| Duccio di Buoninsegna, la Pentecoste |
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LO SPIRITO SANTO E LA GRAZIA. Come un caffè in canonica
| Foto di Sofia Mardegan Photographer (Facebook) |
LA TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE: AUDIO MP3 SUL QUARTO MISTERO DELLA LUCE
| Giov.Bellini,Trasfigurazione (1479), Museo Naz. Capodimonte |
Il 14 marzo 2013 sono intervenuto a Radio Maria sul quarto mistero luminoso del Santo Rosario: la Trasfigurazione del Signore.
Sono partito come altre volte da quanto ho scritto nel libro sui misteri del Rosario: CONTEMPLARE CRISTO CON GLI OCCHI DII MARIA. Era il giorno successivo all’elezione di Papa Francesco. Ho avuto la possibilità di esprimere in diretta i sentimenti miei e di tantissimi nella Chiesa e nel mondo. Il mistero della Trasfigurazione si prestava molto a contemplare anche, alla luce del vangelo, i fatti mirabili che illuminavano la Chiesa in quei giorni: l’addio santo ed eroico di Benedetto XVI intriso di amore soprannaturale per la Chiesa, e le prime parole di Papa Francesco dalla loggia di san Pietro, il 13 marzo la sera della sua elezione.
CERCA LA PERSONA LA’ DOVE E’ UNICA E SOLA. Di don Valentino Guglielmi
| Milano in bianco e nero, foto di Sofia Mardegan |
Ho sentito dire che una persona che partecipava alle catechesi familiari di don Valentino Guglielmi, in una delle parrocchie che ha servito come parroco nel veronese, dice: veniva voglia, al termine di correre a dire a tutti quello che avevamo ascoltato e scoperto. Nel leggere questi suoi scritti inediti cogliamo qualcosa di quello che doveva essere il clima di quelle catechesi. Don Valentino intitolò il brano che pubblico, come sempre denso e penetrante, “Accademia”, forse intendendo che quei dottori di cui parla, che fanno teorie sulle persone e sulla loro educazione devono fare altre scoperte, come quelle della trascendenza e unicità della persona. Solo dopo potranno educare. Ma come vedete le mie parole, forse, rovinano tutto. Scheda del 26 gennaio 2005.
LA MADONNA E LA VITA ORDINARIA
| Esteban Murillo, Sacra Famiglia |
I CRISTIANI COSTRUTTORI DI PONTI, SENZA PAURA. Omelia di Papa Francesco dell’8 maggio 2013
Il Dio che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene, che è Signore del cielo e della terra, non abita in templi costruiti da mani d’uomo né dalle mani dell’uomo si lascia servire come se avesse bisogno di qualche cosa: è lui che dà a tutti la vita e il respiro e ogni cosa. Egli creò da uno solo tutte le nazioni degli uomini, perché abitassero su tutta la faccia della terra. Per essi ha stabilito l’ordine dei tempi e i confini del loro spazio perché cerchino Dio, se mai, tastando qua e là come ciechi, arrivino a trovarlo, benché non sia lontano da ciascuno di noi. In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo, come hanno detto anche alcuni dei vostri poeti: “Perché di lui anche noi siamo stirpe”. Poiché dunque siamo stirpe di Dio, non dobbiamo pensare che la divinità sia simile all’oro, all’argento e alla pietra, che porti l’impronta dell’arte e dell’ingegno umano. Ora Dio, passando sopra ai tempi dell’ignoranza, ordina agliuomini che tutti e dappertutto si convertano, perché egli ha stabilito un giorno nel quale dovrà giudicare il mondo con giustizia, per mezzo di un uomo che egli ha designato, dandone a tutti prova sicura col risuscitarlo dai morti».
LA CAPACITA’ DI SCHERZARE ANCHE NEL DRAMMA E’ UNA VIRTU’? L’ESEMPIO E L’INSEGAMENTO DI SAN TOMMASO MORO
Carlo de Marchi, letterato e sacerdote milanese, ha pubblicato un articolo dal titolo “Cattolicesimo e umorismo inglese” sulla rivista Studi cattolici 625 (marzo 2013), pag. 184-186. Il titolo può far pensare ad una trattazione teorica un po’ arida di un vasto tema, pur interessante, invece lo scritto si basa quasi esclusivamente su testimonianze ed espressioni di san Tommaso Moro, che può essere molto utile conoscere a persone che ne sono devote, che lo conoscono come marito e padre, come umanista insigne, come statista, e soprattutto come uomo che ha saputo diventare santo in mezzo al mondo, in un periodo difficile della storia dell’Inghilterra e dell’Europa, come martire della verità della fede cattolica e dell’indissolubilità del matrimonio. Martirio che peraltro da buon cristiano e da persona furba e intelligente, ha cercato in ogni modo lecito di evitare. Lo riporto con un titolo diverso, che può invitare un pubblico più ampio alla lettura: tutti coloro che si trovano quotidianamente alle prese con la difficoltà di coniugare la serietà dei problemi che dobbiamo affrontare con il consiglio evangelico di coltivare la gioia, anzi la promessa della gioia piena per chi ascolta Gesù e lo segue, per chi conosce e cerca di mettere in pratica le sue parole. Nei discorsi dell’ultima cena del vangelo di Giovanni, si parla molto della gioia è ripetuta varie volte, come di essere beati nel servire, di ricevere la pace che non è quella che può dare il mondo, il comando di non lasciarci turbare il cuore, il desiderio che la nostra gioia sia piena…tutto questo ci dice Gesù, unito al turbamento per la consapevolezza del vicino tradimento dei suoi. Ma la dimensione della gioia ha comunque e di gran lunga il sopravvento. Tutto avviene poco prima della sua preghiera nel Getzemani, della sua cattura, processo, flagellazione, crocifissione e morte in croce. Problemi non da poco. Eppure c’è gioia e pace e amore. Anche sorpresa e vivacità dei suoi discepoli nel dialogo con lui. Quindi non è strano che Dio doni ad un uomo, a un santo, a un suo testimone, una grazia simile, anche sotto la forma del buon umore sereno, dello scherzo giocoso, perché no: nel momento più drammatico della condanna a morte e della sua esecuzione. Buona lettura e buon tentativo di imitazione, o meglio preghiera con l’intercessione di Thomas Moore, per ottenere da Dio questa grazia sublime. Le immagini di Tommaso Moro che abbiamo sono tutte serie, ma dobbiamo immaginarcelo che sorride e che fa sorridere, anzi penso che proprio facesse ridere di gusto.
ALLEANZA NUOVA (LA TRASCENDENZA DI CIASCUNA PERSONA)
Scritto di don Valentino Guglielmi del 21 dicembre 2004. Colpisce come sempre la rapidità con cui scocca la sua freccia, la precisione con cui colpisce il bersaglio (il cuore), la profondità della ferita, da cui sgorga la contemplazione di una verità che ci supera e ci comprende. Dall’Antica Alleanza, alla Nuova, la Pasqua, dalla sua Messa e dallo Spirito Santo ricevuto alla vita quotidiana, alla nostra vita d’amore, e fraterna. Tutto si unisce, e si stempera nella sua finale concretezza sapiente, sorridente.
(foto di Sofia Mardegan Photographier)
LA MADONNA MAESTRA DI PREGHIERA
Omelia di don Matteo Fabbri,
Novena all’Immacolata, Duomo di Milano
3 dicembre 2013, Memoria di san Francesco Saverio
Il salmista affronta un momento drammatico, forse una malattia particolarmente grave o una persecuzione, e trova conforto nella preghiera che rivolge a Jhwh. La sua forza è in questo dialogo, che gli permette di inserirsi nella grande corrente della tradizione della preghiera.
Anche per questo volgiamo lo sguardo alla nostra Madre del Cielo.
La Madonna è Maestra di preghiera. L’iconografia di secoli l’ha raffigurata raccolta in preghiera nel momento in cui riceve l’annuncio dell’Angelo e lo Spirito Santo scende su di Lei. L’incontro con Elisabetta sua parente culmina con la meraviglia del Magnificat.
A Cana è la sua intercessione, come abbiamo già detto, che provoca l’anticipo dell’”ora” di Gesù. Finché ai piedi della Croce diviene in qualche modo Ella stessa preghiera vivente, ormai unita e identificata con il Figlio sofferente.
La Vergine santa ci mostra innanzi tutto le disposizioni per la preghiera; davvero il suo Cuore immacolato è terreno preparato, pronto a ricevere lo Spirito Santo. Come scrive il Papa in uno dei libri scritti prima della chiamata al soglio pontificio “Essere terreno per la parola vuol dire essere una terra che si lascia assorbire dal seme, che al seme si assimila rinunciando a se stessa per farlo germogliare”[2].
Già la sola contemplazione della Madonna in preghiera e della sua vita intera come vita di preghiera dovrebbe convincerci della bellezza di coltivare una solida vita interiore, di rapporto personale con il Dio Uno e Trino, imparando a rivolgersi al Padre,
fonte inesauribile ed eterna di ogni bene, identificandoci con il Figlio amato attraverso una contemplazione sempre più viva della Sua Vita e dei suoi insegnamenti, con il sostegno costante dello Spirito Santo, soffio e intimità viva di Dio, l’unico che, come dice san Paolo, “scruta le profondità di Dio”[4].
Sì, diciamolo ancora, e chiediamo alla Madonna di aiutarci a comprenderlo in maniera viva, profonda e personale: che bello pregare! Che bello immergersi nell’intimità divina! Il Signore lo desidera per ciascuno di noi, non solo per alcuni eletti.
Eppure noi ancora stentiamo a gustare questa bellezza. Il nostro gusto si è come guastato, il palato non è più sensibile alle delicatezze divine. Perché?
Molte volte siamo pervasi da una mentalità utilitaristica che ci porta a leggere tutto ciò che facciamo in termini di “ritorno” personale… Si perde la capacità contemplativa; prevale in tutto un senso pragmatico; vogliamo tutto subito e lo vogliamo in base ad una pretesa stringente. Ci infastidisce la gratuità, il dono. Ma così perdiamo tutto. Ci si possono applicare le parole del profeta Aggeo: “Avete seminato molto, ma avete raccolto poco; avete mangiato, ma non da togliervi la fame; avete bevuto, ma non fino a inebriarvi; vi siete vestiti, ma non vi siete riscaldati; l’operaio ha avuto il salario, ma per metterlo in un sacchetto forato”[5].
Forse è una domanda che può provenire solo da chi non ne ha mai davvero fatto esperienza.
Trovo significativa la risposta di un Vescovo dell’Italia centrale: “Mi chiedi: perché pregare? Ti rispondo: per vivere. Sì: per vivere veramente, bisogna pregare. Perché? Perché vivere è amare: una vita senza amore non è vita. È solitudine vuota, è prigione e tristezza. Vive veramente solo chi ama: e ama solo chi si sente amato, raggiunto e trasformato dall’amore. Come la pianta che non fa sbocciare il suo frutto se non è raggiunta dai raggi del sole, così il cuore umano non si schiude alla vita vera e piena se non è toccato dall’amore. Ora, l’amore nasce dall’incontro e vive dell’incontro con l’amore di Dio, il più grande e vero di tutti gli amori possibili, anzi l’amore al di là di ogni nostra definizione e di ogni nostra possibilità. Pregando, ci si lascia amare da Dio e si nasce all’amore, sempre di nuovo. Perciò, chi prega vive, nel tempo e per l’eternità. E chi non prega? Chi non prega è a rischio di morire dentro, perché gli mancherà prima o poi l’aria per respirare, il calore per vivere, la luce per vedere, il nutrimento per crescere e la gioia per dare un senso alla vita”[6]
Abbiamo bisogno di amore, come dell’aria per respirare. Ma l’amore è in primo luogo quello ricevuto. Si impara ad amare… essendo amati; è come per imparare a parlare: il bambino sente parlare, sente che gli si rivolgono parole e poco a poco articola a sua volta suoni indistinti che poi divengono le parole. È perché la madre gli sorride per settimane intere che a un certo punto il neonato, improvvisamente, senza ancora rendersi conto di cosa sta facendo, risponde con il proprio sorriso; un sorrisone che suscita l’entusiasmo delle nonne… Dobbiamo aprirci al dono di Dio e scoprire ogni giorno che Dio stesso, Uno e Trino, vuole intrattenersi in un colloquio di amore con te e con me. Ci sembra troppo bello per essere vero; eppure è proprio così. Gesù ci ama, ti ama, si interessa alla tua vita, è contento di intrattenersi con te e con me in dialogo di amore, ed è desideroso di accoglierti, di accogliermi, così come siamo, per guarirci.
Ricordo che mia sorella, quando era bambina (poteva avere allora tre anni) stava imparando le preghiere. Come spesso capita, anche per lei successe come ai bambini: cambiano le parole perché ciò che dicono abbia un senso a loro accessibile. E così, recitando una delle prime volte la preghiera mariana per eccellenza, disse: “Ave Maria, piena di grazia, il Signore è contento…”. Con il passare degli anni ho ripensato a quanta saggezza era contenuta in quella ingenua storpiatura: il Signore è contento! È contento di stare con noi.
Certo, la preghiera non sempre ci dà soddisfazione. L’amore di Dio per noi è sempre reale, ma non è sempre percepibile dal punto di vista del sentimento, del cuore. La preghiera per questo comporta costanza, impegno. Il calore dell’amore di Dio deve sciogliere il ghiaccio del nostro cuore, ma per questo ci vuole tempo: il disgelo dopo l’inverno è progressivo. E noi spesso non abbiamo pazienza…
E poi… Dio si mette in gioco nel dialogo con noi; da parte sua il dialogo è trasparente e sincero. Non è detto che da parte nostra sia altrettanto, e anche questo è impegnativo.
Ma poi, come pregare? Possiamo soffermarci sull’orazione vocale, sulla meditazione e sull’orazione mentale.
E poi le preghiere vocali ci richiamano una realtà fondamentale: siamo fatti di anima e corpo: bando ad ogni falso spiritualismo! Non è vero che l’importante è il cuore e non la manifestazione esteriore. Sono importanti entrambi! Nessuna persona innamorata si presenta in ritardo o in maniera sciatta all’appuntamento con la fidanzata. Il nostro cuore ha bisogno di esprimersi in gesti, parole, affetti. Così anche nella preghiera.
E poi le preghiere vocali (il Padre nostro, l’Ave Maria, ecc.) sono una vera e propria scuola di contemplazione: lo stesso Catechismo della Chiesa Cattolica contiene uno splendido commento all’Ave Maria (cfr. nn. 2676 – 2677); la nostra meditazione tante volte potrà consistere nell’assaporare, nel ripetere adagio queste formule, cercando di far sedimentare nel nostro cuore tutta la ricchezza che vi è racchiusa.
Vi è quindi la meditazione; è una riflessione su un argomento di carattere spirituale, a partire da un libro di spiritualità o, ancora meglio, dal Vangelo. Chiediamoci come leggiamo il Vangelo. San Josemaria, in un commento alla Via Crucis, scrive: “Vuoi accompagnare da vicino, molto da vicino, Gesù?… Apri il Santo Vangelo e leggi la Passione del Signore. Leggere soltanto? No: vivere. La differenza è grande. Leggere è ricordare una cosa passata; vivere è trovarsi presente in un avvenimento che sta accadendo proprio adesso, essere con gli altri in quelle scene”[7].
Vogliamo leggere il Vangelo in maniera viva? Cominciamo a creare un “deposito”. Come si fa quando ci si prepara all’inverno nei paesini di montagna: si fa provvista di legna. Leggiamo qualche versetto di Vangelo ogni giorno: 2 o 3 minuti al giorno sono sufficienti… soprattutto perché non possiamo dire di non avere tempo di farlo. Ci familiarizzeremo con la vita di Gesù e della Sua santissima Madre, fino a giungere a quel momento splendido in cui non ci vengono in mente soltanto le scene, ma le stesse parole del Vangelo.
La Sacra Scrittura diventa così nostra, e ci troviamo a casa. Come Benedetto XVI dice della Madonna: “lei nella Parola di Dio è veramente a casa sua, ne esce e vi rientra con naturalezza”[8].
Così, con naturalezza, passiamo al terzo stadio: l’orazione vera e propria, che è dialogo sincero, vero, profondo, a tu per tu. Noi, ormai “entrati” nel Vangelo, ci troviamo, come quei personaggi, al cospetto di Gesù, che ci guarda con affetto e ci chiede, come al cieco: “Che cosa vuoi che ti faccia?”[9]; o ci interpella con una domanda impegnativa: “Chi dice la gente che sia il Figlio dell’Uomo?”, e di fronte alla risposta variegata degli Apostoli, incalza: “E voi, chi dite che io sia?”[10],
che è come dire: Io chi sono per te? Non possiamo restare indifferenti a queste domande, e tenteremo, in maniera rozza e limitata, le nostre risposte, farfugliando qualcosa nella lingua giusta, che è quella dei figli di Dio.
Impareremo così a vedere Gesù come una Persona viva. E vivremo noi stessi la sua stessa vita. Vivere, vita cristiana! La vita cristiana non è roba vecchia, da soffitta polverosa! I primi cristiani, spiega Benedetto XVI nel secondo volume su Gesù di Nazaret, si definivano “i viventi”[11].
Coloro che vivono la vita stessa del Risorto, del Signore Gesù!
Come rendere realtà nella nostra vita tutto questo?
Aiutaci Madre nostra: rivolgiamo a te quella preghiera che gli Apostoli stessi rivolsero a Gesù: insegnaci a pregare!
Amen
[1]Sal 101(102), 12 – 13 (Salmo resp.).
LA VERGOGNA DEL MALE COMMESSO: VERA VIRTÙ CRISTIANA E UMANA. Omelia di Papa Francesco, 29 aprile 2013
E ci presenta – vero? – quel Signore tanto buono, tanto fedele, tanto giusto che ci perdona. Quando il Signore ci perdona fa giustizia innanzitutto a se stesso, perché Lui è venuto per salvare e perdonarci, accogliendoci con la tenerezza di un padre verso i figli: il Signore è tenero verso quelli che lo temono, verso quelli che vanno da Lui e con tenerezza ci capisce sempre, vuole donarci quella pace che soltanto Lui dà. Questo è quello che succede nel Sacramento della Riconciliazione anche se tante volte pensiamo che andare a confessarci è come andare in tintoria per pulire la sporcizia sui nostri vestiti. Ma Gesù nel confessionale non è una tintoria: è un incontro con Gesù, ma con questo Gesù che ci aspetta, ma ci aspetta come siamo. ‘Ma Signore, senti sono così…’, ma ci fa vergogna dire la verità: ‘Ho fatto questo, ho pensato questo’. Ma la vergogna è una vera virtù cristiana e anche umana…la capacità di vergognarsi: io non so se in italiano si dice così, ma nella nostra terra a quelli che non possono vergognarsi gli dicono ‘sin vergüenza’, senza vergogna: questo è ‘un senza vergogna’, perché non ha la capacità di vergognarsi e vergognarsi è una virtù dell’umile, di quell’uomo e di quella donna che è umile. Occorre avere fiducia perché quando pecchiamo abbiamo un difensore presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto. E Lui ci sostiene davanti al Padre e ci difende di fronte alle nostre debolezze. Ma è necessario mettersi di fronte al Signore con la nostra verità di peccatori, con fiducia, anche con gioia, senza truccarci… Non dobbiamo mai truccarci davanti a Dio!. E la vergogna è una virtù: benedetta vergogna! Questa è la virtù che Gesù chiede a noi: l’umiltà e la mitezza. Umiltà e mitezza sono come la cornice di una vita cristiana. Un cristiano va sempre così, nell’umiltà e nella mitezza. E Gesù ci aspetta per perdonarci. Possiamo fargli una domanda: allora andare a confessarsi non è andare a una seduta di tortura? No! E’ andare a lodare Dio, perché io peccatore sono stato salvato da Lui. E Lui mi aspetta per bastonarmi? No, con tenerezza per perdonarmi. E se domani faccio lo stesso? Vai un’altra volta, e vai e vai e vai…. Lui sempre ci aspetta. Questa tenerezza del Signore, questa umiltà, questa mitezza….questa fiducia ci dà respiro. Il Signore ci dia questa grazia, questo coraggio di andare sempre da Lui con la verità, perché la verità è luce e non con la tenebra delle mezze verità o delle bugie davanti a Dio. Che ci dia questa grazia! E così sia”.
