: alla gioventù piace andare sul filo del coltello, piace proprio! Altri ancora dal vestito più alla moda, dal divertimento nei locali più in voga – ma con questo non dico che le suore vanno in quei posti, lo dico dei giovani in generale. Altri ancora dal successo con le ragazze o con i ragazzi, passando magari da una all’altra o da uno all’altro. E’ questa insicurezza dell’amore, che non è sicuro: è l’amore “per prova”. E potremmo continuare… Anche voi vi trovate a contatto con questa realtà che non potete ignorare.
Noi sappiamo che tutto questo può appagare qualche desiderio, creare qualche emozione, ma alla fine è una gioia che rimane alla superficie, non scende nell’intimo, non è una gioia intima: è l’ebbrezza di un momento che non rende veramente felici. La gioia non è l’ebbrezza di un momento: è un’altra cosa!
La vera gioia non viene dalle cose, dall’avere, no! Nasce dall’incontro, dalla relazione con gli altri, nasce dal sentirsi accettati, compresi, amati e dall’accettare, dal comprendere e dall’amare; e questo non per l’interesse di un momento, ma perché l’altro, l’altra è una persona. La gioia nasce dalla gratuità di un incontro! E’ il sentirsi dire: “Tu sei importante per me”, non necessariamente a parole. Questo è bello… Ed è proprio questo che Dio ci fa capire. Nel chiamarvi Dio vi dice: “Tu sei importante per me, ti voglio bene, conto su di te”. Gesù, a ciascuno di noi, dice questo! Di là nasce la gioia! La gioia del momento in cui Gesù mi ha guardato. Capire e sentire questo è il segreto della nostra gioia. Sentirsi amati da Dio, sentire che per Lui noi siamo non numeri, ma persone; e sentire che è Lui che ci chiama. Diventare sacerdote, religioso, religiosa non è primariamente una scelta nostra. Io non mi fido di quel seminarista, di quella novizia, che dice: “Io ho scelto questa strada”. Non mi piace questo! Non va! Ma è la risposta ad una chiamata e ad una chiamata di amore. Sento qualcosa dentro, che mi inquieta, e io rispondo di sì. Nella preghiera il Signore ci fa sentire questo amore, ma anche attraverso tanti segni che possiamo leggere nella nostra vita, tante persone che mette sul cammino. E la gioia dell’incontro con Lui e della sua chiamata porta a non chiudersi, ma ad aprirsi; porta al servizio nella Chiesa. San Tommaso diceva “bonum est diffusivum sui” – non è un latino troppo difficile! – Il bene si diffonde. E anche la gioia si diffonde. Non abbiate paura di mostrare la gioia di aver risposto alla chiamata del Signore, alla sua scelta di amore e di testimoniare il suo Vangelo nel servizio alla Chiesa. E la gioia, quella vera, è contagiosa; contagia… fa andare avanti.  Invece, quanto tu ti trovi con un seminarista troppo serio, troppo triste, o con una novizia così, tu pensi: ma qualcosa qui non va! Manca la gioia del Signore, la gioia che ti porta al servizio, la gioia dell’incontro con Gesù, che ti porta all’incontro con gli altri per annunziare Gesù. Manca questo! Non c’è santità nella tristezza, non c’è! Santa Teresa – ci sono tanti spagnoli qui e la conoscono bene – diceva: “Un santo triste è un triste santo!”. E’ poca cosa… Quando tu trovi un seminarista, un prete, una suora, una novizia, con una faccia lunga, triste, che sembra che sulla sua vita abbiano buttato una coperta ben bagnata, di queste coperte pesanti… che ti tira giù… Qualcosa non va! Ma per favore: mai suore, mai preti con la faccia di “peperoncino in aceto”, mai! La gioia che viene da Gesù. Pensate questo: quando ad un prete – dico prete, ma seminarista pure – quando ad un prete, ad una suora, manca la gioia, è triste, voi potete pensare: “Ma è un problema psichiatrico”. No., è vero: può andare, può andare, questo sì. Succede: alcuni, poverini, si ammalano… Può andare. Ma in genere non è un problema psichiatrico. E’ un problema di insoddisfazione? Eh, sì! Ma dov’è il centro di quella mancanza di gioia? E’ un problema di celibato. Vi spiego. Voi, seminaristi, suore, consacrate il vostro amore a Gesù, un amore grande; il cuore è per Gesù, e questo ci porta a fare il voto di castità, il voto di celibato. Ma il voto di castità e il voto di celibato non finisce nel momento del voto, va avanti… Una strada che matura, matura, matura verso la paternità pastorale, verso la maternità pastorale, e quando un prete non è padre della sua comunità, quando una suora non è madre di tutti quelli con i quali lavora, diventa triste. Questo è il problema. Per questo io dico a voi: la radice della tristezza nella vita pastorale sta proprio nella mancanza di paternità e maternità che viene dal vivere male questa consacrazione, che invece ci deve portare alla fecondità. Non si può pensare un prete o una suora che non siano fecondi: questo non è cattolico! Questo non è cattolico! Questa è la bellezza della consacrazione: è la gioia, la gioia…
Ma io non vorrei far vergognare questa santa suora [si rivolge ad una suora anziana in prima fila], che era davanti alla transenna, poverina, era proprio soffocata, ma aveva una faccia felice. Mi ha fatto bene guardare la sua faccia, suora! Forse lei avrà tanti anni di vita consacrata, ma lei ha gli occhi belli, lei sorrideva, lei non si lamentava di questa pressione… Quando voi trovate esempi come questi, tanti, tante suore, tanti preti che sono gioiosi, è perché sono fecondi, danno vita, vita, vita… Questa vita la danno perché la trovano in Gesù! Nella gioia di Gesù! Gioia, niente tristezza, fecondità pastorale.
Per essere testimoni gioiosi del Vangelo bisogna essere autentici, coerenti. E questa è un’altra parola che voglio dirvi: autenticità. Gesù bastonava tanto contro gli ipocriti: ipocriti, quelli che pensano di sotto; quelli che hanno – per dirlo chiaramente – doppia faccia. Parlare di autenticità ai giovani non costa, perché i giovani – tutti – hanno questa voglia di essere autentici, di essere coerenti. E a tutti voi fa schifo, quando trovate in noi preti che non sono autentici o suore che non sono autentiche!
Questa è una responsabilità prima di tutto degli adulti, dei formatori. E’ di voi formatori che siete qui: dare un esempio di coerenza ai più giovani. Vogliamo giovani coerenti? Siamo noi coerenti! Al contrario, il Signore ci dirà quello che diceva dei farisei al popolo di Dio: “Fate quello che dicono, ma non quello che fanno!”. Coerenza e autenticità!
Ma anche voi, a vostra volta, cercate di seguire questa strada. Io dico sempre quello che affermava san Francesco d’Assisi: Cristo ci ha inviato ad annunciare il Vangelo anche con la parola. La frase è cosi: “Annunciate il Vangelo sempre. E, se fosse necessario, con le parole”. Cosa vuol dire questo? Annunziare il Vangelo con l’autenticità di vita, con la coerenza di vita. Ma in questo mondo a cui le ricchezze fanno tanto male, è necessario che noi preti, che noi suore, che tutti noi, siamo coerenti con la nostra povertà! Ma quando tu trovi che il primo interesse di una istituzione educativa o parrocchiale o qualsiasi è il denaro, questo non fa bene. Non fa bene! E’ una incoerenza! Dobbiamo essere coerenti, autentici. Per questa strada, facciamo quello che dice san Francesco: predichiamo il Vangelo con l’esempio, poi con le parole! Ma prima di tutto è nella nostra vita che gli altri devono poter leggere il Vangelo! Anche qui senza timore, con i nostri difetti che cerchiamo di correggere, con i nostri limiti che il Signore conosce, ma anche con la nostra generosità nel lasciare che Lui agisca in noi. I difetti, i limiti e – io aggiungo un po’ di più – con i peccati… Io vorrei sapere una cosa: qui, nell’Aula, c’è qualcuno che non è peccatore, che non abbia peccati? Che alzi la mano! Che alzi la mano! Nessuno. Nessuno. Da qui fino al fondo… tutti! Ma come porto io il mio peccato, i miei peccati? Voglio consigliarvi questo: abbiate trasparenza col confessore. Sempre. Dite tutto, non abbiate paura. “Padre ho peccato!”. Pensate alla samaritana, che per provare, per dire ai suoi concittadini che aveva trovato il Messia, ha detto: “Mi ha detto tutto quello che ho fatto”, e tutti conoscevano la vita di questa donna. Dire sempre la verità al confessore. Questa trasparenza farà bene, perché ci fa umili, tutti. “Ma padre sono rimasto in questo, ho fatto questo, ho odiato”… qualunque cosa sia. Dire la verità, senza nascondere, senza mezze parole, perché stai parlando con Gesù nella persona del confessore. E Gesù sa la verità. Soltanto Lui ti perdona sempre! Ma il Signore vuole soltanto che tu gli dica quello che Lui già sa. Trasparenza! E’ triste quando uno trova un seminarista, una suora che oggi si confessa con questo per pulire la macchia; domani va con l’altro, con l’altro, con l’altro: una preregrinatio ai confessori per nascondersi la sua verità. Trasparenza! E’ Gesù che ti sta sentendo. Abbiate sempre questa trasparenza davanti a Gesù nel confessore! Ma questa è una grazia. Padre ho peccato, ho fatto questo, questo, questo… con tutte le parole. E il Signore ti abbraccia, ti bacia! Va’, non peccare più! E se torni? Un’altra volta. Io questo lo dico per esperienza. Io ho trovato tante persone consacrate che cadono in questa trappola ipocrita della mancanza di trasparenza. “Ho fatto questo”, umilmente. Come quel pubblicano che era in fondo al Tempio: “Ho fatto questo, ho fatto questo…”. E il Signore ti tappa la bocca: è Lui che te la tappa! Ma non farlo tu! Avete capito? Dal proprio peccato, sovrabbonda la grazia! Aprite la porta alla grazia, con questa trasparenza!
I santi e i maestri della vita spirituale ci dicono che per aiutare a far crescere in autenticità la nostra vita è molto utile, anzi indispensabile, la pratica quotidiana dell’esame di coscienza. Cosa succede nella mia anima? Così, aperto, col Signore e poi col confessore, col Padre spirituale. E’ tanto importante questo! 
Fino a che ora, mons. Fisichella, abbiamo tempo?
[Mons. Fisichella: Se Lei parla così, fino a domani noi siamo qui, assolutamente.]
Ma lui dice fino a domani… Che vi porti un panino e una Coca Cola a ciascuno, se è fino a domani, almeno…
La coerenza è fondamentale perché la nostra testimonianza sia credibile. Ma non basta, ci vuole anche una preparazione culturale, preparazione culturale sottolineo, per dare ragione della fede e della speranza. Il contesto in cui viviamo sollecita continuamente questo “dare ragione”, ed è una cosa buona, perché ci aiuta a non dare nulla per scontato. Oggi non possiamo dare nulla per scontato! Questa civiltà, questa cultura… non possiamo. Ma certamente è anche impegnativo, richiede una buona formazione, equilibrata, che unisca tutte le dimensioni della vita, quella umana, quella spirituale, la dimensione intellettuale con quella pastorale. Nella formazione vostra ci sono i quattro pilastri fondamentali: formazione spirituale, ossia la vita spirituale; la vita intellettuale, questo studiare per “dare ragione”; la vita apostolica, incominciare ad andare ad annunciare il Vangelo; e, quarto, la vita comunitaria. Quattro. E per quest’ultima è necessario che la formazione sia in comunità nel noviziato, nel priorato, nei seminari… Io penso sempre questo: è meglio il peggior seminario che nessun seminario! Perché? Perché è necessaria questa vita comunitaria. Ricordate i quattro pilastri: vita spirituale, vita intellettuale, vita apostolica e vita comunitaria. Questi quattro. Su questi quattro dovete edificare la vostra vocazione.
E qui vorrei sottolineare l’importanza, in questa vita comunitaria, delle relazioni di amicizia e di fraternità che fanno parte integrante di questa formazione. Arriviamo ad un altro problema qui. Perché dico questo: relazioni di amicizia e di fraternità. Tante volte ho trovato comunità, seminaristi, religiosi, o comunità diocesane dove le giaculatorie più comuni sono le chiacchiere! E’ terribile! Si “spellano” uno con l’altro… E questo è il nostro mondo clericale, religioso… Scusatemi, ma è comune: gelosie, invidie, parlare male dell’altro. Non solo parlare male dei superiori, questo è un classico! Ma io voglio dirvi che questo è tanto comune, tanto comune. Anche io sono caduto in questo. Tante volte l’ho fatto, tante volte! E mi vergogno! Mi vergogno di questo! Non sta bene farlo: andare a fare chiacchiere. “Hai sentito… Hai sentito… “. Ma è un inferno quella comunità! Questo non fa bene. E perciò è importante la relazione di amicizia e di fraternità. Gli amici sono pochi. La Bibbia dice questo: gli amici, uno, due… Ma la fraternità, fra tutti. Se io ho qualcosa con una sorella o con un fratello, lo dico in faccia, o lo dico a quello o a quella che può aiutare, ma non lo dico agli altri per “sporcarlo”. E le chiacchiere, è terribile! Dietro le chiacchiere, sotto le chiacchiere ci sono le invidie, le gelosie, le ambizioni. Pensate a questo. Una volta ho sentito di una persona che, dopo gli esercizi spirituali – una persona consacrata, una suora… Questo è buono! Questa suora aveva promesso al Signore di non parlare mai male di un’altra. Questa è una bella, una bella strada alla santità! Non parlare male di altri. “Ma, padre, ci sono problemi…”: dillo al superiore, dillo alla superiora, dillo al vescovo, che può rimediare. Non dirlo a quello che non può aiutare. Questo è importante: fraternità!  Ma dimmi, tu parlerai male della tua mamma, del tuo papà, dei tuoi fratelli? Mai. E perché lo fai nella vita consacrata, nel seminario, nella vita presbiterale? Soltanto questo: pensate, pensate… Fraternità! Questo amore fraterno.
Ci sono però due estremi; in questo aspetto dell’amicizia e della fraternità, ci sono due estremi: tanto l’isolamento quanto la dissipazione. Un’amicizia e una fraternità che mi aiuti a non cadere né nell’isolamento né nella dissipazione. Coltivare le amicizie, sono un bene prezioso: devono però educarvi non alla chiusura, ma ad uscire da voi stessi. Un sacerdote, un religioso, una religiosa non può mai essere un’isola, ma una persona sempre disponibile all’incontro. Le amicizie poi si arricchiscono anche dei diversi carismi delle vostre famiglie religiose. E’ una ricchezza grande. Pensiamo alle belle amicizie di tanti santi.
Io credo che devo tagliare un po’, perché la pazienza vostra è grande!
[Seminaristi: “Noooo!”]        I
Io vorrei dirvi: uscite da voi stessi per annunziare il Vangelo, ma per fare questo dovete uscire da voi stessi per incontrare Gesù. Ci sono due uscite: una verso l’incontro di Gesù, verso la trascendenza; l’altra verso gli altri per annunziare Gesù. Queste due vanno insieme. Se tu ne fai una soltanto, non va! Io penso alla Madre Teresa di Calcutta. Era brava questa suora… Non aveva paura di niente, andava per le strade… Ma questa donna non aveva paura anche di inginocchiarsi, due ore, davanti al Signore. Non abbiate paura di uscire da voi stessi nella preghiera e nell’azione pastorale. Siate coraggiosi per pregare e per andare a annunziare il Vangelo.
Io vorrei una Chiesa più missionaria, non tanto tranquilla. Quella bella Chiesa che va avanti. In questi giorni sono venuti tanti missionari e missionarie alla Messa del mattino, qui a Santa Marta, e quando mi salutavano mi dicevano: “Ma io sono una suora anziana; è quarant’anni che sono nel Ciad, che sono qua, che sono là…”. Che bello! Ma tu capivi che questa suora ha passato questi anni così, perché non ha mai tralasciato di incontrare Gesù nella preghiera. Uscire da se stessi, verso la trascendenza a Gesù nella preghiera, verso la trascendenza agli altri nell’apostolato, nel lavoro. Date il contributo per una Chiesa così: fedele alla strada che Gesù vuole. Non imparate da noi, da noi, che non siamo più giovanissimi; non imparate da noi quello sport che noi, i vecchi, abbiamo spesso: lo sport del lamento! Non imparate da noi il culto della “dea lamentela”. E’ una dea quella… sempre col lamento…. Ma siate positivi, coltivate la vita spirituale e, nello stesso tempo, andate, siate capaci di incontrare le persone, specialmente quelle più disprezzate e svantaggiate. Non abbiate paura di uscire e andare controcorrente. Siate contemplativi e missionari. Tenete sempre la Madonna con voi, pregate il Rosario, per favore… Non lasciatelo! Tenete sempre la Madonna con voi nella vostra casa, come la teneva l’Apostolo Giovanni. Lei sempre vi accompagni e vi protegga. E pregate anche per me, perché anche io ho bisogno di preghiere, perché sono un povero peccatore, però andiamo avanti.
Grazie tante e ci rivedremo domani. E avanti, con gioia, con coerenza, sempre con quel coraggio di dire la verità, quel coraggio di uscire da se stessi per incontrare Gesù nella preghiera e di uscire da se stessi per incontrare gli altri e dare loro il Vangelo. Con la fecondità pastorale! Per favore non siate “zitelle” e “zitelli”. Avanti!
Adesso, diceva mons. Fisichella, che ieri avete recitato il Credo, ognuno nella propria lingua. Ma siamo tutti fratelli, abbiamo uno stesso Padre. Adesso, ciascuno nella propria lingua, reciti il Padre Nostro. Recitiamo il Padre Nostro.
[Recita del Padre Nostro]
E abbiamo anche una Madre. Nella propria lingua diciamo l’Ave Maria.
[Recita dell’Ave Maria]

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HO SENTITO CHE DOVEVO VENIRE QUI OGGI A PREGARE.Omelia di Papa Francesco a Lampedusa

Papa Francesco nel suo primo viaggio, a Lampedusa, Omelia durante la Messa al Campo sportivo “Arena” in Località Salina, Lunedì, 8 luglio 2013. La sua sensibilità che lo porta lo dove c’è sofferenza, solitudine e morte. Il suo ringraziare coloro che danno tenerezza e aiuto a i profughi, e la richiesta di perdono a Dio per l’indifferenza nella quale anche il Papa si mette dentro, e così ci aiuta a renderci conto della globalizzazione dell’indifferenza e dell’importanza di piangere quelle povere vittime della povertà, di decisioni improvvide ed egoiste di altri. L’importanza di prenderci cura dei nostri fratelli di cui Dio ci chiede conto. Alla Madonna ha chiesto la conversione degli sfruttatori e la protezione dei migranti. Adesso sappiamo come ampliare le nostre preghiere a Maria, come dilatare la nostra fiducia nella preghiera quando ci sembra di non avere altre possibilità di agire.

Video dell’omelia:  “http://www.youtube.com/embed/JV1TXm_r5M0?rel=0

Immigrati morti in mare, da quelle barche che invece di essere una via di speranza sono state una via di morte. Così il titolo dei giornali. Quando alcune settimane fa ho appreso questa notizia, che purtroppo tante volte si è ripetuta, il pensiero vi è tornato continuamente come una spina nel cuore che porta sofferenza. E allora ho sentito che dovevo venire qui oggi a pregare, a compiere un gesto di vicinanza, ma anche a risvegliare le nostre coscienze perché ciò che è accaduto non si ripeta. Non si ripeta per favore. Prima però vorrei dire una parola di sincera gratitudine e di incoraggiamento a voi, abitanti di Lampedusa e Linosa, alle associazioni, ai volontari e alle forze di sicurezza, che avete mostrato e mostrate attenzione a persone nel loro viaggio verso qualcosa di migliore.

Voi siete una piccola realtà, ma offrite un esempio di solidarietà! Grazie! Grazie anche all’Arcivescovo Mons. Francesco Montenegro per il suo aiuto, il suo lavoro e la sua vicinanza pastorale. Saluto cordialmente il sindaco signora Giusi Nicolini, grazie tanto per quello che lei ha fatto e che fa. Un pensiero lo rivolgo ai cari immigrati musulmani che oggi, alla sera, stanno iniziando il digiuno di Ramadan, con l’augurio di abbondanti frutti spirituali. La Chiesa vi è vicina nella ricerca di una vita più dignitosa per voi e le vostre famiglie. A voi: o’scià!
Questa mattina, alla luce della Parola di Dio che abbiamo ascoltato, vorrei proporre alcune parole che soprattutto provochino la coscienza di tutti, spingano a riflettere e a cambiare concretamente certi atteggiamenti.
«Adamo, dove sei?»: è la prima domanda che Dio rivolge all’uomo dopo il peccato. «Dove sei Adamo?». E Adamo è un uomo disorientato che ha perso il suo posto nella creazione perché crede di diventare potente, di poter dominare tutto, di essere Dio. E l’armonia si rompe, l’uomo sbaglia e questo si ripete anche nella relazione con l’altro che non è più il fratello da amare, ma semplicemente l’altro che disturba la mia vita, il mio benessere. E Dio pone la seconda domanda: «Caino, dov’è tuo fratello?». Il sogno di essere potente, di essere grande come Dio, anzi di essere Dio, porta ad una catena di sbagli che è catena di morte, porta a versare il sangue del fratello!
Queste due domande di Dio risuonano anche oggi, con tutta la loro forza! Tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. E quando questo disorientamento assume le dimensioni del mondo, si giunge a tragedie come quella a cui abbiamo assistito.
«Dov’è il tuo fratello?», la voce del suo sangue grida fino a me, dice Dio. Questa non è una domanda rivolta ad altri, è una domanda rivolta a me, a te, a ciascuno di noi. Quei nostri fratelli e sorelle cercavano di uscire da situazioni difficili per trovare un po’ di serenità e di pace; cercavano un posto migliore per sé e per le loro famiglie, ma hanno trovato la morte. Quante volte coloro che cercano questo non trovano comprensione, non trovano accoglienza, non trovano solidarietà! E le loro voci salgono fino a Dio! E una volta ancora ringrazio voi abitanti di Lampedusa per la solidarietà. Ho sentito, recentemente, uno di questi fratelli. Prima di arrivare qui sono passati per le mani dei trafficanti, coloro che sfruttano la povertà degli altri, queste persone per le quali la povertà degli altri è una fonte di guadagno. Quanto hanno sofferto! E alcuni non sono riusciti ad arrivare.
«Dov’è il tuo fratello?» Chi è il responsabile di questo sangue? Nella letteratura spagnola c’è una commedia di Lope de Vega che narra come gli abitanti della città di Fuente Ovejuna uccidono il Governatore perché è un tiranno, e lo fanno in modo che non si sappia chi ha compiuto l’esecuzione. E quando il giudice del re chiede: «Chi ha ucciso il Governatore?», tutti rispondono: «Fuente Ovejuna, Signore». Tutti e nessuno! Anche oggi questa domanda emerge con forza: Chi è il responsabile del sangue di questi fratelli e sorelle? Nessuno! Tutti noi rispondiamo così: non sono io, io non c’entro, saranno altri, non certo io. Ma Dio chiede a ciascuno di noi: «Dov’è il sangue del tuo fratello che grida fino a me?». Oggi nessuno nel mondo si sente responsabile di questo; abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna; siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del servitore dell’altare, di cui parlava Gesù nella parabola del Buon Samaritano: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse pensiamo “poverino”, e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci tranquillizziamo, ci sentiamo a posto. La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro!
Ritorna la figura dell’Innominato di Manzoni. La globalizzazione dell’indifferenza ci rende tutti “innominati”, responsabili senza nome e senza volto.
«Adamo dove sei?», «Dov’è il tuo fratello?», sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi. Ma io vorrei che ci ponessimo una terza domanda: «Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?», Chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere! Nel Vangelo abbiamo ascoltato il grido, il pianto, il grande lamento: «Rachele piange i suoi figli… perché non sono più». Erode ha seminato morte per difendere il proprio benessere, la propria bolla di sapone. E questo continua a ripetersi… Domandiamo al Signore che cancelli ciò che di Erode è rimasto anche nel nostro cuore; domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, di piangere sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi, anche in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada ai drammi come questo. «Chi ha pianto?». Chi ha pianto oggi nel mondo?
Signore, in questa Liturgia, che è una Liturgia di penitenza, chiediamo perdono per l’indifferenza verso tanti fratelli e sorelle, ti chiediamo Padre perdono per chi si è accomodato e si è chiuso nel proprio benessere che porta all’anestesia del cuore, ti chiediamo perdono per coloro che con le loro decisioni a livello mondiale hanno creato situazioni che conducono a questi drammi. Perdono Signore!
Signore, che sentiamo anche oggi le tue domande: «Adamo dove sei?», «Dov’è il sangue di tuo fratello?».
Al termine della Celebrazione il Santo Padre ha pronunciato le seguenti parole:
Prima di darvi la benedizione voglio ringraziare una volta in più voi, lampedusani, per l’esempio di amore, per l’esempio di carità, per l’esempio di accoglienza che ci state dando, che avete dato e che ancora ci date. Il Vescovo ha detto che Lampedusa è un faro. Che questo esempio sia faro in tutto il mondo, perché abbiano il coraggio di accogliere quelli che cercano una vita migliore. Grazie per la vostra testimonianza. E voglio anche ringraziare la vostra tenerezza che ho sentito nella persona di don Stefano. Lui mi raccontava sulla nave quello che lui e il suo vice parroco fanno. Grazie a voi, grazie a lei, don Stefano.

Prima della Benedizione finale, Papa Francesco ha voluto rivolgere una toccante preghiera alla Vergine davanti ad una statua di Maria, Stella del mare. 
“O Maria, stella del mare, ancora una volta ricorriamo a te, per trovare rifugio e serenità”.La preghiera del Papa è come un incedere che non dimentica nessuno, in un abbraccio di misericordia. Il Pontefice chiede prima di tutto alla “Madre di Dio e Madre nostra” di volgere il suo “sguardo dolcissimo su tutti coloro che ogni giorno affrontano i pericoli del mare”:
“Protettrice dei migranti e degli itineranti, assisti con cura materna gli uomini, le donne e i bambini costretti a fuggire dalle loro terre in cerca di avvenire e di speranza. L’incontro con noi e con i nostri popoli non si trasformi in sorgente di nuove e più pesanti schiavitù e umiliazioni”.Alla “Madre di misericordia” il Papa implora “perdono per noi che – dice – resi ciechi dall’egoismo, ripiegati sui nostri interessi e prigionieri delle nostre paure”, siamo distratti verso le sofferenze dei fratelli. Quindi Papa Francesco chiede alla Vergine la conversione per chi sfrutta i fratelli:  “Rifugio dei peccatori, ottieni la conversione del cuore di quanti generano guerra, odio e povertà, sfruttano i fratelli e le loro fragilità, fanno indegno commercio della vita umana”. Infine a Maria, “Modello di carità”, Papa Francesco chiede di benedire “gli uomini e le donne di buona volontà, che accolgono e servono coloro che approdano su questa terra”:  “L’amore ricevuto e donato sia seme di nuovi legami fraterni e aurora di un mondo di pace”.