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UN CONTEMPLATIVO DEL VOLTO DI CRISTO. Omelia del Card. Camillo Ruini per la canonizzazione di Josemarìa Escrivà. Roma 9 ottobre 2002

In quella Messa c’ero anch’io. Un sacerdote che concelebrava accanto a me, appena finita l’omelia mi disse sottovoce: “bellissima omelia!”E in effetti anch’io non mi persi una parola. Per questo ora la ripropongo per coloro che sono devoti di quel santo o per chi volesse conoscerne alcuni tratti spirituali che il card. Ruini sapientemente tratteggiò in quella Messa di ringraziamento, tre giorni dopo la canonizzazione avvenuta con il papa Giovanni Paolo II, in piazza san Pietro, il 6 ottobre 2002. Ruini cita il Papa che aveva aperto il millennio con la Novo Millennio Ineunte, nella quale indicava, tra l’altro nella contemplazione del volto di Cristo il segreto della nuova evangelizzazione, del andare al largo per gettare le reti da pescatori di anime per Gesù Cristo e per la Chiesa. La Messa di ringraziamento si celebrava nella basilica di San Giovanni in  Laterano a Roma, 9 Ottobre 2002. Buona lettura e buona meditazione.

Ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa. La gloria di Dio  si manifesta  nella vita e nelle opere dei suoi santi. Ringraziamo Dio per la gloria che dà a Lui  la vita santa di Josemaría Escrivá, sacerdote e fondatore dell’Opus Dei.  La Chiesa propone a tutta la cattolicità  la figura di san Josemaría Escrivá come guida e modello di vita cristiana, e come intercessore. Viviamo l’epoca incerta e affascinante degli inizi di un nuovo millennio, percorriamo con entusiasmo e con fatica i giorni di passaggio verso una nuova epoca:   ci sentiamo interpellati dallo Spirito ad essere  in questo crocevia della storia  i forgiatori di una nuova civiltà cristiana, ben radicata nell’eredità che abbiamo ricevuto, ma non paurosa di intraprendere il futuro con sguardo carico di speranza e di novità. Ringraziamo Dio per  il Papa che ci guida in questo frangente della storia: le sue parole incoraggianti hanno dischiuso i giorni del nuovo millennio infondendoci coraggio e iniziativa con l’invito di Gesù che abbiamo appena riascoltato dal Vangelo di Luca: “prendi il largo”!  San Josemaría Escrivá . Ci abitueremo presto a chiamarlo così, nella preghiera personale e in quella comunitaria e liturgica.
Il disegno provvidenziale di Dio ci dona un santo preparato dallo Spirito   per il nuovo millennio che è cominciato.   “Queste crisi mondiali sono crisi di santi.”[1]affermava e  si è impegnato    per primo ad essere adatto a risolvere questa crisi mondiale, santo per diventare  esempio e guida   per moltitudini di cristiani comuni .   Il Santo Padre ci ha indicato   la contemplazione del volto di Cristo come strada di santità.   E san Josemarìa è  stato un contemplativo del volto di Cristo.   Docile alle ispirazioni dello Spirito Santo e in assidua meditazione della parola di Dio cercava il volto di Cristo, figlio di Dio e figlio dell’uomo. Lo commuoveva intimamente  la pazzia d’amore di Dio di diventare uno di  noi, di farsi un bambino perché noi ci avvicinassimo a Lui con fiducia. Si soffermava in conversazione intima con Giuseppe e con  Maria sua sposa e madre di Dio, per addentarsi nell’amicizia con Cristo Verbo Incarnato, e attraverso di Lui giungere all’amore del Padre e dello Spirito Santo. Vedeva con chiarezza nel Verbo che prende la nostra umanità, la sua  volontà di salvezza, l’amore indicibile, la rivelazione  “dell’uomo all’uomo” [2]. In questa prospettiva amava scorgere nell’umanità del Figlio di Dio tutte le virtù umane: la   disponibilità, il   lavoro ben fatto, la   determinazione, la   delicatezza,  l’obbedienza, il venirci incontro, l’amore per la libertà, la   temperanza, il distacco. L’amabilità dei modi e la correttezza delle virtù sociali, la straordinaria gratitudine.  Di tutti gli aspetti della vita del Figlio di Dio si fece imitatore personalmente identificato. Consigliava: “Frequenta l’umanità Santissima di Gesù…Ed Egli metterà nella tua anima una fame insaziabile, un desiderio “spropositato” di contemplare il suo Volto.” [3]  Scrutando la   vita nascosta di Gesù,  quei trent’anni di quasi totale silenzio evangelico apparivano a lui   tanto eloquenti: la pienezza di Dio era venuta ad abitare con totalità la   natura umana e il   tempo, dunque   la nostra vita di ogni giorno può essere piena di Dio. A partire da questa convinzione   lo Spirito   forgiava in lui una vita interiore solidissima   che si intesseva, prendeva spunto e alimento da tutti gli impegni, anche i più piccoli, della vita di ogni giorno, come   dalle esigenze grandi della sua missione.
 Comprese che l’eucaristia era un ulteriore passo nell’umiltà dell’annullamento di Dio in favore della nostra salvezza e per amore nostro. Si innamorò fin dalla più giovane età  di Gesù Cristo presente nell’Eucaristia e dimostrò questo amore con un accompagnamento continuo fatto di soste e di veglie e di slanci del cuore:  fu sempre sua fonte di ispirazione e di forza. Nel segreto del tabernacolo contemplava il suo volto. 
 Anche il volto di Cristo sofferente ebbe una parte fondamentale nel suo approfondimento del   mistero del Verbo Incarnato. Ha avuto il dono di fare l’esperienza di Gesù sulla croce, misterioso e “paradossale intreccio di beatitudine e di dolore”[4].   Scriveva:Ti voglio felice sulla terra. – Non lo sarai se non perdi quella tua paura del dolore. Perché, mentre «camminiamo», la felicità consiste proprio nel dolore.”[5] E ancora:  “ L’amore che dà gusto, che rende felice l’anima, si fonda sul dolore ”[6] In lui la percezione acutissima del dolore di Cristo era saldamente unita all’indefettibile certezza del suo significato di  vittoria. Così vede Gesù che sale sulla croce: “Il volto amato di Gesù, che aveva sorriso ai bambini e si era trasfigurato di gloria sul Tabor, ora è come nascosto dal dolore. Ma questo dolore è la nostra purificazione; il sudore e il sangue che offuscano e sfigurano le sue fattezze, sono la nostra pulizia…”[7]Nel volto morente di Gesù vedeva l’amore sereno e forte. E il gesto di sacerdote eterno che apre le braccia a tutta l’umanità. [8]
In quel volto sofferente, secondo la tradizione giovannea, intravedeva già l’esultanza del volto del risorto. “Cristo vive: Cristo non è un uomo  del passato, che visse un tempo e poi se ne andò lasciandoci un ricordo e un esempio meravigliosi. No: Cristo vive.”[9].  Lo contemplava vivo nella sua parola,  nella Chiesa, nei sacramenti dove è Cristo che   perdona,  Cristo che si offre sull’altare. E nella presenza   nell’anima del cristiano.   ”Cristo vive nel cristiano. La fede ci dice che l’uomo, in stato di grazia, è divinizzato.[10]Per questo diceva ai suoi figli spirituali: vi amo tanto perché vedo  scorrere nelle vostre vene il sangue del Risorto. La percezione della vittoria di Cristo   sul peccato e sulla morte era  così forte  da imprimere alla sua  vita la connotazione  dell’ottimismo e della speranza  attiva, anche nelle più grandi prove e sofferenze.  “Quando noi cristiani ce la passiamo male è perché non diamo a questa vita tutto il suo significato divino. Dove la mano sente la puntura delle spine, gli occhi scoprono un mazzo di splendide rose, piene di  profumo.” [11]
La sua unione con Cristo  dà ragione del dinamismo apostolico travolgente che ha informato la sua esistenza. Per questo lo Spirito di Dio ci offre con l’esempio e la parola di San Josemarìa un sicuro punto di riferimento  per l’evangelizzazione del mondo intero. I vescovi italiani si sono fatti eco del “prendi il largo” che il  Papa  ha lanciato e si sono rivolti ai fedeli che vivono   in Italia incoraggiandoli a “comunicare il Vangelo in un mondo che cambia”[12]. Affido quelle attese ed esortazioni all’intercessione di San Josemaría  che tanto ha amato  questa terra italiana e le sue radici cristiane, e che sempre incitava    i cristiani ad andare nella stessa direzione segnalata dai loro pastori.   Molti sono gli aspetti del suo spirito che illuminano le attese dei vescovi italiani: ne  segnalo solo alcuni. Insegnava: “Dobbiamo amare il mondo, il lavoro, le realtà umane. Perché il mondo è buono: il peccato di Adamo ruppe la divina armonia del creato, ma Dio ha inviato suo Figlio unigenito a ristabilire la pace. E così noi, divenuti figli di adozione, possiamo liberare la creazione dal disordine e riconciliare tutte le cose con Dio.”[13]  Cercando  quel “qualcosa di santo, di divino”[14]che è nascosto in ogni realtà creata.  
La grande fiducia nella libertà dell’uomo e nella sua responsabilità davanti a Dio e agli uomini informava il suo lavoro pastorale, come confidava in un’omelia:ho concepito il mio lavoro di sacerdote e di pastore di anime come un compito volto a porre ciascuno di fronte a tutte le esigenze della sua vita, aiutandolo a scoprire ciò che in concreto Dio gli chiede, senza porre alcun limite a quella santa indipendenza e a quella benedetta responsabilità personale che sono le caratteristiche proprie della coscienza cristiana. Questo spirito e questo modo di agire si basano sul rispetto per la trascendenza della verità rivelata e sull’amore per la libertà della creatura umana. Potrei aggiungere che si basano anche sulla certezza della indeterminazione della storia, aperta a molteplici possibilità che Dio non ha voluto precludere”.[15]
Ben afferrato alla grazia di Dio poteva esclamare con San Paolo : “Tutto posso in colui che mi dà la forza!” Consapevole delle sue debolezze umane, confessava con san Pietro : sono peccatore, ma aggiungeva: un peccatore che ama Gesù Cristo. Debolezza umana e forza di Dio:   ingredienti  indispensabili per i cristiani di sempre, e di oggi in modo particolare.
L’esperienza   dell’infinito amore del Padre verso i suoi figli gli diede una ineffabile percezione della bellezza e della grandezza del sacramento della misericordia,  del quale fu apostolo instancabile. Predicava l’accostarsi al sacramento della riconciliazione  come fonte di grazia e di forza, ne dischiudeva ai suoi figli e a tanti altri il valore eminentemente  positivo, come un cammino di santità.
Il suo insegnamento aiuta i cristiani a cogliere il mistero della Chiesa come comunione: la Chiesa è la casa,  la famiglia dei figli di Dio,   non  un luogo di isolamento ma di alimentazione della luce e del sale interiore, perché ciascuno mentre é lievito che si scioglie nel mondo, e dà  volume e sapore al suo ambiente , gusta  sempre nella comunione dei santi le forza e la certezza di non essere solo.[16]
Oggi che  la Chiesa, anche nella nostra terra  di  antica tradizione cristiana,    nota il crescente analfabetismo religioso, specialmente tra i giovani, giova riscoprire l’importanza che il  nuovo santo dava alla formazione intellettuale , alla fede che doveva diventare cultura per essere in grado di dare ragione della speranza che è in noi.  E non era  un aspetto riservato a pochi, ma a tutti coloro che volessero prendere seriamente la vita cristiana: “Studia. – Studia con impegno. – Se devi essere sale e luce, hai bisogno di scienza, di idoneità. O credi che per la tua pigrizia e indolenza riceverai la scienza infusa? [17]
 Così definiva     le caratteristiche dell’apostolo moderno” Per te, che desideri formarti una mentalità cattolica, universale, trascrivo alcune caratteristiche: – ampiezza di orizzonti, e un vigoroso approfondimento, in quello che c’è di perennemente vivo nell’ortodossia cattolica; – anelito retto e sano – mai frivolezza – di rinnovare  le dottrine tipiche del pensiero tradizionale, nella filosofia e nell’interpretazione della storia…; – una premurosa attenzione agli orientamenti della scienza e del pensiero contemporanei; – un atteggiamento positivo e aperto di fronte all’odierna trasformazione delle strutture sociali e dei modi di vita.” [18]
 La mentalità corrente,  le leggi e i costumi che diffondono situazioni in netto contrasto con il Vangelo e la tradizione cristiana, sono per l’apostolo una sfida. Pensiamo al rapporto tra lo stato e le formazioni sociali, in particolare la famiglia, al compito dell’educazione, all’economia, alla visione della sessualità, della procreazione e della vita e della morte. All’intervento dell’uomo sull’uomo.  [19] In questo contesto   il messaggio di san Josemaría  al cristiano, cittadino della città terrestre è di grande incitamento e  di speranza.    “Questo è il tuo compito di cittadino cristiano: contribuire a far sì che l’amore e la libertà di Cristo presiedano tutte le manifestazioni della vita moderna: la cultura e l’economia, il lavoro e il riposo, la vita di famiglia e la convivenza sociale”. [20]
I vescovi italiani affermano: “è assolutamente indispensabile che vi siano tempi e spazi precisi nella nostra vita dedicati all’incontro con il Signore[21]  In questa prospettiva è illuminante l’esempio  di Don Josemaría , che come buon pastore, adeguandosi alle circostanze personali di ciascuno ha condotto  innumerevoli cristiani ad assumere con gioia un impegnativo un piano di vita spirituale. Egli è stato davvero  un maestro di preghiera e un pedagogo della santità.[22]
 Vi sono    grandi attese nella gioventù di oggi:  il santo Escrivá  griderebbe loro volentieri: “venite con noi appreso all’Amore!”.[23]  Sono giovani desiderosi di bene, ma spesso digiuni di formazione. Ai quali far giungere la chiarezza pastorale che portava san Josemaría  ad insegnare loro che lo studio e il  lavoro ben fatto erano la dimostrazione più importante della carità e del servizio, senza escludere la generosità della dedizione alla catechesi e ai poveri, prediletti da Cristo. Lo spirito di sant’ Escrivá    può   aiutare  tanti giovani a scoprire la vita come   vocazione. Nella predicazione del fondatore dell’Opus Dei, il lavoro  e il matrimonio come vocazione, furono  anticipazioni sorprendenti e mantengono  intatta tutta la loro freschezza e attualità:  la   novità che è quella del Vangelo. Dischiuse “orizzonti insospettati di zelo”[24] alla gente comune,  che non sospettava né osava sperare di essere destinataria di una chiamata personale di Dio. Dischiuse a tanti la prospettiva, così limpida nei primi cristiani, della testimonianza e della comunicazione del Vangelo negli ambiti stessi della loro vita:  in ufficio, in caserma, allo stadio, al mercato, in famiglia, a  teatro: ovunque un cittadino onesto si trova, lì il  cristiano  può essere , grazie alla sua partecipazione   alla vita di Dio, Gesù che passa, che sorride e guarisce. Osserviamo   che Gesù dice a Pietro: “prendi il largo e calate le reti per la pesca”[25]. Coniuga il tu prima e poi il voi. Dico a te, Pietro, spingi  la Chiesa alla pesca degli uomini e poi a  voi: seguitelo, aiutatelo. Ma possiamo pensare che Gesù voglia anche dire: chiamo te cristiano  ad essere mio apostolo. Poi, agirai nella tua pesca insieme agli altri, unito alla Chiesa.  Scriveva in Cammino il  giovane don Josemarìa: “<<Andate, predicate il Vangelo…Io sono con voi…>>lo ha detto Gesù…e lo ha detto a te.”[26]La vita e  le opere di San Josemaría  costituiscono per tutto il popolo cristiano  una forte spinta a “prendere il largo”, a salpare senza paura, a non temere la notte infruttuosa, a riprendere con fiducia la pesca che Gesù stesso ci indica come missione propria di ogni cristiano. Ascoltiamo ciò che lo Spirito dice alla Chiesa. Tutti noi, e in particolare coloro che vivono  per vocazione  lo spirito dell’Opus Dei, siamo chiamati a non disperdere il tesoro della sua vita santa, a farla fruttare per la gloria di Dio e per la felicità degli uomini, per il diffondersi e consolidarsi della Chiesa di Gesù Cristo nel  mondo. Interceda per noi dal cielo San Josemaría Escrivá , accompagnato da tutti coloro  che godono della compagnia ineffabile della Trinità, in particolare quelli  che  vi sono giunti grazie al suo apostolato e alla sua Opera. Ci accompagni in questo compito Maria, Madre di Dio e della Chiesa, Sede della Sapienza e Ancella del Signore, Stella dell’evangelizzazione. Amen
 

San Josemarìa Escrivà



[1] Cammino, 301
[2] Gaudium et spes,22
[3] Via Crucis, VI,2
[4] Novo Millennio Ineunte, 27
[5] Cammino, 21
[6]  Forgia, 76 
[7]   Via Crucis, VI stazione 
[8] cfr. Via Crucis, XII stazione
[9] E’Gesù che passa, 102
[10] ibidem, 103
[11] Via Crucis, VI, 5
[12] Comunicare il vangelo in un mondo  che cambia. Orentamenti pastorali dell’Episcopato italiano per i primo decennio del duemila.
[13] E Gesù che passa, 112, 2, cfr. comunicare il Vangelo…51. 
[14] Omelia Amare il mondo appassionatamente
[15] E Gesù che passa, 99, 1
[16] cfr. Cammino 545, cfr Comunicare il Vangelo… 28
[17] Cammino, 340,  cfr. Comunicare il Vangelo…40 e 50
[18] Solco, 428
[19] cfr. Comunicare il Vangelo…,40
[20] Solco, 302  
[21] Comunicare il Vangelo…n.47
[22] cfr. Novo Millennio Ineunte, n.31-34
[23] Cammino, 790
[24] Cammino, 973, cfr, Comunicare il Vangelo…58 e seg.
[25] Lc, 5,4
[26] Cammino , 904

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MAGNANIMITA’ CRISTIANA E MITEZZA: COME DARE L’ALTRA GUANCIA? Omelia di Papa Francesco 17.6.2013

B. Angelico Gesù schiaffeggiato (S.Marco FI)

Omelia del Papa Francesco nella messa di lunedì 17 giugno, nella cappella della Casa Santa Marta, a commento delle letture del giorno: seconda lettera di san Paolo ai Corinzi (6, 1-10) e Vangelo di Matteo (5, 38-42) 

Poiché siamo suoi collaboratori, vi esortiamo a non accogliere invano la grazia di Dio. Egli dice infatti:
Al momento favorevole ti ho esaudito e nel giorno della salvezza ti ho soccorso. Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza! Da parte nostra non diamo motivo di scandalo a nessuno, perché non venga
criticato il nostro ministero; ma in ogni cosa ci presentiamo come ministri di Dio con molta fermezza: nelle tribolazioni, nelle necessità, nelle angosce, nelle
percosse, nelle prigioni, nei tumulti, nelle fatiche, nelle veglie, nei digiuni; con purezza, con sapienza, con magnanimità, con benevolenza, con spirito di santità,
con amore sincero, con parola di verità, con potenza di Dio; con le armi della giustizia a destra e a sinistra; nella gloria e nel disonore, nella cattiva e nella buona fama; come impostori, eppure siamo veritieri; come sconosciuti, eppure notissimi; come moribondi, e invece viviamo; come puniti, ma non uccisi; come afflitti, ma sempre lieti; come poveri, ma capaci di arricchire molti; come gente che non ha nulla e invece possediamo tutto!  (2 Corinzi, 6,1-10)

Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu pórgigli anche l’altra, e a chi vuole portarti in tribunale e toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà ad accompagnarlo per un miglio, tu con lui fanne due. Da’ a chi ti chiede, e a chi desidera da te un prestito non voltare le spalle. (Mt, 5, 38-42)

Papa Francesco si è soffermato sul significato di quello che ha definito “un classico” degli insegnamenti evangelici, cioè il senso di quanto Gesù dice a proposito dello schiaffo ricevuto sulla guancia, a cui il cristiano risponde offrendo l’altra guancia. Qualcosa, ha detto il Papa, che va contro la logica del mondo, secondo la quale a un’offesa si risponde con una reazione uguale e contraria, perché “dobbiamo difenderci, dobbiamo lottare, dobbiamo difendere il nostro posto. E se ci danno uno schiaffo noi ne daremo due, così ci difendiamo. Questa è la logica, è normale, no?“.


Ma Gesù va oltre e dice che dopo aver ricevuto lo schiaffo – ha spiegato il Pontefice – bisogna fermarsi con l’altro, dedicargli del tempo. E se chiede qualcosa, bisogna dargli molto di più. Questa è la legge di Gesù: “la giustizia che porta è un’altra giustizia, totalmente diversa da occhio per occhio, dente per dente“. Il Santo Padre ha poi richiamato l’attenzione sulla frase con la quale Paolo conclude la pagina del brano letto durante la liturgia. Perché, ha spiegato, “ci dice una parola che forse ci aiuterà a capire il significato dello schiaffo sulla guancia e altro. Finisce, infatti, dicendo questo: “Come gente che non ha nulla e invece possediamo tutto”“.
È questo il binomio sul quale il vescovo di Roma ha invitato a riflettere: il nulla e il tutto. “Questo credo che sia la chiave di interpretazione di questa parola di Gesù, la chiave per interpretare bene quella giustizia che Gesù ci chiede, una giustizia superiore a quella degli scribi e dei farisei“. Come si risolve la tensione fra il nulla e il tutto? Il tutto costituisce la sicurezza cristiana: “Noi siamo sicuri che possediamo tutto, tutto con la salvezza di Gesù Cristo. E Paolo ne era convinto al punto che dice: Ma, per me, quello che importa è Gesù Cristo, l’altro non importa; l’altro per me è da buttare fuori. Il tutto è Gesù Cristo. Le altre cose sono nulla per il cristiano. Invece per lo spirito del mondo il tutto sono le cose: le ricchezze, le vanità, l’importanza, e al contrario il nulla è Gesù“.
Questo, ha spiegato ancora il Pontefice, si esprime nel fatto che se a un cristiano viene chiesto dieci, “lui deve dare cento“, perché “per lui il tutto è Gesù Cristo“. Questo è “il segreto della magnanimità cristiana, che sempre va con la mitezza. Il cristiano è una persona che allarga il suo cuore, con questa magnanimità. Ha il tutto, che è Gesù Cristo; le altre cose sono il nulla. Sono buone, servono, ma nel momento del confronto egli sceglie sempre il tutto” che è Gesù.
Mitezza e magnanimità. Certo “vivere così non è facile perché davvero ti danno degli schiaffi. E su tutte e due le guance“. Ma il cristiano è mite, il cristiano è magnanimo. Allarga il suo cuore. E quando noi troviamo cristiani con il cuore rimpicciolito“, vuol dire che vivono “un egoismo mascherato da cristianesimo“. Del resto “Gesù ci aveva consigliato: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e il resto viene da sé”. Il regno di Dio è il tutto; il resto è secondario, non è principale”. E tutti gli sbagli dei cristiani, “tutti gli sbagli della Chiesa, tutti i nostri sbagli nascono da qui: quando noi diciamo al nulla che è il tutto; e al tutto, che sembra che non conti“.
Seguire Gesù, non è facile. Non è facile ma neppure è difficile, perché nella strada dell’amore il Signore fa le cose in modo tale che noi possiamo andare avanti. E lo stesso Signore ci allarga il cuore“. Quando invece si è più propensi a seguire il nulla, allora “nascono gli scontri nelle famiglie, con gli amici, nella società. Anche quegli scontri che finiscono con la guerra”, perché “il nulla è seme di guerra, sempre; perché è seme di egoismo, mentre il tutto, quello grande, è Gesù“. “che il Signore allarghi il nostro cuore, e ci faccia umili, miti e magnanimi, perché noi abbiamo tutto in Lui”, preservandoci dal creare “problemi quotidiani attorno al nulla”.

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PIANGENDO COMINCIO’ A BAGNARLI DI LACRIME. Il dialogo di Gesù con la donna peccatrice e con Simone fariseo

Il brano di Luca che si legge nella Messa della domenica undicesima dell’anno C, mi ha sempre molto colpito, e spesso l’ho citato nelle meditazioni. Penso che sia uno dei passi evangelici più densi di insegnamento sulla misericordia di Dio, sulla tenerissima umanità di Gesù Cristo, sul suo divino discernimento degli spiriti, sulla sua voglia di perdonare i peccati, sulla sua sapienza nel condurre un dialogo con una persona. Anni fa pubblicai su Studi Cattolici un articolo di spiritualità intitolato “Simone e la donna”. Più tardi quando pubblicai il libro Più gioia in cielo.Incontrare Cristo e il suo perdono, lo inserii con qualche aggiustamento, e l’episodio diventò la copertina, con una tavola di Salvatore Fiume, dipinta per un Vangelo illustrato delle edizioni Paoline. Lo stesso  episodio, con gli adattamenti adeguati alla nuova versione italiana dei Vangeli del 2008, è presente nel libro IL SACRAMENTO DELLA GIOIA. Prepararsi alla confessione meditando il Vangelo (Paoline, 2010). Lo ripropongo qui di seguito. Buona lettura e buona meditazione.

Uno dei farisei lo invitò a mangiare da lui. Egli entrò nella casa del fariseo e si mise a tavola. Ed ecco, una donna, una peccatrice di quella città, saputo che si trovava nella casa del fariseo, portò un vaso di profumo; stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo (Lc 7,36-38).
Di quella donna sappiamo che era peccatrice. Come tale era conosciuta in quella città, e lo sapevano bene il fariseo e i suoi commensali.
Ha sentito parlare di Gesù che predicava la conversione e il perdono dei peccati, anzi ha sentito dire che lui stesso voleva prenderli su di sé e che si reputava in grado di perdonarli. Ha udito le voci delle donne che si confidano l’una con l’altra il modo tutto nuovo con cui Gesù tratta le donne e come parla con le peccatrici.
Sa che è in città e si informa sulla casa che lo ospita. Sente con la certezza del cuore che se riesce a incontrare Gesù si potrà aprire finalmente quell’orizzonte della sua vita da tanti anni chiuso e invalicabile. L’oscuro muro grigio di un destino ineluttabile potrà forse crollare e svanire come svaporano gli incubi al mattino.

Afferra il vasetto, prezioso per lei, e corre via. Conosce la strada.
Gesù apprezzerà il suo gesto, leggerà nell’animo il pentimento sincero, la premierà.
Quando vai a confessare il peccato stai facendo come questa donna: una cosa buona verso Gesù, una cosa gradita. Informati, in quale casa si ferma oggi il maestro? E vai di corsa sulla strada dell’amore. Stringi fra le tue mani il vasetto di profumo, simbolo della coscienza chiara sul peccato.
<<Pietà di me, o Dio, nel tuo amore; nella tua grande misericordia cancella la mia iniquità. Lavami tutto dalla mia colpa, dal mio peccato rendimi puro. Si le mie iniquità io le riconosco, il mio peccato mi sta sempre dinanzi. Contro di te, contro te solo ho peccato, quello che è male ai tuoi occhi io l’ho fatto>> (Sal 50,3-6). I profumi venivano offerti a Dio nel tempio sull’altare dei profumi, ma <<uno spirito contrito è sacrificio a Dio>> (Sal 50,19): è profumo per Gesù la consapevolezza pentita del peccato.
La donna rimane dietro rispetto a Gesù, non osa farsi avanti, non ha l’ardire di mettersi alla pari. Si afferra invece ai piedi, come segno di sottomissione e di umiltà profonda. <<Un cuore contrito e affranto tu, o Dio, non disprezzi>> (Sal 50,19).
Spande le sue lacrime come simbolo della totale apertura dell’anima. <<Tu gradisci la sincerità nel mio intimo>> (Sal 50,8). Attraverso le sue lacrime è come se uscissero allo scoperto tutti suoi peccati, e nello spandersi, mirabilmente, lavano i piedi del Salvatore. I piedi di Gesù. I piedi del suo corpo mistico che è la Chiesa. Lavano l’anima della peccatrice, <<nel segreto del cuore mi insegni la sapienza>> (Sal 50,8).
Asciugarli con i suoi capelli è metafora del proponimento forte di cambiare vita. Via questi peccati, ora confessati, via dalla mia vita per sempre.
Bacia i piedi di Gesù per gratitudine anticipata. Grazie di essere qui, grazie per non avermi mandata via, grazie perché mi accogli, grazie perché mi capisci, grazie per il perdono.
Li bacia perché chiedere perdono è un atto d’amore.
Li cosparge d’olio profumato. Olio che nutre, che è frutto dell’ulivo creato da Dio, e del lavoro e della fantasia dell’uomo. Olio che rafforza e tonifica, olio che cura. Olio che sarà scelto da Gesù per molti dei suoi segni che lungo la storia porteranno alle anime la sua grazia. Profumo che allarga il cuore, che invita a contemplare il bello del creato. Profumo che spande la sua fragranza nella casa. L’olio profumato tonifica i piedi stanchi di Gesù e li prepara nuovamente per il cammino, mentre un altro olio profumato scende dolce nell’anima della donna. Olio profumato è la misericordia di Dio.
Vedendo questo, il fariseo che l’aveva invitato disse tra sé: «Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!». Gesù allora gli disse: «Simone, ho da dirti qualcosa» (Lc 7,39-40).
Qualcosa, nel greco di Luca si scrive e si legge ti, una parola molto piccola.
Una delle parole più brevi del Vangelo. Eppure in questa parola piccola che ti dirò, è nascosta buona parte della storia della salvezza, è narrata in anticipo la storia segreta della Chiesa. Ciò che sta avvenendo oggi a casa tua è una sintesi in parabola del mio Vangelo. In questa piccola cosa che ho da dirti, ti spiegherò come la salvezza, se vuoi, oggi può entrare in casa tua.
Ed egli rispose: «Di’ pure, maestro». «Un creditore aveva due debitori: uno gli doveva cinquecento denari, l’altro cinquanta. Non avendo essi di che restituire, condonò il debito a tutti e due. Chi di loro dunque lo amerà di più?». Simone rispose: «Suppongo sia colui al quale ha condonato di più». Gli disse Gesù: «Hai giudicato bene» (lc 7,41-43). 

Questa, Simone, è solo la prima parte della cosa che ho da dirti. Vorrei che poi, riflettendo, potessi notare come te la sto dicendo. Con quale delicatezza, senza mortificarti, preparo il tuo cuore, e lo riscaldo perché possa rendersi docile alla conversione che ti chiedo. Ti lodo: in questo caso hai giudicato bene. Ti incoraggio: vedi che anche tu sei in grado di giudicare bene, e su qualcosa che ha a che vedere con l’amore: chi lo amerà di più? Avrei potuto dirti che sono profeta e so chi è questa donna e che non le distinguo in categorie. Avrei potuto profetizzarti che il Vangelo impiegherà ben nove verbi per descrivere le azioni di questa donna, senza contare l’azione sottintesa del prendere il vasetto di olio profumato (la splendida espressione: <<piangendo cominciò a bagnarli>> e gli incantevoli imperfetti: <<asciugava>>, <<baciava>>, <<cospargeva>> per un’azione che continua, e di fatto sta continuando), e tu invece vedi soltanto che <<mi tocca>>! In questo caso hai giudicato male. Il tuo sguardo è deformato. Ti ho raccontato quella storia di denari perché so che con i denari ti trovi a tuo agio. Ti ho fatto un indovinello di facile soluzione per aiutarti a capire. Hai giudicato bene sui denari, che è l’unico condono che per il momento sei in grado di valutare. Cinquanta e cinquecento (i numeri ruotano nella tua mente). Cinquanta per dieci fa cinquecento. Cinquecento diviso dieci fa cinquanta. Il dieci sta per i miei comandamenti. Sono gli stessi, per te e per lei (sì, ora stai cominciando a giudicare bene). I denari che non avete più, sono la mia verità negata, il mio amore rifiutato, l’eredità chiesta in anticipo e dissipata. Non hai da restituire tu, né lei. Ed è la stessa moneta. Un denaro è il salario di una giornata di lavoro. Sono le giornate perse per il regno dei cieli. Lo stesso denaro, lo stesso peccato. Vedo che non ti senti più tanto comodo sul divanetto: stai giudicando bene. I tuoi occhi si stanno dilatando e provi il presagio di una tenerezza sconosciuta. Allora posso passare alla seconda parte della cosa da dirti.
E, volgendosi verso la donna, disse a Simone: «Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l’acqua per i piedi; lei invece mi ha bagnato i piedi con le lacrime e li ha asciugati con i suoi capelli. Tu non mi hai dato un bacio; lei invece, da quando sono entrato, non ha cessato di baciarmi i piedi. Tu non hai unto con olio il mio capo; lei invece mi ha cosparso i piedi di profumo» (Lc 7,44-46).
Vedi questa donna, Simone? Guardala, guardala bene. Scoprirai una per una le dieci azioni che l’hanno portata fino a me (senza contare il gesto di raccogliersi i capelli per accarezzarmi i piedi e asciugarli delle sue lacrime). Prova a pensare se non sei tu, in realtà, che solamente <<mi tocchi>>. Mi hai portato a casa tua non come una persona amica ma come una conoscenza da utilizzare per il tuo prestigio, un personaggio noto da soppesare, un fenomeno da mostrare. Lei invece guarda a me come persona, e intuisce qualcosa del mio mistero. Dai piedi mi giunge direttamente al cuore, perché quei suoi gesti sono simbolo reale dell’amore che ha per me. E mentre ti parlo continua a baciarmi, bagnarmi, accarezzarmi. Continua a moltiplicare per cinquanta i suoi dieci gesti d’amore (seguire un comandamento è un gesto d’amore) per arrivare a cinquecento atti di riparazione per i suoi cinquecento denari dissipati. (Li ho già dimenticati, ho ritrovato il suo cuore).
Tu, invece, per i tuoi cinquanta denari mi sai offrire soltanto un invito a pranzo, formale. E poi, mi scruti per cogliermi in errore. Mi tocchi con i tuoi occhi indagatori.
In verità, Simone, a ogni uomo che viene al mondo ho qualcosa da dire. Vorrei che l’ascoltasse come tu l’ascolti, con il tuo nome proprio: Simone, con il pronome personale: tu. Tu non mi hai dato l’acqua per i piedi. Tu non mi hai dato un bacio. Tu non mi hai cosparso il capo di olio profumato. Che io desideravo. Ti prendo come paradigma dell’umanità intera. A tutti, all’orecchio, ho una cosa da dire: tu.
Ciascuno, dialogando con me, comprenderà.
«Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco» (Lc 7,47).
Ecco, Simone, la terza parte della cosa che ho da dirti: c’è una corrispondenza biunivoca tra l’amore e il perdono. Se inverti i fattori, il prodotto non cambia. Lei ha molto amato nell’unico momento in cui mi ha chiesto perdono dei molti peccati. Ha fatto molto di più di cinquecento atti di dolore   per cinquecento denari bruciati. Ma anche tu, per i tuoi cinquanta, puoi amare molto ed essere perdonato molto. Se torni ogni volta da me, a ogni denaro buttato via, potrò perdonarti molto e molto mi amerai.
Tu, Simone, una volta ravveduto, non dare retta ai tuoi commensali: non sanno fare altro che mormorare. Sono figura del vociare degli uomini di ogni tempo, spettatori senza fede delle azioni divine, che sospettano: Come può un uomo, come può la Chiesaperdonare al posto di Dio?
 Poi disse a lei: «I tuoi peccati sono perdonati». Allora i commensali cominciarono a dire tra sé: «Chi è costui che perdona anche i peccati?». Ma egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!» (Lc 7,48-50).
Gesù ora si rivolge a lei, anche a lei dà del tu, alla donna che ha molto peccato e molto amato. Tu, proprio tu. I tuoi peccati, proprio quelli che tu conosci e io come Dio conosco. Sono perdonati. A te, proprio a te, donna che molto ami. Custodisci la tua fede come il tuo profumo, raduna la pace del cuore con le tue lacrime, fuggi dagli sguardi indiscreti e va’ a goderti la gioia del perdono, l’ebbrezza della misericordia divina, l’unità ritrovata. Oggi sei nata a vita nuova.
I commensali hanno da ridire, vorrebbero forse confonderla: Che cosa ne sai, chissà chi è colui che dice queste cose così grandi, non prenderlo sul serio. Ma Gesù la conferma: Sei stata salvata dalla tua fede oltre che dal tuo amore. Dalla tua fede che si vede nelle opere dell’amore. Perché credi nel Signore Gesù, che mangia e beve come tutti noi. Lui sa meglio di chiunque altro (non c’è bisogno che tu dica nulla) quello che hai nel profondo dell’anima.
Lui sa e valuta esattamente quanto hai voluto e quanto non avresti voluto. Sa, con una precisione che nel mondo non esiste, quale e quanto grande – o quanto piccola – sia la tua colpa. I tuoi sono gesti di fede. Credo in te, Gesù, chiedo perdono a te. Mi sono pentita, non lo voglio più. Non ne posso più, mi fanno male dentro quei peccati. Tutto questo nelle lacrime e nei baci.
Volevi dare un bacio e dire una parola, regalare un profumo.
Sono sgorgati i fiumi, si sono moltiplicati i baci. Fortuna che hai capelli fiorenti. Assorbono bene. Non hanno mai avuto un compito così grande. Un privilegio così unico.
Hai creduto che Gesù è l’amore di Dio fatto carne. Hai amato Dio in Gesù, gli hai chiesto il perdono che ti poteva dare.Hai creduto che ti amava e che ti avrebbe perdonato. La tua fede ti ha salvata, donna.
<<Va’ in pace>>, le dice Gesù.
Va’, donna considerata da tutti peccatrice, sei libera dalla tua angoscia, libera dal dolore che ti faceva piangere. Libera da questi uomini perbene che ti criticavano e forse in segreto ti usavano. Sei in pace. Libera nella pace. Ti ho sciolto dal legame, ora puoi andare, con una pace nel cuore che il mondo non può dare. Va’, corri per le strade di questo mondo che ho creato per te come un regalo e che non ti sa dar pace, e gridagli, cantagli la tua pace.
In seguito egli se ne andava per città e villaggi, predicando e annunciando la buona notizia del regno di Dio (Lc 8,1).
In seguito, in quel seguito che il Vangelo tace, Simone pensava tra sé, sicuro di essere ascoltato dal Maestro. Una cosa ancora, Maestro, ancora una cosa mi hai detto oggi. Dunque quei baci erano anche di fede, non soltanto d’amore; come le lacrime. E così il profumo e i capelli, il dolore e il proposito. E questa donna è simbolo della fede oltre che dell’amore. La fede dunque è un donarsi senza ritegno, con tutto se stessi a Dio che si rivela come amore che perdona, senza badare ai commensali. La fede è consanguinea dell’amore, intrisa di speranza. Anch’io, Signore, credo, spero e amo. Ti voglio seguire dovunque tu vada.
Simone, segreto rimarrà nel mio cuore umano e divino questo dialogo con la tua anima, come segreto rimarrà quel tuo pensiero sbagliato sulla donna che mi toccava. Ma se vuoi seguirmi davvero resta dove sei, fra la tua gente, a raccontare ciò che ho fatto per te. Luca, evangelista della mia misericordia, annoterà ordinatamente tutto ciò che tu vorrai svelare, per aiutare i farisei di ogni tempo a convertirsi, perché la misericordia di Dio sia conosciuta e amata da tutti i suoi figli.
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HO A DISPOSIZIONE SOLO IL TEMPO CHE DIVIDE DUE BATTITI CONSECUTIVI DEL CUORE. Pensiero di don Valentino Guglielmi sulla libertà attuale

Foto di Sofia Mardegan Photografer
Questo testo di don Valentino raduna una sua convinzione sicuramente a lungo meditata. E spesso predicata. Me ne parlava anche a tu per tu, lo avrà fatto con molti. Forse all’origine delle sue riflessioni c’era quel punto di Cammino di Escrivà che dice: Comportati bene “adesso”, senza ricordarti di “ieri” che è già passato, e senza preoccuparti di “domani”, che non sai se per te arriverà. (n.253). Forse, non so. In ogni caso se così fosse sarebbe anche un esempio per noi di elaborazione personale dei contenuti recepiti dai santi. Nulla di più lontano da una ripetizione meccanica, senza vita. Quella vita spirituale ha generato altra vita spirituale. Come gli piaceva spiegare, lui prete contadino a me prete cittadino: se innesco un tralcio di Valpolicella su una vite di Soave, la vite rispetta la natura del tralcio e mi dà ancora uva di quella natura, non la cambia: per questo Gesù usava l’immagine della vite e dei tralci, perché rispetta infinitamente la natura che lui stesso ha dato, irripetibile e unica, a ciascuno di noi.


LIBERTA’ ATTUALE
06. 12. 06
La libertà non è coercibile nella griglia della logica, la trascende e, nella sua punta attiva, è solo sperimentabile come slancio del cuore. I ragionamenti di tipo scientifico che si possono fare intorno ad essa, per quanto diligenti e rigorosi non la possono esaurire. L’esperienza della libertà, fatto del tutto personale e quindi unico com’è unica ogni persona, non rientra tra gli oggetti dell’indagine scientifica.

Inoltre va detto che la libertà, ricchezza del tutto propria della persona, è vivibile solo nel momento presente, l’unico attivo ed utile durante il corso della vita per quanto possa essere lungo.
Io non godo di alcuna libertà sul mio passato sebbene la mia esperienza pregressa continui ad offrirmi motivi di riflessione per il presente. Non ho libertà di modificare quanto ho fatto in precedenza e neppure ho alcuna possibilità sul mio futuro che non è ancora nelle mie mani. Posso programmare la mia agenda, ma non so se le cose si svolgeranno secondo le mie previsioni. Le previsioni emergono da esperienza limitata, quello che accade è nuovo, quindi ricchezza, se mi rendo capace di accoglierlo.
Ho a mia disposizione solo il tempo che divide due battiti consecutivi del cuore. E’ cosa estremamente esigua e quasi insignificante, ma è sufficiente per dire sì oppure no.
E’ chiaro che l’esperienza passata e l’impegno che ho profuso facendo vivere la mia libertà oggi mi favorisce, è una riserva di cose buone e utili, ma non posso vivere di rendita. Continuamente mi si presentano occasioni, che possono entrare nel tessuto della mia vita o possono essere neglette e perdute.

Essere vigilante, come esorta il Vangelo, vuol dire stare nell’attività presente, vedere il bene in ogni occasione e avere consapevolezza che l’attimo presente basta per cogliere la felicità eterna e basta per perderla. In definitiva si può dire che la vita è un pulsare di occasioni sempre uguali e sempre nuove. Ciascuna di esse serve a dire: ti amo, la stessa parola nuova ogni volta.
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L’UOMO VIVE E SI REALIZZA NEL DONO DI DIO. Il contributo di sant’Agostino alla dottrina cattolica sulla grazia. Audio Mp3 del prof. don Vito Reale

Sant’Agostino -Madrid (attribuzione incerta)

Nella suggestiva cornice del Centro Calarossa a Terrasini (Palermo) il 2 giugno 2013, il prof don Vito Reale, già docente di Patristica presso la pontificia Università della Santa Croce, e attualmente formatore presso il Seminario Internazionale Sedes Sapientiae di Roma, ha tenuto una lezione di aggiornamento per sacerdoti che si preparano a tenere corsi estivi per laici di antropologia teologica. Nel suo intervento si è soffermato sui contributi che Sant’Agostino ha apportato alla comprensione della natura e della azione della grazia nella teologia cattolica.
Può l’uomo senza l’aiuto della grazia compiere il bene? la virtù del non cristiano in che senso è virtù? Qual’è il peso del peccato originale nell’uomo? la libertà è menomata dalla necessità dell’intervento della grazia? Il prof. Vito Reale ripassa alcuni temi fondamentali dell’insegnamento di Agostino, della sua controversia con Pelagio e i sui seguaci, e le conse3guenze nella storia della teologia e della cristianità successiva. Il contenuto della conversazione può essere apprezzato da chi possiede alcune nozioni di base di teologia cattolica.

Buon ascolto!

Prima parte:

Seconda parte: 


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E’ DIO CHE VI MANDA, E’ LA CHIESA CHE VI MANDA! Giovanni Paolo II ai sacerdoti che ordinava trent’anni fa.

12 giugno del 1983, nella basilica di san Pietro, Giovanni Paolo II, ordinava 74 sacerdoti, della diocesi di Roma, e di altre diocesi o ordinariati. Un certo numero erano della Prelatura dell’Opus Dei. Fra questi don Antonio Cirillo e don Giovanni Ciarcià, che attualmente esercitano il ministero a Milano,  Torino e Brescia. Ho cercato l’omelia di Giovanni Paolo II, di quel giorno, l’ho trovata e la porgo. Vi si scorge la potenza della fede di quel santo Papa, e l’amore per il sacerdozio come dono e missione. Auguri a tutti i sacerdoti che in questi giorni festeggiano l’anniversario dell’ordinazione.

“Canterò senza fine le grazie del Signore!” (Sal 89, 2).

1. Mi rivolgo, in modo del tutto speciale a voi, carissimi fratelli, che fra alcuni momenti Cristo, Sommo ed Eterno Sacerdote, mediante l’imposizione delle mani, renderà partecipi del suo Sacerdozio ministeriale, per l’eternità! Sgorga pertanto spontanea dal mio e dal vostro cuore la gioiosa acclamazione del Salmista: “Canterò senza fine le grazie del Signore!”. Io, Vescovo di Roma, successore di Pietro e Pastore della Chiesa universale, elevo il mio canto di giubilo perché ho la grazia di essere il tramite di un dono mirabile, che Dio fa alla sua Chiesa; voi esultate perché state per ricevere il carisma del “presbiterato”, al quale vi siete a lungo preparati dopo aver generosamente accolto la chiamata di Gesù a seguirlo, convalidata dal vostri Vescovi!
È una giornata di grazia e di gioia, questa, per me; per voi; per le Chiese particolari in tutto il mondo, dalle quali provenite; per la Chiesa tutta, che vede in voi garantita, nella “storia della salvezza”, l’opera misteriosa e feconda del suo Capo e Sposo.

“I presbiteri, in virtù della Sacra Ordinazione e della missione che ricevono dai Vescovi, sono promossi al servizio di Cristo Maestro, Sacerdote e Re, partecipando al suo ministero, mediante il quale la Chiesa qui in terra è incessantemente edificata in Popolo di Dio, Corpo di Cristo e Tempio dello Spirito Santo” (Presbyterorum Ordinis, 1), così il Concilio Vaticano II ha sintetizzato l’identità spirituale dei sacerdoti.
2. Analogamente al carisma che Dio ha donato ai suoi profeti, il presbiterato è una “missione”. È una scelta gratuita da parte di Dio, di cui l’uomo non può mai essere adeguatamente degno. Il profeta Geremia, chiamato dal Signore, protesta la propria incapacità, la propria immaturità – “Io non so parlare, perché sono giovane” – eppure il Signore gli risponde: “Non dire sono giovane, ma va’ da coloro cui ti manderò e annuncia ciò che ti ordinerò” (Ger 1, 6-7).
È Dio che vi manda, è la Chiesa che vi manda! Per questo voi dovrete essere – nel luogo, nell’ufficio, nella funzione, che – vi saranno disposti dalla Provvidenza divina per il tramite dei legittimi superiori – degli annunciatori, cioè dei proclamatori del Vangelo “che è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede” (Rm 1, 16). Sarà pertanto una grave responsabilità l’annunciare e proclamare, con le parole e con la vita, non voi stessi, ma Cristo, e Cristo crocifisso e risorto (cf. 1 Cor 1, 23; 2, 2; 2 Tm 2, 8).
L’uomo contemporaneo, nonostante gli sbandamenti filosofici ed ideologici di questo tempo, conserva una struggente esigenza di verità, di giustizia, di bontà, di pace. Da voi si attende che predichiate Cristo, “via, verità e vita” (cf. Gv 14, 6).
E ciò comporta impegno continuo, costante vigilanza, senso delicato del dovere, fedeltà gioiosa all’impegno del celibato “per il Regno”, serena disponibilità a stare “con Cristo” attraverso il sacrificio, la sofferenza, il rinnegamento, la Croce.
3. In questo contesto acquistano pieno significato le affermazioni della Lettera agli Ebrei, che abbiamo ascoltato. Il sacerdote “scelto fra gli uomini viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio . . .” (Eb 5, 1). L’Autore ispirato sottolinea la comunanza di natura del sacerdote con gli altri uomini; accentua la finalizzazione comunitaria della sua funzione e della sua missione: egli è un “essere-per-gli-altri”; deve quindi donarsi completamente per i fratelli; ma tutto questo in una essenziale e fondamentale prospettiva spirituale e soprannaturale: ciò deve avvenire nell’ambito del “religioso”. La vostra sarà pertanto una vita non di rifiuto o di evasione dal “mondo” degli uomini, ma di sincera e serena incarnazione nella loro storia, per farli vivere nella e della dimensione religiosa, che è ineliminabile dall’esistenza umana.
Il sacerdozio vi configura a Cristo, “Sommo Sacerdote alla maniera di Melchisedek”; egli “pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono (Eb 5, 8-9). Partecipandovi il suo eterno Sacerdozio, Cristo vi costituirà ministri dei Sacramenti, in particolare dell’Eucaristia e della Riconciliazione: egli vi affiderà totalmente il suo Corpo e il suo Sangue nei segni sacramentali, perché per il vostro ministero, la sua Carne sia offerta per la vita del mondo (cf.Gv 6, 52); inoltre vi affiderà la sua divina potenza di perdono, perché voi facciate sentire la parola della Riconciliazione ai fratelli e alle sorelle bisognosi di misericordia e di pace interiore.
“Canterò senza fine le grazie del Signore!”.
Sì, fratelli miei, la vostra vita sacerdotale – realizzata ogni giorno nella preghiera, nello zelo, nella dedizione alle anime, ai poveri, ai piccoli, agli infermi, ai peccatori – sia sempre un inno di ringraziamento a Dio per la sua infinita liberalità! La grazia del sacerdozio vi trasformerà in “amici” di Gesù: “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto” (Gv 15, 15-16).
“Proprio nel Cenacolo – ho scritto nella mia Lettera ai sacerdoti per il Giovedì Santo di quest’Anno Giubilare della Redenzione – sono state pronunciate queste parole, nel contesto immediato dell’istituzione dell’Eucaristia e del Sacerdozio ministeriale. Cristo ha fatto conoscere agli Apostoli e a tutti coloro, i quali da essi ereditano il sacerdozio ordinato, che in questa vocazione e per questo ministero devono diventare suoi amici, devono diventare amici di quel mistero che egli è venuto a compiere” (Giovanni Paolo II, Epistula ad universos Ecclesiae Sacerdotes adveniente feria V in Cena Domini anno MCMLXXXIII, 2, 27 marzo 1983).
Carissimi! Durante gli anni del mio servizio episcopale, uno dei momenti di più intensa gioia e di non minore trepidazione era quello in cui, mediante l’imposizione delle mani, ordinavo nuovi presbiteri per la comunità ecclesiale! Uguale gioia e uguale trepidazione provo oggi, in questa solenne Ordinazione, che si compie sul sepolcro di Pietro, durante il Giubileo della Redenzione. Voi sarete i sacerdoti del 1950° anniversario della Redenzione! Se per tutti i credenti tale evento significa un pressante invito a meditare sulla propria vita e sulla propria vocazione cristiana alla luce del mistero della Redenzione, tale invito è indirizzato in maniera del tutto speciale a quanti sono o saranno – come voi fra alcuni istanti – “ministri di Cristo e amministratori dei misteri di Dio (cf. 1 Cor 4, 1).
All’inizio del mio ministero di Pastore Supremo della Chiesa universale ho affidato tutti i sacerdoti alla Madre di Cristo, la quale in modo particolare è la nostra Madre: la Madre dei sacerdoti. Affido a lei oggi, giorno solenne della vostra Ordinazione sacerdotale, il vostro sacerdozio, ognuno di voi, la vostra giovinezza, il vostro entusiasmo, la vostra generosità, i vostri propositi!
Sia Maria Santissima la stella radiosa del vostro cammino sacerdotale! Così sia!

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PADRI, il primo romanzo di Marco Pogliani e CHIAMATA il suo capitolo più bello

Come vedete si intitola Padri. E’ il primo romanzo di Marco Pogliani.  Ci conosciamo da quando eravamo ragazzi. la prima notizia del libro l’ho avuta da mia madre, da sempre mia fervida consigliera di letture. L’ho preso in mano. Letto. Mi sono ritrovato. Commosso. Divertito. Tanti capitoli belli, ma soprattutto questo. Ve lo consiglio. Poi mi spiego meglio.

CHIAMATA
Non so come. Non so perché. So solo quando. E anche questo in modo confuso. Io non ho fatto niente. Per lo meno, nien­te di diverso da centinaia di altre volte.
Quella mattina ero lì, certo. Faccia da quattordicenne nel­la cappella lucente. La testa piena di pensieri. I più dei quali non spirituali. La voglia di fare. La preoccupazione di ap­parire. La tensione di vincere. E poi ragazze. Studi. Ami­ci. Pallone. Ero lì. Forse per un attimo diedi retta a chi mi aveva consigliato. Chiesi un po’ di luce. Di essere aiutato a credere. Una spinta, almeno.
Quello che successe dopo (ma quale dopo?) non è raccon­tabile. Almeno da me. Adesso. Con le parole. È come rac­contare di essere stato trasportato altrove. Stando su quel­la panca. Di essere stato travolto. Pur essendo, per la prima volta, completamente presente a me stesso. Di essere stato in una condizione sublime. Di essermi dimenticato di me stesso. Per ritrovarmi. Finalmente.
Ero sopra un’onda. Grande. Maestosa. Misteriosa. Un’on­da che mi spingeva avanti. Oltre dove volessi andare. Mi impediva di frenare. Controllare. Ragionare. Ero in un tem­po astratto. Senza rumore. Senza colore. Senza odore. Ero nella pienezza di uno stato vitale. Dove tutto era possibi­le sentire. Vedere. Odorare. Ero fuori di me. Con la possi­bilità di essere me stesso. In modo pieno. Vero. Sereno. E, straordinariamente, immoto. Non avevo voglie. Non face­vo assolutamente nulla. Né con la testa. Né con il cuore. Né con il corpo.
Ero. Stavo. Esistevo. Partecipavo della Realtà. La Real­tà mi lasciava entrare nel suo mistero. La Realtà mi si ri­velava senza dir niente di sé. Viaggiavo senza muovermi. Contemplavo senza capire. Amavo senza sentire. Eppure era tutto autentico. In una coscienza nuova del mio essere. Del mio essere al mondo.
Fui ritratto da una voce. Non la dimenticherò mai. Mi chiamava. Da fuori di me.
Fuori dalla tenda!
Fuori dalla tenda!
Ci misi molto a rassegnarmi. E poi uscii. Tutto era ancora lì. L’altare. La panca. L’odore di cera. Il pavimento lucido. La porta in legno massiccio. Il lungo corridoio piastrellato. Solo la luce era diversa. Più piena. Più calda. Più gialla. La luce del pomeriggio. Avevo saltato incontri. Pranzo. E an­che il dopo. Nessuno sembrava preoccuparsi di me.
Io aveva il cuore pieno di un urlo strozzato. Avevo voglia di gridare. Di cantare. Di saltare. Come un ossesso. Avrei voluto spalancare le porte. Scuotere il mondo. Togliere il velo. Dovevo assolutamente parlare con qualcuno. Ma tut­ti stavano in silenzio.
Corsi da don Umberto. Dovetti aspettare il mio turno. Tre quarti d’ora. Poi uno mi chiese di passare avanti. Glielo con­cessi a malincuore. Spalancai la porta della stanzetta Non ne potevo più. Don Umberto mi accolse. Mi fece parlare. Se­reno. Tranquillo. Sorridente. Non strabuzzò gli occhi. Non mostrò stupore o commozione. Mi disse di conservare l’ac­caduto nel mio cuore. Di non agitarmi. Di assaporare quel che era successo. Perché era successo. Sì. Non era un’illu­sione. Un incubo. Un malore. Era successo qualcosa. Che non era merito mio. Era volontà di qualcun altro. Ero tur­bato. Dalla sua quiete. Dal dubbio di non avergli spiega­to l’accaduto. Dal timore che mancasse qualcosa. Capivo. Qualcosa, anzi molto, anzi tutto mi sfuggiva.
Improvvisamente mi trafisse. Con una domanda.
Hai ringraziato?
I dieci lebbrosi. Io ero uno dei nove. Balbettai qualcosa. Cercai di uscire il più presto possibile. Corsi in cappella. Non trovai né le parole né il modo.
Rimasi lì come uno scemo. Pieno, questa volta, solo del mio vuoto.
Di questo vuoto vivo, giorno dopo giorno. Rincorro quei momenti di esistenza assoluta. Non ho più trovato quel­la pace e quella pienezza. Non me la sono più meritata. A volte ne sento i riflessi. Sono piccoli. Ma inequivocabi­li. È quando esco da me stesso. Per brevi istanti. È quando riesco a mettermi tra parentesi. Quasi per caso. È quando smetto di pensare e di voler capire tutto. A tutti i costi. È allora che qualcosa di quella grande onda si rivela. In lon­tananza. Ne sento la forza. Ne sento l’umido. Ne intrave­do la spuma. Sono attimi. Dettagli. Soffi. È molto di più di ciò che serve per vivere.



Come dicevo con Marco Pogliani ci siamo conosciuti da ragazzi. Io qualche anno di più. Stesso quartiere, via Faravelli si incrocia con via Marcantonio Colonna dove abitavo, stessa parrocchia, oratorio, campo sportivi, cinema. Al liceo Beccaria era con mia sorella Silvia, i nostri genitori si conoscevano. Quando ha cambiato quartiere, sempre in zona Fiera, ci siamo ritrovati nelle attività di un centro culturale e di formazione per studenti liceali. Io studiavo lettere in Cattolica, lui, qualche anno dopo, pure. Dopo la laurea mi sono trasferito a Roma a studiare teologia, poi il militare, poi ancora teologia, e ci siamo un po’ persi di vista: allora non c’era posta elettronica, facebook o altro: quando si cambiava città era normale perdere un po’ i contatti. Poi la mia ordinazione a Roma, Pamplona, Verona e il Veneto… Quando sono tornato a Milano ci siamo incontrati qualche anno fa alla Mondadori alla presentazione di un libro di un comune amico. Il suo primo romanzo per me è stata una sorpresa inaspettata e grata.  Leggerlo è stato come rivedere un amico dopo una vita passata in luoghi diversi e ascoltarlo per ore a  raccontare la sua storia, nella quale in buona parte mi ritrovo, per somiglianza e abitudini, perché è la storia di una famiglia cattolica milanese, è la storia di un periodo d’Italia e di una passione lavorativa e civile che ho visto anche nei miei genitori e parenti, un’epoca che è anche la mia.

La Milano della nebbia invernale e del caldo estivo, le vacanze con il culto della montagna e i riti materni per favorire ai figli i benefici del mare e proteggerli dalle sue insidie. La Milano di Schuster e dei preti ambrosiani, dell’imprenditorialità che sa conoscere anche le sconfitte e riprendersi, del lavoro ben fatto e ordinato. La Milano degli anni settanta inquieti e violenti; le esperienze adolescenziali dei primi amori, delle prime libertà e disobbedienze, dell’autorità paterna e materna che le orienta, e della goliardia studentesca con la riflessione sul valore di quelle bravate, spesso inconsapevolmente violente, e quindi la presa di distanza come segno di maturazione. Lo stadio, le feste. Gli ideali di influenza sul mondo. Il dolore che attraversa una famiglia che si direbbe fortunata dal punto di vista della riuscita sociale. Leggendo Padri, di Marco Pogliani, (Mondadori, 2013, pag. 271, euro 18,50) ci si sorprende a contemplare come la croce di Cristo abbia attraversato una famiglia credente e unita, in modo umanamente incomprensibile, e cristianamente vissuto nella semplicità del silenzio di preghiera. Tutto quanto recepito e sentito e sofferto, senza alcuno sconto. Mi è tornato alla mente quello che mi raccontava un anziano prete di un paesino della campagna veronese, dopo tanti anni di esperienza e visite assidue a tutte le famiglie dei tanti paesi di cui era stato parroco: “Andrea, ricordati che in ogni famiglia c’è una croce, e se non la si vede, vuol dire che è ancora più grande”. Il romanzo di Marco commuove e fa sorridere, come la grande letteratura. Ti lascia l’idea che la tua vita, anche la tua, è un romanzo. Mi ha ricordato che san Josemarìa Escrivà, diceva della vita ordinaria che poteva da prosa diventare poesia, endecasillabo,  se la viviamo con amore e con fede. Ecco, Marco ha saputo tradurre in poesia la prosa della sua storia, forse perché già nel viverla l’aveva trasformata così, in poema eroico. La scrittura fatta di frasi brevissime, a volte solo di una parola, evocativa, come colpi di pennello che tratteggiano un quadro, come colpi di scalpello che liberano la statua e l’esprimono. Come accordi di una mano sulla tastiera a compiere la partitura. Non disturba, anzi scorre, fluisce. Ho usato l’indirizzo mail che c’è in quarta di copertina, ci siamo salutati, gli ho chiesto un capitolo da mettere su questo blog. (inauguro così la sezione “finestre sui libri”). Tanti avrei potuto chiedergliene, che mi sono piaciuti, che tratteggiano personaggi protagonisti, come quelli della famiglia Pogliani, o minori ma indimenticabili, come lo zio Enrico o lo “zio Paolo”. Brani che raccontano la guerra, la povertà, la lotta contro le storture delle resistenze ai cambiamenti, negli ambienti di lavoro. Ma dovendone scegliere solo uno, gli ho chiesto quello che più mi ha folgorato e commosso, che avete apena letto e che si intitola Chiamata. Mi azzardo da prete a interpretare quell’episodio come un esperienza mistica,di quelle cosiddette normali. Di quelle per cui gli esperti dicono: tutti siamo chiamati alla mistica. Avvenuta a quattordici anni, e che ha segnato in positivo tutta la sua vita successiva. Lo vedo come una riprova dell’azione di Dio che segue ciascuno di noi e gli fa presente la sua chiamata a essere suo discepolo, nella vita normale, ordinaria. Non mi consta che quell’episodio lo abbia portato a scoprire una chiamata specifica ad una determinata appartenenza ecclesiale, a una specifica missione. E’ rimasto cattolico semplice, chiamato alla santità nel matrimonio e nel lavoro, nella vita sociale: ad amare i familiari, a spendere i talenti, a sostenere, a cambiare il mondo. E’ quello che Dio aveva detto a tutti nell’Antico Testamento in un modo, e nel Nuovo testamento in altro, nuovo. e donandoci la sua vita trinitaria per viverlo davvero. Il Concilio Vaticano II lo ha ricordato: tutti chiamati a essere santi nella normalità della propria vita, tutti possono vivere la pienezza del Vangelo, senza cambiare posto. Da ragazzi era frequente che ci invitassero a fare tre giorni di ritiro spirituale. Io ne ho fatti con la parrocchia, l’azione cattolica, i salesiani di cui frequentavo il liceo sant’Ambrogio, quelli predicati da sacerdoti dell’Opus Dei. Anche Marco ne avrà fatti più d’uno. Dal dettaglio che racconta del pranzo saltato credo che l’episodio della chiamata, sia avvenuto in uno di questi periodi di raccoglimento. Anch’io partecipai ad un paio di ritiri  predicati proprio dal don Umberto che lui cita. Prete già citato da Leonardo Mondadori nel suo libro scritto con Vittorio Messori: Conversione. La sua, aiutato da don Umberto. Non so se in quei giorni c’ero anch’io. Se si, non mi accorsi di nulla. Lo vengo a sapere solo adesso dal suo romanzo. Poi come predicatore ne ho guidati vari. So quindi per esperienza che Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, agisce, aiuta, parla, cambia, commuove, prende. In modo del tutto personale, come racconta Marco, e imprevedibile, e libero. Penso che Marco abbia sentito il bisogno di raccontare la storia della sua famiglia e della sua vita per un senso di gratitudine. Ai suoi genitori e nonni, parenti e amici e a Dio che attraverso di loro, e anche direttamente in quel modo difficilmente spiegabile e indelebile, gli si è rivelato come Padre. E la cui traccia benefica ha illuminato tutta la sua vita successiva.

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SEI FIGLIO, SEI EREDE. PUOI DIRE :ABBA’ PADRE!

Mi piacerebbe dare spunti di considerazione sulla nostra filiazione divina. Comincio con un appunto mio sul testo della lettera ai Galati che si legge nella solennità della Madre di Dio. 
Ma quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: «Abbà! Padre!». Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio. (Gal 4, 4-7)
Leggemmo queste parole di san Paolo il primo giorno dell’anno. Il suo unico testo mariano, importantissimo, citatissimo. Festeggiavamo Maria come madre di Dio. Iniziavamo un anno di grazia che non sapevamo cosa ci avrebbe regalato. Ci affidavamo a lei.  Dopo avere, per otto giorni, contemplato il suo figlio, figlio di Dio fatto uomo nel suo seno e da lei nato a Betlemme, da lei cullato, custodito, allattato, contemplato, amato, guardavamo di più lei: la madre di Dio, la teotokos. Ogni giorno dell’anno vorremmo guardarla così. E avere la possibilità di stare tra le sue braccia accanto al suo figlio divino. Una donna come noi, tra di noi, delle nostre, è diventata madre del Dio onnipotente che  ha voluto farsi uomo come noi. E perché, per quale motivo?

San Paolo ai Galati lo dichiara con forza: perché ricevessimo l’adozione a figli di Dio, anche noi. Il Figlio di Dio diventa uomo perché gli uomini possano diventare figli di Dio. Lui figlio  per natura, noi per adozione: siamo tirati dentro la sua famiglia divina, il Padre, il Figlio, lo Spirito santo: ci sono tutti e tre qui, nella parole prese dalla lettera ai Galati che si leggono nella Messa del primo gennaio, ogni anno. Ma l’adottato è figlio davvero, con tutti i diritti e tutti i doveri. Tutte le gioie e tutti i pesi. Porterà avanti quella famiglia, ne avrà l’eredità. E’ un’immagine, la più adatta possibile, ma non può dire tutto del mistero che avviene in noi quando siamo presi da Cristo, afferrati dal suo Battesimo, per non essere lasciati più. Nel battesimo diventiamo figli, ma entra in noi una somiglianza con Cristo, che nelle adozioni umane non potrebbe avvenire, se non in parte, con la consuetudine della vita. Veniamo trasformati dentro, ci viene dato un carattere di famiglia, un’impronta che non si perderà più. E abbiamo la Chiesa in eredità, il Regno, e ci muoviamo liberi come figli in questa famiglia. E il nostro rapporto con il Padre del cielo, è come quello del figlio unigenito: abbiamo ricevuto il suo stesso spirito: e gridiamo anche noi: papà, papà! Nella nostra preghiera. Abbiamo fatto questa esperienza? Lo Spirito che ci spinge a gridare: papà, padre! Forse non abbiamo ascoltato lo Spirito? Forse abbiamo avuto pudore di gridare? Forse non ci sentivamo all’altezza, in grado di farlo, di essere ascoltati…non abbiamo creduto alla verità di quell’adozione che ci ha cambiato nel profondo per sempre: gli assomigliamo, siamo suoi figli, siamo due gocce d’acqua con Dio. Tutto suo Padre, ci dicono le zie, i vicini di casa, i passanti che sbirciano nel passeggino. Tutto suo padre Dio. E siccome Dio non l’hanno mai visto diranno: tutto Gesù Cristo, suo fratello,  tutto sua madre Maria! Ci riconoscono. Ma è come dire: tutto suo padre Dio. Per grazia di Dio, dice san Paolo, è avvenuto tutto questo, non per merito, non per conquista, che non si può , non si potrebbe, da parte di nessuno! Per pura grazia di Dio, puro  dono, tutto ricevuto! Dono da non dimenticare, da utilizzare, da far funzionare, da ricordare, da considerare: sono figlio, posso vivere da figlio con mio Padre Dio. Per ricordarci questo dono di essere figli andiamo da Maria nostra madre. Come le buone madri ci insegnerà a conoscere Dio, nostro Padre. A gridare nella nostra orazione: papà, papà! Come Gesù.

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SE VOGLIO ACCEDERE AL CUORE DI DIO: LA STRADA DELL’UMANITA’ DI GESU’

 Quattro pensieri di don Valentino Guglielmi dal suo manoscritto TI AMO, possono aiutare a considerare l’umanità e la divinità di Gesù Cristo, quindi l’umanità e divinità del suo cuore umano che racchiude la capacità di amare di Dio che è l’amore stesso, l’amore sussistente, l’amore in persona. Deus caritas est. L’ultimo pensiero lo scrisse guardando il crocifisso che sta su un altare laterale della parrocchia di san Pietro di Lavagno, e la scrisse dietro una immaginetta di quello stesso Cristo crocifisso che gli piaceva tanto.


GESU’ UOMO

04. 06. 10
“E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e davanti agli uomini”. (Lc 2, 22).
Gesù dunque nella sua umanità andava acquistando consapevolezza della sua divinità, là dove era da solo ad avere tale consapevolezza.
Lo Spirito Santo mi guida a cercare Gesù là dove è da solo a conoscere se stesso come Figlio del Padre e dove è pure da solo a cercare l’intimità di ciascuna persona, la mia intimità.
Non esistono formalizzazioni – parole definitive – per dire l’emozione di quel dialogo con lui.
GESU’ UOMO
04. 07. 17
L’icona di Rublev.
I tre angeli convergono con gli occhi e tutta la loro persona sull’agnello immolato. La luce degli occhi dei tre rischiara l’agnello sul quale riversano una tenerezza struggente.
Se desidero conoscere qualche cosa di loro mi conviene guardare là dove essi guardano: l’umanità di Gesù Cristo. Il quale, da uomo, è cresciuto acquistando la consapevolezza del suo essere esattamente da quei tre sguardi incrociati su di sé.
CONOSCERE DIO
04. 09. 23
Gesù è Dio fatto uomo. Se voglio accedere al cuore di Dio, là dove si è dato a conoscere come Padre, Figlio e Spirito Santo, mi conviene percorrere la strada dell’umanità di Gesù. Io sono la via. Il campo della ricerca è il Vangelo nel quale sono custoditi i particolari della vita di Gesù perché io li desideri come si amano i tratti minimi di una persona cara.
Gesti e parole compongono un discorso articolato, nel quale le pause non sono meno importanti delle parole. La natura del discorso, la sua ritmicità e gradualità si modula nel detto e nel non detto. Sembra appartenere alla natura del discorso il gioco del lasciar vedere e del nascondere, dovrò accogliere quello che vedo e infilarmi alla ricerca di quello che non vedo.
Qualche cosa mi è data perché io possa avere una base di partenza e sia invogliato alla ricerca dello spessore della realtà che resta da scoprire.
La bellezza visibile è porta d’accesso che mi affascina e mi attrae promettendomi felicità. Lo Spirito Santo con la sua grazia agisce da fuori di me illuminando la bellezza del volto di Gesù e da dentro sostenendo il mio desiderio perché io decida di muovermi. Egli mi apre gli occhi e mi da coraggio perché io non sia frenato dal timore di essere inferiore all’impresa.


CROCIFISSO
04. 10. 18
Il corpo di Gesù Cristo esposto nudo sulla croce è offerto al Padre e a ciascuno di noi.
Offerto come bellezza violata e dolente, come rifugio, come parola univoca e definitiva:”ti amo”.
E’ lo stesso corpo nato da Maria Vergine che si dona pane eucaristico alla bocca di chi si accosta per mangiarlo

Crocifisso di Brunelleschi (1410-15)

o.

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TEOLOGIA DEL BUONUMORE E SPIRITO DI LIBERTA’, di Hugo de Azevedo

Da un articolo apparso su Studi Cattolici: n° 250 del Dicembre 1981
di H. de Azevedo:  La virtù di sorridere – TEOLOGIA DEL BUON UMORE, trascrivo il paragrafo: LO SPIRITO DI LIBERTÀ. Sono annotazioni piene di saggezza di un filosofo che è sacerdote ed esperto direttore spirituale. Con questo scritto inauguro il capitolo “Note di direzione spirituale” nel quale mi piacerebbe postare consigli vari nati dall’esperienza di questa arte tanto utile alle anime che vogliono seguire Cristo e identificarsi con Lui.

Vorrei ora soffermarmi su di un altro aspetto che, pur strettamente collegato ai precedenti, ci permetterà di considerare il buon umore da un altro punto di vista: lo spirito di libertà.
L’uomo troppo “serio”, sempre austero e imperturbabile non capta un’importante componente nella sua relazione d’amore con Dio. Il Signore, che è vero Padre, non passa il tempo a “obbligare” i suoi figli: certo alcune volte comanda, altre volte ci consiglia, ma in tante occasioni ci lascia un’ampia libertà. Se non obbediamo ai suoi comandamenti, pecchiamo; se non siamo docili ai suoi consigli, perdiamo un’opportunità di ricevere la sua grazia; se invece facciamo uso della libertà che in tanti casi ci lascia, ben lungi dal peccare o dal perdere dei meriti noi stiamo seguendo lo Spirito Santo, proprio come se ci sottomettessimo o ci lasciassimo condurre dalle ispirazioni. Nell’ambito di ciò che Dio lascia alla decisione umana, tutto ciò che desideriamo fare – a patto che si tratti di un bene – non è semplicemente un nostro atto legittimo: in quei casi è Dio stesso che fa “sua” la nostra volontà liberissima, così come un padre accetta volentieri le scelte di suo figlio, quando queste si mantengano all’interno di ciò che è legittimo.

L’uomo troppo “serio” tende a ridurre la vita a una scelta drammatica tra “il” male e “il” bene, come se non ci fosse un’infinita gradazione di valori morali (positivi e negativi) e come se in ogni circostanza egli si trovasse obbligato a scegliere “il bene” proprio ed esclusivo di quella situazione… In realtà, quasi sempre, le possibili soluzioni morali positive per ciascun problema sono molte, non una sola.

Un bel episodio della vita di Monsignor Escrivà (ndr: il futuro san Josemarìa) potrà forse servire come esempio. Intorno all’anno 1929, su un tram, un operaio sporco di calce si avvicina a quel giovane sacerdote dalla talare impeccabile e, approfittando di uno scossone del veicolo, insudicia di bianco la veste ecclesiastica, tra i sorrisi di alcuni passeggeri e il silenzio risentito di altri. Quando però si sta avvicinando la sua fermata, il fondatore dell’Opus Dei si volta con un sorriso divertito e pieno d’affetto per dire all’operaio: “Figlio mio, terminiamo questo lavoro…” e gli dà un forte abbraccio, sporcandosi di calce tutt’intero. Forse questa era l’unica soluzione possibile di quell’incidente? Credo di no. Certo, fu una soluzione magnifica, però non era l’unica. Bisogna insistere sul fatto che la libertà non consiste solo nella capacità di scegliere il bene, ma nel saper scegliere un determinato bene tra tutti quelli che ci si presentano come possibili. Se, di fronte a colui che mi ha insultato, ho protestato (fermo restando il perdono interiore) per difendere la mia reputazione, ho fatto bene; se ho preferito rassegnarmi in silenzio (potendolo fare), ho fatto bene; se l’ho abbracciato affettuosamente come un fratello, ho fatto bene; se gli ho chiesto scusa del danno causatogli involontariamente, ho fatto bene; ho fatto bene anche se gli ho spiegato con calma i miei diritti e la mia innocenza; ho fatto bene se mi sono preoccupato sinceramente della causa della sua esasperazione e gli ho consigliato un rimedio…
Non si dica dunque che il meglio sarà indicato dalle circostanze, dal momento che non è assolutamente un obbligo seguire “il meglio”, e nessun moralista saprà dimostrare, molte volte, ciò che sia effettivamente la cosa migliore in ogni caso. In quelle che chiamiamo circostanze sono comprese sempre la personalità di ciascuno, il suo temperamento, l’educazione che ha ricevuto, il suo stato d’animo e, inoltre, un reale e ampia libertà di reagire come preferisce, sempre che si rispettino i comandamenti divini. Altrimenti come si potrebbe giustificare l’enorme diversità di comportamento, in circostanze simili, da parte della svariatissima moltitudine dei santi che la Chiesa ha canonizzato? Con le distinte ispirazioni della Spirito Santo? Certamente, però è importante chiarire che mozioni dello Spirito non hanno alcuna ragione di essere uniformi, e neppure sensibili, concrete, determinate; esse agiscono quasi sempre ab intra, dal profondo della libertà umana e, abitualmente, rispettando il processo proprio del nostro arbitrio.
Dimenticare questa realtà da origine allo scrupolo, la tortura intima dell’uomo che vede difetti in tutto ciò che fa, forse perché le sue disposizioni non sono state le migliori (cosa che per lui significa le uniche buone), perché non ha saputo raggiungere quel bene esclusivo che secondo il suo modo di vedere era l’unica soluzione permessa da Dio.
Bisogna notare inoltre che non esistono virtù “assolute”, vale a dire statiche; sono tutte dinamiche, relative, nel senso che tutte le disposizioni virtuose possono essere considerate difettose rispetto a un grado superiore o a un modo diverso di esercitarle, senza che cessino per questo di essere virtù, anzi ammirevoli virtù.
Racconta San Girolamo di Santa Paola (una vedova che egli dirigeva spiritualmente) che, nonostante tutti i consigli ricevuti, non si dava pace della morte di suo marito. Il santo la rimproverava, chiedendole dove fosse la sua accettazione della volontà di Dio, il suo distacco dalle creature, la sua pazienza… Però essa continuava a piangere senza conforto il suo amato sposo. E lo stesso San Girolamo indovina la nostra obiezione: ma che santa era questa? “Allora io vi dico che ciò che in lei era un difetto, in altre sarebbe una virtù”. Ecco qui: faceva bene a piangere. Magari fosse altrettanto grande l’amore di tutte le spose. Sarebbe stata migliore questa donna se non avesse rimpianto tanto suo marito? Chi potrebbe dirlo? Tutto questo sarà dipeso dal grado di amore che gli portava, dal suo temperamento più o meno appassionato… Se fu un difetto, fu senza dubbio anche un virtù ammirevole, esemplare.
“E’ venuto Giovanni che non mangia e non beve, e hanno detto: “Ha un demonio”. E’ venuto il Figlio dell’uomo che mangia e beve, e dicono: “Ecco un mangione e un beone…” ” (Mt 11,18-19). Forse che Gesù fu meno perfetto di Giovanni Battista? Meno sobrio, meno distaccato, meno povero? Chi non si rende conto dell’enorme gamma di possibilità che si presentano all’uomo nel vivere le virtù, nell’essere “perfetto”, vivrà perennemente angustiato. Qualunque cosa buona faccia, si riempirà di scrupoli non appena noterà un diverso atteggiamento di un qualche santo. Non potrà conoscere la “libertà con la quale Cristo ci ha liberati” (Gal. 4,31); sarà amareggiato dalle critiche degli eterni farisei; non avrà pace e tantomeno buon umore.
Al contrario, chi consce il modo in cui lo Spirito Santo guida abitualmente le anime, agendo nell’intimo della loro coscienza libera, in modo che ognuno, cercando il bene che gli conviene, compia ciò che è comandato, vive meravigliandosi con gioia della ricchissima diversità di opzioni buone che incontra nel legittimo modo di agire dei suoi fratelli. Contempla con gioia la vita cristiana propria e altrui, e ammira gli amabili ed entusiasmanti cammini di Dio.