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LASCIAR OPERARE DIO, di Joseph Ratzinger

Articolo del Card. Joseph Ratzinger pubblicato sull’inserto de L’Osservatore Romano di domenica 6 ottobre 2002 in occasione della canonizzazione del Beato Josemaría Escrivá.

Mi ha colpito sempre l’interpretazione che Josemaría Escrivá dava del nome Opus Dei; un’interpretazione che potremmo chiamare biografica e che ci consente di capire il fondatore nella sua fisionomia spirituale. Escrivá sapeva di dover fondare qualcosa, ma era pur sempre consapevole che quel qualcosa non era opera sua, che lui non aveva inventato niente, che semplicemente il Signore si era servito di lui. Quello non era quindi la sua opera, ma l’Opus Dei. Lui era soltanto uno strumento con cui Dio avrebbe agito.


Nel considerare questo fatto mi sono venute in mente le parole del Signore riportate nel Vangelo di Giovanni (5, 17): «Il Padre mio opera sempre». Sono parole dette da Gesù nel corso di una discussione con alcuni specialisti della religione che non volevano riconoscere che Dio può agire anche il sabato. Ecco un dibattito tuttora aperto, in qualche modo, tra gli uomini — anche cristiani — del nostro tempo. C’è chi pensa che, dopo la creazione, Dio si sia “ritirato” e ormai non abbia più alcun interesse per le nostre cose di tutti i giorni. Secondo questo modello di pensiero, Dio non potrebbe più entrare nel tessuto della nostra vita quotidiana. Ma nelle parole di Gesù abbiamo la smentita. Un uomo aperto alla presenza di Dio si accorge che Dio opera sempre e opera anche oggi: dobbiamo quindi lasciarlo entrare e lasciarlo operare. Ed è così che nascono le cose che danno un avvenire e rinnovano l’umanità.
Tutto ciò ci aiuta a capire perché Josemaría Escrivá non si riteneva “fondatore” di nulla, ma solo uno che vuole compiere la volontà di Dio, assecondare l’azione, l’opera — appunto — di Dio. In questo senso, il teocentrismo di Escrivá de Balaguer, coerente con le parole di Gesù, vale a dire questa fiducia nel fatto che Dio non si è ritirato dal mondo, che Dio opera adesso e noi dobbiamo soltanto metterci a sua disposizione, essere disponibili, capaci di reagire alla sua chiamata, è per me un messaggio di grandissima importanza. È un messaggio che conduce al superamento di quella che si può considerare la grande tentazione dei nostri tempi: la pretesa cioè che dopo il big bang Dio si sia ritirato dalla storia. L’azione di Dio non si è “fermata” al momento del big bang, ma continua nel corso del tempo sia nel mondo della natura che nel mondo umano.
Diceva dunque il fondatore dell’Opera: non sono io che ho inventato qualcosa; è un Altro che fa ed io sono soltanto disponibile a servire come strumento. Così questo titolo, e tutta la realtà che chiamiamo Opus Dei, è profondamente collegato con la vita interiore del fondatore, il quale, pur rimanendo molto discreto su questo punto, ci fa capire che era in dialogo permanente, in contatto reale con Colui che ci ha creato e opera per noi e con noi. Di Mosè dice il libro dell’Esodo (33, 11) che Dio parlava con lui «faccia a faccia, come un amico parla con un amico». Mi sembra che, anche se il velo della discrezione ci nasconde tanti dettagli, tuttavia da quei piccoli accenni risulta che si può applicare benissimo a Josemaría Escrivá questo “parlare come un amico parla con un amico”, che apre le porte del mondo perché Dio possa farsi presente, operare e trasformare tutto.
In questa luce si capisce anche meglio che cosa significa santità e vocazione universale alla santità. Conoscendo un po’ la storia dei santi, sapendo che nei processi di canonizzazione si cerca la virtù “eroica”, abbiamo quasi inevitabilmente un concetto sbagliato della santità: “Non fa per me”, siamo portati a pensare, “perché io non mi sento in grado di realizzare virtù eroiche: è un ideale troppo alto per me”. La santità allora diventa una cosa riservata ad alcuni “grandi” di cui vediamo le immagini sugli altari, e che sono tutt’altro rispetto a noi normali peccatori. Ma questo è un concetto sbagliato di santità, una percezione errata che è stata corretta — e questo mi sembra il punto centrale — proprio da Josemaría Escrivá.
Virtù eroica non vuol dire che il santo fa una sorta di “ginnastica” di santità, qualcosa che le persone normali non riescono a fare. Vuol dire, invece, che nella vita di un uomo si rivela la presenza di Dio, cioè si rivela quanto l’uomo da sé e per sé non poteva fare. Forse in fondo si tratta piuttosto di una questione terminologica, perché l’aggettivo “eroica” è stato interpretato male. Virtù eroica propriamente non significa che uno ha fatto grandi cose da sé, ma che nella sua vita appaiono realtà che non ha fatto lui, perché lui è stato trasparente e disponibile per l’opera di Dio. O, con altre parole, essere santo è nient’altro che parlare con Dio come un amico parla con l’amico. Questa è la santità.
Essere santo non comporta essere superiore agli altri; anzi il santo può essere molto debole, con tanti sbagli nella sua vita. La santità è questo contatto profondo con Dio, il farsi amico di Dio: è lasciare operare l’Altro, l’Unico che può realmente far sì che il mondo sia buono e felice. E se, quindi, Josemaría Escrivá parla della chiamata di tutti ad essere santi, mi sembra che nel fondo sta attingendo a questa sua personale esperienza di non aver fatto da sé cose incredibili, ma di aver lasciato operare Dio. E perciò è nato un rinnovamento, una forza di bene nel mondo, anche se tutte le debolezze umane resteranno sempre presenti. Veramente tutti siamo capaci, tutti siamo chiamati ad aprirci a questa amicizia con Dio, a non lasciare le mani di Dio, a non smettere di tornare e ritornare al Signore, parlando con lui come si parla con un amico, sapendo bene che il Signore realmente è il vero amico di tutti, anche di quanti non possono fare da sé cose grandi.
Da tutto questo ho capito meglio la fisionomia dell’Opus Dei, questo collegamento sorprendente tra un’assoluta fedeltà alla grande tradizione della Chiesa, alla sua fede, con disarmante semplicità, e l’apertura incondizionata a tutte le sfide di questo mondo, sia nell’ambito accademico, sia nell’ambito del lavoro, sia nell’ambito dell’economia, ecc. Chi ha questo legame con Dio, chi ha questo colloquio ininterrotto può osare rispondere a queste sfide, e non ha più paura; perché chi sta nelle mani di Dio cade sempre nelle mani di Dio. È così che scompare la paura e nasce, invece, il coraggio di rispondere al mondo di oggi.


Card. Joseph Ratzinger

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MELCHISEDEK, RE DI SALEM, OFFRI’ PANE E VINO

Melchisedek offre pane e vino ad Abramo, S.Maria Maggiore

Breve commento alla prima lettura della Messa del Corpus Domini (2 giugno 2013), dal libro HO DESIDERATO ARDENTEMENTE. Incontrare Cristo nell’Eucaristia (Paoline, 2005, pag.16) 

Intanto Melchìsedek, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio altissimo e benedisse Abram con queste parole:
«Sia benedetto Abram dal Dio altissimo,
creatore del cielo e della terra,
e benedetto sia il Dio altissimo,
che ti ha messo in mano i tuoi nemici».
Ed egli diede a lui la decima di tutto. (Gn 14,18-20).
Il desiderio di Dio lungo i secoli si svela e si prepara. Improvviso appare nella storia sacra il re di Salem. Nessuno sa qualcosa di lui né prima né dopo. Abramo, eletto da Dio perché dalla sua discendenza potesse nascere il Salvatore, lo ascolta, lo venera, gli dona la decima di tutto, si fa benedire da lui. Melchisedek è misteriosamente più grande di Abramo. E’ reso sacerdote direttamente da Dio. Nella sua figura Dio svela il progetto di un sacerdozio puro e santo, apportatore di pace, sacerdozio che sarà del suo messia di cui si profetizzerà nel salmo: <<Tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedek>> (Sal 110,4), che non avrà il sacerdozio per discendenza, ma per unzione divina (cfr. Eb 6,20 – 7,1-25). Nella messa il sacerdote chiede ancora oggi al Padre di accettare quell’offerta di Gesù sull’altare, nascosto sotto le apparenze del pane e del vino <<come hai voluto accettare… l’oblazione pura e santa di Melchisedek, tuo sommo sacerdote>>[1].
Quel pane e quel vino offerti da Melchisedek diranno ai credenti in Cristo che l’Eucaristia era da sempre nella mente di Dio come un desiderio da compiere nella storia degli uomini.



[1]Messale Romano, Preghiera eucaristica,I    
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LA MADONNA CI AIUTA A VIVERE LA VIRTÙ’ DELLA SANTA PUREZZA. Omelia di don Matteo Fabbri

Sposalizio della Vergine, Raffaello
Duomo di Milano 5 dicembre 2012. Novena per l’Immacolata
Già ieri, nel passo del Vangelo che abbiamo letto, Gesù parlava della necessità assoluta, per una fede sincera e vera, di onorare Dio con il cuore e non solo con le labbra. Oggi Gesù stesso rincara la dose. Non basta che la lode a Dio venga dal cuore. Occorre che il cuore sia puro. Il Signore richiama con forza i farisei a non concentrarsi sul tema della impurità legale, ma a rendersi conto che “ciò che esce dalla bocca proviene dal cuore. Questo rende impuro l’uomo. Dal cuore infatti provengono propositi malvagi, omicidi, adulteri, impurità, furti, false testimonianze, calunnie…”[1].
Di fronte a questo panorama desolante, brilla la luce della vita della Madonna. La invochiamo come Madre Purissima perché, come dice il Beato Schuster, “il suo cuore non ebbe altro palpito che per Dio, senza alcuna divisione di affetti”[2].
La luce della vita di Maria Santissima ha tanti raggi quante sono le sue virtù. La fede della Madonna si rifrange in tutta la sua persona.
Sant’Ambrogio, il nostro grande Patrono, scriveva a proposito:

“La verginità ci sia dunque proposta, come in effigie, nella vita di Maria, dalla quale, come in uno specchio, risplende la bellezza della sua castità e la sua esemplare virtù”[3]. Desidero quindi, ispirato dalle parole del grande Vescovo milanese, soffermarmi sulla verginità della Madonna, come esempio per noi, e quindi sulla virtù della santa purezza.

Può sembrare strano o addirittura demodé parlare di questo oggi giorno. Ha ancora senso proporre la virtù della santa purezza nel XXI secolo? Si può oggi, dopo la c.d. rivoluzione del 1968, parlare a giovani e meno giovani della bellezza della castità? Non si rischia di fare un discorso, perdonatemi il termine, da bacchettoni?
A queste domande vorrei opporre due ragioni che giustificano la nostra riflessione alla presenza di Dio.
La prima. Il criterio cristiano non è mai stato “alla moda”. Non era alla moda il comportamento dei primi cristiani che, al prezzo della propria vita testimoniavano la propria fede in un mondo pagano: non appare forse esagerato rifiutarsi di bruciare qualche grano di incenso di fronte ad una statua che si sa che non è nulla? Non sarebbe bastato, per i martiri, appellarsi ad una morale dell’intenzione e compiere il gesto sacrificale all’idolo pagano distaccandosene interiormente? Gesù stesso non va per il sottile. Lo leggevamo poco fa: “Sai che i farisei, a sentire questa parola, si sono scandalizzati?” Ed Egli rispose: (…) Sono ciechi e guide di ciechi!” Alla faccia del politicamente corretto. No. Il cristianesimo non ha mai seguito la via di un facile accomodamento ai tempi; è sempre stato, con pieno rispetto, cordiale amicizia e apertura di cuore, colma di comprensione, segno di contraddizione.
La seconda ragione è, su un piano molto inferiore, la mia personale esperienza pastorale. Nessuna persona, specialmente giovane, è indifferente al tema dell’amore. E non conosco nessuno che, almeno, non abbia ascoltato con interesse (e a volte con profondo rammarico per la distanza dal proprio comportamento) la bellezza dell’insegnamento cristiano sulla santa purezza, sulla castità che, diciamolo subito, non è virtù da menomati o da vecchi, è la virtù che mantiene integra, piena, forte, ricca, giovane! la nostra capacità di amare.
Quindi si può e si deve parlare di purezza anche oggi. A tutti, giovani e meno giovani. Ho avuto modo di parlare di questo tema qualche mese fa con Sua Eminenza il card. Scola, il quale mi esortava a continuare in questa catechesi, con tono positivo e bello, usando i tanti argomenti convincenti, come per esempio la realizzazione di ogni persona nel dono di sé.
Vogliamo combattere con il nostro esempio il fenomeno vergognoso di una sorta di sottile compiacenza; il sorrisino ironico e ammiccante che accomoda tutto, e che finisce con il cercare così la propria giustificazione.
Oggi il cristiano deve essere ribelle. Sì, proprio così: ribelle. Mi ribello al vergognoso italico maschilismo che letteralmente usa il corpo della donna per vendere auto o altri oggetti di consumo. Mi ribello di fronte alla mercificazione della pornografia. Mi ribello di fronte a questo clima di diffusa sensualità che spaccia tutto per normale con una specie di assoluzione generale, perché è contrario alla dignità dell’uomo e della donna.
Il mondo è assetato di bellezza. E mi rivolgo a voi donne, specialmente giovani: siete voi a rendere più bello il mondo! Fatelo davvero, con la vostra bellezza profonda, ricca, personalizzante. Con quella forma di bellezza che da sempre ha incantato artisti e poeti e che trova nella Santissima Vergine il suo modello più compiuto. La bellezza femminile viene spesso – a ragione – descritta con una semplice parola: la “grazia femminile”, sottolineando così tutta la ricchezza di umanizzazione che la femminilità porta con sé. E noi uomini, tutti!, abbiamo bisogno di questa ricchezza umanizzante; la vera bellezza parte dal cuore, è nel cuore, è DEL cuore. Tu giovane liceale, universitaria, giovane professionista, donna già matura, sei portatrice di una ricchezza straordinaria. Vali molto agli occhi di Dio. Riempi il cuore di chi ti circonda della tua bellezza. Non credere a chi propina come prototipo di donna di successo quello della modella seduttrice. Tu lo sai, il tuo cuore te lo dice, nonostante tutti i forti condizionamenti ai quali sei sottoposta, che c’è una bellezza molto più profonda e ricca che non puoi sperperare. Non sei sola; sei fatta per un amore eterno.
E tu, ragazzo giovane, universitario, professionista: guarda al futuro. Pensa a costruire un amore che dura tutta la vita, un amore per sempre. Che anche oggi ESISTE, può esistere. Basta con il cinismo di chi si accontenta di sperimentazioni affettive. Impara fin da giovane a non banalizzare la sessualità. Impara il rispetto, che farà sprigionare dal tuo cuore energie che neppure immagini. Nei rapporti affettivi la morte è la prova. Lamorte è il volere tutto subito e restare poi a bocca asciutta, con una cocente delusione.
Oggi c’è, sotto la scorza di una apparente spacconeria, una forte insicurezza. E allora ci si fa scudo della incertezza del futuro per rinviare sempre di più il momento in cui finalmente si oserà prendere una decisione definitiva, se ancora questa parola esiste. Il nostro Arcivescovo ha descritto così queste difficoltà per la nostra fede: “La tentazione della rassegnazione a un modello di convivenza esile, precario, sospeso all’emozione passionale e alla provvisorietà dei sentimenti, l’afasia che non sa esprimere la bellezza di un amore casto, di un fidanzamento serio, di un matrimonio cristiano, mette alla prova la fede”[4]. E poco oltre, a proposito dei giovani: “La diffidenza verso la definitività, temuta come legame che limita le esperienze e umilia il desiderio, che induce a vivere di esperimenti…”[5]. L’amore personale, l’amore di una vita non è oggetto di prova. E non ha senso la prova della convivenza prima del matrimonio: se manca la definitività e manca la fecondità… non è prova, è una cosa diversa, che nasconde l’insicurezza, la paura che le cose vadano male, se non, almeno in qualche caso, la comodità. Ese ci si vuol bene davvero, ciò che serve per costruire un futuro stabile è proprio la castità: non bisogna fare prove, bisogna mettersi alla prova, bisogna imparare a saper dire di no adesso per il sì più grande della vita, che è garanzia di fedeltà. Non è il divieto che comanda: è l’amore. Ma l’amore che si conquista, non quello a buon mercato che si svuota in un attimo e si scioglie come una medusa al sole.
Mi sono rivolto ai giovani, ma rivolgo allo stesso modo agli adulti. Che esempio diamo in questo campo alle persone giovani? Troppe volte sento lamentele sui giovani e sempre mi innervosisco: la colpa non è loro! Chiediamoci: che programmi TV si abituano a vedere i figli fin da bambini? Che linguaggio, che tono? Niente ossessioni, ma delicatezza, sì. E voi genitori, specialmente di figli adolescenti, non pensate che la pressione dell’ambiente sia troppo forte: l’ambiente più importante per i vostri figli siete voi! Senza toni moraleggianti, ma con affetto e delicatezza, date luce ai vostri figli, che così cresceranno sani e normali. L’esempio di un amore fedele tra i genitori, costruito giorno per giorno è la luce di cui i giovani hanno bisogno!
Quanti matrimoni saltano per la incapacità, quasi fisica, di rinunciare al proprio gusto, o di uscire da sé. È ovvio che le difficoltà oggi sono tante e che non spetta a nessuno di noi giudicare le singole persone, che vanno sempre aiutate e sostenute e accompagnate. Ma non serve fingere che in fondo “è lo stesso”.
Discorsi impegnativi, certo. Ma, ci penso spesso, è la verità che salva, non la finzione. È la Verità che guarisce il nostro cuore. E la verità intrinseca contenuta nel grande dono della sessualità umana è l’orientamento al dono pieno della persona alla persona. Il Concilio Vaticano II lo dice con chiarezza: “L’uomo non si ritrova pienamente se non attraverso il dono sincero di sé”[6].
Dono totale di tutta la persona, che si esprime nel matrimonio o nel celibato per il regno dei Cieli.
E, si badi, non dono “di qualcosa”, ma dono di sé, di tutta la persona, con tutto il proprio futuro, con la corporeità maschile o femminile che porta con sé la potenziale fecondità, e che è una ricchezza straordinaria: e questo, da sempre, si chiama Matrimonio: l’unico modo di donare il proprio futuro intero è la promessa solenne davanti a Dio e agli uomini e non il semplice sentimento, come pensano molti. Tutti abbiamo desiderio di fecondità, di continuità, di dare alla luce e di trasmettere il patrimonio culturale e di fede a generazioni future. E tutti siamo chiamati a vivere questa fecondità nella nostra vita. Anche chi è chiamato al celibato per il regno dei Cieli, con una paternità o maternità spirituale che riempie il cuore, davvero.
Purezza e fecondità, dunque, anche nella vita matrimoniale. In ogni famiglia sono i coniugi i responsabili nel determinare il numero di figli; nessuno vuole o può sostituirsi a loro, neppure la Chiesa. Non possiamo approfondire ora la bellezza di tutto questo; ci limitiamo a dire che le famiglie numerose sono un meraviglioso dono di Dio, e non sono degli extraterrestri! C’è la crisi economica, con tutta la sua serietà che non può essere sottovalutata, ma c’è soprattutto mancanza di speranza. Guardiamo avanti con gioia! Anche se dobbiamo affrontare qualche sacrificio in più. Scrive lapidariamente san Josemaria: “Quel che occorre per raggiungere la felicità non è una vita comoda, ma un cuore innamorato”[7].
Discorsi impegnativi e chiari, che appaiono del tutto estranei alla mentalità comune. Ma non pensiamo che il cuore delle persone sia impenetrabile.
Mi raccontavano qualche tempo fa di una scena accaduta nella clinica dell’Università di Navarra, in cui la formazione cristiana è affidata all’Opus Dei. Giunge al reparto solventi della clinica una coppia (lui circa cinquantenne, lei più giovane), per un piccolo intervento di lui. L’inserviente che li accoglie, dopo le registrazioni abituali, li accompagna nella stanza, dove i clienti notano subito un crocifisso. Storcendo un po’ il naso e farfugliando qualcosa tra loro, con un certo fastidio, chiedono all’impiegato di toglierlo. Ma costui, con molto garbo dice che si rende conto che possono avere opinioni diverse, ma la identità cristiana di quel luogo non si può cambiare a seconda di chi viene; evidentemente resta ferma la libertà di rivolgersi altrove, ma una richiesta simile non ha senso. “Eso no se quita”, conclude (“quello non si toglie”). “Pensateci pure un po’, con calma; ritorno tra dieci minuti.” Detto fatto; dieci minuti più tardi l’impiegato ritorna. L’uomo lo abborda rapidamente e gli dice: “Allora va bene il crocifisso; restiamo; anzi, resto; lei no, se ne va: non è mia moglie, è la segretaria”.
Parliamo così con chiarezza; sempre con affetto, senza giudicare nessuno, con cuore grande. E tante persone che apparentemente potrebbero addirittura canzonarci, capiranno. E il mondo cambierà intorno a noi.
Ci sentiamo deboli? È normale: lo siamo. Bisogna innanzi tutto invocare la Madonna, perché lei, Mater pulchrae dilectionis, Madre del bell’amore, vegli su di noi, ci sostenga con la sua intercessione e imparare a lottare poco a poco. Preghiera, mortificazione, custodia dei sensi e del cuore. Con chiarezza di coscienza, con il ricorso alla confessione frequente e tutte le volte che serve. Con la lotta e con la grazia di Dio, si può sempre vincere, con amore, per amore, nell’amore, per difendere e accrescere sempre la nostra capacità di amare.
Il Cuore Immacolato di Maria Santissima ci comprende tutti. Ella è Madre buona, la tota pulchra, tutta bella e senza macchia. Possiamo pregarla con le parole di un canto popolare, che ricordo da bambino di aver sentito tante volte cantato magari da qualche vecchietta tanto devota quanto stonata: “Siam peccatori, ma figli tuoi, Immacolata, prega per noi”.
Amen



[1]Mt 15, 20 (Vangelo della Messa).
[2]Card. I. Schuster, Pensieri mariani sulle litanie lauretane, Ares, Milano 2003, p. 39
[3]De virginibus 2, 6.
[4]A. Scola, Alla scoperta del Dio vicino, n. 12.1.
[5]Ivi, n. 12.2.
[6]Cost. Past. Gaudium et spes, n. 24.
[7] Solco, n. 795.
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MARIA ATTENTA COME SPOSA AD OGNI CENNO DELLO SPIRITO DI DIO. Pensiero di don Valentino Guglielmi sulla Madonna

IMMACOLATA
04. 12. 08
D’istinto scarto vitrea nitidezza, che sarà perfezione, ma non viva. Trattenere il fiato per non sporcarsi? La mia esperienza non contiene alcuna cosa che mi faccia capire Immacolata. Giro ogni sera la mia pagina mai senza scarabocchi. Ogni mattina ne ricevo una nuova per ricominciare. La perfezione non è di questo mondo, semmai l’amore.
Maria è piena di grazia. E’ noto che la grazia è la presenza dello Spirito Santo. Maria sposa dello Spirito Santo, il quale l’ha fatta madre del Verbo di Dio e, manco a dirlo, figlia di Dio Padre.
Il suo sposo l’ha guidata ad imparare Dio mentre lo teneva al seno e gli poteva contare i capelli o quando se l’è sentito cadavere a raggelarle le ginocchia. Cosa vuol dire Immacolata alla fine lo sa lei sola.

Piena di grazia, recitiamo ogni giorno, attenta come sposa ad ogni cenno dello Spirito di Dio e piena della grazia di Eva, bellezza, intuizione, gestire di signora, materna partecipazione non strinata dall’ansia. Ce n’è in giro? Grazia che muove dolcemente al bene ed accende la libertà. Sono io che lo voglio il bene per avere dai suoi occhi un sorriso che sia soltanto per me.   
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GIOBBE E SAN GREGORIO MAGNO PAPA. i beni e i mali della vita

Nell’Ufficio delle Letture della Liturgia delle ore del lunedì dell’ottava settimana del tempo ordinario, si legge un brano dal libro di Giobbe e il commento di San Gregorio Magno. La vicenda di Giobbe e il commento del grande Padre della Chiesa offrono ampi spunti di meditazione.


Dal libro di Giobbe, 2,1-13

Accadde, un giorno, che i figli di Dio andarono a presentarsi al Signore, e
anche Satana andò in mezzo a loro a presentarsi al Signore. Il Signore chiese a Satana: «Da dove vieni?». Satana rispose al Signore: «Dalla terra, che ho percorso in lungo e in largo». Il Signore disse a Satana: «Hai posto attenzione al mio servo Giobbe? Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, timorato di Dio e lontano dal male. Egli è ancora saldo nella sua integrità; tu mi hai spinto contro di
lui per rovinarlo, senza ragione». Satana rispose al Signore: «Pelle per pelle; tutto quello che possiede, l’uomo è pronto a darlo per la sua vita. Ma stendi un poco la mano e colpiscilo nelle ossa e nella carne e vedrai come ti maledirà apertamente!». Il Signore disse a Satana: «Eccolo nelle tue mani! Soltanto risparmia la sua vita». Satana si ritirò dalla presenza del Signore e colpì Giobbe con una piaga maligna, dalla pianta dei piedi alla cima del capo. Giobbe prese un coccio per grattarsi e stava seduto in mezzo alla cenere. Allora sua moglie disse: «Rimani ancora saldo nella tua integrità? Maledici Dio e muori!». Ma egli le rispose: «Tu parli come parlerebbe una stolta! Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?».
In tutto questo Giobbe non peccò con le sue labbra. Tre amici di Giobbe vennero a sapere di tutte le disgrazie che si erano abbattute su di lui. Partirono, ciascuno dalla sua contrada, Elifaz di Teman, Bildad di Suach e Sofar di Naamà, e si accordarono per andare a condividere il suo dolore e a consolarlo. Alzarono gli occhi da lontano, ma non lo riconobbero. Levarono la
loro voce e si misero a piangere. Ognuno si stracciò il mantello e lanciò polvere verso il cielo sul proprio capo. Poi sedettero accanto a lui in terra, per sette giorni e sette notti. Nessuno gli rivolgeva una parola, perché vedevano che molto grande era il suo dolore.


Dal «Commento al Libro di Giobbe» di san Gregorio Magno, papa

(Lib. 3, 15-16; PL 75, 606-608)
Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremo accettare anche il male?Paolo, osservando in se stesso le ricchezze della sapienza interiore e vedendo che all’esterno egli era corpo corruttibile, disse: «Abbiamo questo tesoro in vasi di creta» (2 Cor 4, 7).Ecco che nel beato Giobbe il vaso di creta sentì all’esterno i colpi e le rotture, ma questo tesoro

internamente rimase intatto. Al di fuori si screpolò a causa delle ferite, ma il tesoro della sapienza all’interno rinasceva inesauribilmente, tanto da manifestarsi all’esterno in queste sante espressioni: «Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male?» (Gb 2, 10).
Chiama beni i doni di Dio sia temporali che eterni; mali invece i flagelli presenti, dei quali il Signore dice per bocca del profeta: «Io sono il Signore e non c’è alcun altro; fuori di me non c’è dio. Io formo la luce e creo le tenebre, faccio il bene e provoco la sciagura» (Is 45, 5a. 7).«Io formo la luce e creo le tenebre», perché, mentre con i flagelli si creano all’esterno le tenebre del dolore, si accende all’interno la luce delle grandi esperienze spirituali. «Faccio il bene e provoco la sciagura», perché alla pace con Dio veniamo riportati quando le cose create bene, ma non bene desiderate, si mutano, per noi, in flagelli e sofferenze. Noi entrammo in conflitto con Dio a causa della colpa. È giusto dunque che torniamo in pace con lui per mezzo dei flagelli. Quando infatti ogni cosa creata bene si volge per noi in sofferenza, siamo ricondotti sulla retta via, e l’anima nostra è rigenerata con l’umiltà alla pace del Creatore.


Miniatura con il volto di san Gregorio Magno



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MARIA IMMACOLATA, MADRE DELLA CHIESA.

Omelia di don Matteo Fabbri, 7 dicembre 2012, Novena per l’Immacolata, Duomo di Milano
“In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità”[1].
Parole dell’inno paolino che si compiono perfettamente nella fanciulla di Nazaret, l’Immacolata, colei che è stata fin dal seno materno preservata dal peccato originale. Colei in cui la grazia di Dio non ha trovato alcun ostacolo. Colei che, pur essendo piena di grazia, riempita della grazia di Dio fin dal primo istante, ha continuato a crescere nella fede. Colei che, Figlia, Madre e Sposa di Dio ha un ruolo assolutamente unico nella storia della Salvezza. Colei che ha cooperato nel massimo modo possibile con la grazia di Dio.
Allo stesso tempo Ella, come vedevamo il primo giorno della nostra Novena, è Madre. Madre di Dio e Madre di ciascuno di noi, e Madre della Chiesa. Non la vediamo quindi lontana. Ci ha accompagnato lungo il nostro cammino in questi giorni, incoraggiandoci con il suo sorriso e il suo esempio, accompagnandoci con la Sua intercessione. Abbiamo contemplato la sua figura di donna di fede,

fede che ha conosciuto momenti duri e difficili; abbiamo seguito il suo esempio nella risposta alla vocazione che sta all’inizio del cammino di fede di ciascuno di noi; abbiamo considerato il suo esempio nelle difficoltà anche per noi immancabili; l’abbiamo invocata come maestra di orazione, passo concreto di vita vissuta nella fede; abbiamo chiesto il suo aiuto perché la nostra fede, come la sua, sia vissuta nella vita di tutti i giorni e sia guida anche nei rapporti affettivi e l’abbiamo contemplata corredentrice ai piedi della Croce, sostegno e appoggio dell’apostolato, che è lo sbocco naturale di una fede vissuta. Oggi volgiamo a Lei il nostro sguardo e torniamo a ricevere la sua luce.

Il grande Patrono Ambrogio è il primo a istituire un parallelo che è molto più di una similitudine: Maria è “tipo” della Chiesa.
A commento del passo del Vangelo che abbiamo appena ascoltato, scrive l’illustre Pastore: “È significativo che essa sia stata sposata, ma vergine, perché essa raffigura la Chiesa che è senza macchia, ma è sposa: essendo vergine ci ha concepito dallo Spirito, e, vergine, ci partorisce senza dolore”[2].
Secoli dopo Isacco della Stella, discepolo di san Bernardo, affermerà che tutto ciò che è detto nella Scrittura della Madonna si applica alla Chiesa e viceversa[3].
Queste non sono semplici immagini, belle raffigurazioni devote. Sono elementi centrali della nostra fede. Ne traiamo oggi due conclusioni: la natura ecclesiale della fede nell’ambito della mediazione materna, e la santità della Chiesa.
La Madonna come “tipo” della Chiesa, ci aiuta a comprendere, in quest’Anno della fede, quanto il nostro Arcivescovo, insieme alla grande tradizione della Chiesa, ci ripete: “Nessuno può credere da solo, come nessuno può vivere da solo. Nessuno si è dato la fede da se stesso, così come nessuno si è data l’esistenza. (…) Siamo generati alla fede dallo Spirito in quel grembo che è la comunità cristiana”[4].
Ma questa dimensione ecclesiale della fede non è semplice dimensione di “gruppo”. Non è un “noi” posticcio, successivo, per alzata di mano. Non è risultato delle consultazioni popolari e neppure della creazione dei consigli pastorali. Tutto ciò è evidentemente importante, ma non è il centro del problema. Non è con un vago assemblearismo, molto apprezzato da alcuni e guardato con sospetto da altri, che la Chiesa vive del suo mistero. Il “noi della fede” significa, ben più in profondità, la assicurazione della fede come dono di grazia. L’assemblea vota e decide, mentre la grazia si riceve e si accoglie con umiltà: è un dono dall’alto. E si accoglie attraverso la mediazione materna della Chiesa e, insieme e inseparabilmente, della Madonna.
Scriveva Benedetto XVI (allora Cardinale) a commento della enciclica Mariana Redemptoris Materdi Giovanni Paolo II: “La specificità della mediazione di Maria sta nel fatto che essa è una mediazione materna, ordinata alla continua nascita di Cristo nel mondo”[5]. Ma questo significa, per noi, che anche la mediazione della Chiesa nel sorgere della nostra fede è una mediazione materna. E senza madre… non si nasce! Non ci può essere fede senza Chiesa! Altrimenti la fede non è più fede. Sembra la “mia” fede, ma diverrà presto ciò che è fin dall’inizio: un aborto, un mero sentimento interiore di apertura all’Assoluto, ma non fede. È proprio la dimensione materna della mediazione mariana ed ecclesiale che assicura la Chiesa stessa e i singoli credenti sul fatto che la propria fede è un dono. Lo diciamo anche nel vivere comune, pensando alla nostra esistenze umana: la Mamma è una sola. È evidente: io esisto perché qualcuno mi ha generato e mi ha dato alla luce. Lo stesso nella vita della fede (lo vedevamo il primo giorno della Novena) la Madonna ci ha generati alla fede e la Chiesa (Vergine e Madre) ci ha generato alla fede. L’espressione tanto diffusa “Credo in Dio, ma non nella Chiesa” vuol dire semplicemente… non credere nel Dio cristiano. Già il grande vescovo e martire Cipriano di Cartagine diceva, alla metà del terzo secolo: “non può avere Dio per Padre chi non ha la Chiesa per Madre”[6]. Aggiungiamo che è un’illusione amara pensare di poter esistere, di poter essere venuti al mondo della fede… da soli.
Perché questa illusione è particolarmente viva oggi? Certamente i motivi sono tanti. Ma mi piace sottolinearne uno che mette in luce l’allora Card. Ratzinger: siamo in una epoca di grande attivismo. “Perché nel nostro modo di pensare vale ancora solo il principio del maschio: fare, produrre, pianificare il mondo e semmai fabbricarlo di nuovo da sé, senza dover niente a nessuno, ma facendo affidamento solo sulle proprie risorse. Non a caso, credo, con la nostra mentalità maschilista abbiamo sempre più separato Cristo dalla madre, senza renderci conto che Maria, come sua madre, potrebbe significare qualcosa per la teologia e per la fede. Tutto il nostro modo di rapportarci alla Chiesa parte perciò da un modo errato di pensare. La consideriamo quasi come un prodotto tecnico…”[7]. Ma se è così, un prodotto tecnico vale l’altro. E perché mai una certa scelta potrebbe essere migliore della mia idea? Di conseguenza è difficile aprirsi alla fede, abbandonarsi all’accoglienza di un dono che ci precede.
Invece il principio mariano femminile e materno è quello dell’ascolto, dell’accoglienza, di quel “farsi terreno” di cui parlavamo qualche giorno fa. È questo che assicura il fatto che ciascuno di noi… si ricordi che la vita di fede è grazia.
Maria, la piena di grazia, è chiamata a dare il suo assenso, di cui Dio, paradossalmente, ma realmente, ha bisogno per i suoi progetti. Ma Ella è serva del Signore non in modo passivo… Continua il Papa, nello stesso libro appena citato: “Dio richiede il sì dell’uomo. Egli non ne dispone semplicemente con un atto del suo potere. Egli si è creato nell’uomo un interlocutore libero, e ora ha bisogno della libertà della creatura perché possa divenire realtà il suo regno, fondato non su un potere esteriore, ma sulla libertà”[8]. Dunque la necessaria dimensione dell’apertura al dono ricevuto, il riconoscersi parte di un “noi” più ampio, non esclude, ma al contrario esalta la nostra libertà, e la porta al suo compimento naturale che è l’amore.
Il secondo punto è la santità della Chiesa. Il parallelo Maria – Chiesa ci dice che “ciò che la Chiesa è e deve essere, lo viene a conoscere concretamente guardando a Maria. Essa è il suo specchio, la misura perfetta del suo essere, perché essa è totalmente su misura di Cristo e di Dio, da Lui totalmente abitata”[9]. Ma allora diciamo anche oggi con forza, in questa festa: la Chiesa è santa!, Credo la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica. Dice il Catechismo: “Noi crediamo che la Chiesa (…) è indefettibilmente santa. (…) La Chiesa, unita a Cristo, da lui è santificata, per mezzo di lui diventa anche santificante”[10]. Allo stesso tempo, dobbiamo riconoscere con chiarezza il nostro peccato. “La Chiesa già sulla terra è adornata di una santità vera, anche se imperfetta. Nei suoi membri la santità perfetta deve ancora essere raggiunta. (…). Mentre Cristo, santo, innocente, immacolato, non conobbe il peccato, ma venne allo scopo di espiare i soli peccati del popolo, la Chiesa che comprende nel suo seno i peccatori, santa e insieme sempre bisognosa di purificazione, incessantemente si applica alla penitenza e al suo rinnovamento”[11]. La Chiesa è santa in quanto tale, ma è fatta di peccatori. Questo sarebbe un vuoto gioco di parole, se non ci fosse la festa di domani. Lapidariamente il Catechismo lo annota: “Mentre la Chiesa ha già raggiunto nella beatissima Vergine la perfezione che la rende senza macchia e senza ruga, i fedeli si sforzano ancora di crescere nella santità debellando il peccato; e per questo innalzano gli occhi a Maria: in lei la Chiesa è già la tutta santa”[12].
Il nostro atteggiamento sia quindi quello di amare la Chiesa appassionatamente, e difendere la Chiesa. Il male va estirpato, innanzi tutto dal nostro cuore. E quando vi sono episodi in cui il male è in maniera evidente compiuto da ministri, dobbiamo saper riparare, e sostenere i Pastori nel loro difficile ma necessario compito di estirpare il male per il bene del popolo e della Chiesa intera. Preghiamo ogni giorno per il Papa, per il nostro Arcivescovo, per tutti i Vescovi e i sacerdoti del mondo intero. I problemi reali che ci sono non si risolvono con la mormorazione o con la critica, ma con la santità personale e la preghiera. E se notiamo segni di crisi nella Chiesa (come sbandamenti di qualcuno, errori, difetti), rispondiamo con la preghiera e con la speranza.
Nel 1971 san Josemaría, Fondatore dell’Opus Dei, stava trascorrendo qualche settimana d’estate a Caglio, nel triangolo lariano, nel territorio della nostra Arcidiocesi. Di tanto in tanto da Milano lo andavano a trovare per portargli notizie e comunicazioni, e per ascoltare i suoi consigli. In una di queste occasioni coloro che si stavano recando in visita da lui, vennero sorpresi da un temporale estivo, improvviso. Arrivati a destinazione il Fondatore dell’Opus Dei era vistosamente mortificato dal fatto che avessero dovuto viaggiare con la pioggia che in quel momento durava ancora intensa. Entrati in casa si misero a prendere un tè. Dopo qualche tempo, dato che la finestra del soggiorno dove stavano dava a ovest, improvvisamente il sole, che calava all’orizzonte, raggiunto un tratto di cielo senza nubi, illuminò improvvisamente la stanza dove stavano. San Josemaría esclamò: “Che bello, il sole!”. E mentre chi lo ascoltava stava considerando ammirato il commento sulla bellezza di un fenomeno naturale, il santo aggiunse: “Così sarà nella Chiesa: improvvisamente, dopo questo momento di buio, tornerà a brillare il sole”.
Anche se ci sembra che le tenebre avvolgano la vita nostra e quella della Chiesa, non cediamo mai alla tentazione di permettere che vacilli la nostra fede. Il sole tornerà a brillare e brilla già sopra le nubi, per quanto dense possano apparire. La Chiesa è già santa. E questa santità è reale grazie a Maria Santissima. Ella è l’Immacolata, la tota pulchra, Colei che davvero, nonostante tutte le nostre brutture, rende bella la Chiesa.
Mater Ecclesiae, Tota Pulchra, ora pro nobis.
Amen.



[1]Ef 1, 4 (II Lettura).
[2]Commento al Vangelo di san Luca, II, 7.
[3]Cfr. Isacco della Stella, Sermo 51 in Assumptione Beatae Mariae Virginis (PL 15, 1565).
[4]Alla scoperta del Dio vicino, n. 7. Idee simili in Benedetto XVI, Porta fidei, n. 10.
[5]J, Ratzinger, Maria Chiesa nascente, San Paolo, Cinisello Balsamo 1998, p. 46.
[6]De Ecclesiae catholicae unitate, n. 6.
[7]J. Ratzinger, op. cit., p. 7 – 8.
[8]Ivi, p. 76.
[9]Ivi, p. 55.
[10]Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 823 – 824.
[11]Ivi, nn. 825, 827.
[12]Ivi, n. 829.
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LA SANTISSIMA TRINITA’ E LE PERSONE CHE CI STANNO ACCANTO. Due pensieri di don Valentino Guglielmi

Duccio di Buoninsegna,Preghiera sul monte degli ulivi,Duomo Siena

Come scolpiti nella roccia. I pensieri di don Valentino. Ne prendo altri due dalla raccolta pro manuscripto TI AMO. Dio sembra lontano eppure è vicino. Le persone divine che vorremmo conoscere sempre meglio e distinguere, e conversare con loro. Come fare? Sorprendendoci come sempre don Valentino ci svela un nesso molto più profondo di quello che penseremmo tra la conoscenza e il conversare nostro con le persone che abbiamo accanto e l’impresa ardua ma a portata di mano di entrare in conversazione e in intimità con la Trinità di Dio


SS. TRINITA’
04. 08. 08
Puoi cercare Dio attraverso la parola natura, che equivale ad essenza o idea.
E’ una ricerca di tipo razionalista che ti porta a ridurre Dio entro i confini dei tuoi pensieri.
E puoi cercarlo attraverso la parola persona.
Sai che sono tre persone uguali distinte convergenti nell’unica natura divina.
Sembra peggio che andar di notte.

Resta però una risorsa inesauribile: cercare di percorrere la via che possa introdurti al cuore delle persone che conosci.
Cercherai di imparare ciascuna persona là dove è unica, indivisibile, incomunicabile e vive la solitudine esistenziale. Conoscerai anime che non sono la tua ed hanno spessore esistenziale pari al tuo.
Là potrai trovare la novità perenne capace di allargarti il cuore e quindi farti fare qualche passo verso Dio.
  
CONVERSARE
04. 08 09 
Conversare: versare te stesso nel cuore della persona che ti attende e permettere che la persona si lasci traboccare in te. E’ il cammino della carità: diventare la persona che ami e permettere che essa diventi te attraverso la reciproca conoscenza.
Nella SS. Trinità il Padre si versa totalmente nel Figlio con perfetta sovrapposizione. La divina conversazione è lo Spirito Santo.
Conviene, come hanno fatto  gli apostoli, spiare la preghiera di Gesù.  
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IL SALE DEL CRISTIANESIMO FA RISALTARE L’ORIGINALITÀ’ DI CIASCUNO, COME SUCCEDE CON IL CIBO.

Omelia di Papa Francesco del 23 maggio 2013 nella cappella della casa santa Marta.
Ricostruita con le citazioni riportate da Radio Vaticana e dell’Osservatore Romano. Ci possono essere delle imprecisioni, ma mi pare bello poter leggere le parole di seguito, senza commenti, pur sapendo che non sono state riviste dall’autore e derivano dalle registrazioni o appunti dei giornalisti presenti.



Dal Vangelo secondo Marco:

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: “Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa. Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto
meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel
mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare
nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel
fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio
per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato
nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio
per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere
gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue.
Ognuno infatti sarà salato con il fuoco. Buona cosa è il sale; ma se il sale diventa
insipido, con che cosa gli darete sapore? Abbiate sale in voi stessi e siate in pace gli
uni con gli altri». (Mc 9,41-50)


 

Buona cosa è il sale. Una cosa buona che il Signore ha creato, ma se il sale diventa insipido con che cosa darete sapore? Che cos’è il sale nella vita di un cristiano, quale sale ci ha donato Gesù? Il sale che ci dà il Signore è il sale della fede, della speranza e della carità. Ma dobbiamo stare attenti che questo sale, che ci è dato dalla certezza che Gesù è morto e risorto per salvarci, non divenga insipido, che non perda la sua forza. Questo sale, non è per conservarlo, perché se il sale si conserva in una bottiglietta non fa niente, non serve. Il sale ha senso quando si dà per insaporire le cose. Anche penso che il sale conservato nella bottiglietta, con l’umidità, perde forza e non serve. Il sale che noi abbiamo ricevuto è per darlo, è per insaporire, è per offrirlo. Al contrario diventa insipido e non serve.

Dobbiamo chiedere al Signore di non diventare cristiani col sale insipido, col sale chiuso nella bottiglietta. Ma il sale ha anche un’altra particolarità: quando il sale si usa bene, non si sente il gusto del sale, il sapore del sale… Non si sente! Si sente il sapore di ogni pasto: il sale aiuta che il sapore di quel pasto sia più buono, sia più conservato ma più buono, più saporito. Questa è la originalità cristiana!”. “Quando noi annunziamo la fede, con questo sale quelli che ricevono l’annunzio, lo ricevono secondo la propria peculiarità, come per i pasti. E così ciascuno con la propria peculiarità riceve il sale e diventa più buono. La originalità cristiana non è una uniformità! Prende ciascuno come è, con la sua personalità, con le sue caratteristiche, con la sua cultura e lo lascia con quello, perché è una ricchezza. Ma gli dà qualcosa di più: gli dà il sapore! Questa originalità cristiana è tanto bella, perché quando noi vogliamo fare una uniformità – tutti siano salati allo stesso modo – le cose saranno come quando la donna butta troppo sale e si sente soltanto il gusto del sale e non il gusto di quel pasto saporito con il sale. L’originalità cristiana è proprio questo: ciascuno è come è, con i doni che il Signore gli ha dato. Ciascuno è distinto dall’altro, dunque il sale cristiano è quello che fa vedere proprio le qualità di ciascuno.

Questo è il sale che dobbiamo dare. Un sale che non è per conservarlo, è per darlo. E questo significa un po’ di trascendenza: uscire col messaggio, uscire con questa ricchezza che noi abbiamo del sale e darlo agli altri. D’altro canto ci sono due “uscite” affinché questo sale non si rovini, che devono andare insieme Prima di tutto darlo, al servizio dei pasti, al servizio degli altri, al servizio delle persone. Si tratta del sale della fede, della speranza e della carità: darlo, darlo, darlo! Secondo: la trascendenza verso l’autore del sale, il creatore quello che fa il sale. Il sale non si conserva soltanto dandolo nella predicazione ma ha bisogno anche dell’altra trascendenza, della preghiera, della adorazione. E così il sale si conserva, non perde il suo sapore. Con l’adorazione del Signore io trascendo da me stesso al Signore e con l’annunzio evangelico io vado fuori da me stesso per dare il messaggio. Ma se noi non facciamo questo – queste due cose, queste due trascendenze per dare il sale – il sale rimarrà nella bottiglietta e noi diventeremo cristiani da museo. Possiamo far vedere il sale: questo è il mio sale. Ma che bello che è! Questo è il sale che ho ricevuto nel Battesimo, questo è quello che ho ricevuto nella Cresima, questo è quello che ho ricevuto nella catechesi… Ma guardate: cristiani da museo! Un sale senza sapore, un sale che non fa niente!”.

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SI, SIGNORE ECCOMI TUO PRETE PER IL BENE DELLA CHIESA. Omelia di don Pietro Pasqualotto nella sua prima Messa

Duomo di Legnago

Conobbi don Pietro a Verona, quando ero cappellano del Collegio Pontenavi. Allora era impegnato nel suo lavoro professionale. Più tardi lo ritrovai felice seminarista in alcuni degli incontri estivi per seminaristi organizzati da Iniziative Culturali Sacerdotali. E’ valsa la pena fare un viaggio da Milano a Legnago per concelebrare nella sua prima Messa. ho rivisto amici sacerdoti e seminaristi. Ho respirato il  clima di una comunità viva e piena di allegria, di gioia soprannaturale, per il dono di una vocazione sacerdotale in mezzo a loro, arrivata forse quando più non se l’aspettavano: oggi ha quarantacinque anni. Il parroco ha citato Papa Francesco e le sue ormai celebri parole del giovedì santo ai sacerdoti:  “questo io vi chiedo: siate pastori con “l’odore delle pecore”, che si senta quello -… pastori in mezzo al proprio gregge e pescatori di uomini. È vero che la cosiddetta crisi di identità sacerdotale ci minaccia tutti e si somma ad una crisi di civiltà; però, se sappiamo infrangere la sua onda, noi potremo prendere il largo nel nome del Signore e gettare le reti“. Poi è cominciata la messa dell’Ascensione del Signore. Abbiamo letto il racconto degli Atti degli apostoli, e da lì Pietro a preso le mosse per la sua prima omelia, scritta di getto, che riporto. Fate attenzione alla seconda parte, la sua preghiera per il ministero sacerdotale che comincia. Era il 12 maggio 2013.

«Fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi… Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo» (At 1, 9. 11).
Non deve essere stato facile per gli apostoli adattarsi alla dipartita, definitiva, di Gesù. Già avevano sperimentato cosa volesse dire ri­manere delusi perché il loro amico era finito sulla croce e una pie­tra era stata rotolata davanti al sepolcro.
Cosa pensare? Che ormai tutto era finito!

E pensare che in lui avevano riposto tante speranze. «Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute» (Lc 24, 21).
Poi, quelle voci che hanno cominciato a diffondersi per mezzo delle donne accorse al sepolcro di buon mattino e loro stessi che andan­do a quella tomba l’avevano trovata vuota.
Cosa stava succedendo? A qualcuno saranno sicuramente tornate alla memoria quelle parole incomprensibili: «Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno» (Lc 9, 22). 
Poveri uomini!! Fa tenerezza pensare che dentro di loro ci sia un misto di rabbia, delusione ma anche di debole speranza. Lo straor­dinario Pietro, con la sua irruenza e anche la sua ingenuità, lo im­magino con gli occhi che sembrano guardare nel vuoto, ma in real­tà sfidano e oltrepassano le porte chiuse di quel luogo dove erano riuniti per timore e non è convinto che tutto sia finito nel nulla. No, il maestro non può averli abbandonati.
Ed ecco che la sera di quello stesso giorno «Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: “Perché siete turbati, e perché sor­gono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono pro­prio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come ve­dete che io ho» (Lc 24, 36-39).
Eh già, Lui non è un fantasma, non è un ricordo.
Cristo è il vivente, il nostro Redentore e noi di questo dobbiamo gioire.
La fede è gioia!
La fede è speranza!
Questo è il senso della solennità che celebriamo oggi: un Dio che si innalza, che si sottrae al nostro sguardo ma che non si allontana. È il Dio con noi. Per sempre. Nonostante tutto e tutti.
Come non essere felici! Come non esprimere la nostra lode!
La fede è certezza che Lui è con noi tutti i giorni, fino alla fine del mondo (cf Mt 28, 20). Ecco perché la gioia ha preso il posto della delusione. Quegli apostoli, dopo averlo guardato salire in cielo se ne tornano a Gerusalemme contenti di lodare Dio nel tempio (cfr Lc 24, 53).
In loro c’è gioia per l’avventura stupenda della Chiesa che inizia, anche se non se sono consapevoli.
Nel cenacolo, pieni di timore, mentre attendono la venuta dello Spirito Santo, quei dodici sono la Chiesa.
Con la forza del Paraclito, che fa dire all’apostolo Pietro: «Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni»(At 2, 32) quei dodici, ritenuti ubriachi (cf At 2, 13), sono la Chiesa.
Noi, qui riuniti attorno all’altare, siamo la Chiesa.
Noi siamo i testimoni!
Noi, che non veniamo più chiamati servi ma amici, perché tutto ciò che Egli ha udito dal Padre ce l’ha fatto conoscere (cf Gv 15, 15). Nel suo esordio, l’evangelista Luca, lo abbiamo sentito proclamare nella prima lettura, si rivolge a Teofilo. Chi è costui!?
L’amico di Dio, ossia ognuno di noi, ai quali è data la grazia di fare esperienza di quel «Gesù di Nazareth, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui» (At 10, 38).
Voi siete testimoni! Io sono testimone! Con la mia storia, la mia vocazione, che mi ha fatto giungere fino a questo giorno.
Si, Signore, eccomi tuo prete per il bene della Chiesa.
Non per me ma, come dice S. Agostino, per pascere il gregge. Quale responsabilità affidi a queste povere spalle, quale peso a questo debole cuore.
Grazie per la tua fiducia.
Oggi sono qui non solo per esercitare un ministero liturgico ma per testimoniare che se sono prete è perché tu hai bisogno di incontrare gli uomini e ti servi anche di me che per primo sono stato incontrato da te. Questo nostro mondo, questo uomo del XXI’ secolo che sembra tanto forte ed autonomo ma al contempo è debole e bisognoso di tutto, ha primariamente fame e sete di te perché tu sei il senso e la ragione della vita.
Aiutami ad incontrarti ogni giorno nella tua Parola, nell’Eucaristia, nella preghiera per farti incontrare gli uomini, per rivolgere loro una parola, per usare misericordia, per asciugare una lacrima, per condividere una gioia, per partecipare di un silenzio che a volte è più efficace di mille parole.
Usa le mie mani, la mia voce, i miei piedi, la mia mente, il mio cuore, perché non mi appartengono ma ti appartengono per sempre, e rivelati in tutta la tua potenza e bontà.
Verranno, lo so che verranno, anche i giorni dello sconforto, della delusione, della paura, dell’apatia, dell’aridità spirituale. Sorgerà allora sulle labbra il grido del salmo:
«Perché, Signore, stai lontano, nel tempo dell’angoscia ti nascondi?» (Salmo 9B) «Fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi? Fino a quando mi nasconderai il tuo volto?Fino a quando nell’anima mia proverò affanni, tristezza nel cuore ogni momento?» (Salmo 12)
Donami grazia di ricorrere comunque a te, perché come tante volte ho sperimentato ancora sperimenterò:
«Nell’angoscia ho gridato al Signore, mi ha risposto, il Signore, e mi ha tratto in salvo.» (Salmo 117) «Nel mio affanno invocai il Signore, nell’angoscia gridai al mio Dio: dal suo tempio ascoltò la mia voce,al suo orecchio pervenne il mio grido.» (Salmo 17)
Chiamato a donare il tuo perdono, fammi ricorrere con frequenza alla fonte della riconciliazione. Che io ami sempre la tua Chiesa e sappia servirla anche attraverso l’opera di discernimento se sul mio cammino incontrerò persone su cui si è posato il tuo sguardo di preferenziale amore. Signore, oggi con il cuore che trabocca di gioia desidero elevare a te la mia lode e il mio ringraziamento, non da solo, ma con questa cara comunità di Legnago, con quanti condividono con me questo momento di grazia, soprattutto con chi vive il dolore, la fatica, il buio.
Maria, madre Immacolata, San Giuseppe, padre e signore mio, angelo mio custode intercedete per me. Amen
La celebrazione è proseguita intensa e raccolta, canti ben preparati di due cori, scambio della pace. Eucaristia. Poi il ringraziamento eucaristico, sulle note di un canto con parole del curato d’Ars. Il momento dei ringraziamenti. Il vescovo, il seminario, i parroci, gli amici preti. La mamma, dal cielo. il papà, la sorella Elena con il marito Sergio, le cinque nipotine. I colleghi del lavoro, che ha lasciato e che gli piaceva. Due mazzi di fiori, per la festa della mamma: uno per la Madonna: loportano le nipotine; l’altro per la sorella Elena, visto che la mamma osserva dal cielo. A quel punto il parroco ha invitato don Giuseppe, il suo predecessore, che aveva conosciuto Pietro anche da giovane, a Saguinetto, a dire qualche parola. Dice che la vocazione di Pietro gli ricorda che è Dio che fa la Chiesa! E al termine del suo discorso, che sembrava improvvisato, estrae un foglietto, dice a Pietro che gli faranno piacere, a lui che segue lo spirito di san Josemarìa Escrivà, alcune parole di quel santo sacerdote, e legge: “Devi essere, come figlio di Dio e con la sua grazia, uomo di desideri e di opere. – Non siamo piante di serra. Viviamo n mezzo al mondo, e dobbiamo stare esposti a tutti i venti, al caldo e al freddo, alla pioggia e ai cicloni…ma fedeli a Dio e alla sua Chiesa.” Benedizione finale del prete novello. Saluto di tutti i presenti. Riso alla pilota per tutti nei locali parrocchiali e festa. Molte risate.Ringrazio Dio per la sua Chiesa e il dono del sacerdozio, per la sua vocazione che arriva quando e come vuole lui. Guidava la cerimonia Mattia, che volle fortemente entrare in seminario a undici anni, e insistette coni suoi genitori: l’anno prossimo sarà diacono. Quando, come e chi vuole Dio.