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TUTTI FURONO COLMATI DI SPIRITO SANTO. Meditiamo il racconto degli Atti degli Apostoli

Duccio di Buoninsegna, la Pentecoste

Nella messa della solennità della Pentecoste si legge il brano degli Atti degli apostoli che narra ciò che accadde quel giorno, nel cenacolo, come furono in vestiti di potenza dall’alto. Ripropongo quelle parole e l’inizio del discorso di Pietro, che non si legge nella messa di Pentecoste,  con il commento e le preghiere conclusive, preparati per il libro CONTEMPLARE CRISTO CON GLI OCCHI DI MARIA. I misteri del rosario meditati.(Paoline, 2010), dove si possono trovare altre schede di contemplazione del mistero.
Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.  (At 2, 1-4)
Gesù ha mantenuto la promessa, ha mandato lo Spirito Santo a riempire di fede e di vita la sua Chiesa. Questa visita è attesa e implorata, eppure avviene improvvisa.
Lo Spirito è impetuoso e duttile come il vento. E’ illuminante e riscalda e purifica come il fuoco. Non rimane in superficie. Riempie i cuori e le anime delle persone. La loro bocca, che parla secondo il cuore, esprime l’inesprimibile, e ciò che è destinato a tutte le creature, di ogni lingua.
O Dio che ci hai visitati con il tuo Spirito di fuoco e vento impetuoso mentre pregavamo con Maria nel Cenacolo insieme agli apostoli, vieni anche oggi a visitarci, e brucia le nostre esitazioni.

Le grandi opere di Dio
Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle
nostre lingue delle grandi opere di Dio». Tutti erano stupefatti e perplessi, e si chiedevano l’un l’altro: «Che cosa significa questo?». (At 2, 5-12)
Lo Spirito che Gesù ha mandato è per tutte le genti e riesce a parlare in tutti i cuori ed in tutte le culture. Quel giorno accade in modo straordinario ciò che avverrà nella Chiesa lungo i secoli: gli apostoli devono parlare a gente di tutto il mondo. Il messaggio di salvezza di Cristo è universale. La Chiesa piena di Spirito Santo è l’anti-Babele, dove la varietà di lingue non ostacola la comprensione, é costruita per la gloria di Dio e non per l’orgoglio dell’uomo, e davvero ci porta in cielo, ed è  luogo in cui regnano l’unità e la comprensione. Se siamo pieni di Spirito Santo. Se corrispondiamo alle chiamate di Dio. Se Maria ci accompagna con la sua preghiera.
O Dio che per mezzo del tuo Figlio Gesù ci hai inviato la forza del tuo Spirito, ti ringraziamo dei tuoi doni, e ti loderemo per sempre per le tue meraviglie.
Pietro parlò a voce alta
Altri invece li deridevano e dicevano: «Si sono ubriacati di vino dolce». Allora Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò a loro così: «Uomini di Giudea, e voi tutti abitanti di Gerusalemme, vi sia noto questo e fate attenzione alle mie parole. Questi uomini non sono ubriachi, come voi supponete: sono infatti le nove del mattino; accade invece quello che fu detto per mezzo del profeta Gioele:
Avverrà: negli ultimi giorni – dice Dio –
su tutti effonderò il mio Spirito;
i vostri figli e le vostre figlie profeteranno,
i vostri giovani avranno visioni
e i vostri anziani faranno sogni.
E anche sui miei servi e sulle mie serve
in quei giorni effonderò il mio Spirito
ed essi profeteranno.
 (At 2, 14-18)
Ascoltano gli apostoli in tutte le lingue, ma ascoltano le stesse cose, ciascuno con la propria personalità, parlano delle meraviglie che Dio ha fatto. Gli apostoli sono tutti uniti a Pietro, che al momento opportuno prende la parola per chiarire a tutti quale sia il significato divino di ciò che sta succedendo, e realizza così il primo pronunciamento solenne del suo magistero di guida per tutta la Chiesa, in unione con gli undici, il collegio degli apostoli. Come è diverso dal Pietro della notte del Getsèmani, di appena cinquantuno giorni prima! In mezzo c’è stato il suo pentimento, il mistero pasquale, l’invito di Gesù ad amarlo nel pascere le sue pecorelle, e la forza invisibile dall’alto della Pentecoste. E dieci giorni  con Maria, il suo incoraggiamento, le sue parole e il  suo sorriso.
O Dio Spirito Santo che hai riempito di luce interiore, di fortezza e di coraggio Pietro e gli apostoli, riempi noi tuoi figli e tue figlie dei tuoi doni, affinché possiamo parlare in tuo nome per il bene della Chiesa e del mondo.
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LO SPIRITO SANTO E LA GRAZIA. Come un caffè in canonica

Foto di Sofia Mardegan Photographer (Facebook)

I brani di don Valentino Guglielmi che sto postando sul blog (se riesco potrebbero essere uno ogni venerdì) erano stati da lui pubblicati pro manuscripto in un libretto che aveva intitolato TI AMO, e che offriva a piene mani a chi glielo chiedeva, insieme a un altro libretto RACCONTARE L’AMORE. Quando, di passaggio da Milano a Verona, lo andavo a salutare nella canonica di san Eufemia, (ma la stessa cosa succedeva nella canonica di Marzana, di Zevio, di San Pietro di Lavagno) puntualmente mi offriva un caffè, che era difficile rifiutare, e mentre lo preparava mi arricchiva della sua saggezza filosofica, spirituale, intrisa di esperienza contadina della terra e del suo modo di dare frutti o di non darli, buoni o meno buoni, zucche un po’ vuote o viti generose. Metafore che applicava volentieri alla vita, all’educazione, alla maturazione delle anime. Me ne andavo denso di riflessioni che ribaltavano il mio punto di vista, e le mani piene di questi libretti , che poi scomparivano velocemente, come l’acqua che disseta la terra, appena tornavo al mio lavoro pastorale. Infatti li ho finiti,  da tempo. A pochi giorni dalla Pentecoste vi offro questo brevissimo aforisma sullo Spirito Santo e la grazia. Come un caffè, nella cucina della sua canonica.
LO SPIRITO SANTO 
Dicono che è la dimensione femminile di Dio.
La sua presenza si chiama grazia.
La parola graziadice almeno un paio di cose: anzitutto significa dono totalmente gratuito non meritabile né pagabile e quindi tale da proporre gratitudine sorridente e libera.
In secondo luogo dice delicatezza, finezza, amabilità, non forzatura. La grazia dello Spirito Santo guida la persona a cercare gli occhi di Gesù Cristo con la convinzione di essere interessante per essi. Insegna poi a presentarsi a Dio Padre con la fiducia e la semplicità dei figli piccoli.
Infine lo Spirito Santo lascia alla persona di cui si occupa la convinzione di essere lei brava nel conseguire i successi a cui l’ha avviata. 

13 ottobre 2004
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LA TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE: AUDIO MP3 SUL QUARTO MISTERO DELLA LUCE

Giov.Bellini,Trasfigurazione (1479), Museo Naz. Capodimonte

Il 14 marzo 2013 sono intervenuto a Radio Maria sul quarto mistero luminoso del Santo Rosario: la Trasfigurazione del Signore.

Sono partito come altre volte da quanto ho scritto nel libro sui misteri del Rosario: CONTEMPLARE CRISTO CON GLI OCCHI DII MARIA. Era il giorno successivo all’elezione di Papa Francesco. Ho avuto la possibilità di esprimere in diretta i sentimenti miei e di tantissimi nella Chiesa e nel mondo. Il mistero della Trasfigurazione si prestava molto a contemplare anche, alla luce del vangelo, i fatti mirabili che illuminavano la Chiesa in quei giorni: l’addio santo ed eroico di Benedetto XVI intriso di amore soprannaturale per la Chiesa, e le prime parole di Papa Francesco dalla loggia di san Pietro, il 13 marzo la sera della sua elezione.

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CERCA LA PERSONA LA’ DOVE E’ UNICA E SOLA. Di don Valentino Guglielmi

Milano in bianco e nero, foto di Sofia Mardegan

Ho sentito dire che una persona che partecipava alle catechesi familiari di don Valentino Guglielmi, in una delle parrocchie che ha servito come parroco nel veronese, dice: veniva voglia, al termine di correre a dire a tutti quello che avevamo ascoltato e scoperto. Nel leggere questi suoi scritti inediti cogliamo qualcosa di quello che doveva essere il clima di quelle catechesi. Don Valentino intitolò il brano che pubblico, come sempre denso e penetrante, “Accademia”, forse intendendo che quei dottori di cui parla, che fanno teorie sulle persone e sulla loro educazione devono fare altre scoperte, come quelle della trascendenza e unicità della persona. Solo dopo potranno educare. Ma come vedete le mie parole, forse, rovinano tutto. Scheda del 26 gennaio 2005.

Sembra che il dottore, impegnato nelle sue ricerche, debba portare il suo tassello da collocare nel grande mosaico dell’iperuranio, un cielo teoretico, fatto di cartone, le cui stelle orientino la bussola dei naviganti. Taluni dottori non si accontentano di portare il loro tassello, pretendono di rifare tutto il cielo e ovviamente litigano tra di loro.
La prospettiva non è priva di fascino e però nasconde un veleno molto insidioso. Soggioga le persone dividendole in superiori e sudditi, genera l’idealismo di tipo neo platonico o averroistico, il quale trascura l’intelligenza dei singoli e, privilegiando una sorta di intelletto collettivo, misconosce la libertà personale.

Si dice: “dare formazione alle persone” e si decide quando questa o quella sia formata. Le persone non vanno formate, dal momento che ciascuna di esse è unica. Vanno amate ed aiutate a germogliare e a svilupparsi secondo la  loro unicità. L’attenzione, che io rivolgo alla persona che mi parla, me ne fa vedere la trascendenza, cioè l’inconfondibilità e la solitudine. Quando vedo questo, senza bisogno che me lo proponga espressamente, saprò trattarla in modo tale da darle sicurezza. Le sarò di aiuto ad uscire dalle sue esitazioni realizzando così il miglior servizio della carità.
La persona, in quanto soggetto trans oggettivo, è unica e sola. Vuol dire che trascende la sua natura e il suo stesso atto di essere, trascende pure la sua famiglia di appartenenza e la categoria sociale e  culturale, nella quale vive, e ti manda direttamente e immediatamente a Dio. Si tratta di vedere la sua contiguità con Dio, di accorgersi che il suo valore è dato dall’essere in atto o almeno in potenza partner di Dio. Per questo solo Dio è capace di farti vedere la trascendenza della sua creatura se ti trattieni in conversazione con lui.
Il miglior servizio che puoi offrire ad una persona è esattamente questo: cercarla là dove è unica e sola. Questo esercizio, quando ti ci impegni, ti fa emergere dalla tua mediocrità e ti fa sperimentare il brivido di accorgerti che tu pure sei unico e solo.  
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LA MADONNA E LA VITA ORDINARIA

Esteban Murillo, Sacra Famiglia

Omelia di don Matteo Fabbri. Martedì 4 dicembre, feria d’Avvento. Novena all’Immacolata, Duomo di Milano 2012
“Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”[1].  Queste parole dure di Gesù sono rivolte, come abbiamo sentito ai farisei, che rinfacciano ai suoi discepoli di non seguire la tradizione. Prima di citare questo oracolo profetico contro i suoi avversari, il Signore rinfaccia loro a sua volta di non osservare un comandamento molto quotidiano: “Onora il padre e la madre”. Il comportamento stigmatizzato dal Maestro si rifugiava dietro un formale compimento della tradizione degli antichi trascurando le esigenze più evidenti della vita quotidiana.
All’interno della nostra Novena possiamo trarre spunto da questa disputa, per comprendere che la chiamata che il Signore rivolge a tutti noi, la chiamata a vivere una fede coerente, profonda, personale, animata, come vedevamo ieri, da un dialogo vivo con Gesù nella preghiera personale, va vissuta nella vita ordinaria. Troppe volte cadiamo nella tentazione di considerare la santità come privilegio di alcuni e soprattutto come appannaggio esclusivo di sacerdoti e religiosi, mentre la vita normale di un padre o una madre di famiglia, di un professionista, di una studentessa, sarebbe qualcosa in fondo di estraneo alle attenzioni di Cristo. Per meglio dire, viviamo a volte come se la nostra condizione di laici cristiani, di cittadini impegnati in mille doveri professionali, familiari, sociali, fosse se non proprio un ostacolo alla santità, almeno una condizione alla quale “adattare” una spiritualità di stampo religioso. Di conseguenza le pratiche di pietà, la vita interiore risulta spesso artificialmente giustapposta alla vita di tutti i giorni. Ci si costringe così ad una sorta di ridimensionamento dell’ideale della santità. Lo si desidererebbe, ma non si va oltre una sorta di rimpianto. In questo modo il nostro cuore si troverebbe lacerato, diviso, tra la nostalgia di Dio e una pratica incapacità di raggiungerlo nelle circostanze concrete dell’esistenza. Che bello – dicevamo ieri – pregare, trasformare la nostra vita in dialogo con Dio, ma come può questo innervare la vita di una casalinga, o di una madre di bimbi piccoli? Come fare quando si tratta di dividere il proprio tempo tra un lavoro (comunque necessario perché il solo stipendio del marito è insufficiente) e le esigenze di accudire i bambini che vogliono stare con la Mamma? Come trovare il tempo per la preghiera? Come vincere la naturale tendenza alla accelerazione e al nervosismo, che sembra impadronirsi di noi?
Anche la vita di un professionista non appare più semplice: di fronte alle responsabilità del lavoro e alle pressanti scadenze, dove ritagliare qualche momento per recarsi alla S. Messa? Come contemperare le esigenze della professionalità (se non addirittura la prudenza di chi si sa circondato da “squali”) con la carità cristiana?
Non sono domande facili. Ma no lo sono non tanto perché non esistono ricette preconfezionate, ma soprattutto perché tali domande sembrano rintuzzare nel mondo delle chimere i nostri ideali di santità, che pure ci hanno affascinato.
Ancora una volta possiamo volgere il nostro sguardo a Maria Santissima. La sua vita è una vita normale, ordinaria, nascosta, silenziosa. Non è una vita in cui si trovano manifestazioni straordinarie. Eppure è proprio la Sua vicinanza al Figlio divino che la conduce attraverso una crescita progressiva in santità e grazia. Il Beato J. H. Newman, commentando la litania speculum iustitiae, scrive: le persone che si amano “col passare del tempo acquistano una rassomiglianza sorprendente e sempre più accentuata. Tutti possiamo costatare questo fatto. Nell’espressione dei lineamenti, nel timbro della voce, nel modo di camminare e di parlare, anche nella scrittura, divengono simili gli uni agli altri (…) Ora, consideriamo che Maria amò il suo Figlio Divino con un amore ineffabile, e pensiamo anche che lo ebbe tutto per sé per più di trent’anni. Comprenderemo subito che, come fu piena di grazia pria di concepirlo nel seno, così deve aver acquistato una santità altissima, incomprensibile, dopo aver vissuto così vicino a Dio (…). Con ragione quindi Maria è Speculum iustitiae: lo specchio della perfezione divina”[2]. Perfezione divina vissuta e rispecchiata dalla Madonna nella vita quotidiana, normale, ordinaria, comune. Il Pontefice, al termine del suo libro sull’infanzia di Gesù descrive, come peraltro fa lo stesso Vangelo, in poche pennellate la c.d. vita nascosta, in cui il Figlio di Dio Incarnato “ritorna alla situazione normale della sua famiglia, nell’umiltà della vita semplice e nell’obbedienza verso i suoi genitori terreni”[3]. Gesù, insieme alla Sua Santissima Madre e a san Giuseppe, si appresta a trascorrere la maggior parte della sua vita terrena, umana e divina, impegnato in occupazioni del tutto simili alle nostre. E, dobbiamo ricordarlo con grande chiarezza, tutto l’arco dell’esistenza terrena di Cristo appartiene a pieno titolo al Mistero dell’Incarnazione Redentrice. È il Catechismo della Chiesa Cattolica a spiegarlo con le seguenti parole: “Tutta la vita di Cristo è Rivelazione del Padre: le sue parole e le sue azioni, i suoi silenzi e le sue sofferenze, il suo modo  di essere e di parlare”[4]. Ancora: “Durante la maggior parte della sua vita, Gesù ha condiviso la condizione della stragrande maggioranza degli uomini: un’esistenza quotidiana senza apparente grandezza, vita di lavoro manuale, vita religiosa giudaica sottomessa alla Legge di Dio, vita nella comunità”[5].
Queste considerazioni ci riempiono di grande speranza, perché comportano una conseguenza per noi decisiva: la vita ordinaria, quella banale, quella davvero quotidiana, è proprio il luogo specifico del nostro incontro con Gesù. San Josemaría, che è stato definito a giusto titolo il “santo dell’ordinario” lo ha spiegato così: “lì dove sono gli uomini vostri fratelli, lì dove sono le vostre aspirazioni, il vostro lavoro, lì dove si riversa il vostro amore, quello è il posto del vostro quotidiano incontro con Cristo. È in mezzo alle cose più materiali della terra che ci dobbiamo santificare, servendo Dio e tutti gli uomini (…). Dio vi chiama per servirlo “nei” compiti e “attraverso” i compiti civili, materiali, temporali della vita umana: in un laboratorio, nella sala operatoria di un ospedale, in caserma, dalla cattedra di un’università, in fabbrica, in officina, sui campi, nel focolare domestico e in tutto lo sconfinato panorama del lavoro, Dio ci aspetta ogni giorno. Sappiatelo bene: c’è “un qualcosa” di santo, di divino, nascosto nelle situazioni più comuni, qualcosa che tocca a ognuno di voi scoprire”[6]. Sono parole ormai celebri, tratte da un’omelia pronunciata nel 1967 nel campus dell’Università di Navarra, pubblicata sotto il significativo titolo “Amare il mondo appassionatamente”. Ho voluto fare espresso riferimento a questa omelia perché ad essa si è riferito il nostro Arcivescovo nello scorso giugno, predicando da questo ambone in occasione della memoria liturgica del Fondatore dell’Opus Dei.
C’è qualcosa di santo e di divino nella tua vita di madre di famiglia! Il Signore ti aspetta nella tua vita “stressata” da professionista che ha fatto uno sforzo notevole, che il Signore vede e sa riconoscere, per uscire dall’ufficio e arrivare trafelato a questa celebrazione.
Ma come si fa a scovare questo “qualcosa di divino” ogni giorno?
Bisogna innanzi tutto vivere l’unità di vita. Ovvero non “divincolarsi” dalla Parola di Dio e dalla nostra fede rinchiudendola in alcuni ambiti esclusivi, circoscritti, della nostra giornata. Questo sarebbe equivalente a tranquillizzare la propria coscienza attraverso il compimento, pure necessario, di alcune pratiche devozionali, per ritenere tutto il resto dell’esistenza (lavoro, famiglia, rapporti di amicizia, svago, ecc.) come qualcosa da gestire in piena autonomia, come se in tutto ciò Dio non entrasse. La Madonna invece ci mostra una via diversa, quella appunto di una profonda unità dell’esistenza cristiana.
Questo passa attraverso la comprensione che vi è una circolarità necessaria tra le attività ordinarie da un lato e il nostro rapporto con Dio dall’altro.
Da una parte infatti il lavoro, la vita familiare, gli impegni sociali, tutte le circostanze della vita (persino le assemblee condominiali!) forniscono continuamente materia per il nostro dialogo con Dio. E riprendendo l’esempio di una madre con figli piccoli, come è bello pensare, mentre si svolgono i compiti più banali (ma necessari) relativi ai bambini che la Madonna ha fatto esattamente le stesse cose anche se, scusate, con pannolini meno raffinati. Spesso poi le preoccupazioni del lavoro, gli stessi rapporti umani di cui si intesse ogni professione, divengono oggetto di quel dialogo a tu per tu con Nostro Signore di cui dicevamo ieri: “Signore, oggi mi sono proprio arrabbiato! Aiutami a non perdere la pazienza. Aiuta Tizio e Caio a comportarsi in modo più trasparente…” Spesso in queste confidenze il Signore ci farà capire come possiamo aiutare, dare un senso cristiano, o semplicemente, ci darà la forza per sopportare.
D’altra parte il nostro rapporto con il Signore innerva tutto ciò che facciamo e lo sostiene dall’interno, trasformandolo per mezzo della grazia, fino a fare della nostra giornata intera un sacrificio spirituale, in una offerta gradita a Dio. È così che sapremo mettere l’ingrediente dell’amore nelle piccole cose di ogni giorno. Amore vero e concreto. Una madre di famiglia, che il Signore avrebbe chiamato a sé per una grave malattia a poco più di 40 anni, madre di tre figli, di profonda vita cristiana, quando tornò a casa dall’ospedale consapevole della gravità del suo stato, pur nelle limitazioni che la malattia le imponeva, si diede da fare per riempire di amore quei giorni, che erano gli ultimi che avrebbe trascorso su questa terra. Lo fece preparando la torta di mele che sapeva che piaceva a tutti; lo fece dirigendo le operazioni di lavaggio delle tende di casa… Lo fece diffondendo fino all’ultimo intorno a sé un sorriso invidiabile, sorriso che tradiva la sua fede.
La vita quotidiana sembra prosa banale, ma si può trasformare in poema divino. Tutto ciò che è umano ha, come creazione di Dio, una potenzialità, una virtualità che solo in parte è offuscata dal peccato. Per questo possiamo e dobbiamo guardare con speranza e amore questo mondo.
Per questo possiamo dire, davvero, in senso cristiano, che la vita è bella! Anche se ci sono difficoltà, anche se non tutto è rose e fiori. Non perché esista una vita perfetta. Piuttosto perché può esistere una vita ordinaria santificata. È questo che riempie il cuore di gioia, non la ricerca affannosa e spasmodica della soddisfazione dei propri gusti o la verifica quasi ossessiva del nostro stato interiore (“come mi sento? Sono contento/a?).
Ricordo che un caro amico mi riferiva che in ufficio durante una pausa nel lavoro con i colleghi sorse il classico argomento da caffè: qual è il tuo sogno nel cassetto? Ognuno diceva la sua: chi sognava un avvenire professionale più fiorente, chi, più prosaicamente, un viaggio in Polinesia… Finché, arrivato il suo turno, l’amico in questione con sincera semplicità disse che… non sapeva, che gli sarebbe piaciuto fare quel che stava facendo. Un altro collega allora gli disse: Ma tu sei un uomo felice! Era vero. E il segreto era che cercava di trasformare quelle giornate che ad altri sembravano sempre maledettamente uguali in qualcosa di santo, di divino.
Allora davvero non onoreremo il Signore solo con le labbra, ma con il cuore, con la vita intera. Ma per questo, come per tutto, abbiamo bisogno di affidarci a Maria.



[1]Mt 15, 9 (Vangelo della Messa).
[2] J. H. Newman, “Meditazioni per il mese di maggio”, in Maria, Jaca Book, Milano 1993, p. 195.
[3] J. RatzingerBenedettoXVI, L’infanzia di Gesù, Rizzoli – LEV, Milano – Città del Vaticano 2012, p. 145.
[4]CCC, n. 516.
[5]CCC, n. 531.
[6]Omelia “Amare il mondo appassionatamente”, in Colloqui, n. 114.
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I CRISTIANI COSTRUTTORI DI PONTI, SENZA PAURA. Omelia di Papa Francesco dell’8 maggio 2013

8 maggio 2013 al mattino.  Messa nella cappella della casa Santa Marta di Papa Francesco. La prima lettura è il discorso di Paolo nell’Areòpago di Atene. Il Papa lo prende a esempio di come devono fare i cristiani di oggi. Costruisce ponti e non condanna. In effetti è impressionante notare nel brano degli Atti degli Apostoli, come Paolo valorizzi gli Ateniesi, infatti dice loro: “vedo che in tutto siete molto religiosi”, e nel rivolgersi aa loro per parlare di Dio che si è rivelato pienamente in Gesù Cristo, parte da un altare da loro innalzato al Dio ignoto. Cita un loro poeta per facilitare loro la conversione, attraverso un idea presente nella loro stessa cultura. E’ anche bello e consolante vedere che più di uno, anzi un buon gruppo si converte, lo segue. A prima vista sembrerebbe il discorso dell’Areòpago un insuccesso, e invece appare, alla lettera, come la riprova della verità della parabola del seminatore: una parte dei semi cade sulla roccia, o dove c’é poca terra e quindi viene mangiata dagli uccelli del cielo, ma un’altra parte cade sulla terra buona e dà frutto dove il trenta, dove il sessanta, dove il cento. Le parti che crescono subito ma poi si seccano all’arrivo delle persecuzioni, non possono essere viste al momento della prima predicazione, ma solo con lo scorrere del tempo. Le parole dell’omelia del Papa che trascrivo, le ho tratte dal servizio di  radio Vaticana e dall’articolo dell’Osservatore Romano del 9 maggio. Possono esserci alcune lacune o qualche imprecisione, sappiamo infatti che non viene ancora pubblicato il testo ufficiale, tuttavia la ricostruzione dell’insieme delle parole citate tra virgolette dai giornalisti, omettendo i commenti, aiuta ad ascoltare il pensiero del Papa per meditarlo con profondità.
In quei giorni quelli che accompagnavano Paolo lo condussero fino ad Atene e ripartirono con l’ordine, per Sila e Timòteo, di raggiungerlo al più presto. Paolo, in piedi in mezzo all’Areòpago, disse:
«Ateniesi, vedo che, in tutto, siete molto religiosi. Passando infatti e
osservando i vostri monumenti sacri, ho trovato anche un altare con l’iscrizione: “A un dio ignoto”. Ebbene, colui che, senza conoscerlo, voi adorate, io ve lo annuncio.

Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d’uomo né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa: è lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa. Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio perché cerchino Dio, se mai, tastando qua e là come ciechi, arrivino a trovarlo, benché non sia lontano da ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come hanno detto anche alcuni dei vostri poeti: “Perché di lui anche noi siamo stirpe”. Poiché dunque siamo stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all’oro, all’argento e alla pietra, che porti l’impronta dell’arte e dell’ingegno umano. Ora Dio, passando sopra ai tempi dell’ignoranza, ordina agliuomini che tutti e dappertutto si convertano, perché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare il mondo con giustizia, per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti».

Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni lo deridevano,
altri dicevano: «Su questo ti sentiremo un’altra volta». Così Paolo si allontanò da loro. Ma alcuni si unirono a lui e divennero credenti: fra questi anche Dionigi, membro dell’Areòpago, una donna di nome Dàmaris e altri con loro. Dopo questi fatti Paolo lasciò Atene e si recò a Corinto. (Atti 17,15.22-18,1)
I cristiani di oggi siano come Paolo che, parlando ai greci nell’Areopago, costruì ponti per annunziare il Vangelo senza condannare nessuno. Lui non dice : “Idolatri, andrete all’inferno! Ma cerca di arrivare al loro cuore. Si avvicina di più al cuore di chi ascolta, cerca il dialogo.  Paolo è un pontefice, costruttore di ponti. Lui non vuole diventare un costruttore di muri.  Questo è l’atteggiamento di Paolo ad Atene: fare un ponte al cuore loro  per poi fare un passo in più e annunziare Gesù Cristo. Paolo è coraggioso e questo ci fa pensare sull’atteggiamento di un cristiano. Un cristiano deve annunziare Gesù Cristo in una maniera che Gesù Cristo venga accettato, ricevuto, non rifiutato. E Paolo sa che lui deve seminare questo messaggio evangelico. Lui sa che l’annunzio di Gesù Cristo non è facile, ma che non dipende da lui: lui deve fare tutto il possibile, ma l’annunzio di Gesù Cristo, l’annunzio della verità, dipende dallo Spirito Santo. Gesù ci dice nel Vangelo di oggi: ‘Quando verrà Lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità’. Paolo non dice agli ateniesi: ‘Questa è l’enciclopedia della verità. Studiate questo e avrete la verità, la verità!’. No! La verità non entra in una enciclopedia. La verità è un incontro; è un incontro con la Somma verità: Gesù, la grande verità. Nessuno è padrone della verità. La verità si riceve nell’incontro. E non si può strumentalizzare neppure per difenderci. L’apostolo Pietro ci dice: “Voi dovete dar conto della vostra speranza”. Sì, ma una cosa è dar conto della propria speranza, e altra cosa è dire: “Noi abbiamo la verità, questa è! Se voi non la accettate andate via”. Ma perché Paolo ha agito così? Innanzitutto perché questo è il modo di Gesù che ha parlato con tutti, ha sentito la samaritana, il dialogo con la samaritana, andava a pranzo con i farisei,  con i peccatori, con i pubblicani, con i dottori della legge. Gesù ha sentito tutti e quando ha detto una parola di condanna è stato alla fine, quando non c’era niente da fare. Il cristiano che vuol portare il Vangelo deve andare per questa strada: sentire tutti! Ma adesso è un buon tempo nella vita della Chiesa: questi ultimi 50 anni, 60 anni sono un bel tempo, perché io ricordo quando bambino si sentiva nelle famiglie cattoliche, nella mia: ‘No, a casa loro non possiamo andare, perché non sono sposati per la Chiesa, eh!’. Era come una esclusione. No, non potevi andare! O perché sono socialisti o atei, non possiamo andare. Adesso – grazie a Dio – no, non si dice quello, no? Non si dice quello no? Non si dice! C’era come una difesa della fede, ma con i muri: il Signore ha fatto dei ponti. Primo: Paolo ha questo atteggiamento, perché è stato l’atteggiamento di Gesù. Secondo: Paolo è consapevole che lui deve evangelizzare, non fare proseliti. La Chiesa non cresce nel proselitismo. Benedetto XVI ce lo ha detto; ma cresce per attrazione, per la testimonianza, per la predicazione. E paolo agisce così perché  era sicuro, sicuro di Gesù Cristo. Non dubitava del suo Signore. I cristiani che hanno paura di fare ponti e preferiscono costruire muri sono cristiani non sicuri della propria fede, non sicuri di Gesù Cristo. E si difendono.  I cristiani invece facciano come Paolo e inizino a costruire ponti e ad andare avanti. Paolo ci insegna questo cammino di evangelizzare, perché lo ha fatto Gesù, perché è ben consapevole che l’evangelizzazione non è fare proselitismo: è perché è sicuro di Gesù Cristo e non ha bisogno di giustificarsi e di cercare ragioni per giustificarsi. Quando la Chiesa perde questo coraggio apostolico diventa una Chiesa ferma, una Chiesa ordinata, bella, tutto bello, ma senza fecondità, perché ha perso il coraggio di andare alle periferie, qui dove sono tante persone vittime dell’idolatria, della mondanità, del pensiero debole… tante cose. Chiediamo oggi a San Paolo che ci dia questo coraggio apostolico, questo fervore spirituale, di essere sicuri. ‘Ma, Padre, noi possiamo sbagliarci’…. ‘Avanti, se ti sbagli, ti alzi e avanti: quello è il cammino’. Quelli che non camminano per non sbagliarsi, fanno uno sbaglio più grave. Così sia”.
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LA CAPACITA’ DI SCHERZARE ANCHE NEL DRAMMA E’ UNA VIRTU’? L’ESEMPIO E L’INSEGAMENTO DI SAN TOMMASO MORO


Carlo de Marchi,  letterato e sacerdote milanese, ha pubblicato un articolo dal titolo “Cattolicesimo e umorismo inglese” sulla rivista Studi cattolici 625 (marzo 2013), pag. 184-186. Il titolo può far pensare ad una trattazione teorica un po’ arida di un vasto tema, pur interessante,  invece lo scritto si basa quasi esclusivamente su testimonianze ed espressioni di san Tommaso Moro, che può essere molto utile conoscere a persone che ne sono devote, che lo conoscono come marito e padre, come umanista insigne, come statista, e soprattutto come uomo che ha saputo diventare santo in mezzo al mondo, in un periodo difficile della storia dell’Inghilterra e dell’Europa, come martire della verità della fede cattolica e dell’indissolubilità del matrimonio. Martirio che peraltro da buon cristiano e da persona furba e intelligente, ha cercato in ogni modo lecito di evitare. Lo riporto con un titolo diverso, che può invitare un pubblico più ampio alla lettura: tutti coloro che si trovano quotidianamente alle prese con la difficoltà di coniugare la serietà dei problemi che dobbiamo affrontare con il consiglio evangelico di coltivare la gioia, anzi la promessa della gioia piena per chi ascolta Gesù e lo segue, per chi  conosce e cerca di mettere in pratica le sue parole.  Nei discorsi dell’ultima cena del vangelo di Giovanni, si parla molto della gioia è ripetuta varie volte, come di essere beati nel servire, di ricevere la pace che non è quella che può dare il mondo, il comando di non lasciarci turbare il cuore, il desiderio che la nostra gioia sia piena…tutto questo ci dice Gesù, unito al turbamento per la consapevolezza del vicino tradimento dei suoi. Ma la dimensione della gioia ha comunque e di gran lunga il sopravvento. Tutto avviene poco prima della sua preghiera nel Getzemani, della sua cattura, processo, flagellazione, crocifissione e morte in croce. Problemi non da poco. Eppure c’è gioia e pace e amore. Anche sorpresa e vivacità dei suoi discepoli nel dialogo con lui.  Quindi non è strano che Dio doni ad un uomo, a un santo, a un suo testimone, una grazia simile, anche sotto la forma del buon umore sereno, dello scherzo giocoso, perché no: nel momento più drammatico della condanna a morte e della sua esecuzione. Buona lettura e buon tentativo di imitazione, o meglio preghiera con l’intercessione di Thomas Moore, per ottenere da Dio questa grazia sublime. Le immagini di Tommaso Moro che abbiamo sono tutte serie, ma dobbiamo immaginarcelo che sorride e che fa sorridere, anzi penso che proprio facesse ridere di gusto.


Tra le qualità universalmente riconosciute al popolo inglese c’è senz’altro il senso dell’umorismo. Per quanto non tutti apprezzino l’ironia sottile, la rapidità e l’understatementche lo caratterizzano, il luogo comune può difficilmente essere messo in discussione. Basta pensare, per fare solo alcuni nomi classici della letteratura, a L. Sterne, a Jerome K. Jerome, a P. G. Wodehouse, a molti indimenticabili personaggi di Dickens (nei quali si intravede una certa parentela con alcune figure di Tolkien e della Rowling).  E uno dei maestri più classici dell’umorismo inglese è san Thomas More, parlando del quale il teologo Louis Bouyer giunse ad affermare che “pochi uomini, in tutta la storia inglese, sono al pari di Thomas More, tipici rappresentanti di quella forma di finezza, incomprensibile per il latino o il tedesco, che si è soliti chiamare humour. Il gusto di spacciare imperturbabilmente delle enormità, non senza insinuare di sfuggita, ma nel senso più paradossale dei modi, molte verità di buon senso, costituisce tutto lo spirito (nel senso spicciolo del termine) di Thomas More”[1]. Il personaggio, com’è risaputo, è ricco di sfaccettature: padre di famiglia, umanista, uomo politico di primo piano nell’Europa dell’inizio del XVI secolo, cancelliere d’Inghilterra decapitato da Enrico VIII per non aver voluto approvare il suo primo divorzio, che implicava nel contempo la separazione della Chiesa inglese dalla Chiesa cattolica.

Tragedia e commedia

Erasmo da Rotterdam pensava a More quando scrisse il celeberrimo Encomium moriae, con gioco di parole proprio sul cognome dell’amico. Emblematica resta la definizione dell’umanista offerta da Robert Whittington, erudito inglese suo contemporaneo: “persona di straordinaria cultura e angelico ingegno. E’ dotato di molte virtù eccellenti […]: gentilezza, modestia, affabilità e, a seconda delle situazioni, capace sia di meravigliosa ilarità e divertimento, sia di solenne serietà – è un uomo per tutte le stagioni”. Il poeta secentesco John Donne disse di lui che era “l’uomo dalla coscienza più delicata e fine che sia mai venuto al mondo dopo sant’Agostino”; e Jonathan Swift, pastore anglicano dal gusto paradossale e spesso caustico, lo descrisse come “la persona dotata di virtù più elevata che il regno abbia mai generato”. È inoltre assai probabile che Shakespeare sia stato tra i quattro autori di una tragedia di fine ’500 dedicata proprio alla sua figura. Questa rapida carrellata di giudizi mostra come la fama di Thomas More non sia stata intaccata dalla controversia tra Chiesa anglicana e Chiesa cattolica. Non sono mancate tuttavia critiche anche violente per questa “sprezzatura” moreana. Alcuni contemporanei di More lo accusarono e altri lo accusano di cinismo e superficialità proprio per questo suo gusto dello scherzo. Un nomignolo dispregiativo che gli venne affibbiato nel bel mezzo della polemica che l’avrebbe portato alla morte fu quello di Master Mock (“Messer Burlone”). Se si scherza su tutto e su tutti, gli venne rinfacciato, si finisce per mancare di rispetto alle persone e alle istituzioni.  È senz’altro vero che lo scherzo era una costante di More, del quale l’amico Erasmo ricorda che “fin dall’infanzia imparò il gusto degli scherzi in tal modo che pare essere nato per questi; ma non esagera mai fino alla volgarità, né ha mai amato il sarcasmo”[2]. Per dirla con Chesterton, altro grande ammiratore dell’umanista, “dietro la sua vita pubblica, che costituì una così grande tragedia, c’era una vita privata che era una costante commedia (…). Tutti sanno che la commedia e la tragedia si incontrarono, come in Shakespeare, in quel palco di legno dove il suo [di More] dramma si concluse. In quell’istante tremendo egli intuì e considerò il grande scherzo che è il corpo umano come una specie di simpatico oggetto di famiglia e discusse solennemente se anche la barba fosse colpevole di tradimento; e disse, mentre cercava di issarsi su per la scaletta, Aiutatemi a salire, che per scendere me la caverò da solo[3].
In realtà, continua a essere sorprendente l’atteggiamento sorridente con cui Thomas More, malato e non più giovane, affronta la decapitazione. Proprio sulla strada verso il patibolo, incontrando un caro amico, More gli si rivolge dicendo: “Mio buon Messer Kingston, non vi angosciate, ma siate di buon umore. Perché io pregherò per voi e per la mia buona signora, vostra moglie, affinché ci possiamo incontrare insieme in cielo, dove staremo allegri per sempre”[4]. Pochi giorni prima, in una delle ultime lettere scritta alla figlia Meg dal carcere nella Torre di Londra, il condannato presenta la propria autodifesa: “Non voglio fare male a nessuno, non dico niente di male, non penso niente di male, ma desidero per tutti il bene”; e aggiunge: “E tu insieme a tutti i tuoi, e a mia moglie e a tutti i miei figli e a tutti i nostri amici, desidero di tutto cuore che stiate bene sia nel corpo sia nello spirito. E chiedo a te e a tutti di pregare per me e di non preoccuparvi, qualunque cosa mi accada: ho davvero fiducia nella bontà di Dio che, per quanto quel che mi succede possa sembrare cattivo a questo mondo, sarà realmente la cosa migliore nell’altro”[5].
Ma cosa si aspettava More di davvero “migliore” nella vita definitiva, dopo la morte? Risposte precise si trovano nel suo estremo capolavoro, il Dialogo del conforto nella tribolazione, che C. S. Lewis ha definito come “probabilmente il più bell’esempio di dialogo platonico che esiste nella letteratura inglese”, giungendo a dire che esso “dovrebbe essere presente in ogni biblioteca”[6].
Ecco un passo centrale del Dialogo: “Prima viene il tempo per piangere, ed è il tempo di questo mondo disgraziato; il tempo di ridere verrà dopo, in cielo. C’è anche un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante (Qo 3, 2). Adesso dobbiamo piantare, in questo mondo, per poter raccogliere nell’altro […]. E allora avremo per sempre in cielo un allegro raccolto di giubilo”. L’espressione “raccolto di giubilo”, tuttavia, non rende forse bene il realismo dell’originale, che parla di un “merry laughing harvest forever”. Non una gioia disincarnata, soltanto intellettuale, ma qualcosa che coinvolge tutto l’essere di una persona: “Ecco, coloro che andando verso la casa del cielo seminano i semi con lacrime nel giorno del giudizio torneranno nei loro corpi con una risata piena, che durerà in eterno” [7]. Un’eterna scorpacciatadi risate: questo è ciò che Thomas More si aspetta in Paradiso.

Una domanda esistenziale

L’amore per lo scherzo e la risata non rispecchia dunque semplicemente un tratto del temperamento di Thomas More. Egli stesso si pone, proprio nel mezzo del Dialogo, la domanda teorica se sia lecito scherzare, quando la vita, le verità eterne, la politica, la morale sono questioni che sembrano essere tanto serie. L’intero Dialogo, scritto – lo ricordiamo – in carcere, da una persona lontana dalla famiglia, che poteva avere solo cupi presagi sull’avvenire suo e dei suoi cari, è tempestato di barzellette (i cosiddetti merry tales), di racconti bizzarri e a volte macabri, spesso assai comici. La domanda teorica sulla liceità e convenienza dello scherzo, più che culturale e retorica, appare dunque di natura esistenziale e teologica.
Per trovare una trattazione della questione si deve risalire ad Aristotele, che nel IV libro dell’Etica a Nicomaco si domanda se sia giusto per l’uomo cercare riposo anche attraverso il gioco, e risponde affermativamente: nella vita sono necessari lo scherzo e la distensione, ma vanno evitati però gli eccessi propri del pagliaccio e del rozzo. Il giusto mezzo è la virtù dell’eutrapelia, propria di coloro che sanno scherzare e ricrearsi con misura, per essere più preparati ad affrontare le cose serie della vita. Dopo Aristotele, tuttavia, nei Padri e nella tradizione cristiana (e anche nel Nuovo Testamento) al termine eutrapelia viene attribuito un significato per lo più negativo, mettendolo in riferimento con il vizio della trivialità (scurrilitasnella Vulgata della Bibbia). Giustificare l’uso dello scherzo non è quindi impresa facile per More, che si trova di fronte a un’intera tradizione teologica e spirituale che guarda con sospetto le burle, i passatempi e spesso perfino il sorriso. La giustificazione è affidata da More nientemeno che al Dottore Angelico: “San Tommaso dice che una conversazione gradevole, chiamata eutrapelia, è una virtù buona, utile a ristorare l’animo e a renderlo pronto e desideroso di tornare alla fatica e allo studio, mentre uno sforzo senza soste lo farebbe diventare mortalmente fiacco”[8]. In effetti, il recupero del buonumore come virtù cristiana si deve proprio a san Tommaso d’Aquino, che lo chiama iucunditase lo rivaluta, discostandosi in questo dai grandi maestri della spiritualità. Di questo recupero Thomas More dimostra di essersi accorto, cosa che risulta sorprendente se si pensa che nel Rinascimento la scolastica era guardata con disprezzo e diffidenza quasi unanime. Invece More, rinchiuso nella Torre di Londra senza libri da consultare, cita a memoria la Summa Theologiae [9].  Insomma, per quanto paradossale possa risultare ai nostri occhi, il padre dell’umorismo inglese attribuisce alla massima autorità della teologia cattolica la giustificazione della liceità della battuta, del gioco e dello scherzo. Il che, per uno che definisce sé stesso un “mezzo pagliaccio o poco più” (con un gioco di parole che rimanda al proprio cognome: “half a gigglot or more”) e che ritiene che la gioia della vita eterna si esprimerà proprio nella risata, non può essere una coincidenza fortuita (e chissà se More conosceva la classica preghiera attribuita all’Aquinate che descrive la gioia della vita eterna come satietas plena, gaudium sempiternum, iucunditas consummata).

Buonumore quotidiano

Nel 1929 Chesterton disse di Thomas More che “è oggi più importante di quanto non lo sia stato in qualunque altro momento dalla sua scomparsa fino ad ora, forse perfino di più che nel grandioso momento della sua morte; ma non è ancora così importante come lo sarà tra cent’anni”[10]. I tempi di crisi nei quali viviamo sono senz’altro assetati di ottimismo, e anche di un buonumore quotidiano che insegni a sorridere nelle più diverse vicissitudini.
A patto di non farsene sfuggire il tono allegramente paradossale, si possono rileggere altre parole di Chesterton, che confermano la radice genuinamente cattolica dell’umorismo moreano: “Nessuno accusò mai i Riformatori di eccesso di giovialità, e alcuni di essi di fatto non risero mai in tutta la loro vita, e men che meno in punto di morte. Essi erano sinceramente e terribilmente seri nelle loro intenzioni. Essi volevano davvero scacciare tutti i preti, mentre l’autore di Utopia non aveva mai inteso esiliare sul serio tutti gli avvocati. Il Calvinista era fanatico a proposito del fatto che alcune brave persone erano necessariamente predestinate a finire all’inferno, molto più di quanto lo stesso Messer Itlodeo non fosse mai stato fanatico sul fatto che i cavalli andassero in paradiso”. Di fronte alla “malinconia religiosa e alla barbara vanagloria impazzite” dei riformati, Thomas More “non voleva morire per niente, essendo quel tipo di persona che cerca di godersi la vita fino all’ultimo, ma alla fine invece morì e, rendendo l’anima, morì ridendo”[11].
Amore per la vita e sorridente buon senso sono connotati essenziali della lezione dell’umorismo di Thomas More. Che poi una radice così profonda dello humour inglese risulti essere cattolica e tomista va forse visto come uno scherzo particolarmente gustoso della Provvidenza.




[1] L. BOUYER, Erasmo tra Umanesimo e Riforma, Morcelliana, Brescia 1962 (tit. or. Autour d’Érasme. Études sur le christianisme des humanistes catholiques, Cerf, Parigi 1955), p. 94.
[2] ERASMO da Rotterdam, Lettera a Hutten, 23 luglio 1519, in Collected Works of Erasmus, vol. 7, Toronto University Press, Toronto 1974, pp. 18-19.
[3] G.K. CHESTERTON, St. Thomas More, The Collected Works of G. K. Chesterton, vol. III, Ignatius Press, San Francisco 1990, p. 509.
[4] W. ROPER, The Life of Sir Thomas More, a cura di G. Wegemer e S. Smith, Dallas 2003, p. 55 (il libro è disponibile nel sito www.thomasmorestudies.org). Un’edizione italiana di questa famosa biografia scritta dal genero di More è a cura di J. Cinquino, Editore M. D’Auria, 1989.
[5] T. MORE, The Correspondence of Sir Thomas More, Princeton University Press, 1947, rist. 1954, pp. 550-554.
[6] C.S. LEWIS, English Literature in the Sixteenth Century Excluding Drama, Clarendon Press, Oxford 1954, pp. 172 e 178.
[7] T. MORE, Il Dialogo del conforto nelle tribolazioni, a cura di M. Nicoletti, Rubbettino, 2011, I, 13 (42/2-8).
[8] T. MORE, Dialogo del conforto nelle tribolazioni, II, 1 (82/17-21).
[9] La citazione è della Summa Theologiae, II-II, q. 168. Gli spunti di san Tommaso d’Aquino sull’allegria, l’ilarità e la iucunditas sono numerosi; per esempio, Super Sententiis, II, d. 4, q. 1, a. 5 co; S.Th., III, q. 45 a. 1 co; De veritate, q. 26, a. 4, ad 5; etc. Per approfondimenti si può vedere H. RAHNER, Eutrapélie, in M. VILLER (dir.) “Dictionnaire de Spiritualité”, Paris 1961, coll. 1726-1729.
[10] G. K. CHESTERTON, A turning Point in History, in SYLVESTER-MARC’HADOUR, Essential Articles for the Study of Thomas More, Archon, Hamden 1977, p. 501.
[11] G.K. CHESTERTON, Thomas More (1477-1535), in WARD, Maisie (ed.), The English Way. Study in English Sanctity from St. Bede to Newman, Sheed and Ward, Londra–New York 1933, p. 214 e 217. Come si ricorderà, Itlodeo è il protagonista-narratore di Utopia, celebre capolavoro moreano di ironia e paradosso
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ALLEANZA NUOVA (LA TRASCENDENZA DI CIASCUNA PERSONA)

Scritto di don Valentino Guglielmi del 21 dicembre 2004. Colpisce come sempre la rapidità con cui scocca la sua freccia, la precisione con cui colpisce il bersaglio (il cuore), la profondità della ferita, da cui sgorga la contemplazione di una verità che ci supera e ci comprende. Dall’Antica Alleanza, alla Nuova, la Pasqua, dalla sua Messa e dallo Spirito Santo ricevuto alla vita quotidiana, alla nostra vita d’amore, e fraterna. Tutto si unisce, e si stempera nella sua finale concretezza sapiente, sorridente.
(foto di Sofia Mardegan Photographier)

L’antica alleanza ha la sua punta avanzata nella legge del Sinai, contiene la sapienza di Dio e la scelta di Israele come figlio primogenito. E’ eteronomia, viene da fuori della coscienza ed ha nei profeti i suoi banditori. La legge che viene annunciata al popolo domanda l’attenzione dell’ascolto. Il suddito che la osserva acquista fin dove è capace la saggezza del legislatore.
La legge ha funzione di pedagogo come insegna san Paolo nella lettera ai Galati e si esaurisce a Pasqua. “La legge e i profeti vanno fino a Giovanni, da allora in poi viene annunciato il regno di Dio e ognuno si sforza per entrarvi”. ( Luca 16, 16).
Il figlio condotto dal pedagogo deve capire da sé quando scocca l’ora di non essere più guidato e di muoversi a pari con suo padre. Se dico: “Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta” è ora che mi alzi dal letto e mi metta in movimento: è l’alba. Sembra che il risveglio consista esattamente in questo: prendere coscienza che il pedagogo ha esaurito il suo compito, non avrò più soggezione di lui, perché ora mi guida lo Spirito Santo.

“Et erunt omnes docibiles Dei “. (Geremia 31, 32 – 34 ). Non sono diventato dio a me stesso, ma Dio desidera divinizzarmi facendomi suo partner e mi manda il suo Spirito, il competente di tutta l’operazione. Mi serve capire il modo di intervento dello Spirito Santo. Sua parola è la bellezza, unica forza capace di muovere senza fare violenza. Egli conosce il timbro di voce del mio cuore e lo sa distinguere da ogni altro più di quanto non lo sappia distinguere io stesso. Mi attrae e mi lascia la certezza che sono io e solo io a volermi muovere perché mi pare e piace.
E’ proprio dell’amore mettersi nel cuore di una persona ed interpretarla: guardare con i suoi occhi, vibrare con le sue fibre, conoscere la sua voce in modo che quasi non si possa più distinguere chi è che parla, pur rimanendo inconfondibili i due soggetti.
L’indicazione operativa per me è la carità. Mi conviene imparare correttamente il mio compito se voglio crescere e non sciupare le occasioni. Carità è ricerca della unicità delle persone della mia vita. Non se ne può dare una scienza di tipo astratto e universale alla maniera delle essenze codificabili. Posso solo fare esperienza ponendomi in attitudine contemplativa nell’intento di imparare soggetti unici non comparabili tra di loro e pertanto non giudicabili.
Non è operazione che mi  renda tonto come colui che non sa valutare. L’esperienza della contemplazione mi fa vedere in modo impietoso pregi e difetti dei miei fratelli e mi porta pure a conoscere il meccanismo della loro psicologia. A me resta il compito di cercare la trascendenza di ciascuna persona, cioè di vedere quella unicità che va oltre tutto quello che può essere codificato.
Queste cose o le impari da te o te le scordi.
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LA MADONNA MAESTRA DI PREGHIERA

Omelia di don Matteo Fabbri, 
Novena all’Immacolata, Duomo di Milano
3 dicembre 2013, Memoria di san Francesco Saverio

(Immagine della Madonna del Popolo, statua lignea nel Duomo di Verona, particolare)

“I miei giorni declinano come ombra e io come erba inaridisco. Ma tu, Signore, rimani in eterno, il tuo ricordo di generazione in generazione”[1].

Il salmista affronta un momento drammatico, forse una malattia particolarmente grave o una persecuzione, e trova conforto nella preghiera che rivolge a Jhwh. La sua forza è in questo dialogo, che gli permette di inserirsi nella grande corrente della tradizione della preghiera.

Anche noi, sballottati dal vento e dalle tempeste, colpiti ma non uccisi (come dice san Paolo) abbiamo bisogno della preghiera. È un mezzo imprescindibile per entrare in dialogo vero, in rapporto filiale con il Dio vicino, con il Dio che ci salva dalla nostra solitudine, dal nostro egoismo, dai nostri peccati.
Anche per questo volgiamo lo sguardo alla nostra Madre del Cielo.
La Madonna è Maestra di preghiera. L’iconografia di secoli l’ha raffigurata raccolta in preghiera nel momento in cui riceve l’annuncio dell’Angelo e lo Spirito Santo scende su di Lei. L’incontro con Elisabetta sua parente culmina con la meraviglia del Magnificat.
A Cana è la sua intercessione, come abbiamo già detto, che provoca l’anticipo dell’”ora” di Gesù. Finché ai piedi della Croce diviene in qualche modo Ella stessa preghiera vivente, ormai unita e identificata con il Figlio sofferente.
La Vergine santa ci mostra innanzi tutto le disposizioni per la preghiera; davvero il suo Cuore immacolato è terreno preparato, pronto a ricevere lo Spirito Santo. Come scrive il Papa in uno dei libri scritti prima della chiamata al soglio pontificio “Essere terreno per la parola vuol dire essere una terra che si lascia assorbire dal seme, che al seme si assimila rinunciando a se stessa per farlo germogliare”[2].
Nel Magnificat poi ci mostra il punto di partenza della preghiera: il ringraziamento e la lode di Dio; la riconoscenza costituisce la stoffa di cui e intessuto il cantico della Vergine. Ed è così, a partire dall’interno dei piani divini accolti con riconoscenza e disponibilità che si sviluppa la petizione a Cana, fino ad allargare i confini del proprio universo interiore e fare del suo Cuore Immacolato una cosa sola con il Cuore trafitto del Figlio, nel compimento della profezia di Simeone; e fino a giungere partecipare alla gloria della sua Resurrezione, nella luce intramontabile della Domenica di Pasqua. Ancora con parole del Papa, se i “Padri della Chiesa sostengono che pregare non è altro che cambiarsi in desiderio struggente del Signore”, la Madonna “è, per così dire, una coppa scoperta del desiderio in cui la vita diviene preghiera e la preghiera vita”[3].
Già la sola contemplazione della Madonna in preghiera e della sua vita intera come vita di preghiera dovrebbe convincerci della bellezza di coltivare una solida vita interiore, di rapporto personale con il Dio Uno e Trino, imparando a rivolgersi al Padre,
fonte inesauribile ed eterna di ogni bene, identificandoci con il Figlio amato attraverso una contemplazione sempre più viva della Sua Vita e dei suoi insegnamenti, con il sostegno costante dello Spirito Santo, soffio e intimità viva di Dio, l’unico che, come dice san Paolo, “scruta le profondità di Dio”[4].

Sì, diciamolo ancora, e chiediamo alla Madonna di aiutarci a comprenderlo in maniera viva, profonda e personale: che bello pregare! Che bello immergersi nell’intimità divina! Il Signore lo desidera per ciascuno di noi, non solo per alcuni eletti.
Eppure noi ancora stentiamo a gustare questa bellezza. Il nostro gusto si è come guastato, il palato non è più sensibile alle delicatezze divine. Perché?
Molte volte siamo pervasi da una mentalità utilitaristica che ci porta a leggere tutto ciò che facciamo in termini di “ritorno” personale… Si perde la capacità contemplativa; prevale in tutto un senso pragmatico; vogliamo tutto subito e lo vogliamo in base ad una pretesa stringente. Ci infastidisce la gratuità, il dono. Ma così perdiamo tutto. Ci si possono applicare le parole del profeta Aggeo: “Avete seminato molto, ma avete raccolto poco; avete mangiato, ma non da togliervi la fame; avete bevuto, ma non fino a inebriarvi; vi siete vestiti, ma non vi siete riscaldati; l’operaio ha avuto il salario, ma per metterlo in un sacchetto forato”[5].

Sembra strano, eppure ci chiediamo ancora: perché pregare?
Forse è una domanda che può provenire solo da chi non ne ha mai davvero fatto esperienza.
Trovo significativa la risposta di un Vescovo dell’Italia centrale: “Mi chiedi: perché pregare? Ti rispondo: per vivere. Sì: per vivere veramente, bisogna pregare. Perché? Perché vivere è amare: una vita senza amore non è vita. È solitudine vuota, è prigione e tristezza. Vive veramente solo chi ama: e ama solo chi si sente amato, raggiunto e trasformato dall’amore. Come la pianta che non fa sbocciare il suo frutto se non è raggiunta dai raggi del sole, così il cuore umano non si schiude alla vita vera e piena se non è toccato dall’amore. Ora, l’amore nasce dall’incontro e vive dell’incontro con l’amore di Dio, il più grande e vero di tutti gli amori possibili, anzi l’amore al di là di ogni nostra definizione e di ogni nostra possibilità. Pregando, ci si lascia amare da Dio e si nasce all’amore, sempre di nuovo. Perciò, chi prega vive, nel tempo e per l’eternità. E chi non prega? Chi non prega è a rischio di morire dentro, perché gli mancherà prima o poi l’aria per respirare, il calore per vivere, la luce per vedere, il nutrimento per crescere e la gioia per dare un senso alla vita”[6]
Abbiamo bisogno di amore, come dell’aria per respirare. Ma l’amore è in primo luogo quello ricevuto. Si impara ad amare… essendo amati; è come per imparare a parlare: il bambino sente parlare, sente che gli si rivolgono parole e poco a poco articola a sua volta suoni indistinti che poi divengono le parole. È perché la madre gli sorride per settimane intere che a un certo punto il neonato, improvvisamente, senza ancora rendersi conto di cosa sta facendo, risponde con il proprio sorriso; un sorrisone che suscita l’entusiasmo delle nonne… Dobbiamo aprirci al dono di Dio e scoprire ogni giorno che Dio stesso, Uno e Trino, vuole intrattenersi in un colloquio di amore con te e con me. Ci sembra troppo bello per essere vero; eppure è proprio così. Gesù ci ama, ti ama, si interessa alla tua vita, è contento di intrattenersi con te e con me in dialogo di amore, ed è desideroso di accoglierti, di accogliermi, così come siamo, per guarirci.
Ricordo che mia sorella, quando era bambina (poteva avere allora tre anni) stava imparando le preghiere. Come spesso capita, anche per lei successe come ai bambini: cambiano le parole perché ciò che dicono abbia un senso a loro accessibile. E così, recitando una delle prime volte la preghiera mariana per eccellenza, disse: “Ave Maria, piena di grazia, il Signore è contento…”. Con il passare degli anni ho ripensato a quanta saggezza era contenuta in quella ingenua storpiatura: il Signore è contento! È contento di stare con noi.
Certo, la preghiera non sempre ci dà soddisfazione. L’amore di Dio per noi è sempre reale, ma non è sempre percepibile dal punto di vista del sentimento, del cuore. La preghiera per questo comporta costanza, impegno. Il calore dell’amore di Dio deve sciogliere il ghiaccio del nostro cuore, ma per questo ci vuole tempo: il disgelo dopo l’inverno è progressivo. E noi spesso non abbiamo pazienza…
E poi… Dio si mette in gioco nel dialogo con noi; da parte sua il dialogo è trasparente e sincero. Non è detto che da parte nostra sia altrettanto, e anche questo è impegnativo.
Ma poi, come pregare? Possiamo soffermarci sull’orazione vocale, sulla meditazione e sull’orazione mentale.

L’orazione vocale. Le preghiere imparate forse da bambini, che ci inseriscono nella corrente della grande Tradizione della Chiesa orante. Padre nostro, Ave Maria, Salve Regina. Guai se fossimo così superficiali da non vedere in queste espressioni di devozione una ricchezza profonda! Guai se le considerassimo formule vuote o poco spontanee. Sarebbe segno che consideriamo più rilevante il nostro gusto della tradizione di venti secoli…
E poi le preghiere vocali ci richiamano una realtà fondamentale: siamo fatti di anima e corpo: bando ad ogni falso spiritualismo! Non è vero che l’importante è il cuore e non la manifestazione esteriore. Sono importanti entrambi! Nessuna persona innamorata si presenta in ritardo o in maniera sciatta all’appuntamento con la fidanzata. Il nostro cuore ha bisogno di esprimersi in gesti, parole, affetti. Così anche nella preghiera.
E poi le preghiere vocali (il Padre nostro, l’Ave Maria, ecc.) sono una vera e propria scuola di contemplazione: lo stesso Catechismo della Chiesa Cattolica contiene uno splendido commento all’Ave Maria (cfr. nn. 2676 – 2677); la nostra meditazione tante volte potrà consistere nell’assaporare, nel ripetere adagio queste formule, cercando di far sedimentare nel nostro cuore tutta la ricchezza che vi è racchiusa.
Vi è quindi la meditazione; è una riflessione su un argomento di carattere spirituale, a partire da un libro di spiritualità o, ancora meglio, dal Vangelo. Chiediamoci come leggiamo il Vangelo. San Josemaria, in un commento alla Via Crucis, scrive: “Vuoi accompagnare da vicino, molto da vicino, Gesù?… Apri il Santo Vangelo e leggi la Passione del Signore. Leggere soltanto? No: vivere. La differenza è grande. Leggere è ricordare una cosa passata; vivere è trovarsi presente in un avvenimento che sta accadendo proprio adesso, essere con gli altri in quelle scene”[7].

Vogliamo leggere il Vangelo in maniera viva? Cominciamo a creare un “deposito”. Come si fa quando ci si prepara all’inverno nei paesini di montagna: si fa provvista di legna. Leggiamo qualche versetto di Vangelo ogni giorno: 2 o 3 minuti al giorno sono sufficienti… soprattutto perché non possiamo dire di non avere tempo di farlo. Ci familiarizzeremo con la vita di Gesù e della Sua santissima Madre, fino a giungere a quel momento splendido in cui non ci vengono in mente soltanto le scene, ma le stesse parole del Vangelo.
La Sacra Scrittura diventa così nostra, e ci troviamo a casa. Come Benedetto XVI dice della Madonna: “lei nella Parola di Dio è veramente a casa sua, ne esce e vi rientra con naturalezza”[8].
Così, con naturalezza, passiamo al terzo stadio: l’orazione vera e propria, che è dialogo sincero, vero, profondo, a tu per tu. Noi, ormai “entrati” nel Vangelo, ci troviamo, come quei personaggi, al cospetto di Gesù, che ci guarda con affetto e ci chiede, come al cieco: “Che cosa vuoi che ti faccia?”[9]; o ci interpella con una domanda impegnativa: “Chi dice la gente che sia il Figlio dell’Uomo?”, e di fronte alla risposta variegata degli Apostoli, incalza: “E voi, chi dite che io sia?”[10],
che è come dire: Io chi sono per te? Non possiamo restare indifferenti a queste domande, e tenteremo, in maniera rozza e limitata, le nostre risposte, farfugliando qualcosa nella lingua giusta, che è quella dei figli di Dio.
Impareremo così a vedere Gesù come una Persona viva. E vivremo noi stessi la sua stessa vita. Vivere, vita cristiana! La vita cristiana non è roba vecchia, da soffitta polverosa! I primi cristiani, spiega Benedetto XVI nel secondo volume su Gesù di Nazaret, si definivano “i viventi”[11].
Coloro che vivono la vita stessa del Risorto, del Signore Gesù!
Come rendere realtà nella nostra vita tutto questo?

C’è un proposito semplice che possiamo fare, con l’aiuto di Nostra Madre in questi giorni di Novena: un po’ di tempo ogni giorno per l’orazione. SOLO per quello. Anche se fosse solo un quarto d’ora… ma OGNI giorno. Cambia la vita. Non c’è più il piattume di una vita a due dimensioni. Scopriremo progressivamente che cosa vuol dire avere vita interiore, andare in giro per la strada custodendo nel cuore la ricchezza della vita divina della grazia. Frequentare Gesù, diventare amici suoi…
Aiutaci Madre nostra: rivolgiamo a te quella preghiera che gli Apostoli stessi rivolsero a Gesù: insegnaci a pregare!
Amen

[1]Sal 101(102), 12 – 13 (Salmo resp.).

[2]J. Ratzinger, Maria Chiesa nascente, San Paolo, Cinisello Balsamo 1998, p. 7.
[3]Op. loc. ult. cit.
[4]1 Cor 2, 10.
[5]Ag 1, 6.
[6]B. Forte, Lettera sulla preghiera, Messaggio per la Quaresima 2007.
[7]Via Crucis, IX stazione, 3.
[8]Lett. Enc. Deus Caritas est(25-XII-2005), n. 41.
[9]Mc 10, 51.
[10]Mt 16, 13 ss.
[11]J. Ratzinger – Benedetto XVI, Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla risurrezione, LEV, Città del Vaticano 2001, p. 98.
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LA VERGOGNA DEL MALE COMMESSO: VERA VIRTÙ CRISTIANA E UMANA. Omelia di Papa Francesco, 29 aprile 2013

Oggi il Papa è tornato sul tema a lui molto caro della confessione e del perdono misericordioso di Dio, nell’omelia della Messa nella memoria di Santa Caterina da Siena. Si nota che è stato a lungo confessore e non ha mai abbandonato questo aspetto del ministero sacerdotale, neanche quando è diventato Vescovo e Cardinale. Nella Messa sono state proclamate le letture proprie della Messa della santa. Erano presenti alcuni dipendenti dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica e alcune religiose. L’omelia ha preso le mosse dal commento  della prima lettura presa dalla prima lettera di san Giovanni Apostolo: Dio è luce, noi siamo peccatori, ma se confessiamo i nostri peccati Lui può perdonarli. La capacità di riconoscere i peccati coincide con la capacità di vergognarsi di essi: vera virtù cristiana.



Questo è il messaggio che abbiamo udito da lui e che noi vi annunciamo: Dio
è luce e in lui non c’è tenebra alcuna. Se diciamo di essere in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, siamo bugiardi e non mettiamo in pratica la verità. Ma se camminiamo nella luce, come egli è nella luce, siamo in comunione gli uni con gli altri, e il sangue di Gesù, il Figlio suo, ci purifica da ogni peccato. Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Se confessiamo i nostri peccati, egli è fedele e giusto tanto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. Se diciamo di non avere peccato, facciamo di lui un bugiardo e la sua parola non è in noi. Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto. È lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo. (1 Gv 1,5-2,2)


Dio è luce e in Lui non c’è tenebra alcuna. Tutti noi abbiamo delle oscurità nella nostra vita, momenti dove tutto, anche nella propria coscienza, è buio, ma questo non significa camminare nelle tenebre. Andare nelle tenebre significa essere soddisfatto di se stesso; essere convinto di non aver necessità di salvezza. Quelle sono le tenebre! Quando uno va avanti su questa strada proprio delle tenebre, non è facile tornare indietro. Perciò Giovanni continua, perché forse questo modo di pensare lo ha fatto riflettere: Se diciamo di essere senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi. Guardate ai vostri peccati, ai nostri peccati: tutti siamo peccatori, tutti… Questo è il punto di partenza. Ma se confessiamo i nostri peccati, Egli è fedele, è giusto tanto da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità.

E ci presenta – vero? – quel Signore tanto buono, tanto fedele, tanto giusto che ci perdona. Quando il Signore ci perdona fa giustizia innanzitutto a se stesso, perché Lui è venuto per salvare e perdonarci, accogliendoci con la tenerezza di un padre verso i figli: il Signore è tenero verso quelli che lo temono, verso quelli che vanno da Lui e con tenerezza ci capisce sempre, vuole donarci quella pace che soltanto Lui dà. Questo è quello che succede nel Sacramento della Riconciliazione anche se tante volte pensiamo che andare a confessarci è come andare in tintoria per pulire la sporcizia sui nostri vestiti. Ma Gesù nel confessionale non è una tintoria: è un incontro con Gesù, ma con questo Gesù che ci aspetta, ma ci aspetta come siamo. ‘Ma Signore, senti sono così…’, ma ci fa vergogna dire la verità: ‘Ho fatto questo, ho pensato questo’. Ma la vergogna è una vera virtù cristiana e anche umana…la capacità di vergognarsi: io non so se in italiano si dice così, ma nella nostra terra a quelli che non possono vergognarsi gli dicono ‘sin vergüenza’, senza vergogna: questo è ‘un senza vergogna’, perché non ha la capacità di vergognarsi e vergognarsi è una virtù dell’umile, di quell’uomo e di quella donna che è umile. Occorre avere fiducia perché quando pecchiamo abbiamo un difensore presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto. E Lui ci sostiene davanti al Padre e ci difende di fronte alle nostre debolezze. Ma è necessario mettersi di fronte al Signore con la nostra verità di peccatori, con fiducia, anche con gioia, senza truccarci… Non dobbiamo mai truccarci davanti a Dio!. E la vergogna è una virtù: benedetta vergogna! Questa è la virtù che Gesù chiede a noi: l’umiltà e la mitezza. Umiltà e mitezza sono come la cornice di una vita cristiana. Un cristiano va sempre così, nell’umiltà e nella mitezza. E Gesù ci aspetta per perdonarci. Possiamo fargli una domanda: allora andare a confessarsi non è andare a una seduta di tortura? No! E’ andare a lodare Dio, perché io peccatore sono stato salvato da Lui. E Lui mi aspetta per bastonarmi? No, con tenerezza per perdonarmi. E se domani faccio lo stesso? Vai un’altra volta, e vai e vai e vai…. Lui sempre ci aspetta. Questa tenerezza del Signore, questa umiltà, questa mitezza….questa fiducia ci dà respiro. Il Signore ci dia questa grazia, questo coraggio di andare sempre da Lui con la verità, perché la verità è luce e non con la tenebra delle mezze verità o delle bugie davanti a Dio. Che ci dia questa grazia! E così sia”.