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NON ABBIATE PAURA DELLA TENEREZZA DI DIO, DELLA FECONDITA’ DELLA CROCE E DELLA PREGHIERA. Papa Francesco, omelia ai giovani in cammino vocazionale

Omelia tutta da meditare quella di Papa Francesco del 7 luglio 2013 rivolta a seminaristi, novizie e novizi presenti a Roma per il loro pellegrinaggio nell’anno della fede. Il Papa partendo dalle letture della Messa del giorno (XIV Domenica del tempo ordinario, anno C) mette in evidenza elementi essenziali della vocazione divina a seguire Cristo da vicino dedicando la propria vita al servizio di Dio e dei fratelli. I contenuti possono essere applicati alla vita di ogni cristiano consapevole che nel battesimo ha ricevuto una chiamata divina ad essere santo e apostolo nella propria vita di ogni giorno. Per chi lo desidera si può vedere il video dell’omelia (14.48 minuti) nel quale si possono notare meglio le parti aggiunte a braccio dal Papa:

http://www.youtube.com/embed/0cx8Gnn9gsM?rel=0

Tra le letture del giorno riporto solo la prima, dal profeta Isaia (66, 10-14):
Rallegratevi con Gerusalemme,
esultate per essa tutti voi che l’amate.
Sfavillate con essa di gioia
tutti voi che per essa eravate in lutto.
Così sarete allattati e vi sazierete
al seno delle sue consolazioni;
succhierete e vi delizierete
al petto della sua gloria.
Perché così dice il Signore:
«Ecco, io farò scorrere verso di essa,
come un fiume, la pace;
come un torrente in piena, la gloria delle genti.
Voi sarete allattati e portati in braccio,
e sulle ginocchia sarete accarezzati.
Come una madre consola un figlio,
così io vi consolerò;
a Gerusalemme sarete consolati.
Voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore,
le vostre ossa saranno rigogliose come l’erba.

Cari fratelli e sorelle,
già ieri ho avuto la gioia di incontrarvi, e oggi la nostra festa è ancora più grande perché ci ritroviamo per l’Eucaristia, nel giorno del Signore. Voi siete seminaristi, novizi e novizie, giovani in cammino vocazionale, provenienti da ogni parte del mondo: rappresentate la giovinezza della Chiesa! Se la Chiesa è la Sposa di Cristo, in un certo senso voi ne raffigurate il momento del fidanzamento, la primavera della vocazione, la stagione della scoperta, della verifica, della formazione. Ed è una stagione molto bella, in cui si gettano le basi per il futuro. Grazie di essere venuti!

Oggi la Parola di Dio ci parla della missione. Da dove nasce la missione? La risposta è semplice: nasce da una chiamata, quella del Signore e chi è chiamato da Lui lo è per essere inviato. Quale dev’essere lo stile dell’inviato? Quali sono i punti di riferimento della missione cristiana? Le Letture che abbiamo ascoltato ce ne suggeriscono tre: la gioia della consolazione, la croce e la preghiera.

1. Il primo elemento: la gioia della consolazione. Il profeta Isaia si rivolge a un popolo che ha attraversato il periodo oscuro dell’esilio, ha subito una prova molto dura; ma ora per Gerusalemme è venuto il tempo della consolazione; la tristezza e la paura devono fare posto alla gioia: «Rallegratevi… esultate… sfavillate di gioia» – dice il Profeta (66,10). È un grande invito alla gioia. Perché? Qual è il motivo di questo invito alla gioia? Perché il Signore effonderà sulla Città santa e sui suoi abitanti una “cascata” di consolazione, una cascata di consolazione – così pieni di consolazione -, una cascata di tenerezza materna: «Sarete portati in braccio e sulle ginocchia sarete accarezzati» (v. 12). Quando la mamma prende il bambino sulle ginocchia e la accarezza; così il Signore farà con noi e fa con noi. Questa è la cascata di tenerezza che ci dà tanta consolazione. «Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò» ( v. 13). Ogni cristiano e soprattutto noi, siamo chiamati a portare questo messaggio di speranza che dona serenità e gioia: la consolazione di Dio, la sua tenerezza verso tutti. Ma ne possiamo essere portatori se sperimentiamo noi per primi la gioia di essere consolati da Lui, di essere amati da Lui. Questo è importante perché la nostra missione sia feconda: sentire la consolazione di Dio e trasmetterla! Io ho trovato alcune volte persone consacrate che hanno paura della consolazione di Dio, e… poveri, povere, si tormentano, perché hanno paura di questa tenerezza di Dio. Ma non abbiate paura. Non abbiate paura, il Signore è il Signore della consolazione, il Signore della tenerezza. Il Signore è padre e Lui dice che farà con noi come una mamma con il suo bambino, con la sua tenerezza. Non abbiate paura della consolazione del Signore. L’invito di Isaia deve risuonare nel nostro cuore: «Consolate, consolate il mio popolo» (40,1) e questo diventare missione. Noi, trovare il Signore che ci consola e andare a consolare il popolo di Dio. Questa è la missione. La gente oggi ha bisogno certamente di parole, ma soprattutto ha bisogno che noi testimoniamo la misericordia, la tenerezza del Signore, che scalda il cuore, che risveglia la speranza, che attira verso il bene. La gioia di portare la consolazione di Dio!

2. Il secondo punto di riferimento della missione è la croce di Cristo. San Paolo, scrivendo ai Galati, afferma: «Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo» (6,14). E parla di «stigmate», cioè delle piaghe di Gesù Crocifisso, come del contrassegno, del marchio distintivo della sua esistenza di Apostolo del Vangelo. Nel suo ministero Paolo ha sperimentato la sofferenza, la debolezza e la sconfitta, ma anche la gioia e la consolazione. Questo è il mistero pasquale di Gesù: mistero di morte e di risurrezione. Ed è proprio l’essersi lasciato conformare alla morte di Gesù che ha fatto partecipare san Paolo alla sua risurrezione, alla sua vittoria. Nell’ora del buio, nell’ora della prova è già presente e operante l’alba della luce e della salvezza. Il mistero pasquale è il cuore palpitante della missione della Chiesa! E se rimaniamo dentro questo mistero noi siamo al riparo sia da una visione mondana e trionfalistica della missione, sia dallo scoraggiamento che può nascere di fronte alle prove e agli insuccessi. La fecondità pastorale, la fecondità dell’annuncio del Vangelo non è data né dal successo, né dall’insuccesso secondo criteri di valutazione umana, ma dal conformarsi alla logica della Croce di Gesù, che è la logica dell’uscire da se stessi e donarsi, la logica dell’amore. È la Croce – sempre la Croce con Cristo, perché a volte ci offrono la croce senza Cristo: questa non va! – E’ la Croce, sempre la Croce con Cristo che garantisce la fecondità della nostra missione. Ed è dalla Croce, supremo atto di misericordia e di amore, che si rinasce come «nuova creatura» (Gal 6,15).

3. Infine il terzo elemento: la preghiera. Nel Vangelo abbiamo ascoltato: «Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe» (Lc 10,2). Gli operai per la messe non sono scelti attraverso campagne pubblicitarie o appelli al servizio della generosità, ma sono «scelti» e «mandati» da Dio. E’ Lui che sceglie, è Lui che manda, è Lui che manda, è Lui che dà la missione. Per questo è importante la preghiera. La Chiesa, ci ha ripetuto Benedetto XVI, non è nostra, ma è di Dio; e quante volte noi, i consacrati, pensiamo che sia nostra! Facciamo di lei… qualcosa che ci viene in mente. Ma non è nostra, è di Dio. il campo da coltivare è suo. La missione allora è soprattutto grazia. La missione è grazia. E se l’apostolo è frutto della preghiera, in essa troverà la luce e la forza della sua azione. La nostra missione, infatti, non è feconda, anzi si spegne nel momento stesso in cui si interrompe il collegamento con la sorgente, con il Signore.

Cari seminaristi, care novizie e cari novizi, cari giovani in cammino vocazionale. Uno di voi, uno dei vostri formatori, mi diceva l’altro giorno: évangéliser on le fait à genoux, l’evangelizzazione si fa in ginocchio. Sentite bene: “l’evangelizzazione si fa in ginocchio”. Siate sempre uomini e donne di preghiera. Senza il rapporto costante con Dio la missione diventa mestiere. Ma da che lavori tu? Da sarto, da cuoca, da prete, lavori da prete, lavori da suora? No. Non è un mestiere, è un’altra cosa. Il rischio dell’attivismo, di confidare troppo nelle strutture, è sempre in agguato. Se guardiamo a Gesù, vediamo che alla vigilia di ogni decisione o avvenimento importante, si raccoglieva in preghiera intensa e prolungata. Coltiviamo la dimensione contemplativa, anche nel vortice degli impegni più urgenti e pesanti. E più la missione vi chiama ad andare verso le periferie esistenziali, più il vostro cuore sia unito a quello di Cristo, pieno di misericordia e di amore. Qui sta il segreto della fecondità pastorale, della fecondità di un discepolo del Signore!
Gesù manda i suoi senza «borsa, né sacca, né sandali» (Lc 10,4). La diffusione del Vangelo non è assicurata né dal numero delle persone, né dal prestigio dell’istituzione, né dalla quantità di risorse disponibili. Quello che conta è essere permeati dall’amore di Cristo, lasciarsi condurre dallo Spirito Santo, e innestare la propria vita nell’albero della vita, che è la Croce del Signore.
Cari amici e amiche, con grande fiducia vi affido all’intercessione di Maria Santissima. Lei è la Madre che ci aiuta a prendere le decisioni definitive con libertà, senza paura. Lei vi aiuti a testimoniare la gioia della consolazione di Dio, senza avere paura della gioia; Lei vi aiuti a conformarvi alla logica di amore della Croce e a crescere in un’unione sempre più intensa con il Signore nella preghiera. Così la vostra vita sarà ricca e feconda!

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POSSO DIRE GRAZIE COL SORRISO CHE NASCE DAL CUORE. di don Valentino Guglielmi

Foto di Sofia Mardegan
Ho scelto questo pensiero di don Valentino, e l’ho postato il 5 luglio 2013, giorno molto denso di avvenimenti ecclesiali riguardanti il Papa Francesco: insieme con Papa Benedetto ha…benedetto la statua di san Michele Arcangelo alla cui protezione affida il vaticano; poi è uscita l’enciclica a quattro mani Lumen fidei, sulla virtù della fede; inoltre ha approvato la dichiarazione sul miracolo di Giovanni Paolo II che apre alla sua canonizzazione, insieme a quella di Giovanni XXIII. E tra gli altri ha approvato la pubblicazione del decreto sul miracolo attribuito all’intercessione del venerabile Alvaro del Portillo. Per tutte queste cose mi piaceva dire Grazie, con parole di don Valentino. Mi è tornato alla memoria che quando don Valentino ricordava gli anni di studio e di lavoro pastorale a Roma, aveva alcuni ricordi di san Josemarìa. E quando gli chiedevamo: “con don Alvaro del Portillo (che allora era il più vicino collaboratore di san Josemarìa e soleva stare dietro le quinte, senza mettersi in mostra) ti ricordi qualche parola, qualche incontro, qualche episodio?” Don Valentino allora ricordava, che le domeniche pomeriggio di quegli anni sessanta, lo invitavano a  volte, e a volte poteva andare, in viale Bruno Buozzi 73, nella casa dove san Josemarìa abitava, quando proiettavano qualche film, che don Francesco Angelicchio procurava grazie al suo lavoro nel Centro Cattolico Cinematografico, con il quale cercavano di far riposare un po’ san Josemarìa, dal suo lavoro senza soste.  Don Valentino ricordava che, nell’intervallo della proiezione, don Alvaro si avvicinava a lui, e sapendo che fumava, gli diceva con aria di complicità: usciamo a fumarci una sigaretta! A questo punto don Valentino faceva la sua tipica risata arguta, di commento. Ecco, oggi che don Alvaro è così vicino alla beatificazione, mi piace ricordarlo così, con il ricordo discreto e divertente di don Valentino: una santità normale, quotidiana, fraterna, amabile, opportuna, attenta. Due parole semplici, scambiate tra fratelli, con la sigaretta in mano.


GRAZIE
04. 10. 10
Noi siamo limitati. Conoscere il nostro limite fa parte della conoscenza, non del limite.
La nostra vita dipende da qualcuno che ce ne ha fatto dono in qualità di sorgente o di conduttore.
Il mio primo respiro consapevole dovrebbe essere grazie. Il grazie contiene l’accettazione del dono.
Così esercito il primo atto della mia libertà, primo in senso di valore, non necessariamente in senso cronologico.
Sono chiamato a dire grazie liberamente, sebbene non disponga di alternative ragionevoli.
E’ la condizione di figlio. Se mi colloco al mio posto le tessere del mosaico cominciano a rendere visibile un disegno.
Come alternativa potrò arrogarmi il diritto e farmi dio a me stesso senza rendermi conto di quanto è scomoda oltre che ridicola questa posizione.
Posso accettare la mia condizione a collo torto come colui che si piega malvolentieri, dice grazie a denti stretti e si lamenta di continuo come se gli avessero sottratta la sua parte di eredità.
E’ malcontento e rende pesante la vita a chi gli sta vicino.

Posso dire grazie col sorriso che nasce dal cuore. Mi accorgerò, appena abbia imparato a distaccarmi dalle cose e da me stesso, che tutto mi appartiene, perché sono figlio di Dio.
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SAPER DI AMORE. Distinguere nel cristianesimo la fede dalla religione. L’ultimo libro di Ugo Borghello

Sapevo che don Ugo Borghello stava lavorando ad un libro che fosse una presentazione sistematica del suo pensiero, che avesse il pregio della completezza, e della divulgazione insieme, dopo una vita di pensiero e di continua sperimentazione sul campo della pastorale e della direzione spirituale di innumerevoli persone di ogni età e condizione sociale in molte città d’Italia: Milano, Napoli, Roma, Verona, Bologna, Bari, e ancora Roma. Lo aspettavamo in molti, desiderosi di leggere e di imparare dalla sua saggezza. Nella sua breve esperienza veronese, ho avuto la fortuna di collaborare con don Ugo. Ricordo che allora stava lavorando al libro poi di grande successo Liberare l’amore, con prefazione di mons. Bruno Forte. Ho avuto modo di assistere al suo sforzo per rendere agili pagine che radunano moltissime considerazioni, citazioni, ed esperienze. In quest’ultima fatica, dal titolo Saper di amore,  il risultato è pregevole, si nota la maturazione non solo del pensiero ma anche della capacità di divulgarlo, pur nella sua affascinante profondità. Don Ugo stesso mi ha mandato questa presentazione che del suo testo, che ne invoglia sicuramente alla lettura, e pubblico molto volentieri. E’ un libro che impatta molto e può fare un immenso bene a tantissime persone. Lo consiglio come lettura impegnata per l’estate e non solo. In copertina notate i colori del’arcobaleno, che per l’autore è il simbolo più bello, nella creazione, dell’amore e della sua gratuità assoluta.

Saper di Amore. Distinguere nel cristianesimo la fede dalla religione. E’ edito dalle Edizioni Ares Milano 2013, pp. 512  Euro 18. Si rivolge ad un pubblico più vasto dei destinatari del precedente Liberare l’amore, , nonostante che sia di considerevole mole. Si consiglia di non fermarsi davanti a tale mole, perché di fatto si scompone in 5 libretti, ciascuno di notevole importanza per una vibrante vita cristiana e di lettura sufficientemente scorrevole. Non si potevano pubblicare separatamente, perché insieme si sostengono e si armonizzano. Tra l’altro sarebbero costati molto di più al lettore.
I cinque capitoli si intitolano:
Distinguere carità da opere di carità (in realtà capitolo 1° e 2°).
Distinguere nel cristianesimo la fede dalla religione.
I tre “convincimenti” dello Spirio Santo.
Per una efficace lotta ascetica.
Educarsi all’amore.

Il primo è di grande importanza per una feconda educazione all’amore.
Se si confonde la carità con le opere di bene si finisce per misurare l’amore con le opere, favorendo l’azione del demonio che ama i paragoni, le lotte di potere, il giudizio della persona attraverso le sue opere, le invidie per le opere altrui, la presunzione per le proprie opere di bene, le accuse, gli scoraggiamenti per i limiti delle nostre opere, o le false sicurezze umane e via dicendo. Non c’è agenzia di male superiore a quella dei cristiani praticanti che confondono la carità con le opere di carità, perché solo loro possono corrompere il Vangelo. L’inganno è facile, visto che nella vita terena non si dà carità senza opere di carità. Il cristiano deve essere molto sensibile per i bisogni degli altri. però si danno molte opere di carità senza carità. Si può trascorrere la vita ad aiutare poveri e bisognosi senza saperne amare veramente neppure uno. Con queste poche parole posso suscitare molte perplessità e qualche protesta, ma confido che al leggere il primo capitolo del libro molti si illumineranno su di un tema di estrema importanza per poter mettere a fuoco l’amore.

Il secondo capitolo è il tema centrale ed è fondamentale per inquadrare bene l’anno della fede e il suo futuro. Benedetto XVI, ma già prima Giovanni Paolo II e ora Papa Francesco, ma anche molti teologi e pastori, ci hanno lasciato pagine memorabili sulla fede cristiana. Ma se non si distingue nel cristianesimo ciò che è di religione, comune a tutti gli uomini, anche atei o agnostici, pur in forme diversissime e spesso aberranti, per purificata che sia la religione nel cristianesimo, da ciò che è dono di una nuova creazione, mondo di fede teologale, che è fede nell’Amore, si finisce per irretire la fede in pratiche e comportamenti di matrice religiosa, vanificandone il dono inaudito e santificante. La religione cerca Dio, che rimane esterno e lontano, attraverso le mediazioni sacrali (sacerdoti, sacramenti, luoghi sacri, tempi sacri, morale, tito, culto…); la fede riconosce Gesù risorto, presente, in un incontro di amore procurato dallo Spirito Santo, che mi fa vivere in intimità divina. La fede si snoda a partire dalla Rivelazione, dalla Parola, dove il Dio creatore, esterno alla creatura, rivela il suo disegno di incontro, di innalzamento alla filiazione divina, di comunione reale, con il frutto del comandamento nuovo, che ci unisce nel Regno, con un amore che è carità, dono dello Spirito Santo. Nel libro si esemplificano molti aspetti di vita spirituale, come la preghiera, la fraternità, la mortificazione, ecc., per come si vivono con la fede, diversamente che nella religione.
Insieme alla fede e alla religione si esamina la presenza del peccato che si innesta in un bisogno radicale di amore che tutti vivono in “gruppi primari”, dove si decide il nostro modo di vivere e di pensare. A questo tema sono dedicate parecchie pagine, soprattutto nel paragrafo sul peccato e sulla nuova evangelizzazione, quanto mai suggestive.

Il terzo capitolo riprende brevemente il contenuto di Liberare l’Amore, riproponendo lo studio dei tre “convincimenti” dello Spirito Santo, con nuove considerazioni maturate dopo la pubblicazione di quel libro. Gesù promette lo Spirito, lo chiama Spirito consolatore e Spirito di verità, ma non indica i contenuti della verità che lo Spirito solo può rivelarci. Però nel capitolo XVI del Vangelo di Giovanni dice proprio di che cosa lo Spirito deve convincerci: di peccato, giustizia e giudizio. È un testo così criptico che in tutta la storia della Chiesa ha avuto pochissime parole di commento. Eppure in questi “convincimenti” si concentra il contenuto del Vangelo, quello di cui solo lo Spirito Santo può “convincerci”. Oggi si sente parlare spesso di un Dio che ci ama appassionatamente ma non fa molta presa; si può pensare che ciò è dovuto alla mancanza del convincimento di peccato. Infatti nella misura in cui lo Spirito Santo riesce a “convincerci” di peccato, di un mal d’amore impressionante che riguarda tutti, nella sua radice originale, fino a portarci a fare sacrifici incredibili per i nostri idoli, si apre il cuore a ricevere i doni dell’amore infinito. Ma è solo un piccolo accenno ai contenuti fondamentali di questo capitolo. Del resto di Liberare l’Amore, che qui riassumo, è stato scritto da Vittoria Patti, in risposta alla domanda di un blog di Rai-Vaticano sul libro cristiano che più ha influito sulla propria vita: “Senza alcun dubbio Liberare l’Amore, di Ugo Borghello. Ha davvero cambiato il mio modo di vedere tutta la realtà, in modo estremamente concreto. E mi ha fatto capire, anzi “afferrare”, aspetti cruciali del cristianesio che prima erano per la mia ragione sfuggenti e vaghi i modo imbarazzante: un esempio? La faccenda del peccato originale”. Su 150 risposte, tra Agostino, sant’Alfonso o san Josemaria Escrivà, sei hanno risposto indicando Liberare l’Amore.

Il quarto capitolo aiuta ad impostare la nostra risposta al dono gratuito della fede. È facile cadere in una specie di “pendolo”: Dio ci dona gratuitamente ma noi dobbiamo meritarlo. Ma questo in definitiva fa dipendere la salvezza dalle nostre opere, e ci riempie di piccole o grandi inquietudini. Più che sui nostri propositi operativi la lotta ascetica deve farci desiderare sempre più, e sempre più chiedere, il dono dello Spirito Santo, la conversione del cuore a Cristo, il dono della vita di fede e della santità: “chiedete e vi sarà dato” insiste Gesù, accoratamente. La nostra collaborazione non è nelle opere, che devono essere frutto della grazia, ma nella libertà usata per scegliere Gesù come Signore della nostra vita, del nostro cuore, come calamita che orienta tutto il nostro pensare e agire. Dato che siamo peccatori il desiderio di conversione deve rinnovarsi sempre più frequente, sempre più fiducioso, sempre più desiderato. Da uno sforzo più umano in gioventù si cresce verso un desiderio profondo di santità, passando tra luci e ombre, necessarie per crescere nell’amore. Un passaggio cruciale può essere la notte oscura dei sensi alla quale occorre arrivare preparati, altrimenti deprime e porta molti a lasciare o ad acconentarsi di un po’ di religione, mentre è la porta migliore per passare da una appartenenza primaria più sociale o religiosa che di fede ad un modo nuovo di stare nella Chiesa con legame carismatico.

L’ultimo capitolo “Educarsi all’amore” vuole accompagnare dal sentimento dell’innamoramento o dallo statu nascenti di una appartenenza cristiana ad un amore maturo. L’amore supera la ragione e le nostre virtù. Chi ama sul serio non ha bisogno di studiare l’amore, ma quando tutto è confuso e incerto, con sofferenze inaudite di amore rifiutato, solo lo studio può orientare il cuore a desiderare il dono dell’amore vero. L’amore è sotteso ad ogni nostro rapporto, di amicizia, di coppia, di famiglia, di società vitale, di Chiesa. E deve allora crescere la capacità di amare, dall’”io-tu” al “noi”, alla condivisione aperta, ai beni relazionali e, nella fede, alla spiritualità di comunione, al comandamento nuovo. Il tutto all’insegna di un amore che che passa dal narcisismo adolescenziale, reattivo, all’amore maturo, pronto a tutto e capace di trasfigurare ogni situaione.
La riuscita di una vita dipende dalla pienezza dell’amore che la persona sperimenta e dalla capacità di amare che sviluppa. In definitiva un libro che vuole aiutare ad essere persone che sanno amare, che è la prima e più grande ambizione che gli uomini devono coltivare nella loro vita sulla terra.

Il libro si può chiedere in libreria oppure direttamente alle Edizioni Ares, cliccando sul seguente link
http://www.ares.mi.it/index.php?pagina=libro&id=576&q=Saper-di-Amore
oppure al sito Ares: www.ares.mi.it

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BACIARE CON TENEREZZA LE PIAGHE DI GESU’ NEI NOSTRI FRATELLI

Pietro Paolo Rubens, Incredulità di Tommaso, Anversa

Dicono che Papa Francesco si alzi alle quattro del mattino e si metta in preghiera. là prepara le sue omelie. Questo è il segreto principale che spiega perché siano così vive, così incisive. Ognuna sembra che ci possa cambiare la vita. E forse deve proprio farlo. Come quella di oggi che posto in onore di san Tommaso apostolo, 3 luglio 2013. 

“Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». (Gv, 20-24-29)


Per incontrare il Dio vivo è necessario baciare con tenerezza le piaghe di Gesù nei nostri fratelli affamati, poveri, malati, carcerati: è quanto ha detto il Papa nella Messa a “Santa Marta” commentando il Vangelo proposto dalla liturgia nella Festa di San Tommaso Apostolo. 
Gesù, dopo la Resurrezione, appare agli apostoli, ma Tommaso non c’è: “Ha voluto che aspettasse una settimana – ha spiegato Papa Francesco – Il Signore sa perché fa le cose. E a ciascuno di noi dà il tempo che lui crede che sia meglio per noi.
A Tommaso ha concesso una settimana”. Gesù si rivela con le sue piaghe: “Tutto il suo corpo era pulito, bellissimo, pieno di luce – sottolinea il Pontefice – ma le piaghe c’erano e ci sono ancora” e quando il Signore verrà, alla fine del mondo, “ci farà vedere le sue piaghe”. Tommaso per credere voleva mettere le sue dita in quelle piaghe:
“Era un testardo. Ma, il Signore ha voluto proprio un testardo per farci capire una cosa più grande. Tommaso ha visto il Signore, è stato invitato a mettere il suo dito nella piaga dei chiodi; mettere la mano sul fianco e non ha detto: ‘E’ vero: il Signore è risorto!’. No! E’ andato più oltre. Ha detto: ‘Dio!’. Il primo dei discepoli che fa la confessione della divinità di Cristo, dopo la Resurrezione. E ha adorato”.“E così – prosegue il Papa – si capisce qual era l’intenzione del Signore nel farlo aspettare: prendere anche la sua incredulità per portarla non all’affermazione della Resurrezione, ma all’affermazione della sua divinità”. Il “cammino per l’incontro con Gesù-Dio – ha sottolineato – sono le sue piaghe. Non ce n’è un altro”:“Nella storia della Chiesa ci sono stati alcuni sbagli nel cammino verso Dio. Alcuni hanno creduto che il Dio vivente, il Dio dei cristiani noi possiamo trovarlo per il cammino della meditazione, e andare più alto nella meditazione. Quello è pericoloso, eh? Quanti si perdono in quel cammino e non arrivano. Arrivano sì, forse, alla conoscenza di Dio, ma non di Gesù Cristo, Figlio di Dio, seconda Persona della Trinità. A quello non ci arrivano. E’ il cammino degli gnostici, no? Sono buoni, lavorano, quello, ma non è il cammino giusto. E’ molto complicato e non ti porta a buon porto”.“Altri – ha spiegato il Papa – hanno pensato che per arrivare a Dio dobbiamo essere noi mortificati, austeri, e hanno scelto la strada della penitenza: soltanto la penitenza, il digiuno. E neppure questi sono arrivati al Dio vivo, a Gesù Cristo Dio vivo. Sono i pelagiani, che credono che con il loro sforzo possono arrivare”. Ma Gesù ci dice che il cammino per incontrarlo è quello di trovare le sue piaghe:“E le piaghe di Gesù tu le trovi facendo le opere di misericordia, dando al corpo – al corpo – e anche all’anima, ma al corpo – sottolineo – del tuo fratello piagato, perché ha fame, perché ha sete, perché è nudo, perché è umiliato, perché è schiavo, perché è in carcere, perché è in ospedale. Quelle sono le piaghe di Gesù oggi. E Gesù ci chiede di fare un atto di fede, a Lui, ma tramite queste piaghe. ‘Ah, benissimo! Facciamo una fondazione per aiutare tutti quelli e facciamo tante cose buone per aiutarli’. Quello è importante, ma se noi rimaniamo su questo piano, saremo soltanto filantropici. Dobbiamo toccare le piaghe di Gesù, dobbiamo carezzare le piaghe di Gesù, dobbiamo curare le piaghe di Gesù con tenerezza, dobbiamo baciare le piaghe di Gesù, e questo letteralmente. Pensiamo, cosa è successo a San Francesco, quando ha abbracciato il lebbroso? Lo stesso che a Tommaso: la sua vita è cambiata!”.Per toccare il Dio vivo – ha affermato il Papa – non serve “fare un corso di aggiornamento” ma entrare nelle piaghe di Gesù e per questo “è sufficiente uscire per la strada”. Chiediamo a San Tommaso – ha concluso – la grazia di avere il coraggio di entrare nelle piaghe di Gesù con la nostra tenerezza e sicuramente avremo la grazia di adorare il Dio vivo.

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GESU’ ERA LIBERO E VUOLE NOI CRISITANI LIBERI COME LUI

Papa Francesco, domenica 30 giugno 2013, commentando il Vangelo del giorno nell’Angelus dice cose molto forti, importanti e belle sul ruolo dell’ascolto della propria coscienza nell’orazione alla presenza del Padre. Molto importanti  per capire come si comporta un cristiano, per capire la libertà del figlio di Dio e dei figli di Dio che siamo noi.

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Il Vangelo di questa domenica (Lc 9,51-62) mostra un passaggio molto importante nella vita di Cristo: il momento in cui – come scrive san Luca – «Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme» (9,51). Gerusalemme è la meta finale, dove Gesù, nella sua ultima Pasqua, deve morire e risorgere, e così portare a compimento la sua missione di salvezza
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Da quel momento, dopo quella “ferma decisione”, Gesù punta dritto al traguardo, e anche alle persone che incontra e che gli chiedono di seguirlo, dice chiaramente quali sono le condizioni: non avere una dimora stabile; sapersi distaccare dagli affetti umani; non cedere alla nostalgia del passato.
Ma Gesù dice anche ai suoi discepoli, incaricati di precederlo sulla via verso Gerusalemme per annunciare il suo passaggio, di non imporre nulla: se non troveranno disponibilità ad accoglierlo, si proceda oltre, si vada avanti. Gesù non impone mai, Gesù è umile, Gesù invita. Se tu vuoi, vieni. L’umiltà di Gesù è così: Lui invita sempre, non impone.
Tutto questo ci fa pensare. Ci dice, ad esempio, l’importanza che, anche per Gesù, ha avuto la coscienza: l’ascoltare nel suo cuore la voce del Padre e seguirla. Gesù, nella sua esistenza terrena, non era, per così dire, “telecomandato”: era il Verbo incarnato, il Figlio di Dio fatto uomo, e a un certo punto ha preso la ferma decisione di salire a Gerusalemme per l’ultima volta; una decisione presa nella sua coscienza, ma non da solo: insieme al Padre, in piena unione con Lui! Ha deciso in obbedienza al Padre, in ascolto profondo, intimo della sua volontà. E per questo la decisione era ferma, perché presa insieme con il Padre. E nel Padre Gesù trovava la forza e la luce per il suo camminoE Gesù era libero, in quella decisione era libero. Gesù vuole noi cristiani liberi come Lui, con quella libertà che viene da questo dialogo con il Padre, da questo dialogo con Dio. Gesù non vuole né cristiani egoisti, che seguono il proprio io, non parlano con Dio; né cristiani deboli, cristiani, che non hanno volontà, cristiani «telecomandati», incapaci di creatività, che cercano sempre di collegarsi con la volontà di un altro e non sono liberi. Gesù ci vuole liberi e questa libertà dove si fa? Si fa nel dialogo con Dio nella propria coscienza. Se un cristiano non sa parlare con Dio, non sa sentire Dio nella propria coscienza, non è libero, non è libero.
Per questo dobbiamo imparare ad ascoltare di più la nostra coscienza. Ma attenzione! Questo non significa seguire il proprio io, fare quello che mi interessa, che mi conviene, che mi piace… Non è questo! La coscienza è lo spazio interiore dell’ascolto della verità, del bene, dell’ascolto di Dio; è il luogo interiore della mia relazione con Lui, che parla al mio cuore e mi aiuta a discernere, a comprendere la strada che devo percorrere, e una volta presa la decisione, ad andare avanti, a rimanere fedele.
Noi abbiamo avuto un esempio meraviglioso di come è questo rapporto con Dio nella propria coscienza, un recente esempio meraviglioso. Il Papa Benedetto XVI ci ha dato questo grande esempio quando il Signore gli ha fatto capire, nella preghiera, quale era il passo che doveva compiere. Ha seguito, con grande senso di discernimento e coraggio, la sua coscienza, cioè la volontà di Dio che parlava al suo cuoreE questo esempio del nostro Padre fa tanto  bene a tutti noi, come un esempio da seguire.
La Madonna, con grande semplicità, ascoltava e meditava nell’intimo di se stessa la Parola di Dio e ciò che accadeva a Gesù. Seguì il suo Figlio con intima convinzione, con ferma speranza. Ci aiuti Maria a diventare sempre più uomini e donne di coscienza, liberi nella coscienza, perché è nella coscienza che si dà dialogo con Dio; uomini e donne, capaci di ascoltare la voce di Dio e di seguirla con decisione  capaci di ascoltare la voce di Dio e di seguirla con decisione.

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BELLEZZA UMANA, BELLEZZA DI DIO, di don Valentino Guglielmi

Oggi sarebbe stato l’anniversario di ordinazione di don Valentino. Lo stesso giorno di don Ferdinando Rancan che oggi compie sessant’anni di sacerdozio, e fu suo professore in seminario e poi maestro e amico per tutta la vita, e alla fine collaboratore a san’Eufemia in Verona. Per ricordare il sacerdozio di don Valentino scelgo di proporre questa scheda sull’amore casto tra marito e moglie che permette di vedere Dio. Notate la novità del modo di proporre una virtù antica. La profondità. la bellezza. Il fascino. La profonda verità che emana e che attrae. 


VEDERE DIO
05. 03. 03
Si può vedere la bellezza di Dio?
La porta di accesso è la bellezza della persona della quale vi siete innamorati e che ora amate. Si entra attraverso la bellezza di facciata amata nei suoi particolari frivoli e maliziosi, dai quali vi siete lasciati stregare e nei quali avete creduto, intravedendo la felicità. L’avete trovata la felicità o siete rimasti delusi?

Occorre anzitutto attrezzarsi di temperanza, imparare ad armonizzare i sensi e il cuore. Senza di essa non si procede oltre la superficie, la quale dopo un certo tempo viene a noia. La specie di temperanza che serve all’impresa si chiama castità. La castità non solo non disprezza il corpo, ma lo valorizza e permette di vedere, anzi di  accendere, la luce che lo rischiara da dentro e ne valorizza la pelle. Colui che si propone la castità è specchio di profondità per il partner. Lo farai conoscere a se stesso fino alla profondità a cui riesci a arrivare con i tuoi occhi.
Oltre alla temperanza servirà il distacco. Non è oggetto di proprietà la persona amata, che debba essere come dico io. Se ho in testa un’idea di donna che non collima con la donna che amo non potrò dire che lei è sbagliata, dovrò riconoscere che la mia idea è inadeguata.
Serve infine l’umiltà che mi faccia vedere come la persona che amo realizza quello che io non sono e lo realizza là dove è unica, perché donata a se stessa. Mi dovrò domandare: chi l’ha donata a se stessa? Che cosa vuol dire unica e sola? A che cosa farò riferimento per capire la cosa se non a me stesso là dove sono unico e solo?
Dove non capisco, dove la mia intelligenza non vede e tende ad impuntarsi come il mulo, dovrò amare di più facendo andare avanti il cuore. L’enigma trova luce se salgo più in alto.

Ma è cosa seria prendere sul serio la propria moglie o il proprio marito? Crederò alla profondità che mi e dato di vedere in taluni attimi di felicità oppure mi rassegnerò alla mentalità corrente che pensa: le donne sono fatte così e vanno trattate così, gli uomini sono fatti così e di conseguenza vanno trattati così? 
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LA VOSTRA VITA HA IL SENSO DEL CAMMINO. FATE SEMPRE TUTTO CON PROFONDO AMORE! Papa Francesco ai Rappresentanti pontifici, 21 giugno 2013

Altro straordinario discorso di Papa Francesco, ai cosiddetti Nunzi Pontifici, i Vescovi che lo rappresentano in tutte le nazioni. Innanzitutto interessato al loro cammino di fede, alla loro vita sempre con la valigia in mano, e poi al delicatissimo compito di segnalare al Papa le persone più idonee delle varie nazioni a diventare vescovi, cioè Pastori. Tratteggia dunque un’altro indimenticabile ritratto del Pastore come lo vuole Dio, come serve alla Chiesa e come ne hanno bisogno le pecore a lui affidate.

Cari Confratelli,

queste giornate, nell’Anno della fede, sono un’occasione che il Signore offre per pregare insieme, per riflettere insieme e per vivere un momento fraterno. Ringrazio il Cardinale Bertone per le parole che mi ha rivolto a nome di tutti, ma vorrei ringraziare ciascuno di voi per il vostro servizio che mi aiuta nella sollecitudine per tutte le Chiese, in quel ministero di unità che è centrale per il Successore di Pietro. Voi mi rappresentate nelle Chiese sparse in tutto il mondo e presso i Governi, ma vedervi oggi così numerosi mi dà anche il senso della cattolicità della Chiesa, del suo respiro universale. Grazie di vero cuore! Il vostro lavoro è un lavoro – la parola che mi viene è “importante”, ma è una parola formale – ; il vostro lavoro è più che importante, è un lavoro di fare la Chiesa, di costruire la Chiesa. Fra le Chiese particolari e la Chiesa universale, tra i Vescovi e il Vescovo di Roma. Non siete intermediari, piuttosto siete mediatori, che con la mediazione fate la comunione. Alcuni teologi studiando l’ecclesiologia, parlano di Chiesa locale e dicono che i Rappresentanti Pontifici e i Presidenti delle Conferenze Episcopali fanno una Chiesa locale che non è di istituzione divina, è organizzativa ma aiuta ad andare avanti la Chiesa. E il lavoro più importante è quello della mediazione, e per mediare è necessario conoscere.
Non conoscere soltanto le carte – che è molto importante leggere carte e sono tante – ma conoscere le persone. Perciò io considero che il rapporto personale tra il Vescovo di Roma e voi sia una cosa essenziale. È vero c’è la Segreteria di Stato che ci aiuta, ma quest’ultimo punto, il rapporto personale, è importante. E dobbiamo farlo, da ambedue le parti.
Ho pensato a questa riunione e vi offro dei semplici pensieri su alcuni aspetti, direi esistenziali, del vostro essere Rappresentanti Pontifici. Sono cose sulle quali ho riflettuto nel mio cuore, soprattutto pensando di mettermi accanto a ciascuno di voi. In questo incontro, non vorrei dirvi parole meramente formali o parole di circostanza; farebbero male a tutti, a voi e a me. Quello che vi dico adesso viene dal di dentro, ve lo assicuro, e mi sta a cuore.
1. Anzitutto vorrei sottolineare che la vostra è una vita di nomadi. L’ho pensato tante volte: poveri uomini! Ogni tre, quattro anni per i Collaboratori, un po’ di più per i Nunzi, voi cambiate posto, passate da un Continente all’altro, da un Paese all’altro, da una realtà di Chiesa ad un’altra, spesso molto diversa; siete sempre con la valigia in mano. Mi pongo la domanda: che cosa dice a tutti noi questa vita? Che senso spirituale ha? Direi che dà il senso del cammino, che è centrale nella vita di fede, a iniziare da Abramo, uomo di fede in cammino: Dio gli chiede di lasciare la sua terra, le sue sicurezze, per andare, affidandosi a una promessa, che non vede, ma che conserva semplicemente nel cuore come speranza che Dio gli offre (cfr Gen 12,1-9). E questo comporta due elementi, a mio parere. Anzitutto la mortificazione, perché davvero, andare con la valigia in mano è una mortificazione, il sacrificio di spogliarsi di cose, di amici, di legami e iniziare sempre di nuovo. E questo non è facile; è vivere nel provvisorio, uscendo da se stessi, senza avere un luogo dove mettere radici, una comunità stabile, eppure amando la Chiesa e il Paese che siete chiamati a servire. Un secondo aspetto che comporta questo essere nomadi, sempre in cammino, è quello che ci viene descritto nel capitolo undicesimo della Lettera agli Ebrei. Elencando gli esempi di fede dei padri, l’autore afferma che essi videro i beni promessi e li salutarono da lontano – è bella questa icona -, dichiarando di essere pellegrini su questa terra (cfr 11,13). E’ un grande merito una vita così, una vita come la vostra, quando si vive con l’intensità dell’amore, con la memoria operante della prima chiamata.
2. Vorrei fermarmi un momento sull’aspetto di “guardare da lontano”, guardare le promesse da lontano, salutarle da lontano. Che cosa guardavano da lontano i padri dell’Antico Testamento? I beni promessi da Dio. Ciascuno di noi si può domandare: qual è la mia promessa? A che cosa guardo? Che cosa cerco nella vita? Quello che la memoria fondante ci spinge a cercare è il Signore, Lui è il bene promesso. Questo non deve sembrarci mai qualcosa di scontato. Il 25 aprile 1951, in un celebre discorso, l’allora Sostituto della Segreteria di Stato, Mons. Montini, ricordava che la figura del Rappresentante Pontificio «è quella di uno che ha veramente la coscienza di portare Cristo con sé», come il bene prezioso da comunicare, da annunciare, da rappresentare. I beni, le prospettive di questo mondo finiscono per deludere, spingono a non accontentarsi mai; il Signore è il bene che non delude, l’unico che non delude. E questo esige un distacco da se stessi che si può raggiungere solo con un costante rapporto con il Signore e l’unificazione della vita attorno a Cristo. E questo si chiama familiarità con Gesù. La familiarità con Gesù Cristo dev’essere l’alimento quotidiano del Rappresentante Pontificio, perché è l’alimento che nasce dalla memoria del primo incontro con Lui e perché costituisce anche l’espressione quotidiana di fedeltà alla sua chiamata. Familiarità con Gesù Cristo nella preghiera, nella Celebrazione eucaristica, da non tralasciare mai, nel servizio della carità.
3. C’è sempre il pericolo, anche per gli uomini di Chiesa, di cedere a quella che io chiamo, riprendendo un’espressione di De Lubac, la “mondanità spirituale”: cedere allo spirito del mondo, che conduce ad agire per la propria realizzazione e non per la gloria di Dio (cfr Meditazione sulla Chiesa, Milano 1979, p. 269), a quella sorta di “borghesia dello spirito e della vita” che spinge ad adagiarsi, a ricercare una vita comoda e tranquilla. Agli Alunni della Pontificia Accademia Ecclesiastica ho ricordato come per il beato Giovanni XXIII, il servizio quale Rappresentante Pontificio sia stato uno degli ambiti, e non secondario, in cui prese forma la sua santità, e citavo alcuni passaggi del Giornale dell’Anima che si riferivano proprio a questo lungo tratto del suo ministero. Egli affermava di avere compreso sempre di più che, per l’efficacia della sua azione, doveva potare continuamente la vigna della sua vita da ciò che è solo fogliame inutile e andare diritto all’essenziale, che è Cristo e il suo Vangelo, altrimenti si rischia di volgere al ridicolo una missione santa (Giornale dell’Anima, Cinisello Balsamo 2000, pp. 513-514). E’ una parola forte questa del ridicolo, ma è vera: cedere allo spirito mondano espone soprattutto noi Pastori al ridicolo; potremo forse ricevere qualche applauso, ma quelli stessi che sembreranno approvarci, poi ci criticheranno alle spalle. Questa è una regola comune.
Ma noi siamo Pastori! E questo non lo dobbiamo dimenticare mai! Voi, cari Rappresentanti Pontifici, siete presenza di Cristo, siete presenza sacerdotale, di Pastori. Certo, non insegnerete ad una porzione particolare del Popolo di Dio che vi è stata affidata, non sarete a guida di una Chiesa locale, ma siete Pastori che servono la Chiesa, con ruolo di incoraggiare, di essere ministri di comunione, e anche con il compito, non sempre facile, del richiamare. Fate sempre tutto con profondo amore! Anche nei rapporti con le Autorità civili e i Colleghi voi siete Pastori: ricercate sempre il bene, il bene di tutti, il bene della Chiesa e di ogni persona. Ma questo lavoro pastorale, come ho detto, si fa con la familiarità con Gesù Cristo nella preghiera, nella Celebrazione eucaristica, nelle opere di carità: lì è presente il Signore. Ma da parte vostra si deve fare anche con professionalità, e sarà come il vostro – mi viene da dire una parola – il vostro cilicio, la vostra penitenza: fare sempre con professionalità le cose, perché la Chiesa vi vuole così. E quando un Rappresentante Pontificio non fa le cose con professionalità, perde anche autorità.
Vorrei concludere dicendo anche una parola su uno dei punti importanti del vostro servizio come Rappresentanti Pontifici, almeno per la stragrande maggioranza: la collaborazione alle provviste episcopali. Voi conoscete la celebre espressione che indica un criterio fondamentale nella scelta di chi deve governare: si sanctus est oret pro nobis, si doctus est doceat nos, si prudens est regat nos – se è Santo preghi per noi, se è dotto ci insegni, se è prudente ci governi. Nel delicato compito di realizzare l’indagine per le nomine episcopali siate attenti che i candidati siano Pastori vicini alla gente: questo è il primo criterio. Pastori vicini alla gente. E’ un gran teologo, una grande testa: che vada all’Università, dove farà tanto bene!. Pastori! Ne abbiamo bisogno! Che siano, padri e fratelli, siano miti, pazienti e misericordiosi; che amino la povertà, interiore come libertà per il Signore e anche esteriore come semplicità e austerità di vita, che non abbiano una psicologia da “Principi”. Siate attenti che non siano ambiziosi, che non ricerchino l’episcopato; si dice che il Beato Giovanni Paolo II in una prima udienza che aveva avuto con il Cardinale Prefetto della Congregazione dei Vescovi, questi gli ha fatto la domanda sul criterio di scelta dei candidati all’Episcopato e il Papa con la sua voce particolare: «Il primo criterio: volentes nolumus». Quelli che ricercano l’Episcopato… no, non va. E che siano sposi di una Chiesa, senza essere in costante ricerca di un’altra. Siano capaci di “sorvegliare” il gregge che sarà loro affidato, di avere cioè cura per tutto ciò che lo mantiene unito; di “vigilare” su di esso, di avere attenzione per i pericoli che lo minacciano; ma soprattutto siano capaci di “vegliare” per il gregge, di fare la veglia, di curare la speranza, che ci sia sole e luce nei cuori, di sostenere con amore e con pazienza i disegni che Dio attua nel suo popolo. Pensiamo alla figura di san Giuseppe che veglia su Maria e Gesù, alla sua cura per la famiglia che Dio gli ha affidato, e allo sguardo attento con cui la guida nell’evitare i pericoli. Per questo i Pastori sappiano essere davanti al gregge per indicare la strada, in mezzo al gregge per mantenerlo unito, dietro al gregge per evitare che qualcuno rimanga indietro e perché lo stesso gregge ha, per così dire, il fiuto nel trovare la strada. Il pastore deve muoversi così!
Cari Rappresentanti Pontifici, sono solo alcuni pensieri, che mi vengono dal cuore, ho pensato tanto prima di scrivere questo: questo l’ho scritto io! Ho pensato tanto e ho pregato. Questi pensieri mi vengono dal cuore, con i quali non pretendo di dire cose nuove – no, nessuna delle cose che ho detto è nuova – ma sui quali vi invito a riflettere per il servizio importante e prezioso che prestate a tutta la Chiesa. La vostra è una vita spesso difficile, a volte in luoghi di conflitto – lo so bene: ho parlato con uno di voi in questo tempo, due volte. Quanto dolore, quanta sofferenza! Un continuo pellegrinaggio senza la possibilità di mettere radici in un posto, in una cultura, in una specifica realtà ecclesiale. Ma è una vita che cammina verso le promesse e le saluta da lontano. Una vita in cammino, ma sempre con Gesù Cristo che vi tiene per mano. Questo è sicuro: Lui vi tiene per mano. Grazie ancora per questo! Noi sappiamo che la nostra stabilità non sta nelle cose, nei propri progetti o nelle ambizioni, ma nell’essere veri Pastori che tengono fisso lo sguardo su Cristo. Ancora una volta grazie! Per favore, vi chiedo di pregare per me, perché ne ho bisogno. Che il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca. Grazie.
  

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ANDARE A CERCARE LE NOVANTANOVE PECORE PERDUTE. NON AVERE PAURA DELLA GRAZIA, NON AVERE PAURA DI USCIRE DA NOI STESSI, ANDARE A MOSTRARE IL NOSTRO AMORE CHE E’ L’AMORE DI DIO. Papa Francesco al convegno ecclesiale di Roma 17 giugno 2013

 
Buonasera a tutti, cari fratelli e sorelle!
L’Apostolo Paolo finiva questo brano della sua lettera ai nostri antenati con queste parole: non siete più sotto la Legge, ma sotto la grazia. E questa è la nostra vita: camminare sotto la grazia, perché il Signore ci ha voluto bene, ci ha salvati, ci ha perdonati. Tutto ha fatto il Signore, e questa è la grazia, la grazia di Dio. Noi siamo in cammino sotto la grazia di Dio, che è venuta da noi, in Gesù Cristo che ci ha salvati. Ma questo ci apre verso un orizzonte grande, e questo è per noi gioia. “Voi non siete più sotto la Legge, ma sotto la grazia”. Ma cosa significa, questo “vivere sotto la grazia”? Cercheremo di spiegare qualcosa di che cosa significa vivere sotto la grazia. E’ la nostra gioia, è la nostra libertà. Noi siamo liberi. Perché? Perché viviamo sotto la grazia. Noi non siamo più schiavi della Legge: siamo liberi perché Gesù Cristo ci ha liberati, ci ha dato la libertà, quella piena libertà di figli di Dio, che viviamo sotto la grazia. Questo è un tesoro. Cercherò di spiegare un po’ questo mistero tanto bello, tanto grande: vivere sotto la grazia.

Quest’anno avete lavorato tanto sul Battesimo e anche sul rinnovamento della pastorale post-battesimale. Il Battesimo, questo passare da “sotto la Legge” a “sotto la grazia”, è una rivoluzione. Sono tanti i rivoluzionari nella storia, sono stati tanti. Ma nessuno ha avuto la forza di questa rivoluzione che ci ha portato Gesù: una rivoluzione per trasformare la storia, una rivoluzione che cambia in profondità il cuore dell’uomo. Le rivoluzioni della storia hanno cambiato i sistemi politici, economici, ma nessuna di esse ha veramente modificato il cuore dell’uomo. La vera rivoluzione, quella che trasforma radicalmente la vita, l’ha compiuta Gesù Cristo attraverso la sua Risurrezione: la Croce e la Risurrezione. E Benedetto XVI diceva, di questa rivoluzione, che “è la più grande mutazione della storia dell’umanità”. Ma pensiamo a questo: è la più grande mutazione della storia dell’umanità, è una vera rivoluzione e noi siamo rivoluzionarie e rivoluzionari di questa rivoluzione, perché noi andiamo per questa strada della più grande mutazione della storia dell’umanità. Un cristiano, se non è rivoluzionario, in questo tempo, non è cristiano! Deve essere rivoluzionario per la grazia! Proprio la grazia che il Padre ci dà attraverso Gesù Cristo crocifisso, morto e risorto fa di noi rivoluzionari, perché – e cito nuovamente Benedetto – “è la più grande mutazione della storia dell’umanità”. Perché cambia il cuore. Il profeta Ezechiele lo diceva: “Toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne”. E questa è l’esperienza che vive l’Apostolo Paolo: dopo avere incontrato Gesù sulla via di Damasco, cambia radicalmente la sua prospettiva di vita e riceve il Battesimo. Dio trasforma il suo cuore! Ma pensate: un persecutore, uno che inseguiva la Chiesa e i cristiani, diventa un santo, un cristiano fino alle ossa, proprio un cristiano vero! Prima è un violento persecutore, ora diventa un apostolo, un testimone coraggioso di Gesù Cristo, al punto di non aver paura di subire il martirio. Quel Saulo che voleva uccidere chi annunziava il Vangelo, alla fine dona la sua vita per annunciare il Vangelo. E’ questo il mutamento, il più grande mutamento del quale ci parlava Papa Benedetto. Ti cambia il cuore, da peccatore – da peccatore: tutti siamo peccatori – ti trasforma in santo. Qualcuno di noi non è peccatore? Se ci fosse qualcuno, alzi la mano! Tutti siamo peccatori, tutti! Tutti siamo peccatori! Ma la grazia di Gesù Cristo ci salva dal peccato: ci salva! Tutti, se noi accogliamo la grazia di Gesù Cristo, Lui cambia il nostro cuore e da peccatori ci fa santi. Per diventare santi non è necessario girare gli occhi e guardare là, o avere un po’ una faccia da immaginetta! No, no, non è necessario questo! Una sola cosa è necessaria per diventare santi: accogliere la grazia che il Padre ci da in Gesù Cristo. Ecco, questa grazia cambia il nostro cuore. Noi continuiamo ad essere peccatori, perché tutti siamo deboli, ma anche con questa grazia che ci fa sentire che il Signore è buono, che il Signore è misericordioso, che il Signore ci aspetta, che il Signore ci perdona, questa grazia grande, che cambia il nostro cuore.
E, diceva il profeta Ezechiele, che da un cuore di pietra lo cambia in un cuore di carne. Cosa vuol dire, questo? Un cuore che ama, un cuore che soffre, un cuore che gioisce con gli altri, un cuore colmo di tenerezza per chi, portando impresse le ferite della vita, si sente alla periferia della società. L’amore è la più grande forza di trasformazione della realtà, perché abbatte i muri dell’egoismo e colma i fossati che ci tengono lontani gli uni dagli altri. E questo è l’amore che viene da un cuore mutato, da un cuore di pietra che è trasformato in un cuore di carne, un cuore umano. E questo lo fa la grazia, la grazia di Gesù Cristo che noi tutti abbiamo ricevuto. Qualcuno di voi sa quanto costa la grazia? Dove si vende la grazia? Dove posso comprare la grazia? Nessuno sa dirlo: no. Vado a comprarla dalla segretaria parrocchiale, forse lei la vende, la grazia? Qualche prete la vende, la grazia? Ascoltate bene questo: la grazia non si compra e non si vende; è un regalo di Dio in Gesù Cristo. Gesù Cristo ci dà la grazia. E’ l’unico che ci dà la grazia. E’ un regalo: ce lo offre, a noi. Prendiamola. E’ bello questo. L’amore di Gesù è così: ci dà la grazia gratuitamente, gratuitamente. E noi dobbiamo darla ai fratelli, alle sorelle, gratuitamente. E’ un po’ triste quando uno incontra alcuni che vendono la grazia: nella storia della Chiesa alcune volte è accaduto questo, e ha fatto tanto male, tanto male. Ma la grazia non si può vendere: la ricevi gratuitamente e la dai gratuitamente. E questa è la grazia di Gesù Cristo.
In mezzo a tanti dolori, a tanti problemi che ci sono qui, a Roma, c’è gente che vive senza speranza. Ciascuno di noi può pensare, in silenzio, alle persone che vivono senza speranza, e sono immerse in una profonda tristezza da cui cercano di uscire credendo di trovare la felicità nell’alcol, nella droga, nel gioco d’azzardo, nel potere del denaro, nella sessualità senza regole … Ma si ritrovano ancora più delusi e talvolta sfogano la loro rabbia verso la vita con comportamenti violenti e indegni dell’uomo. Quante persone tristi, quante persone tristi, senza speranza! Pensate anche a tanti giovani che, dopo aver sperimentato tante cose, non trovano senso alla vita e cercano il suicidio, come soluzione. Voi sapete quanti suicidi di giovani ci sono oggi nel mondo? La cifra è alta! Perché? Non hanno speranza. Hanno provato tante cose e la società, che è crudele – è crudele! – non ti può dare speranza. La speranza è come la grazia: non si può comprare, è un dono di Dio. E noi dobbiamo offrire la speranza cristiana con la nostra testimonianza, con la nostra libertà, con la nostra gioia. Il regalo che ci fa Dio della grazia, porta la speranza. Noi, che abbiamo la gioia di accorgerci che non siamo orfani, che abbiamo un Padre, possiamo essere indifferenti verso questa città che ci chiede, forse anche inconsapevolmente, senza saperlo, una speranza che l’aiuti a guardare il futuro con maggiore fiducia e serenità? Noi non possiamo essere indifferenti. Ma come possiamo fare questo? Come possiamo andare avanti e offrire la speranza? Andare per la strada dicendo: “Io ho la speranza”? No! Con la vostra testimonianza, con il vostro sorriso, dire: “Io credo che ho un Padre”. L’annunzio del Vangelo è questo: con la mia parola, con la mia testimonianza dire: “Io ho un Padre. Non siamo orfani. Abbiamo un Padre”, e condividere questa filiazione con il Padre e con tutti gli altri. “Padre, adesso capisco: si tratta di convincere gli altri, di fare proseliti!”. No: niente di questo. Il Vangelo è come il seme: tu lo semini, lo semini con la tua parola e con la tua testimonianza. E poi, non fai la statistica di come è andato questo: la fa Dio. Lui fa crescere questo seme; ma dobbiamo seminare con quella certezza che l’acqua la dà Lui, la crescita la dà Lui. E noi non facciamo la raccolta: la farà un altro prete, un altro laico, un’altra laica, un altro la farà. Ma la gioia di seminare con la testimonianza, perché con la parola solo non basta, non basta. La parola senza la testimonianza è aria. Le parole non bastano. La vera testimonianza che dice Paolo.
L’annunzio del Vangelo è destinato innanzitutto ai poveri, a quanti mancano spesso del necessario per condurre una vita dignitosa. A loro è annunciato per primi il lieto messaggio che Dio li ama con predilezione e viene a visitarli attraverso le opere di carità che i discepoli di Cristo compiono in suo nome. Prima di tutto, andare ai poveri: questo è il primo. Nel momento del Giudizio finale, possiamo leggere in Matteo 25, tutti saremo giudicati su questo. Ma alcuni, poi, pensano che il messaggio di Gesù sia destinato a coloro che non hanno una preparazione culturale. No! No! L’Apostolo afferma con forza che il Vangelo è per tutti, anche per i dotti. La sapienza, che deriva dalla Risurrezione, non si oppone a quella umana ma, al contrario, la purifica e la eleva. La Chiesa è sempre stata presente nei luoghi dove si elabora la cultura. Ma il primo passo è sempre la priorità ai poveri. Ma anche dobbiamo andare alle frontiere dell’intelletto, della cultura, nell’altezza del dialogo, del dialogo che fa la pace, del dialogo intellettuale, del dialogo ragionevole. E’ per tutti, il Vangelo! Questo di andare verso i poveri non significa che noi dobbiamo diventare pauperisti, o una sorta di “barboni spirituali”! No, no, non significa questo! Significa che dobbiamo andare verso la carne di Gesù che soffre, ma anche soffre la carne di Gesù di quelli che non lo conoscono con il loro studio, con la loro intelligenza, con la loro cultura. Dobbiamo andare là! Perciò, a me piace usare l’espressione “andare verso le periferie”, le periferie esistenziali. Tutti, tutti quelli, dalla povertà fisica e reale alla povertà intellettuale, che è reale, pure. Tutte le periferie, tutti gli incroci dei cammini: andare là. E là, seminare il seme del Vangelo, con la parola e con la testimonianza.
E questo significa che noi dobbiamo avere coraggio. Paolo VI diceva che lui non capiva i cristiani scoraggiati: non li capiva. Questi cristiani tristi, ansiosi, questi cristiani dei quali uno pensa se credono in Cristo o nella “dea lamentela”: non si sa mai. Tutti i giorni si lamentano, si lamentano; e come va il mondo, guarda, che calamità, le calamità. Ma, pensate: il mondo non è peggiore di cinque secoli fa! Il mondo è il mondo; è sempre stato il mondo. E quando uno si lamenta: e va così, non si può fare niente, ah la gioventù… Vi faccio una domanda: voi conoscete cristiani così? Ce ne sono, ce ne sono! Ma, il cristiano deve essere coraggioso e davanti al problema, davanti ad una crisi sociale, religiosa deve avere il coraggio di andare avanti, andare avanti con coraggio. E quando non si può far niente, con pazienza: sopportando. Sopportare. Coraggio e pazienza, queste due virtù di Paolo. Coraggio: andare avanti, fare le cose, dare testimonianza forte; avanti! Sopportare: portare sulle spalle le cose che non si possono cambiare ancora. Ma andare avanti con questa pazienza, con questa pazienza che ci dà la grazia. Ma, cosa dobbiamo fare con il coraggio e con la pazienza? Uscire da noi stessi: uscire da noi stessi. Uscire dalle nostre comunità, per andare lì dove gli uomini e le donne vivono, lavorano e soffrono e annunciare loro la misericordia del Padre che si è fatta conoscere agli uomini in Gesù Cristo di Nazareth. Annunciare questa grazia che ci è stata regalata da Gesù. Se ai sacerdoti, Giovedì Santo, ho chiesto di essere pastori con l’odore delle pecore, a voi, cari fratelli e sorelle, dico: siate ovunque portatori della Parola di vita nei nostri quartieri, nei luoghi di lavoro e dovunque le persone si ritrovino e sviluppino relazioni. Voi dovete andare fuori. Io non capisco le comunità cristiane che sono chiuse, in parrocchia. Voglio dirvi una cosa. Nel Vangelo è bello quel brano che ci parla del pastore che, quando torna all’ovile, si accorge che manca una pecora, lascia le 99 e va a cercarla, a cercarne una. Ma, fratelli e sorelle, noi ne abbiamo una; ci mancano le 99! Dobbiamo uscire, dobbiamo andare da loro! In questa cultura – diciamoci la verità – ne abbiamo soltanto una, siamo minoranza! E noi sentiamo il fervore, lo zelo apostolico di andare e uscire e trovare le altre 99? Questa è una responsabilità grande, e dobbiamo chiedere al Signore la grazia della generosità e il coraggio e la pazienza per  uscire, per uscire ad annunziare il Vangelo. Ah, questo è difficile. E’ più facile restare a casa, con quell’unica pecorella! E’ più facile con quella pecorella, pettinarla, accarezzarla… ma noi preti, anche voi cristiani, tutti: il Signore ci vuole pastori, non pettinatori di pecorelle; pastori! E quando una comunità è chiusa, sempre tra le stesse persone che parlano, questa comunità non è una comunità che dà vita. E’ una comunità sterile, non è feconda. La fecondità del Vangelo viene per la grazia di Gesù Cristo, ma attraverso noi, la nostra predicazione, il nostro coraggio, la nostra pazienza.
Viene un po’ lunga la cosa, vero? Ma non è facile! Dobbiamo dirci la verità: il lavoro di evangelizzare, di portare avanti la grazia gratuitamente non è facile, perché non siamo noi soli con Gesù Cristo; c’è anche un avversario, un nemico che vuole tenere gli uomini separati da Dio. E per questo instilla nei cuori la delusione, quando noi non vediamo ricompensato subito il nostro impegno apostolico. Il diavolo ogni giorno getta nei nostri cuori semi di pessimismo e di amarezza, e uno si scoraggia, noi ci scoraggiamo. “Non va! Abbiamo fatto questo, non va; abbiamo fatto quell’altro e non va! E guarda quella religione come attira tanta gente e noi no!”. E’ il diavolo che mette questo. Dobbiamo prepararci alla lotta spirituale. Questo è importante. Non si può predicare il Vangelo senza questa lotta spirituale: una lotta di tutti i giorni contro la tristezza, contro l’amarezza, contro il pessimismo; una lotta di tutti i giorni! Seminare non è facile. E’ più bello raccogliere, ma seminare non è facile, e questa è la lotta di tutti i giorni dei cristiani.
Paolo diceva che lui aveva l’urgenza di predicare e lui aveva l’esperienza di questa lotta spirituale, quando diceva: “Ho nella mia carne una spina di satana e tutti i giorni la sento”. Anche noi abbiamo spine di satana che ci fanno soffrire e ci fanno andare con difficoltà e tante volte ci scoraggiano. Prepararci alla lotta spirituale: l’evangelizzazione chiede da noi un vero coraggio anche per questa lotta interiore, nel nostro cuore, per dire con la preghiera, con la mortificazione, con la voglia di seguire Gesù, con i Sacramenti che sono un incontro con Gesù, dire a Gesù: grazie, grazie per la tua grazia. Voglio portarla agli altri. Ma questo è lavoro: questo è lavoro. Questo si chiama – non vi spaventate – si chiama martirio. Il martirio è questo: fare la lotta, tutti i giorni, per testimoniare. Questo è martirio. E ad alcuni il Signore chiede il martirio della vita, ma c’è il martirio di tutti i giorni, di tutte le ore: la testimonianza contro lo spirito del male che non vuole che noi siamo evangelizzatori.
E adesso, vorrei finire pensando una cosa. In questo tempo, in cui la gratuità sembra affievolirsi nelle relazioni interpersonali perché tutto si vende e tutto si compra, e la gratuità è difficile trovarla, noi cristiani annunciamo un Dio che per essere nostro amico non chiede nulla se non di essere accolto. L’unica cosa che chiede Gesù: essere accolto. Pensiamo a quanti vivono nella disperazione perché non hanno mai incontrato qualcuno che abbia loro mostrato attenzione, li abbia consolati, li abbia fatti sentire preziosi e importanti. Noi, discepoli del Crocifisso, possiamo rifiutarci di andare in quei luoghi dove nessuno vuole andare per la paura di comprometterci e del giudizio altrui, e così negare a questi nostri fratelli l’annuncio della Parola di Dio? La gratuità! Noi abbiamo ricevuto questa gratuità, questa grazia, gratuitamente; dobbiamo darla, gratuitamente. E questo è quello che, alla fine, voglio dirvi. Non avere paura, non avere paura. Non avere paura dell’amore, dell’amore di Dio, nostro Padre. Non avere paura. Non avere paura di ricevere la grazia di Gesù Cristo, non avere paura della nostra libertà che viene data dalla grazia di Gesù Cristo o, come diceva Paolo: “Non siete più sotto la Legge, ma sotto la grazia”. Non avere paura della grazia, non avere paura di uscire da noi stessi, non avere paura di uscire dalle nostre comunità cristiane per andare a trovare le 99 che non sono a casa. E andare a dialogare con loro, e dire loro che cosa pensiamo, andare a mostrare il nostro amore che è l’amore di Dio.
Cari, cari fratelli e sorelle: non abbiamo paura! Andiamo avanti per dire ai nostri fratelli e alle nostre sorelle che noi siamo sotto la grazia, che Gesù ci dà la grazia e questo non costa niente: soltanto, riceverla. Avanti!
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DIO HA DONATO TE A TE STESSO. Suggerimenti di don Valentino Guglielmi per varie conversioni interiori

Don Valentino: Messa a San Pietro di Lavagno
Quando ci trovavamo ogni martedì mattina con un gruppo di preti amici, in amabile compagnia e aiuto fraterno, don Valentino ci sorprendeva sempre con i suoi pensieri profondi, anche con le sue battute divertentissime, e noi gli dicevamo, ben consapevoli della “unicità” del suo contributo di pensiero sacerdotale, sapienziale: scrivi, Valentino, queste cose. Pubblica! Lui faceva spallucce o rispondeva con battute. Poi lungo gli anni qualcosa faceva, per lo meno scriveva a penna su piccole schede, nascostamente, giorno dopo giorno, il frutto della sua contemplazione ed esperienza. Qualche anima buona la trovò poi sulla sua strada, che lo convinse, più efficace di noi, a lasciare che si pubblicassero pro manuscripto alcuni di questi pensieri. Siamo grati a quel lavoro prezioso. Altri scritti verranno alla luce più avanti, tra migliaia di schede, che ha lasciato. Quindi io dovrei sapere, eppure mi soprassale ogni volta la profondità e la trascendenza del suo pensiero, che sono contento di far conoscere.
NON GIUDICARE
05. 09. 23
Se ho in mente un’idea di donna e la signora che vedo non collima con la mia idea mi nasce la domanda: è sbagliata la signora oppure è inadeguata la mia idea? Darò la preferenza alla realtà o mi affiderò alla sua rappresentazione? Giudico o mi lascio giudicare?
La posta in gioco può sembrare banale, però è facile accorgersi che molto della cultura dominante scaturisce da una risposta alla domanda in questione. Se infatti preferisco la mia idea sono portato ad uno stato d’animo di scontentezza, sono pronto a giudicare e ad esprimere i miei giudizi in mormorazioni e a scivolare con facilità in calunnie. Non essendo sicuro del mio giudizio andrò a cercare complici che me lo sostengano in cambio di analogo servizio.
Non giudicare non vuol dire non vedere gli aspetti negativi della persona, ma andare alla ricerca di quanto trascende gli aspetti negativi e positivi. Quello che va oltre è l’appartenenza della persona a  se stessa per nascita. Vuol dire che al vertice della consapevolezza – chiara o solo embrionale – che la persona ha di sé è unica e sola e non può essere accatastata in una categoria.
L’impresa, a cui metto mano per imparare a distinguere le persone, mi domanda di cambiare il mio modo di pensare. Non si tratta solo di acquisire i criteri di una nuova scienza, ma di modificare l’opinione che ho di me stesso. E’ un’operazione molto elementare e però non facile: devo capire che io non sono Dio.
Quando comincio ad imparare – a vedere – l’unicità del mio interlocutore lo posso sorprendere, perché vedo prima di lui quello che egli desidera sopra ogni cosa: che io gli riconosca la sua unicità, ma non sa se ha diritto di desiderarlo o se può desiderarlo. L’amore, l’amicizia o anche il tratto più occasionale si nutrono di questo rispetto.
Dio ha donato te a te stesso. Questa donazione fonda il tuo diritto all’auto possesso, ti costituisce persona, ma non hai grande sicurezza nell’esercitare il tuo diritto. Se io te lo riconosco e ti tratto in modo conseguente ti offro quanto di meglio tu possa desiderare quando non sai se puoi far fiorire la tua unicità o se devi abbandonare l’idea asservendoti al giudizio degli altri.

Sembra che questa sia una via capace di portare verso Dio con una sicurezza di tipo sperimentale. 
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LA VITA ORDINARIA LUOGO DELL’INCONTRO CON GESU’: EGLI CI ASPETTA Lì DOVE CI INVIA. Omelia del card. Scola nella messa per san Josemarìa nel Duomo di Milano. 20 giugno 2013


Al termine il card. Scola, con don Matteo saluta una famiglia

Messa solenne nel Duomo di Milano il 20 giugno 2013, nella memoria di san Josemarìa. Concelebravano una trentina di sacerdoti, molti dei quali parroci o coadiutori della diocesi di Milano. Altri giunti da lontano come il parroco di Champoluc ed un sacerdote del Madagascar che sta imparando l’italiano e gli dà una mano come coadiutore. Concelebrava anche don Robert Romulus Popa sacerdote greco-cattolico rumeno, che cura la comunità presente a Milano, con i paramenti propri del suo rito. Il sito della diocesi dice che erano presenti ottomila fedeli. Le letture proclamate sono state le seguenti: Lev 19,1-2.17-18; Sal 111; 1Cor 9,16-19.22-23; Lc 5,1-11. Il Vangelo di Luca, la pesca miracolosa del “prendi il largo” detto da Gesù a Pietro dopo una notte di pesca infruttuosa,  è quello che anche il Rito Ambrosiano ha scelto come proprio della memoria di san Josemarìa.  L’omelia del Cardinale è tratta dal sito della chiesa di Milano. Prima dell’omelia riferisco le parole con le quali don Matteo Fabbri, Vicario della Prelatura per l’italia, ha rivolto un saluto al card. Scola all’inizio della Concelebrazione. Il clima era di grande raccoglimento festoso e commosso. Al termine della Messa prima della benedizione finale, che ci ha chiesto di portare a tutti, in particolare ai bambini, anziani e malati, alle persone che soffrono o che stanno nell’ombra della morte, il Cardinale ha menzionato il Prelato dell’Opus Dei, in unità con il quale la Messa era stata celebrata. All’uscita il cardinale si è intrattenuto a salutare le autorità presenti, i fedeli di ogni condizione, in particolare i bambini, gli sposi novelli e i malati. 
Per chi desidera vedere il video del’omelia che lo stesso card. Scola ha twittato, clicchi qui sopra per il link.


Saluto di don Matteo: 

“Eminenza Reverendissima, desidero ringraziarla a nome di tutti per aver voluto anche quest’anno presiedere l’Eucaristia nella memoria di san Josemaría. Stiamo percorrendo un Anno della Fede di straordinaria importanza per tutta la Chiesa. Abbiamo vissuto con intensità di preghiera, comunione ecclesiale ed emozione: le dimissioni di Benedetto XVI; la visita ad limina dei vescovi lombardi nella quale Papa Benedetto ha indicato l’importanza della Chiesa in Lombardia per tutta Europa; la preghiera per Sua Eminenza e per tutti i Cardinali riuniti nel conclave;
così come l’accoglienza filiale a Papa Francesco, come grande dono di Dio alla sua Chiesa. E’ stata un’occasione speciale di catechesi sulla Chiesa e sul Romano Pontefice, e di incoraggiamento ad amici e conoscenti per intraprendere un nuovo cammino di conversione a Cristo. In quest’anno, noi fedeli della Prelatura, cooperatori e amici, sacerdoti e laici, stiamo cercando, affidandoci alla grazia di Dio, di illuminare gli ambienti di lavoro e sociali, la famiglia e tutte le realtà umane con la luce di Cristo che portiamo nel cuore. Ci insegna san Josemaría che “il mondo può essere santificato e che a noi cristiani tocca in modo particolare questo compito… A rigore, non si danno realtà nobili che siano tali in senso esclusivamente profano, dal momento che il Verbo si è degnato di assumere integralmente la natura umana e di consacrare la terra con la sua presenza e con il lavoro delle sue mani.” (È Gesù che passa, n. 120). Con questo spirito, che mette in evidenza la chiamata apostolica del battesimo di tutti i fedeli, abbiamo accolto con gioia la sfida che Lei ha lanciato nel Giovedì santo, a tutta la chiesa Ambrosiana e in particolare ai milanesi, di abbattere tutti i bastioni che ci separano  ancora da persone e ambienti dell’umana esistenza. Fedeli allo spirito di San Josemaría vogliamo servire la Chiesa come essa vuole essere servita. Per questo siamo contenti di accogliere il suo desiderio di affidare a sacerdoti dell’Opus Dei una  parrocchia in Milano a partire dal prossimo mese di settembre. In unione di preghiera e di intenzioni con il pastore della Chiesa Ambrosiana, chiediamo al Signore in questa celebrazione Eucaristica grazie abbondanti per corrispondere alla Sua volontà.”

Dal Vangelo secondo Luca.


Mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca. Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare. Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

Omelia del Card. Angelo Scola:
1. «Mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti» (Vangelo, Lc 5,1-2). Troppe volte, carissimi figli, ascoltiamo il Santo Vangelo senza sufficiente concentrazione e corriamo il rischio di perdere preziosi dettagli attraverso i quali il Verbo di Dio, fattosi carne, ci è venuto incontro.
Così il brano evangelico appena proclamato ci presenta Gesù nel luogo del lavoro quotidiano dei suoi conterranei: il lago di Gennèsaret. Alcuni di loro hanno lavorato tutta la notte e ora si stanno dedicando alle ultime operazioni: riassettare e lavare le reti. In quel luogo di lavoro e a partire da quel luogo Gesù comincia ad insegnare alla folla. E lo fa «dalla barca» (Vangelo, Lc 5,3), non dal pulpito o dalla cattedra, mostrandoci in questo modo che non ci sono spazi riservati o esclusivi per l’annuncio del Vangelo.
Lo comprese ben san Josemaría e lo insegnò ai suoi figli e a tutti i cristiani, come nell’indimenticabile omelia “Amare il mondo appassionatamente”: «Pensate un momento alla cornice della nostra Eucaristia, della nostra Azione di Grazie: ci troviamo in un tempio singolare; si potrebbe dire che la navata è il campus universitario, la pala d’altare è la biblioteca dell’Università; attorno ci sono le gru per la costruzione dei nuovi edifici; e, sopra di noi, il cielo di Navarra… Non è forse vero che questo sguardo a ciò che abbiamo intorno ci conferma che è la vita ordinaria il vero “luogo” della vostra esistenza cristiana? Figli miei, lì dove sono gli uomini vostri fratelli, lì dove sono le vostre aspirazioni, il vostro lavoro, lì dove riversa il vostro amore, quello è il posto del vostro quotidiano incontro con Cristo».
2. Molto acutamente san Josemaría identifica la vita ordinaria non semplicemente come il luogo della missione, ma come l’ambito «del quotidiano incontro con Cristo». Non c’è infatti missione, non c’è apostolato che non scaturisca dall’incontro con Cristo lì dove viviamo e siamo stati inviati.
Il quotidiano non di rado è attraversato dalla fatica e dalle prove, spesso il cuore è appesantito e sfiduciato: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla» (Vangelo, Lc 5,5). Quante volte questo “non abbiamo preso nulla” sembra l’ultima parola sulla nostra vita! Ma è proprio qui che il Signore ci viene incontro. Pietro non si ferma né alla fatica né al fallimento dei suoi tentativi. Attenzione, però: dobbiamo capire bene qual è la molla che gli permette di riprendere. Egli non dice a Gesù: “Lasciami riposare un po’, recuperare le forze e poi riprendo”; e neanche: “Va bene, stringo i denti”… Ma: «Sulla tua parola, getterò le reti» (Vangelo, Lc 5,5), ed è quel “tua” a decidere tutto. Ciò che rende possibile a Pietro di stare fino nel fondo nel suo quotidiano, senza ritirarsi malgrado l’insuccesso, è il rapporto con Gesù: «sulla tua parola».
Il quotidiano, infatti, è anzitutto il luogo dell’incontro con Gesù, è il luogo in cui Cristo manifesta la Sua gloria: «Fecero così e presero una quantità enormi di pesci e le loro reti quasi si rompevano» (Vangelo, Lc 5,6). In modo inaspettato e sovrabbondante: due tratti caratteristici della grazia di Cristo. Egli sempre ci sorprende, realizzando nella nostra vita quello che noi non osiamo nemmeno immaginare né desiderare.
Così la vita ordinaria è il luogo della missione perché è il luogo dell’incontro con Gesù: Egli ci aspetta lì dove ci invia.
3. Di fronte a questo non c’è obiezione che tenga: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore… Non temere» (Vangelo, Lc 5,8.10). All’inizio di ogni missione cristiana c’è questo invito: “Non temere!”. è stato rivolto alla Vergine Maria, alle donne che trovarono il sepolcro vuoto, agli apostoli e, secolo dopo secolo, continua ad essere rivolto ad ogni cristiano chiamato ad essere santo e apostolo.
4. Si comprende, allora, il severo, accorato monito di san Paolo: «Guai a me se non annuncio il Vangelo!» (Epistola, 1Cor 9,16). Ne va della verità della sua persona! L’annuncio del Vangelo, l’apostolato – che trova nella vita ordinaria il suo luogo proprio – nasce ogni giorno dalla fede, cioè, dall’incontro gratuito con Gesù Risorto nella Chiesa. Nasce dalla gratitudine, che sola rende capaci di «farsi tutto a tutti, per salvare a ogni costo qualcuno» (Epistola, 1Cor 9,23).
Come è stato ricordato, da don Matteo Fabbri e lo ringrazio,  la nostra Chiesa ambrosiana, di fronte alla forte evoluzione in atto nella nostra società lombarda, sullo sfondo dei mutamenti che stanno interessando il nostro paese e l’intera Europa, è chiamata ad una più decisa comunicazione di Gesù Cristo come Evangelo dell’umano. Parrocchie, unità e comunità pastorali, comunità religiose, associazioni e movimenti, decanati, zone pastorali sono chiamati a riscoprire tutto il peso dell’affermazione di Gesù nella parabola della zizzania: «Il campo è il mondo» (Mt 13,38). Il mondo va concepito dinamicamente come luogo della vita delle persone e dell’esprimersi delle loro relazioni. In questo senso, esso è costituito da tutti gli ambienti dell’esistenza quotidiana degli uomini e delle donne: famiglie, quartieri, scuole, università, lavoro in tutte le sue forme, modalità di riposo e di festa, luoghi di sofferenza, di fragilità, di emarginazione, ambiti di edificazione culturale, economica e politica… in sintesi, il mondo è la società civile in tutte le sue manifestazioni.
Si tratta di raccogliere l’invito pressante a muoverci in questa direzione che ci viene da Papa Francesco: «Quando la Chiesa diventa chiusa, si ammala, si ammala (…) La Chiesa deve uscire da se stessa. Dove? Verso le periferie esistenziali, qualsiasi esse siano, ma uscire. Gesù ci dice: “Andate per tutto il mondo! Andate! Predicate! Date testimonianza del Vangelo!” (cfr Mc 16,15)» (Veglia di Pentecoste, 18 maggio 2013).

5. A quest’opera di santità e di evangelizzazione siete chiamati, insieme a tutti gli altri fedeli dell’Arcidiocesi, anche voi che, a vario titolo, partecipate della vita della Prelatura dell’Opus Dei. Affidiamoci all’intercessione di san Josemaría, chiedendo al Padre la grazia «di essere configurati al suo Figlio Gesù per mezzo del lavoro quotidiano, e di servire con ardente amore l’opera della Redenzione» (All’inizio dell’Assemblea Liturgica). Amen.