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LA GENTE VUOLE CHE TU PREGHI PER LORO, CHE ASCOLTI LORO E LA STORIA CHE DIO SCRIVE ATTRAVERSO DI LORO, mons. Fernando Filograna nominato Vescovo di Nardò Gallipoli racconta la sua esperienza di prete

Ecco lo stemma che don Fernando ha scelto per il suo episcopato, che avrà inizio con l’ordinazione del 14 settembre, nel giorno della Esaltazione della Santa Croce, nella Cattedrale di Lecce, alle 17.30. Il nome di Cristo al centro, le spighe simbolo dell’Eucaristia e del raccolto abbondante dell’apostolato che lo aspetta, la stella della vocazione, le parole tratte dalla lettera ai Romani (8,28): Omnia in bonum: diligentibus deum omnia cooperantur in bonum. Tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio. Piaceva a san Josemarìa Escrivà sintetizzare in questo modo le parole di san Paolo, e ripeterle così, come giaculatoria, per indurre alla speranza e alla certezza della presenza della provvidenza di Dio che orienta al bene tutte le cose. Per aiutare a conoscere don Fernando, e per dare una gioia a coloro che lo conoscono, pubblico qui un testo trascritto da una sua conversazione che tenne durante uno degli Incontri Estivi per seminaristi diocesani che, con Iniziative culturali Sacerdotali, organizziamo nella zona di Roma. Quello del 2004 si svolgeva a Sacrofano. Nel rileggerlo oggi a distanza di anni, vi si apprezzano tante delle caratteristiche del prete che il papa Francesco vuole per la Chiesa: aperto, che prega, che esce incontro alle pecorelle del suo gregge che sono disperse. Colpiscono, adesso le parole con cui descrive quella deve essere il rapporto con il proprio Vescovo del prete: vicinanza, affetto, devozione. I laici che lo hanno letto mi dicono che serve molto anche a loro, non è un testo specialistico per sacerdoti: parla di amore di Cristo e per la sua Chiesa, di virtù cristiane che tutti siamo chiamati a vivere.
Riporto un’immagine del Crocifisso ligneo della Cattedrale di Nardò, del secolo XIII, che don Fernando ha scelto come immagine della sua ordinazione episcopale.

Le esigenze attuali del ministero parrocchiale e la formazione umana del candidato al sacerdozio 

Mons. Fernando Filograna

Comincio con delle piccole osservazioni. Intanto non so come mai sia venuto qua; forse il Signore si è servito di tante situazioni…, quando sono stato invitato ero preso da tanti impegni e ho risposto di sì senza rendermi conto di ciò che stavo dicendo. E questo succede a noi parroci che abbiamo sempre tante cose da fare, la gente che ti assilla; e dovremmo farle bene queste cose, ma a volte succede che ti senti inadeguato: e poi il Signore si serve di te, senza sapere come, il Signore porta avanti la Storia. Poi ho cominciato a pensare a questo schema  e a che cosa poteva essere utile dire a voi questa mattina e non vi nascondo che ho provato e riprovato a fare diversi schemi, poi ho gettato via tutto e mi sono detto che qui bisogna dire qual’ è la nostra vita di sacerdoti.
Io vengo dal Seminario, sono stato per un po’ di anni, cinque, padre spirituale e per tredici anni Rettore del Seminario minore, da 8 anni sono parroco; quindi conosco bene anche la vita del Seminario e sento una passione particolare per le vocazioni.

Dunque mi sono domandato: cosa può essere utile dire ai seminaristi? Comincio col dire com’è iniziata la mia avventura in parrocchia, che cosa ho trovato, quali sono  le difficoltà, e poi, pian piano, tratteggio il tema che mi è stato affidato.

Dopo 18 anni di vita di seminario mi sono trovato in parrocchia, in una situazione per cui tutte quelle cose che dicevo ai seminaristi dovevo metterle in pratica. E che cosa ho trovato in parrocchia? Una progressiva e sistematica scardinazione del Cristianesimo. Anche voi vivete in parrocchia e, lo vediamo, il fenomeno religioso è diventato un prodotto da consumare, la religiosità viene ridotta a delle pratiche: esteriorità, molta emotività; c’è stato il fenomeno interessante della pietà popolare, l’ostacolo per la fede per entrare nel mondo della cultura – si vuole sempre tenere la fede lontana, perché la cultura è svuotata della trascendenza. Anche questo continuo minare i capisaldi  dell’umanesimo cristiano, la vita, la famiglia. Si dà frequentemente il caso di cristiani che frequentano la Chiesa, ma che poi si trovano a pensare, come la maggior parte, così come pensano i mezzi di comunicazione sociale, e quindi non fa problema mettere in discussione il matrimonio, non si valuta l’opportunità di essere più aperti alla vita, se avere pochi o molti figli,ecc.; eppure si tratta di cristiani, benché non vengano in chiesa tutti i giorni. Ho trovato questo divario tra la fede e la vita, che camminano per conto proprio senza riuscire ad incontrarsi.
Da quando poi il Vescovo mi ha chiamato al servizio della Diocesi per coordinare il lavoro dei sacerdoti, ho approfondito il rapporto con i sacerdoti e, anche qui, mi sono trovato a contatto con sacerdoti che sentivano questo pessimismo, che correvano il rischio di chiudersi nel piccolo gruppo dove uno si sente ben protetto, stimato, ma con questa fatica di venir fuori per andare incontro agli altri: non tanto per motivi di inadeguatezza,  ma piuttosto per pigrizia, per mancanza di slancio apostolico, di vibrazione spirituale e, quindi, questo tirare avanti in modo rutinario  la vita della parrocchia.
Davanti a questo scenario, che cosa ho cominciato a fare?  Mi sono convinto che non si poteva rimanere sulla difensiva – lo Spirito ci spinge ad agire con coraggio apostolico, con una maggior creatività pastorale –  e che il Signore continua ad operare attraverso di noi; e allora bisogna credere a questo: il Signore si serve di noi come si serve del fango per dare la vista a un cieco. Ho cominciato a pensare che, davanti a questo scadimento dei battezzati, propensi a una religiosità intrisa di emozioni, a volte anche di superstizione, alla ricerca del sensazionale – perché la gente viene assecondando la cultura dell’immagine, non cerca il Signore, ma vuole commuoversi, provare sensazioni – bisognava offrire qualcosa di più forte, una spiritualità fondata sulla Parola di Dio, sui sacramenti, sulla Eucaristia, sulla Penitenza, sulla preghiera personale; sono partito dal rilancio di tutto questo: mi dovevo difendere, perché la mia vita spirituale non deve scadere e poi dovevo osare, chiedere dalla gente qualcosa di più.
Io devo ringraziare l’Opus Dei che, attraverso la Società Sacerdotale della Santa Croce, mi ha permesso di avere sempre una formazione permanente e, quindi, di essere sostenuto nel mio cammino spirituale, in questo piano di vita, ogni giorno: raccogliermi in orazione, nella lettura del Vangelo e nella lettura spirituale, ecc.: tutti mezzi che ti portano a non battere la fiacca, a non scendere di tono. E questo, se lo faccio io, perché non posso proporlo alle persone?
E quindi ho incominciato a impostare la vita pastorale mosso sia da questa vita interiore che mi sforzavo di vivere, sia dal progetto pastorale diocesano e parrocchiale, chiedendo alle persone una maggiore attenzione alla Messa quotidiana: alle 7 di mattina propongo la meditazione quotidiana – e attualmente viene un buon gruppo di persone -, poi, pian piano, ho incominciato a diffondere la lectio divina, l’ascolto della Parola:  stampare delle schede e affidarle alle persone che venivano dei vari gruppi perché le portassero di casa in casa; fare piccoli centri d’ascolto dove si commentava il Vangelo della domenica, e poi i ritiri spirituali; distribuire nella parrocchia quelle famose “antenne di zona”, quelle persone sensibili, legate all’apostolato della preghiera e altri movimenti, che portavano la parrocchia nella strada e portavano la strada e le famiglie nella parrocchia e mi informavano circa situazioni di disagio, di povertà, di sofferenza.
A loro chiedevo di portare avanti il “monastero invisibile”, cioè invitare le persone a pregare, a offrire la loro sofferenza, la loro solitudine, per la santità dei fedeli e del clero e per le vocazioni e poi, dopo tutto questo, le attività normali della parrocchia: il catechismo,  gli itinerari di iniziazione cristiana, il gruppo famiglie per le diverse età, ecc.. Mi sembra che, pur respirando questo clima di soggettivismo e di influssi fuorvianti, la gente ha risposto bene, perché nel cuore della gente c’è sempre il desiderio di Dio, di incontrare il Signore in modo meno massificante.
Ho scoperto davvero la bellezza della comunicazione: scendere dal piedistallo, – io sacerdote da una parte e la gente dall’altra parte -; non più maestro e discepolo, ma ricevente e trasmittente: ognuno di noi ha una sua ricchezza spirituale, che deve mettere al servizio degli altri e essere ricevente e trasmittente. La gente vuole che tu preghi con loro, che tu ascolti la parola del Signore, che ti confronti, che abbia tempo per ascoltare le loro esigenze, ma anche la storia che Dio scrive attraverso di loro; quindi in mezzo alle persone, sapendo che c’è una mediazione salvifica: Dio si serve di te per toccare il cuore delle persone, per invitarli alla conversione e quindi per comunicare la grazia. Ora è vero che molta gente considera la parrocchia come un centro di servizi, viene a chiederti il certificato di idoneità per chiedere i sacramenti, la raccomandazione: sono quelle persone che ancora fanno fatica a considerare la parrocchia  come famiglia, come insieme di credenti che si ritrovano insieme perché si vogliono bene. D’altra parte ci sono fratelli che accolgono questa provocazione e hanno incominciato ad essere fermento: vanno a Messa ogni giorno, fanno meditazione, fanno apostolato porta a porta, dove lavorano, nelle strutture in cui agiscono, ti portano persone che poi si accostano alla confessione e alla direzione spirituale.
Mi sono accorto che noi a volte indugiamo, ci sentiamo come specialisti della dottrina cristiana e la trasmettiamo freddamente, senza far scoprire quel calore che la dottrina cristiana provoca dentro di noi e che poi vuole provocare nel cuore degli altri. Tutto questo mi ha fatto ricredere: se davvero noi sacerdoti, noi parroci, siamo appassionati della nostra vocazione, della nostra missione, riusciamo a smuovere il cuore delle persone; la gente vuole vedere che veramente crediamo, che siamo – come diceva il fondatore dell’Opus Dei – preti al cento per cento; vuole vedere che noi preghiamo insieme, che ci lasciamo convertire dal Vangelo, e che riusciamo a coagulare tutte quelle esperienze di fede che le persone attorno a noi fanno. Nel cuore di ogni persona ci sono frammenti di fede: noi dovremmo coglierli e sapere coagularli per poi stimolarli a crescere, evitando di lamentarci per quelle persone che non vengono mai in chiesa e di denunciare sempre le cose che non vanno. La gente non vuole che noi parliamo male dei nostri confratelli, vuole vedere persone contente, che ringraziano sempre perché c’e questa comunicazione di fede, che sanno creare un clima spirituale idoneo per questa comunicazione della fede, di cui dobbiamo essere esperti, un clima di stima, di accettazione, di simpatia: rapporti veramente personali, non funzionali del tipo: “non sai chi sono io, io sono il parroco”. Le persone non vogliono questo, vogliono una persona che insieme con loro cammina per diventare santo, lotta e poi spezza la Parola di Dio, spezza l’Eucaristia per loro. Quindi, vivere così ti dà una carica, ti permette di superare tanti scoraggiamenti e tanti momenti di solitudine.
Ora qualche riflessione che ricavo dalla lettura della mia parrocchia, della mia esperienza e da quello che dicono i documenti della Chiesa, come quello recente della CEI:  “Il volto missionario della parrocchia in un mondo che cambia”, molto bello. Poi vi consiglio altri documenti della Congregazione per il clero: “Il presbitero, maestro della Parola, ministro de Sacramenti e guida della comunità”; un altro “Il presbitero, pastore e guida della comunità parrocchiale” e altri documenti fondanti come la “Pastores dabo vobis”  e “Novo millennio ineunte”: sono i fondamenti della nostra spiritualità e dell’argomento che stiamo trattando oggi.
In quanto sacerdoti, noi siamo persone poste dinanzi al mistero, che è grande rispetto alla nostra piccolezza; l’obiettivo, quindi, non è raggiungere nella nostra vita quello stato di benessere, per cui devo stare bene, mi devo gratificare: la gioia nostra, piuttosto, è contemplare questo mistero, lasciarci prendere dal suo fascino: qui attingiamo le coordinate per la nostra missione. Noi non potremo mai raggiungere la pienezza della nostra maturità umana, cristiana e sacerdotale, se non ci poniamo questo obiettivo: di fronte al mistero, che mi spinge a donarmi e a sacrificarmi, a vivere la spiritualità del quotidiano, delle piccole cose.
La pastorale si può anche inventare facilmente; noi sacerdoti corriamo il rischio della ripetitività, l’essere come dei distributori, cioè celebrare la Messa quotidiana e sbrigare  le pratiche in modo abitudinario, però, quando fummo ordinati sacerdoti, il Vescovo ci disse “Vivi il mistero che è posto nelle tue mani”: noi sacerdoti non possiamo amministrare la grazia del Signore come se fosse qualcosa di solamente umano. Il sogno di Dio è far fiorire una comunità che sia la riproduzione della chiesa-mistero; cioè, nelle nostre comunità dovremmo ripresentare quello che è la Chiesa in grande, capaci di tenere insieme tutte le persone attorno a Cristo il Risorto, e capaci di anticipare il futuro di Dio, cioè questa profonda comunione che poi diventa servizio, missione: questo il sogno di Dio e questo dovrebbe essere il nostro sogno.
Certo i contesti in cui viviamo sono cambiati e in continua evoluzione;  oggi è importante uscire dagli schemi della pastorale tradizionale: c’è un mondo che ci provoca e noi ci dobbiamo presentare a questi nuovi nodi dell’esperienza umana con competenza e, oltre alla santità personale e alla vita interiore, anche con delle abilità. In questo mondo che cambia c’è una nuova percezione del tempo, la gente è come bloccata sul presente, senza un passato e un futuro: l’oggi è diventato una ripetitività banale, cioè stare bene oggi, godere oggi, fare quello che mi piace.
Noi veniamo da una storia sacra, dove Dio ha operato prima, sta operando adesso e opera nel futuro e quindi non possiamo diventare schiavi della cultura del presente, come se fosse unico, ma dobbiamo alimentare il presente dandogli questa apertura al passato e al futuro. Anche per quanto riguarda il problema della verità: oggi si considera vero ciò che piace, ciò che va di fare -qualcosa di soggettivo -, mentre noi siamo portatori di una verità assoluta e oggettiva che dobbiamo presentare.
Così anche il problema della rivoluzione della comunicazione: viviamo in un mondo di informazioni che ci vuole rendere schiavi, fruitori della comunicazione, ma non riusciamo più a comunicare perché non c’è dentro di noi quella ricchezza di conoscenze; invece la cultura di oggi ci vuole fruitori passivi. Anche la dimensione multiculturale della nostra società viene utilizzata per presentare la nostra religione come una tre le altre, mentre questo confronto potrebbe svilire la bellezza della nostra religione cristiana. Inoltre, se prima le persone delle nostre parrocchie si identificavano attorno al parroco o al campanile, con tutta questa frammentazione della vita, oggi questa identificazione non c’è più: oggi ci sono i supermercati, gli impianti sportivi, altre forme di aggregazione dove la gente si diverte e trova il modo di svagarsi dai problemi, e la parrocchia  rimane un centro di servizi religiosi.
In questa situazione che noi parroci viviamo ogni giorno cosa possiamo offrire alla gente? Intanto, dovremmo essere coloro che puntano gli occhi sempre a Dio, servendo le persone con le nostre mani e ascoltando i loro bisogni e poi cercando di aprirli alla trascendenza, al Signore. Siamo chiamati a questa capacità di ascolto; le persone oggi vogliono essere ascoltate: anche se a volte cercano solo uno sfogo, dobbiamo permettere loro di parlare. Riusciamo a maturare questa capacità d’ascolto se ci mettiamo davanti a Dio e Lo ascoltiamo. Se noi siamo capaci di ascoltare il Signore –  e quindi la meditazione, la lettura del Vangelo con apertura del cuore –  riusciremo anche ad ascoltare le persone, altrimenti facciamo fatica; la falsa relazione con Dio falsifica anche la relazione con le persone. E, allo stesso tempo, come tendiamo a parlare con le persone, così con Dio: parliamo sempre noi e lo ascoltiamo poco.
Le persone, venendo in parrocchia, vogliono trovare relazioni cariche di significato, attenzione soprattutto ai più bisognosi, ai poveri, parrocchie non chiuse, riservate a una cerchia di persone, ma aperte: ciascuno vuole trovarsi a suo agio, non sentirsi un intruso; le persone vogliono venire in chiesa e trovare calore, comprensione, perché fuori non trovano queste qualità.
Un’altra scelta che ci deve contraddistinguere come cristiani, come sacerdoti è che noi dobbiamo portare dentro il fuoco della missione e dobbiamo comunicarlo alle persone che vengono: se non c’è una esperienza ricca di vita interiore non comunichiamo niente. Leggo una frase di Divo Barsotti: “Gran parte della predicazione non ha più successo perché è diventata come la dottrina, non è più una testimonianza di vita. Negli apostoli, ma anche nei grandi sacerdoti che ha avuto la Chiesa, la parola non era soltanto la trasmissione di una dottrina concettuale, ma  testimonianza di una vita nuova che il Cristianesimo e il sacerdote portano nel mondo. Troppo spesso siamo ripetitori di luoghi comuni o anche di cose grandi, poche, ma ripetere non basta all’efficacia del ministero. Quello che s’impone oggi al sacerdote è di rendersi credibile e questo vuol dire credere veramente: cercando di essere uguali agli altri noi perdiamo di credibilità e di efficacia”.
Quindi: credere veramente! Il nostro annuncio deve essere frutto di testimonianza, altrimenti comunichiamo il vuoto, siamo dei canali secchi, non trasmettiamo lo Spirito, ma le nostre certezze; per cui vogliamo le persone legate a noi, vogliamo il consenso, che ci cerchino; ma non perché  abbiamo dato Dio, piuttosto, forse, perché le abbiamo soltanto attirate a noi.
Bisogna quindi superare un rischio; perché c’è questa tentazione: come se i cristiani  fossero delle persone attratte da Cristo mentre gli altri sono attratti dagli uomini, dai problemi degli uomini; senza sapere che il Signore ci ha dato una grande testimonianza: Gesù era l’uomo contemplativo, colui che si incontrava con il Padre e che però camminava sulle vie degli uomini, si preoccupava delle persone e quindi era al servizio dei bisogni degli uomini. Allora non c’è questa divisione – come nella parabola del buon samaritano – tra gli uomini che si occupano del Tempio di Dio e gli altri, invece, che si occupano del poveri. Noi ci occupiamo appunto dell’uomo che è povero, povero di Dio, ma che è anche bisognoso di amore.
Questa dunque è la cultura in cui ci muoviamo, queste sono le scelte che contraddistinguono la nostra vita cristiana.
E adesso: come agire nella parrocchia? La parrocchia è la Chiesa  che vive in mezzo alle case degli uomini, la Chiesa che si avvicina alla gente, la Chiesa che vive questi rapporti di prossimità, perché nella parrocchia noi possiamo stabilire questi vincoli concreti, di conoscenza e di amore, possiamo farci carico dei bisogni delle persone e quindi, come Gesù cerca tutti e ciascuno, così, nella parrocchia, noi siamo al servizio di tutti e di ciascuno. La parrocchia ha questa responsabilità, come comunità di cristiani, di tessere trame di solidarietà, di essere figura di una Chiesa semplice e umile che rende accessibile il Vangelo, come una comunità che s’incontra intorno alla Eucaristia e che diventa forza di aggregazione in forza della stessa Eucaristia: e l’Eucaristia mi invia.
Dicono i vescovi italiani: “Dobbiamo ridisegnare il volto della Parrocchia”, dare effettivamente un volto missionario; dobbiamo tornare a concentrarci su quella che è la missione fondamentale: l’evangelizzazione e quindi non possiamo fare una pastorale di conservazione, cioè fare quello che abbiamo fatto sempre, tenere unite le persone che abbiamo fino ad oggi invitato, ma dobbiamo dare queste due dimensioni: di una Chiesa che s’incontra attorno all’Eucaristia e che poi sente una spinta propulsiva e esce nel mondo con una dinamica tesa a coinvolgere quanta più gente possibile attorno all’altare.
Come comunicare la fede? Bisogna contagiarla da persona a persona; bisogna impostare la  parrocchia sulle relazioni personali; il Vangelo va portato non solo utilizzando i mezzi di formazione consueti come la lectio divina e i vari cammini di fede, ma alle persone di casa in casa, con quella accoglienza gioiosa, cordiale, gratuita; l’annuncio deve essere fatto con un tratto amichevole. Io ho imparato dalla spiritualità dell’Opus Dei  l’apostolato di amicizia e confidenza, comunicare la fede prima con un rapporto di amicizia, di dialogo, cogliendo anche l’occasione delle vicende che le persone vivono, e poi lentamente arrivare alla confidenza, aprire orizzonti, rompere queste corazze che le persone si sono create. Quindi una missione fatta di scambio di esperienze, di solidarietà e di dialogo.
Si evidenzia allora la prima qualità che dovrebbe avere un parroco, una capacità di simpatia. La gente non vuole vedere preti che siano impeccabili nei riti, nei tariffari, nelle processioni, che si occupano di case e soldi, sacerdoti che guardano dall’alto in basso,  che non considerano l’altro per quello che è e che maltrattano le persone; la gente ascolta si questi sacerdoti, ma li considera lontani, non li stima e li ritiene insignificanti.
Quando le persone parlano dei preti del passato mettono in evidenza, la loro povertà, la loro umiltà, la loro disponibilità, quando invece parlano dei preti di oggi dicono, spesso, che parlano dei soldi, della carriera, del prestigio, che parlano male del Vescovo e degli altri confratelli…: vuol dire che noi sacerdoti non stiamo trasmettendo qualcosa di bello, succede purtroppo che la mancanza di formazione permanente, la mancanza di fraternità tra noi sacerdoti, l’isolamento e il mancato rapporto filiale con il Vescovo – perché è importantissimo avvertire il Vescovo come un padre, avere con lui un rapporto personale -, i problemi personali, l’amarezza di alcune esperienze, l’abbandono di una certa vita interiore, tutto ciò io credo che sia alla base di quell’ attivismo vuoto che tante volte troviamo nei sacerdoti. Un sacerdote si inaridisce quando non vive delle relazioni forti con i confratelli, con il Vescovo e con la comunità, allora corre sempre, si trova a fare mille cose, ma non ha da comunicare niente, non può comunicare perché non ce l’ha dentro, e poi nasconde segreti progetti di riscatto.
 Purtroppo quando manca ricchezza spirituale e umanità nel sacerdote, vediamo che diventa una figura ambigua e, prima o poi, esplodono i problemi con esiti dolorosi, perché l’amore per Cristo entra in conflitto con altri investimenti affettivi, uno si lega alle persone in modo disordinato, si lega alle opere che sta facendo e alla sua immagine; quando succede questo, si nota come il sacerdote sacrifica tutto ai suoi progetti e li scambia per amore al Signore, identifica il successo per il successo con il Regno, così sbagliando perché poi va alla ricerca dei consensi, restringendo il campo della fede a quello dei suoi interessi, come se lui fosse un manager, e si trova ad essere, per così dire, socio di una società di cui Dio è solo un azionista con gli altri e non è quel grande Mistero di fronte al quale noi ci troviamo. Poi succede che, poiché la parrocchia vive in una realtà sociale organizzata, si ha a che fare con le autorità locali e le persone influenti e noi sacerdoti corriamo il rischio di accaparrarci la simpatia delle persone che contano e incominciamo a giudicare, a classificare e a non avere uno sguardo penetrante.
La gente vuole vedere in noi uomini che hanno maturità, vogliono vedere un altro Cristo, lo stesso Cristo, persone ancorate nell’amore a Dio, uomini che, come Gesù, lottano per la verità, sanno sfidare le leggi, accettano di stare accanto alle persone emarginate, riescono ad accarezzare quelli che nessuno prende in considerazione, uomini che stanno nella storia, ma con amore, non stanno alla finestra. È facile giudicare, dire ciò che va e ciò che non va, lamentarci sempre, ma noi sacerdoti non dobbiamo alimentare questi atteggiamenti di diffidenza, di indifferenza verso quello che accade e verso le persone, non possiamo avere uno spiritualismo disincarnato.
Noi curiamo la liturgia, e questo è importante perché è il momento in cui entriamo in contatto con il Mistero, ma quante volte invece di pensare al mistero, curiamo la liturgia per noi, e noi diventiamo i protagonisti e attiriamo l’attenzione su di noi, e in quel momento non è più il Signore che vogliamo  celebrare, ma facciamo un’autocelebrazione. La gente vuole che siamo uomini che trasmettano l’amore di Dio per l’uomo; è vero che la nostra storia è corrotta, piena di peccato – anche noi ci troviamo con le sofferenze dell’uomo -, eppure Dio guarda sempre con amore l’uomo e il sacerdote, come Dio, deve nutrire sempre simpatia verso tutte le persone: deve essere un uomo che investe un amore purissimo, concreto, verso tutte le persone.
Tutti oggi restano ammirati dalla figura del Papa che sfida chiunque, ama veramente le persone: un uomo veramente innamorato del nostro tempo. Così noi: con la nostra vita, con i nostri sentimenti e atteggiamenti possiamo e dobbiamo rendere visibile Gesù che annunciamo come Redentore. Allora capacità di simpatizzare con le persone, non capacità di piacere,  ma di sentire compassione per la persone e disponibilità attiva e operante e farci prossimo e coinvolgere l’altro in questa esperienza di amore: amare con il cuore di Gesù e leggere ogni avvenimento e ogni persona dal punto di vista di Dio; stare nel mondo con questa passione.
Certo non è facile, perché se non abbiamo in noi questa maturità umana non possiamo entrare con questa simpatia. Qui ci sono dei rischi che noi corriamo, quando formiamo dei laici: invece di formarli con questa dimensione di persone che amano, le formiamo come persone clericali, che devono essere funzionali nella parrocchia, che “devono aiutarmi a portare avanti la pastorale” e non invece persone inserite nel mondo e nella cultura, ambiti che devono fermentare con il Vangelo. Stare nella storia con amore implica davvero una maturità e una santità che non si improvvisa. Maturità per noi significa scegliere liberamente e continuamente quelli che sono i valori oggettivi della nostra vita di uomini, di credenti e di sacerdoti; noi dobbiamo sempre, continuamente, scegliere e tornare a scegliere, dobbiamo continuamente perfezionarci.
Quando diventerete sacerdoti voi sarete configurati a Cristo che è perfetto Dio e perfetto uomo, pastore e pescatore di uomini e rassomigliare a Lui: dobbiamo avere tutte le qualità che aveva Gesù, come perfetto uomo. Pensate all’icona della lavanda dei piedi, Gesù serve e lava i piedi, compie questo gesto molto bello, poi, si ferma un attimo e chiede ai suoi discepoli se hanno capito il significato del suo gesto e conclude: sapendo queste cose sarete beati se le metterete in pratica.
 Mi piace trovare in questo episodio tre dimensioni: il sacerdote che agisce con il cuore di Cristo, con le sue qualità umane, che compie un’azione, che cerca di essere consapevole di questo mistero, e poi conclude…dovete fare così anche voi: scegliere. Sono le tre chiavi, le tre dimensioni, che ci permettono di raggiungere e di mantenere viva la nostra maturità, cioè l’azione, la consapevolezzae questa libertà: le tre dimensioni della nostra vita sacerdotale, noi siamo ministri della Parola, ministri dei sacramenti e guida della comunità.
Siamo configurati a Cristo pastore, seminatore, pescatore; in quanto ministri della Parola, siamo mandati per annunciare la parola di Dio, questo significa per noi avere una grande familiarità con la Parola, lasciarsi penetrare profondamente da questa Parola, essere dei perfetti discepoli e dei credenti, ma per poter essere questo, come si fa se non abbiamo uno sviluppo armonioso delle nostre qualità umane, come si può essere uditori della Parola e comunicatori se non abbiamo una capacità di ascolto, di comunicazione e di silenzio e di rispetto della Parola per non svuotarla, per non sostituirci alla Parola. Per essere ministri della Parola dobbiamo aver queste qualità umane, una capacità di ascolto, di comprensione, di riflessione, di silenzio, di accoglienza.
Ministri dei Sacramenti, noi agiamo in persona Christi, Cristo si offre al Padre e Cristo si offre ai fratelli: noi dobbiamo unirci a Cristo in questa offerta a Dio e nella nostra missione verso i fratelli e in questo contesto Gesù ci chiama amici. Non possiamo distaccare questo nostro servizio da tutte le vibrazioni della nostra personalità, da tutte le qualità che noi abbiamo.
Pensate un attimo a quanto è importante il nostro celibato. E’ vero che oggi ci sono testimonianze poco gioiose di sacerdoti che fanno pensare che il celibato renda meno uomini delle persone sposate; però vorrei pensare a tutte quelle persone che vivono bene questa dimensione, che accolgono il celibato come una decisione consapevole e  motivata sia sotto il profilo della esperienza di fede, sia sotto il profilo di una maturazione psicologico-relazionale: cioè il celibato è quella solitudine che viene abitata da Dio e dall’amore verso gli altri. Un cuore indiviso è una sfida che noi facciamo, per amare le persone come devono essere amate. Certamente corriamo il rischio dell’isolamento; quante volte noi sacerdoti se non viviamo bene il celibato, la dimensione oblativa verso Dio e verso gli altri, diventiamo persone che prendono decisioni in solitudine e facciamo fatica a confrontarci con i confratelli: non si riesce a comunicare in modo sereno, perché si vive male il celibato. La nostra non è una vocazione all’isolamento, la nostra è una solitudine visitata da Dio e dagli uomini.
Un altro rischio che noi corriamo è vivere la nostra vita come se fosse di seconda mano, che compensa ciò che manca nella prima vita: siccome la vita mi tratta male, siccome mi sento frustrato ho diritto a qualche consolazione: ad esempio uno che vive la sua povertà, ma con disagio e allora si crea le sue sicurezze e si ricorre alle compensazioni come ci si sentisse in difetto di qualche cosa. Non vivendo bene la nostra vita di donazione a Dio e agli altri, andiamo alla ricerca di soddisfazioni e poi quando queste soddisfazioni non le raggiungiamo, uno incomincia ad eccedere nel mangiare, nel bere e, anche se non risolve il problema, cerca di mascherarlo e di attaccarsi a delle forme di dipendenza: schiavo della televisione, non  riesce a liberarsi da rapporti non sempre sereni e liberi con le persone. Quando uno non ottiene quella soddisfazione adeguata, quel bisogno di dare e ricevere affetto, allora cerca forme alternative e quindi assistiamo alla testimonianza poco bella e poco serena di sacerdoti che non sono contenti del loro celibato, si lamentano sempre, non sono trattabili, figure antipatiche.
Un altro rischio ancora, quando non si vive bene il celibato, consiste nel non sentirci parte di una comunità e di un presbiterio. Il primo sintomo di una persona che non vive bene il celibato è che non si sente legato agli altri, ai suoi confratelli, la mancanza di un’appartenenza piena alla Chiesa in termini di gioia; quindi non simpatizziamo, non troviamo il tempo per stare con i confratelli; come si fa allora, quando mancano questi elementi, per esempio a esercitare bene il sacramento della Penitenza, a dare direzione spirituale? Perché se non siamo liberi dentro, se non abbiamo la delicatezza, il rispetto, questi sentimenti ordinati, non riusciamo a vivere il sacramento della Penitenza come momento salvifico, non riusciamo a trasformarlo in un incontro autentico del peccatore con Gesù; se noi ci confessiamo poco e male, non abbiamo neanche la passione di confessare gli altri. Perché, non sperimentando dentro di noi la gioia, non siamo in grado di trasmetterla agli altri; quanto affascina, invece, un sacerdote che si muove con disinvoltura, con sicurezza e che si comporta come una persona libera, senza lasciarsi condizionare dai capricci, dalle schiavitù degli impulsi.
Infine, un’ultima annotazione: il sacerdote guida la comunità come famiglia di Dio e cerca di valorizzare tutti i carismi. E oggi sappiamo quanto sia difficile guidare una comunità, cioè creare comunione, perché la cultura imperante divide. Pensate a questo mondo conflittuale, aggressivo, competitivo; e noi sacerdoti dobbiamo essere uomini di comunione, di riconciliazione, pacificati dentro e capaci di pacificare gli animi, capaci di rivolgersi a tutti: non solamente alle persone vicine, ma anche a quelle lontane, ai piccoli e ai grandi; e se non abbiamo questa fortezza dentro, la carità, la capacità di comunione, allora vedete i rischi che corriamo: per esempio, il non assumerci delle responsabilità, aver paura di sbagliare per cui restiamo sempre sul chi va là, conduciamo la parrocchia con una forma di falsa democrazia, non riusciamo a governare la parrocchia, per cui a volte ci lasciamo sopraffare, lasciamo decidere ai laici, ci mettiamo dietro a loro e abbiamo paura di andare incontro alla Croce, all’impopolarità, di non essere accettati. Quando invece una persona ha una ricchezza interiore, la capacità di vivere bene con se stesso e con gli altri, non si chiude in una cerchia di persone, riesce ad avere sempre come obiettivo la salvezza delle anime, ricorda sempre che Gesù è il Signore e a Lui dobbiamo portare la persone e non a noi, e quindi non spadroneggiamo, non scandalizziamo le persone, non le attacchiamo a noi in modo indebito, non mascheriamo una mancanza di rettitudine d’intenzione.
E questo si vede, ad esempio, nel rapporto molto bello e rispettoso verso il Vescovo: quanto è importante nutrire questo affetto, sapere che il nostro sacerdozio è legato al sacerdozio del Vescovo: un legame fatto di affetto filiale, di rispetto, di devozione, “è il mio Vescovo”, “è il Signore”. Bisogna evitare critiche, mormorazioni, ribellioni; pensate quanto sia penoso quando il Vescovo vuole proporti qualcosa e tu fai resistenza, ti rifiuti, ti ribelli, ostacoli; pensate anche ai modi eccentrici di agire da parte nostra, quando vogliamo sempre stare al centro e passiamo dei brutti quarti d’ora se le persone non apprezzano il nostro modo di fare, e così finiamo per mettere al centro noi e non il Signore.
L’ultima esperienza riguarda quella del limite, perché noi sacerdoti veniamo a contatto con la sofferenza della gente: la sofferenza spirituale, situazioni di peccato, la sofferenza fisica e quella legata alla fragilità umana; e in questi frangenti è importante che la gente ci senta vicini. Entrare in contatto con l’esperienza del limite e del peccato, del dolore degli altri: noi lo possiamo fare se siamo capaci di entrare in contatto con la nostra esperienza di peccato, di limite. Noi dobbiamo davvero avvertire che il fallimento, il senso di inutilità, le frustrazioni fanno parte della nostra vita: anche noi possiamo sbagliare, anche noi dobbiamo accettare la prova, la croce e Dio, pur essendo peccatori, si serve di noi. Quando la persona vive dentro di sé questa esperienza del limite e la recupera con la sua spiritualità e con la sua fortezza, allora diventerà forte e capace di dare forza agli altri; quando la gente trova un prete così trova una grazia, una grazia per tutti.
Io faccio questo augurio: che noi possiamo sprigionare questa simpatia verso le persone, questa ricchezza spirituale e umana che poi ci fa diventare strumenti della grazia e portare le persone al Signore.  
*          *          *
Il Relatore ha poi risposto ad alcune domande rivoltegli dai presenti:
DOMANDA
La ringrazio per il prezioso contributo che ci ha portato della sua esperienza, molto edificante. Credo che ci troviamo in un contesto in cui la persona è frammentaria, in cui si nega la fondazione ontologica della persona umana e si possono percepire certi sintomi di schizofrenia; mi sembra di cogliere due fenomeni nel contesto attuale. Il primo è legato a una certa forma imperante di neo-clericalismo con tutte le conseguenze. Il secondo fenomeno è legato a una rimozione pratica del Concilio Vaticano II: a livello di teorie, di pensiero, è considerato la Pentecoste della Chiesa, ma a livello pratico, a livello pastorale, nelle nostre comunità di fatto, in modo più o meno conscio, c’è una certa rimozione del pensiero dell’ecclesiologia del Vaticano II. Vede anche lei questi due fenomeni come due rischi e due tentazioni?
RISPOSTA
Grazie per questa provocazione. Per quanto riguarda il neoclericalismo: partiamo sempre dalla tentazione di voler creare dei laici come supplenti a quelle che sono le nostre inadeguatezze e le nostre incapacità, invece di invitarli a essere santi e a santificarsi nel mondo, con le realtà temporali. Noi vorremmo laici che ci stanno attorno, che comandano, che ci aiutino a gestire la burocrazia, ma anche tutte le attività della parrocchia: questa è la grande tentazione che noi abbiamo; effettivamente se perdiamo di vista il sogno di Dio, come dicevamo, questo grande mistero, allora noi diventiamo dei manager, che hanno bisogno di manodopera, e allora abbiamo bisogno di catechisti, di operatori pastorali  a cui affidiamo tutte le attività della parrocchia, poi non c’interessa se raggiungono l’obiettivo o meno, però le cose devono andare bene…: l’efficienza è un rischio. La scommessa che ho fatto nella mia parrocchia è che se noi mettiamo le persone a pregare….
Faccio un esempio: io ho iniziato con le catechiste che avevo – l’esperienza delle catechiste è quella più comune nelle nostre parrocchie, perché è più difficile formare gli altri operatori pastorali, è più urgente, invece, avere catechisti per preparare i bambini ai sacramenti -, catechiste generosissime nella loro dedizione, ma cos’è successo? Alcune catechiste che io ho trovato e continuano a stare lì, usano fare il catechismo nella vecchia forma perché hanno l’immagine della loro catechista: lezione, interrogazione ecc. Invece le catechiste che sono andato poi a formare attraverso l’ascolto della Parola, la meditazione, una vita spirituale intensa, hanno incominciato a fare catechismo nelle case, perché hanno qualcosa dentro che devono comunicare; hanno cominciato a fare catechismo con le famiglie, non solo con i ragazzi; quindi è più arricchente, più provocatoria la catechista che va, raduna (intanto i ragazzi sono pochi) un piccolo gruppo, ma soprattutto unisce i genitori, porta i ragazzi nelle case, fa lì l’incontro, coinvolge le mamme e i papà, poi m’invita: io vado, facciamo un piccolo ritiro, un momento di riflessione, in casa: questo nasce da una formazione e da una sensibilità diverse. Io credo che se noi lavoriamo sempre per la crescita spirituale delle persone, possiamo tamponare il rischio di clericalismo che c’è sempre stato, c’è e ci sarà, anche in noi sacerdoti.
A proposito della rimozione del Concilio, si può dire che effettivamente noi non siamo nella pienezza del Concilio. Il Concilio è stato una profezia, la Pentecoste della Chiesa, però non è ancora entrato nel vissuto delle persone. La liturgia non è come quella che il Concilio ha descritto, non ha quella ricchezza di espressione legata alla vita, è stata una riforma frettolosa. Noi abbiamo adeguato alcune strutture, lo spirito del Concilio tuttavia non è stato pienamente attuato, ci vorranno ancora degli anni; la stessa parrocchia fa fatica, non abbiamo oggi una pastorale riconosciuta, perché è ancora in elaborazione; l’ecclesiologia del Concilio non è arrivata nel tessuto delle persone, quindi voi che state studiando adesso sarete in condizioni migliori di  noi, sacerdoti di una certa età, per vivere le espressioni del Concilio. Credo che attualmente non lo stiamo vivendo in pienezza.
DOMANDA
Mi ha colpito molto la meditazione prima della Messa, vorrei chiedere come è nata quest’idea, come l’ha  proposta e come di fatto si realizza e, infine, che risposta c’è, che frutti dà.
RISPOSTA
È nata come una difesa, perché in seminario ero abituato ad avere i miei tempi – in seminario è facile alzarsi prima, andare in cappella, fare meditazione; poi arrivano i seminaristi e ci sono le celebrazioni. Quando invece sono arrivato in parrocchia, vedevo che questi tempi liberi non erano più disponibili, perché le persone sapevano che io stavo in chiesa e venivano a cercarmi, a qualsiasi ora, accorgendosi della disponibilità; succedeva che prima della Messa chiedevano di confessarsi, di “segnare” le Messe,  raccontavano qualche aneddoto o le loro esperienze personali, e quindi costatavo che non riuscivo a riservare per me del tempo; adesso, quando la chiesa è chiusa, nel pomeriggio, io posso stare davanti al tabernacolo, fare l’orazione, la lettura spirituale e quando apro la chiesa verso le sedici, cominciano a venire a trovarti, perché sanno che ci sei, e questo è molto importante: le persone devono sapere che tu stai lì, e se non ci sei, stai nella parrocchia per incontrare altre persone.
Allora ho dovuto difendere questo mio spazio di tempo al mattino e ho cominciato a suggerire a quel gruppo di persone che c’era: che dite, io devo fare la meditazione, vi va di farla insieme? Magari io leggo ad alta voce qualche brano e li ho introdotti a poco a poco, e ho visto che le persone incominciavano a venire e ad ascoltare. Poi ci sono dei periodi, anche durante l’inverno, quando inizia la direzione spirituale e comincia il contatto personale con le persone: non erano più quelle vecchiette abitudinarie, che venivano di mattina per la Messa, ma professioniste come insegnanti, persone che incominciano ad elaborare una fede incarnata nella vita e hanno bisogno, chiedono la meditazione perché li aiuta, li facilita; c’è stato perciò questo passaggio di consapevolezza, dalla fase nella quale non erano mai abituati a fare l’orazione – nessuno aveva mai parlato a loro di meditazione, perché si pensava che fossero cose da preti e da suore – a quella in cui avevano capito che l’orazione era adatta anche ai laici.
Ho cominciato a leggere i libri di Carvajal, “Parlare con Dio”; molti di loro li hanno comprati, mi dicono che fanno meditazione in casa per conto loro: quindi un passaparola. C’è stata una signora che veniva e aveva il cognato parroco; ha cominciato a parlargli di questi libri, poi mi ha detto tutta contenta: adesso anche mio cognato, nella sua parrocchia fa la meditazione al mattino con questi libri, leggendone brani alla gente. È una forma molto semplice; a me dà molta consolazione che le catechiste e gli altri operatori pastorali sono entrati nell’ottica che, per essere oggi operatore pastorale devi prima avere il contatto con il Signore, altrimenti non puoi fare nulla.
DOMANDA
Grazie, don Fernando, anche da parte mia. Ho notato nella relazione riferimenti al sacerdozio come necessariamente incarnato in una persona che deve essere sia uomo di Dio, sia pienamente uomo, un uomo che sa vivere i valori umani, che sa incarnare e esprimere quelle che chiamiamo virtù umane. Mi veniva da pensare come questo potrebbe rimandare a una meditazione sulla vita di Gesù come uomo, oltre che come uomo-Dio, e sarebbe proficuo per la nostra azione pastorale la riscoperta di Gesù capace di fortezza, capace di comprensione, di sincerità, di lealtà, di umiltà. Interessante per l’azione pastorale, per incarnare noi tutto questo. Non sarà importante per il sacerdote avere qualcuno che lo aiuta a maturare anche sotto questo aspetto? Non dovremmo riscoprire l’importanza della direzione spirituale non solo sui valori soprannaturali, che sono fondamentali, ma anche su quelli umani?
RISPOSTA
Dicevamo prima, durante la pausa, che il seminario non prepara – non è una critica al seminario -, ma nessuno esce dal seminario come un prodotto finito, ben preparato. Avete visto anche come nel seminario si fa pochissima esperienza pastorale, e quella della parrocchia è completamente diversa, anzi nemmeno si studia. Si studia teologia, spiritualità però poi c’è la vita. Quando facevo le ultime riflessioni dicevo che il luogo della formazione è il nostro stesso ministero: quell’azione, consapevolezza, libertà significa che ognuno di noi, agendo, prende consapevolezza e sceglie; ed è una spirale che cresce: quanto più agisco con gioia, più prendo consapevolezza, più mi dono e più agisco; quindi qualcosa che continua, noi la chiamiamo la formazione permanente. Se il seminario riesce a darci questa impostazione, c’è la speranza di riuscita, se il seminario lo viviamo come una vigilia, non vediamo l’ora di finire per poi cominciare, si profila un divario tra il seminario e la vita pastorale che è sintomo di insuccesso.
Il seminario allora deve essere un luogo dove si vivono le virtù umane già con lo stare insieme, perché è importante quella vita di fraternità, di comunione, che c’è in seminario, uno spirito di famiglia. Qui nasce purtroppo anche la difficoltà. Vi faccio una confidenza: quando il Vescovo mi ha mandato in Parrocchia, io, che mi ero abituato a vivere da 18 anni sempre con dei confratelli sacerdoti, sentivo il disagio di andare a vivere da solo in parrocchia. Da noi, nel Sud, i preti vivono da soli: non ci sono le canoniche, né i preti vivono insieme, come nel Nord o a Roma, e quindi ho chiesto al Vescovo di vivere possibilmente con altri confratelli e il Vescovo mi garantì che mi avrebbe mandato un altro sacerdote per stare con me,  e mi disse di fare perciò la canonica con quattro posti letto; però non c’è la volontà neanche nei sacerdoti che escono dal seminario di vivere insieme, c’è una fuga, emerge un bisogno di autonomia. Ma oggi, come ci ha detto mons. Betori, non è possibile pensare un prete isolato, oggi bisogna vivere in rete: il rapporto di fraternità con gli altri è importantissimo.
Questo bisogno di fraternità si va a sposare bene con il fenomeno della direzione spirituale, e anche sotto questo aspetto il seminario non ci abitua molto alla direzione spirituale: ci impongono una figura di sacerdote, il padre spirituale, di cui negli anni di seminario non riusciamo a capire il significato e l’importanza, una figura considerata come quella a cui dobbiamo raccontare i problemi  e non come il mio compagno di viaggio, la persona che si mette accanto a me e mi aiuta a camminare, a darmi sicurezza. Nel seminario hai questa figura istituzionale da valorizzare; quando vai in diocesi non trovi più figure istituzionalizzate, indicate come direttori spirituali, allora fai da te e cominci a confessarti con qualcuno – perché noi sacerdoti diocesani ci confrontiamo lavorando tutti in parrocchie, e io so i difetti di un altro confratello, so come porta avanti la parrocchia, e… io devo andare a confessarmi da lui? Quindi cominciamo a fare fatica e a confondere la dimensione pastorale con la dimensione propriamente spirituale; allora c’è il rischio del fai da te e salta di seguito la direzione spirituale; la si ruba attraverso la confessione, quando si riesce a confessarsi; poi si diradano le confessioni e  si perde elasticità spirituale, la delicatezza di cuore e poi le conseguenze le possiamo immaginare.
Io devo ringraziare davvero quello che la Società Sacerdotale della Santa Croce ha fatto per me. Lasciando il seminario ho continuato ad avere rapporti con il mio direttore spirituale, però dovevo fare Lecce-Roma, avevo studiato al Seminario Romano, e per due anni cercavo la figura di un sacerdote che mi potesse aiutare in diocesi, ma non era facile trovare quella figura che rispetta i carismi, e poi da parte mia non avevo ancora maturato l’idea di parlare con chiunque, perciò tornavo in seminario e facevo direzione spirituale con quel sacerdote che mi aveva guidato prima dell’ordinazione. Ma gli appuntamenti si diradavano sempre di più e non potevo andare avanti così, per la confessione trovavo sempre un religioso nella diocesi, ma non trovavo la gioia dentro, mi mancava qualcosa ed ecco perché poi mi sono accostato all’Opera – avevo conosciuto già la Società Sacerdotale della Santa Croce quando ero a Roma –  e grazie ad essa ho cominciato ad intraprendere un rapporto di fraternità, di amicizia e di colloquio fraterno coi sacerdoti della Società Sacerdotale e questo mi ha aiutato moltissimo. Tutte le vicende vissute, il seminario, le difficoltà, i contrasti, il passaggio alla parrocchia…: io, guardando indietro, mi chiedo come è stato possibile vivere tutti questi momenti con grande serenità senza soverchie ansie e ho capito che una grande sicurezza me l’ha data la direzione spirituale, cioè avere avuto la fortuna, ogni settimana, di incontrare un sacerdote, con lui fare un colloquio, raccontare quello che ti succede, quindi scomplicare quelle situazioni che nella vita tendiamo a complicare, stemperare le paure e le ansie, confessarsi.
Ho visto come esperienze difficili di seminario e di parrocchia si superano con grande serenità d’animo, perché c’è un punto di riferimento: la direzione spirituale; quindi, ringrazio il Cielo. Non intendo la direzione come soluzione di problemi, ma il sostegno col quale posso essere più vibrante, posso vivere meglio il rapporto con Gesù, posso vivere la carità con i miei confratelli e il mio Vescovo e quindi ricevere indicazioni che mi aiutano a sperimentarle sul campo.
DOMANDA
Io sto a Trieste. E a Trieste, fino alla I Guerra mondiale, il parroco era un ufficiale civile, teneva il registro delle nascite e delle morti, e serviva anche per il potere civile; da quelle parti l’aspetto burocratico del lavoro di parroco è sempre stato importante e a volte vedo i miei amici che si lamentano di tutto questo daffare che c’entra ben poco con la missione pastorale, d’altro canto è pure un lavoro utile che va svolto. Poi quello che molti mi dicono è che mi considerano beato perché ho molto tempo per dedicarmi alla direzione spirituale; noto anche, però, che molti sacerdoti, pur facendo i parroci lo trovano il tempo da dedicare alla direzione spirituale dei laici, e rilevo che questi sono molto contenti di tutto il tempo che riescono dedicare a questo ministero, perché vedono che fanno crescere le persone che si decidono per il Signore. Questa è una mia considerazione, non so cosa ne può pensare.
RISPOSTA
L’aspetto burocratico purtroppo è assorbente, ma si può ricorrere all’aiuto dei laici. Io sono fortunato perché con il Comune ho fatto una convenzione grazie alla quale è stato distaccato un dipendente comunale per gli archivi storici che mi porta avanti  l’archivio, informatizza tutti i dati e i certificati vengono subito emessi, grazie a una legge della provincia riguardante la rivalutazione degli archivi storici delle chiese comunali. Il problema invece della disponibilità per la direzione spirituale richiede l’eroismo della pazienza. Noi sacerdoti dovremmo davvero scommettere su questo, perché per preparare un’omelia ci vuole poco e si parla a cento o duecento persone, ma scendere in profondità ci vuole tempo; questa è la scommessa: saper coniugare i mezzi di formazione collettiva con i mezzi di formazione personale; se vogliamo raggiungere una qualità diversa del cristiano e se vogliamo che la nostra proposta non passi sulla testa delle persone: come faccio alla domenica a fare l’omelia ? leggo testi altrui, li sintetizzo e li ripropongo alle persone? Non è questa l’omelia; all’omelia afferisce l’ascolto delle persone, la considerazione del loro vissuto: alla luce di questo si mette insieme la Parola del Signore e dai risposte; allora ti accorgi che la gente ti ascolta. Quella pazienza di ascoltare le persone nella direzione spirituale, che diventa eroismo e “perdita di tempo”, poi te lo ritrovi nell’omelia, nel parlare con le persone. “Ma tu ti riferivi a me nell’omelia?” poi ti chiedono: chiaramente le persone si accorgono che tu stai parlando a loro e ti ascoltano.
Tutto sommato la direzione serve anche a noi, a capire l’animo delle persone e poi sono loro stesse che ti arricchiscono con la loro esperienza. Quando dicevo emittente e ricevente… non è vero che siamo solo noi emittenti e la gente ricevente, è vero invece che anche noi siamo riceventi. Dio scrive nella storia delle persone e noi abbiamo bisogno di leggere ciò che il Signore scrive nel loro cuore, e quali ricchezze scopriamo!  A volte, ci fanno dire che le persone che seguiamo sono migliori di noi, per come portano avanti la famiglia, il lavoro, l’apostolato, la faccia tosta che hanno….., anche i ragazzi stessi raccontano cose inimmaginabili. Questo credo che sia la risposta del tempo che noi dedichiamo alla direzione spirituale.

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INSIEME, A TAVOLA, PREGATE! Lettera di mons. Paglia a tutte le famiglie per sabato 7 settembre

Famiglie siriane in fuga
Mons. Paglia, del Pontificio Consiglio per la Famiglia, scrive una lettera breve e piena di consigli pratici per il giorno del digiuno e di preghiera di sabato 7 settembre. Si rivolge a genitori, nonni e anziani, ragazzi e giovani:

A tutte le famiglie
Carissimi,
l’invito di Papa Francesco a una giornata di preghiera e di digiuno per la pace in Siria e in tutte le nazioni toccate dal dramma della guerra chiede di essere accolto con grande serietà e impegno da tutti noi.

Le immagini che hanno fatto il giro del mondo e le continue tragiche notizie interpellano il nostro cuore, la nostra intelligenza, la nostra fede. Per questo motivo vi invito ad accogliere la proposta del Papa e a vivere anche a casa vostra un gesto di digiuno e preghiera. Cari genitori, non abbiate paura di proporre ai vostri figli un pranzo austero e minimo;
sarà l’occasione per spiegare loro cosa sta accadendo nel mondo e come questi fatti terribili non possono lasciarci indifferenti. Insieme alla durezza della cronaca non dimenticate di comunicare la speranza della pace offerta da Gesù risorto che ha riconciliato il mondo non con gesti violenti e vendicativi ma con il dono di sé. Non dimenticate di invitare i nonni e gli anziani a questo pranzo fatto di poco cibo e molte parole; se qualcuno di loro ha sperimentato momenti di guerra, racconti cosa significa vivere sotto le bombe e nell’incertezza del domani e quale era il senso del loro pregare in quei giorni. Insieme, a tavola, pregate! Per le famiglie della Siria, per i bambini che muoiono ogni giorno per l’odio e la fame, per i governanti chiamati a trovare soluzioni di pace e non violente.  La recita di un salmo, la lettura di una pagina evangelica, una decina di Rosario, alcune libere preghiere espresse ad alta voce, un semplice canto; ogni famiglia scelga il modo che più conosce per intercedere, ovvero per mettersi in mezzo tra il mistero del male che segna la nostra storia e il Dio della pace che la sana e la salva. E voi ragazzi e giovani, non lamentatevi se sabato non ci saranno grandi piatti sul tavolo, ma ringraziate i vostri genitori per quello che vi stanno proponendo anzi, esigete da loro spiegazioni e motivi per cui vale la pena continuare ad abitare questa terra segnata troppo spesso da lutti e violenza.

Grazie!
Vincenzo Paglia

 

Presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia
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SUL SENSO CRISTIANO DEL DIGIUNO, Papa Benedetto XVI, 11 dicembre 2008

Preparandoci a vivere il giorno di digiuno del prossimo sabato sette settembre 2013, ci possono aiutare le parole di Benedetto XVI nel messaggio per la Quaresima del 2009, proprio sul senso cristiano del digiuno.



“Gesù, dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, ebbe fame” (Mt 4,2)

Cari fratelli e sorelle!
All’inizio della Quaresima, che costituisce un cammino di più intenso allenamento spirituale, la Liturgia ci ripropone tre pratiche penitenziali molto care alla tradizione biblica e cristiana – la preghiera, l’elemosina, il digiuno – per disporci a celebrare meglio la Pasqua e a fare così esperienza della potenza di Dio che, come ascolteremo nella Veglia pasquale, “sconfigge il male, lava le colpe, restituisce l’innocenza ai peccatori, la gioia agli afflitti. Dissipa l’odio, piega la durezza dei potenti, promuove la concordia e la pace” (Preconio pasquale).
Nel consueto mio Messaggio quaresimale, vorrei soffermarmi quest’anno a riflettere in particolare sul valore e sul senso del digiuno. La Quaresima infatti richiama alla mente i quaranta giorni di digiuno vissuti dal Signore nel deserto prima di intraprendere la sua missione pubblica. Leggiamo nel Vangelo: “Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame” (Mt 4,1-2). Come Mosè prima di ricevere le Tavole della Legge (cfr Es 34,28), come Elia prima di incontrare il Signore sul monte Oreb (cfr 1 Re 19,8), così Gesù pregando e digiunando si preparò alla sua missione, il cui inizio fu un duro scontro con il tentatore.
Possiamo domandarci quale valore e quale senso abbia per noi cristiani il privarci di un qualcosa che sarebbe in se stesso buono e utile per il nostro sostentamento. Le Sacre Scritture e tutta la tradizione cristiana insegnano che il digiuno è di grande aiuto per evitare il peccato e tutto ciò che ad esso induce. Per questo nella storia della salvezza ricorre più volte l’invito a digiunare. Già nelle prime pagine della Sacra Scrittura il Signore comanda all’uomo di astenersi dal consumare il frutto proibito: “Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire” (Gn 2,16-17). Commentando l’ingiunzione divina, san Basilio osserva che “il digiuno è stato ordinato in Paradiso”, e “il primo comando in tal senso è stato dato ad Adamo”. Egli pertanto conclude: “Il ‘non devi mangiare’ è, dunque, la legge del digiuno e dell’astinenza” (cfr Sermo de jejunioPG 31, 163, 98). Poiché tutti siamo appesantiti dal peccato e dalle sue conseguenze, il digiuno ci viene offerto come un mezzo per riannodare l’amicizia con il Signore. Così fece Esdra prima del viaggio di ritorno dall’esilio alla Terra Promessa, invitando il popolo riunito a digiunare “per umiliarci – disse – davanti al nostro Dio” (8,21). L’Onnipotente ascoltò la loro preghiera e assicurò il suo favore e la sua protezione. Altrettanto fecero gli abitanti di Ninive che, sensibili all’appello di Giona al pentimento, proclamarono, quale testimonianza della loro sincerità, un digiuno dicendo: “Chi sa che Dio non cambi, si ravveda, deponga il suo ardente sdegno e noi non abbiamo a perire!” (3,9). Anche allora Dio vide le loro opere e li risparmiò.
Nel Nuovo Testamento, Gesù pone in luce la ragione profonda del digiuno, stigmatizzando l’atteggiamento dei farisei, i quali osservavano con scrupolo le prescrizioni imposte dalla legge, ma il loro cuore era lontano da Dio. Il vero digiuno, ripete anche altrove il divino Maestro, è piuttosto compiere la volontà del Padre celeste, il quale “vede nel segreto, e ti ricompenserà” (Mt 6,18). Egli stesso ne dà l’esempio rispondendo a satana, al termine dei 40 giorni passati nel deserto, che “non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4). Il vero digiuno è dunque finalizzato a mangiare il “vero cibo”, che è fare la volontà del Padre (cfr Gv 4,34). Se pertanto Adamo disobbedì al comando del Signore “di non mangiare del frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male”, con il digiuno il credente intende sottomettersi umilmente a Dio, confidando nella sua bontà e misericordia.
Troviamo la pratica del digiuno molto presente nella prima comunità cristiana (cfr At 13,3;14,2227,212 Cor 6,5). Anche i Padri della Chiesa parlano della forza del digiuno, capace di tenere a freno il peccato, reprimere le bramosie del “vecchio Adamo”, ed aprire nel cuore del credente la strada a Dio. Il digiuno è inoltre una pratica ricorrente e raccomandata dai santi di ogni epoca. Scrive san Pietro Crisologo: “Il digiuno è l’anima della preghiera e la misericordia la vita del digiuno, perciò chi prega digiuni. Chi digiuna abbia misericordia. Chi nel domandare desidera di essere esaudito, esaudisca chi gli rivolge domanda. Chi vuol trovare aperto verso di sé il cuore di Dio non chiuda il suo a chi lo supplica” (Sermo 43PL52, 320. 332).
Ai nostri giorni, la pratica del digiuno pare aver perso un po’ della sua valenza spirituale e aver acquistato piuttosto, in una cultura segnata dalla ricerca del benessere materiale, il valore di una misura terapeutica per la cura del proprio corpo. Digiunare giova certamente al benessere fisico, ma per i credenti è in primo luogo una “terapia” per curare tutto ciò che impedisce loro di conformare se stessi alla volontà di Dio. Nella Costituzione apostolicaPænitemini del 1966, il Servo di Dio Paolo VI ravvisava la necessità di collocare il digiuno nel contesto della chiamata di ogni cristiano a “non più vivere per se stesso, ma per colui che lo amò e diede se stesso per lui, e … anche a vivere per i fratelli” (cfr Cap. I). La Quaresima potrebbe essere un’occasione opportuna per riprendere le norme contenute nella citata Costituzione apostolica, valorizzando il significato autentico e perenne di quest’antica pratica penitenziale, che può aiutarci a mortificare il nostro egoismo e ad aprire il cuore all’amore di Dio e del prossimo, primo e sommo comandamento della nuova Legge e compendio di tutto il Vangelo (cfr Mt 22,34-40).
La fedele pratica del digiuno contribuisce inoltre a conferire unità alla persona, corpo ed anima, aiutandola ad evitare il peccato e a crescere nell’intimità con il Signore. Sant’Agostino, che ben conosceva le proprie inclinazioni negative e le definiva “nodo tortuoso e aggrovigliato” (Confessioni, II, 10.18), nel suo trattato L’utilità del digiuno, scriveva: “Mi dò certo un supplizio, ma perché Egli mi perdoni; da me stesso mi castigo perché Egli mi aiuti, per piacere ai suoi occhi, per arrivare al diletto della sua dolcezza” (Sermo 400, 3, 3: PL 40, 708). Privarsi del cibo materiale che nutre il corpo facilita un’interiore disposizione ad ascoltare Cristo e a nutrirsi della sua parola di salvezza. Con il digiuno e la preghiera permettiamo a Lui di venire a saziare la fame più profonda che sperimentiamo nel nostro intimo: la fame e sete di Dio.
Al tempo stesso, il digiuno ci aiuta a prendere coscienza della situazione in cui vivono tanti nostri fratelli. Nella sua Prima Lettera san Giovanni ammonisce: “Se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l’amore di Dio?” (3,17). Digiunare volontariamente ci aiuta a coltivare lo stile del Buon Samaritano, che si china e va in soccorso del fratello sofferente (cfr Enc. Deus caritas est, 15). Scegliendo liberamente di privarci di qualcosa per aiutare gli altri, mostriamo concretamente che il prossimo in difficoltà non ci è estraneo. Proprio per mantenere vivo questo atteggiamento di accoglienza e di attenzione verso i fratelli, incoraggio le parrocchie ed ogni altra comunità ad intensificare in Quaresima la pratica del digiuno personale e comunitario, coltivando altresì l’ascolto della Parola di Dio, la preghiera e l’elemosina. Questo è stato, sin dall’inizio, lo stile della comunità cristiana, nella quale venivano fatte speciali collette (cfr 2 Cor 89Rm 15, 25-27), e i fedeli erano invitati a dare ai poveri quanto, grazie al digiuno, era stato messo da parte (cfr Didascalia Ap., V, 20,18). Anche oggi tale pratica va riscoperta ed incoraggiata, soprattutto durante il tempo liturgico quaresimale.
Da quanto ho detto emerge con grande chiarezza che il digiuno rappresenta una pratica ascetica importante, un’arma spirituale per lottare contro ogni eventuale attaccamento disordinato a noi stessi. Privarsi volontariamente del piacere del cibo e di altri beni materiali, aiuta il discepolo di Cristo a controllare gli appetiti della natura indebolita dalla colpa d’origine, i cui effetti negativi investono l’intera personalità umana. Opportunamente esorta un antico inno liturgico quaresimale: “Utamur ergo parcius, / verbis, cibis et potibus, / somno, iocis et arctius / perstemus in custodia – Usiamo in modo più sobrio parole, cibi, bevande, sonno e giochi, e rimaniamo con maggior attenzione vigilanti”.
Cari fratelli e sorelle, a ben vedere il digiuno ha come sua ultima finalità di aiutare ciascuno di noi, come scriveva il Servo di Dio Papa Giovanni Paolo II, a fare di sé dono totale a Dio (cfr Enc. Veritatis splendor, 21). La Quaresima sia pertanto valorizzata in ogni famiglia e in ogni comunità cristiana per allontanare tutto ciò che distrae lo spirito e per intensificare ciò che nutre l’anima aprendola all’amore di Dio e del prossimo. Penso in particolare ad un maggior impegno nella preghiera, nella lectio divina, nel ricorso al Sacramento della Riconciliazione e nell’attiva partecipazione all’Eucaristia, soprattutto alla Santa Messa domenicale. Con questa interiore disposizione entriamo nel clima penitenziale della Quaresima. Ci accompagni la Beata Vergine Maria, Causa nostrae laetitiae, e ci sostenga nello sforzo di liberare il nostro cuore dalla schiavitù del peccato per renderlo sempre più “tabernacolo vivente di Dio”. Con questo augurio, mentre assicuro la mia preghiera perché ogni credente e ogni comunità ecclesiale percorra un proficuo itinerario quaresimale, imparto di cuore a tutti la Benedizione Apostolica.
Dal Vaticano, 11 Dicembre 2008  
BENEDICTUS PP. XVI

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MAI PIÙ’ LA GUERRA! MARIA, REGINA DELLA PACE, PREGA PER NOI! Video e testo dell’Angelus di Papa Francesco di domenica 1 settembre 2013

Ecco il link al video dell’Angelus di domenica 1 settembre 2013 nel quale il Papa Francesco invita tutti a operare e a pregare per la pace nel mondo e in particolare in Siria, e comunica la decisione di indire un giorno di preghiera e digiuno per il 7 settembre prossimo, vigilia della natività di Maria. http://www.youtube.com/watch?v=SAAVNUaCkrA

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Quest’oggi, cari fratelli e sorelle, vorrei farmi interprete del grido che sale da ogni parte della terra, da ogni popolo, dal cuore di ognuno, dall’unica grande famiglia che è l’umanità, con angoscia crescente: è il grido della pace! E’ il grido che dice con forza: vogliamo un mondo di pace, vogliamo essere uomini e donne di pace, vogliamo che in questa nostra società, dilaniata da divisioni e da conflitti, scoppi la pace; mai più la guerra! Mai più la guerra! La pace è un dono troppo prezioso, che deve essere promosso e tutelato.

Vivo con particolare sofferenza e preoccupazione le tante situazioni di conflitto che ci sono in questa nostra terra, ma, in questi giorni, il mio cuore è profondamente ferito da quello che sta accadendo in Siria e angosciato per i drammatici sviluppi che si prospettano. Rivolgo un forte Appello per la pace, un Appello che nasce dall’intimo di me stesso! Quanta sofferenza, quanta devastazione, quanto dolore ha portato e porta l’uso delle armi in quel martoriato Paese, specialmente tra la popolazione civile e inerme! Pensiamo: quanti bambini non potranno vedere la luce del futuro! Con particolare fermezza condanno l’uso delle armi chimiche! Vi dico che ho ancora fisse nella mente e nel cuore le terribili immagini dei giorni scorsi! C’è un giudizio di Dio e anche un giudizio della storia sulle nostre azioni a cui non si può sfuggire! Non è mai l’uso della violenza che porta alla pace. Guerra chiama guerra, violenza chiama violenza!
Con tutta la mia forza, chiedo alle parti in conflitto di ascoltare la voce della propria coscienza, di non chiudersi nei propri interessi, ma di guardare all’altro come ad un fratello e di intraprendere con coraggio e con decisione la via dell’incontro e del negoziato, superando la cieca contrapposizione. Con altrettanta forza esorto anche la Comunità Internazionale a fare ogni sforzo per promuovere, senza ulteriore indugio, iniziative chiare per la pace in quella Nazione, basate sul dialogo e sul negoziato, per il bene dell’intera popolazione siriana.
Non sia risparmiato alcuno sforzo per garantire assistenza umanitaria a chi è colpito da questo terribile conflitto, in particolare agli sfollati nel Paese e ai numerosi profughi nei Paesi vicini. Agli operatori umanitari, impegnati ad alleviare le sofferenze della popolazione, sia assicurata la possibilità di prestare il necessario aiuto. Che cosa possiamo fare noi per la pace nel mondo? Come diceva Papa Giovanni: a tutti spetta il compito di ricomporre i rapporti di convivenza nella giustizia e nell’amore (cfr Lett. enc. Pacem in terris [11 aprile 1963]: AAS 55 [1963], 301-302). 
Una catena di impegno per la pace unisca tutti gli uomini e le donne di buona volontà! E’ un forte e pressante invito che rivolgo all’intera Chiesa Cattolica, ma che estendo a tutti i cristiani di altre Confessioni, agli uomini e donne di ogni Religione e anche a quei fratelli e sorelle che non credono: la pace è un bene che supera ogni barriera, perché è un bene di tutta l’umanità.
Ripeto a voce alta: non è la cultura dello scontro, la cultura del conflitto quella che costruisce la convivenza nei popoli e tra i popoli, ma questa: la cultura dell’incontro, la cultura del dialogo; questa è l’unica strada per la pace. Il grido della pace si levi alto perché giunga al cuore di tutti e tutti depongano le armi e si lascino guidare dall’anelito di pace.
Per questo, fratelli e sorelle, ho deciso di indire per tutta la Chiesa, il 7 settembre prossimo, vigilia della ricorrenza della Natività di Maria, Regina della Pace, una giornata di digiuno e di preghiera per la pace in Siria, in Medio Oriente, e nel mondo intero, e anche invito ad unirsi a questa iniziativa, nel modo che riterranno più opportuno, i fratelli cristiani non cattolici, gli appartenenti alle altre Religioni e gli uomini di buona volontà. 
Il 7 settembre in Piazza San Pietro – qui – dalle ore 19.00 alle ore 24.00, ci riuniremo in preghiera e in spirito di penitenza per invocare da Dio questo grande dono per l’amata Nazione siriana e per tutte le situazioni di conflitto e di violenza nel mondo. L’umanità ha bisogno di vedere gesti di pace e di sentire parole di speranza e di pace! Chiedo a tutte le Chiese particolari che, oltre a vivere questo giorno di digiuno, organizzino qualche atto liturgico secondo questa intenzione.
A Maria chiediamo di aiutarci a rispondere alla violenza, al conflitto e alla guerra, con la forza del dialogo, della riconciliazione e dell’amore. Lei è madre: che Lei ci aiuti a trovare la pace; tutti noi siamo i suoi figli! Aiutaci, Maria, a superare questo difficile momento e ad impegnarci a costruire ogni giorno e in ogni ambiente un’autentica cultura dell’incontro e della pace.
[Recita dell’Angelus]
Maria, Regina della pace, prega per noi!
Tutti: Maria Regina della pace, prega per noi!


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L’INQUIETUDINE DELL’AMORE, LA PACE DELL’INQUIETUDINE. Papa Francesco su sant’Agostino

Ieri, mercoledì 28 agosto 2013, Papa Francesco ha celebrato la Messa nella Basilica di Sant’Agostino in Campo Marzio a Roma per l’inizio del Capitolo generale degli agostiniani. Ha pronunciato un’omelia che è una meditazione sulla celebre frase di sant’Agostino sull’inquietudine del cuore che cerca Dio e non trova pace se non in Lui.
  
“Ci hai fatti per Te e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te” (Le Confessioni, I,1,1). Con queste parole, diventate celebri, sant’Agostino si rivolge a Dio nelle Confessioni, e in queste parole c’è la sintesi di tutta la sua vita.
“Inquietudine”. Questa parola mi colpisce e mi fa riflettere. Vorrei partire da una domanda: quale inquietudine fondamentale vive Agostino nella sua vita? O forse dovrei piuttosto dire: quali inquietudini ci invita a suscitare e a mantenere vive nella nostra vita questo grande uomo e santo? Ne propongo tre: l’inquietudine della ricerca spirituale, l’inquietudine dell’incontro con Dio, l’inquietudine dell’amore.

1. La prima: l’inquietudine della ricerca spirituale. Agostino vive un’esperienza abbastanza comune al giorno d’oggi: abbastanza comune tra i giovani d’oggi. Viene educato dalla mamma Monica nella fede cristiana, anche se non riceve il Battesimo, ma crescendo se ne allontana, non trova in essa la risposta alle sue domande, ai desideri del suo cuore, e viene attirato da altre proposte. Entra allora nel gruppo dei manichei, si dedica con impegno ai suoi studi, non rinuncia al divertimento spensierato, agli spettacoli del tempo, intense amicizie, conosce l’amore intenso e intraprende una brillante carriera di maestro di retorica che lo porta fino alla corte imperiale di Milano. Agostino è un uomo “arrivato”, ha tutto, ma nel suo cuore rimane l’inquietudine della ricerca del senso profondo della vita; il suo cuore non è addormentato, direi non è anestetizzato dal successo, dalle cose, dal potere. Agostino non si chiude in se stesso, non si adagia, continua a cercare la verità, il senso della vita, continua a cercare il volto di Dio. Certo commette errori, prende anche vie sbagliate, pecca, è un peccatore; ma non perde l’inquietudine della ricerca spirituale. E in questo modo scopre che Dio lo aspettava, anzi, che non aveva mai smesso di cercarlo per primo. Vorrei dire a chi si sente indifferente verso Dio, verso la fede, a chi è lontano da Dio o l’ha abbandonato, anche a noi, con le nostre “lontananze” e i nostri “abbandoni” verso Dio, piccoli, forse, ma ce ne sono tanti nella vita quotidiana: guarda nel profondo del tuo cuore, guarda nell’intimo di te stesso, e domandati: hai un cuore che desidera qualcosa di grande o un cuore addormentato dalle cose? Il tuo cuore ha conservato l’inquietudine della ricerca o l’hai lasciato soffocare dalle cose, che finiscono per atrofizzarlo? Dio ti attende, ti cerca: che cosa rispondi? Ti sei accorto di questa situazione della tua anima? Oppure dormi? Credi che Dio ti attende o per te questa verità sono soltanto “parole”?
2. In Agostino è proprio questa inquietudine del cuore che lo porta all’incontro personale con Cristo, lo porta a capire che quel Dio che cercava lontano da sé, è il Dio vicino ad ogni essere umano, il Dio vicino al nostro cuore, più intimo a noi di noi stessi (cfr ibid., III,6,11). Ma anche nella scoperta e nell’incontro con Dio, Agostino non si ferma, non si adagia, non si chiude in se stesso come chi è già arrivato, ma continua il cammino. L’inquietudine della ricerca della verità, della ricerca di Dio, diventa l’inquietudine di conoscerlo sempre di più e di uscire da se stesso per farlo conoscere agli altri. E’ proprio l’inquietudine dell’amore. Vorrebbe una vita tranquilla di studio e di preghiera, ma Dio lo chiama ad essere Pastore ad Ippona, in un momento difficile, con una comunità divisa e la guerra alle porte. E Agostino si lascia inquietare da Dio, non si stanca di annunciarlo, di evangelizzare con coraggio, senza timore, cerca di essere l’immagine di Gesù Buon Pastore che conosce le sue pecore (cfr Gv 10,14), anzi, come amo ripetere, che “sente l’odore del suo gregge”, ed esce a cercare quelle smarrite. Agostino vive quello che san Paolo indica a Timoteo e a ciascuno di noi: annuncia la parola, insisti al momento opportuno e non opportuno, annuncia il Vangelo con il cuore magnanimo, grande (cfr 2 Tm 4,2) di un Pastore che è inquieto per le sue pecore. Il tesoro di Agostino è proprio questo atteggiamento: uscire sempre verso Dio, uscire sempre verso il gregge… E’ un uomo in tensione, tra queste due uscite; non “privatizzare” l’amore… sempre in cammino! Sempre in cammino, diceva Padre, Lei. Sempre inquieto! E questa è la pace dell’inquietudine. Possiamo domandarci: sono inquieto per Dio, per annunciarlo, per farlo conoscere? O mi lascio affascinare da quella mondanità spirituale che spinge a fare tutto per amore di se stessi? Noi consacrati pensiamo agli interessi personali, al funzionalismo delle opere, al carrierismo. Mah, tante cose possiamo pensare… Mi sono per così dire “accomodato” nella mia vita cristiana, nella mia vita sacerdotale, nella mia vita religiosa, anche nella mia vita di comunità, o conservo la forza dell’inquietudine per Dio, per la sua Parola, che mi porta ad “andare fuori”, verso gli altri?
3. E veniamo all’ultima inquietudine, l’inquietudine dell’amore. Qui non posso non guardare alla mamma: questa Monica! Quante lacrime ha versato quella santa donna per la conversione del figlio! E quante mamme anche oggi versano lacrime perché i propri figli tornino a Cristo! Non perdete la speranza nella grazia di Dio! Nelle Confessioni leggiamo questa frase che un vescovo disse a santa Monica, la quale chiedeva di aiutare suo figlio a ritrovare la strada della fede: “Non è possibile che un figlio di tante lacrime perisca” (III,12,21). Lo stesso Agostino, dopo la conversione, rivolgendosi a Dio, scrive: “per amore mio piangeva innanzi a te mia madre, tutta fedele, versando più lacrime di quante ne versino mai le madri alla morte fisica dei figli” (ibid., III,11,19). Donna inquieta, questa donna, che, alla fine, dice quella bella parola: cumulatius hoc mihi Deus praestitit! [il mio Dio mi ha soddisfatta ampiamente] (ibid., IX,10,26). Quello per cui lei piangeva, Dio glielo aveva dato abbondantemente!  E Agostino è erede di Monica, da lei riceve il seme dell’inquietudine. Ecco, allora, l’inquietudine dell’amore: cercare sempre, senza sosta, il bene dell’altro, della persona amata, con quella intensità che porta anche alle lacrime. Mi vengono in mente Gesù che piange davanti al sepolcro dell’amico Lazzaro, Pietro che, dopo aver rinnegato Gesù ne incontra lo sguardo ricco di misericordia e di amore e piange amaramente, il Padre che attende sulla terrazza il ritorno del figlio e quando è ancora lontano gli corre incontro; mi viene in mente la Vergine Maria che con amore segue il Figlio Gesù fino alla Croce. Come siamo con l’inquietudine dell’amore? Crediamo nell’amore a Dio e agli altri? O siamo nominalisti su questo? Non in modo astratto, non solo le parole, ma il fratello concreto che incontriamo, il fratello che ci sta accanto! Ci lasciamo inquietare dalle loro necessità o rimaniamo chiusi in noi stessi, nelle nostre comunità, che molte volte è per noi “comunità-comodità”? A volte si può vivere in un condominio senza conoscere chi ci vive accanto; oppure si può essere in comunità, senza conoscere veramente il proprio confratello: con dolore penso ai consacrati che non sono fecondi, che sono “zitelloni”. L’inquietudine dell’amore spinge sempre ad andare incontro all’altro, senza aspettare che sia l’altro a manifestare il suo bisogno. L’inquietudine dell’amore ci regala il dono della fecondità pastorale, e noi dobbiamo domandarci, ognuno di noi: come va la mia fecondità spirituale, la mia fecondità pastorale?
Chiediamo al Signore per voi, cari Agostiniani, che iniziate il Capitolo Generale, e per noi tutti, che conservi nel nostro cuore l’inquietudine spirituale di ricercarlo sempre, l’inquietudine di annunciarlo con coraggio, l’inquietudine dell’amore verso ogni fratello e sorella. Così sia.
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CERCAVO LA FORZA PER GODERE DI TE, la conversione di sant’Agostino nelle sue parole

Forse le parole più famose di sant’Agostino si leggono oggi, nella sua memoria, nella Liturgia delle ore. Ma sono sempre nuove e conviene rileggerle piano. Agostino parla con Dio, che lo invitò a entrare in se stesso, dove trovò la luce superiore che lo ha creato. Cercava la forza per godere di Lui, e solo abbracciando Cristo Verbo incarnato l’ha trovata. Segnalo ancora l’ultima frase, nella quale descrivendo l’azione di Dio nei suoi confronti, cita tutti e cinque i sensi esterni: “hai gridato, mi hai abbagliato, hai alitato su di me il tuo profumo, ti ho gustato, mi hai toccato”. A segnalare che l’azione di Dio ha avvolto tutta la sua persona nella sua unità di anima e corpo.



Dalle «Confessioni» di sant’Agostino, vescovo
(Lib. 7, 10, 18; 10, 27; CSEL 33, 157-163. 255)

Eterna verità e vera carità e cara eternità!Stimolato a rientrare in me stesso, sotto la tua guida, entrai nell’intimità del mio cuore, e lo potei fare perché tu ti sei fatto mio aiuto (cfr. Sal 29, 11). Entrai e vidi con l’occhio dell’anima mia, qualunque esso potesse essere, una luce inalterabile sopra il mio stesso sguardo interiore e sopra la mia intelligenza. Non era una luce terrena e visibile che splende dinanzi allo sguardo di ogni uomo. Direi anzi ancora poco se dicessi che era solo una luce più forte di quella comune, o anche tanto intensa da penetrare ogni cosa. Era un’altra luce, assai diversa da tutte le luci del mondo creato. Non stava al di sopra della mia intelligenza quasi come l’olio che galleggia sull’acqua, né come il cielo che si stende sopra la terra, ma una luce superiore. Era la luce che mi ha creato. E se mi trovavo sotto di essa, era perché ero stato creato da essa. Chi conosce la verità conosce questa luce.


O eterna verità e vera carità e cara eternità! Tu sei il mio Dio, a te sospiro giorno e notte. Appena ti conobbi mi hai sollevato in alto perché vedessi quanto era da vedere e ciò che da solo non sarei mai stato in grado di vedere. Hai abbagliato la debolezza della mia vista, splendendo potentemente dentro di me. Tremai di amore e di terrore. Mi ritrovai lontano come in una terra straniera, dove mi parve di udire la tua voce dall’alto che diceva: «Io sono il cibo dei forti, cresci e mi avrai. Tu non trasformerai me in te, come il cibo del corpo, ma sarai tu ad essere trasformato in me».Cercavo il modo di procurarmi la forza sufficiente per godere di te, e non la trovavo, finché non ebbi abbracciato il «Mediatore fra Dio e gli uomini, l’Uomo Cristo Gesù» (1 Tm 2, 5), «che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli» (Rm 9, 5). Egli mi chiamò e disse: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14, 6); e unì quel cibo, che io non ero capace di prendere, al mio essere, poiché «il Verbo si fece carne» (Gv 1, 14).Così la tua Sapienza, per mezzo della quale hai creato ogni cosa, si rendeva alimento della nostra debolezza da bambini.Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo. E io, brutto, mi avventavo sulle cose belle da te create. Eri con me ed io non ero con te. Mi tenevano lontano da te quelle creature, che, se non fossero in te, neppure esisterebbero. Mi hai chiamato, hai gridato, hai infranto la mia sordità. Mi hai abbagliato, mi hai folgorato, e hai finalmente guarito la mia cecità. Hai alitato su di me il tuo profumo ed io l’ho respirato, e ora anelo a te. Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato e ora ardo dal desiderio di conseguire la tua pace.

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AMORE DI DIO (E AMORE CONIUGALE) di don Valentino Guglielmi

In questo pensiero di don Valentino, pubblicato nella raccolta Ti Amo, si può notare la sua grande capacità di sintesi: in poche righe parla di tutto il mistero della vita umana nel mondo, della storia della salvezza e del suo dipendere dall’amore, della lotta, del peccato, della redenzione, della libertà, dell’amor coniugale e dell’amore di Dio. Va letto e riletto varie volte lentamente.

AMORE DI DIO
05. 01. 14
 Colui che ama desidera identificarsi con la persona amata e quasi diventare lei, non come per annientarla, ma per riscaldarla così che possa fiorire dal di dentro in tutta la sua ricchezza. Operazione folle che ha la sua sorgente in Dio. Dio infatti ha tanto amato gli uomini da voler diventare uno di loro, impegnandosi totalmente nell’operazione. Dio Padre ha inviato l’altro se stesso, il Figlio e l’afflato che li unisce, lo Spirito Santo.
L’impresa coinvolge tutta la sapienza e la bontà di Dio, perché gli uomini si sono allontanati da Lui voltandogli le spalle. Non è pensabile piegarli contro la loro volontà, ne resterebbero svuotati e Dio si ritroverebbe ad avere in mano un pugno di marionette.
La libertà umana è splendida e tremenda, tanto sublime ed illimitata nell’amore quanto esposta ad ogni sorta di malvagità e di abiezione.
Vediamo Pentecoste. Il fuoco diviso in tante lingue ha rischiarato ciascun volto presente, lo ha illuminato da dentro per distinguerlo mettendone in evidenza unicità e solitudine.
Ha onorato le sue creature una per una ed ha  aspettato con delicatezza che se ne accorgessero e diventassero capaci di portare ad altri quel fuoco che li ha illuminati e riscaldati. Colui che si impegna a continuare l’impresa rischia se stesso come Gesù, contraccambiato dall’amore di alcuni, inchiodato alla croce dall’odio degli altri.
Se dunque ho da essere ipse Christus lo potrò essere come colui che contraccambia l’amore, dato che lui ha voluto essere me.
Per questo più mi svuoto del mio io più mi ritrovo a livello superiore senza timore che il gioco si rompa sul più bello, il più bello sta sempre più su. E’ quanto accade nell’amore coniugale: “ti respiro, desidero diventare te”. L’uomo è tanto virile quanto sa essere attento ad ogni messaggio che affiora sul viso di sua moglie e lei tanto più signora quanto meno pretende di piegare il marito.
L’uno e l’altra si avventurano per strade che non conoscono, alla conquista della loro libertà. Nell’impresa entrambi sono accompagnati dalla dolce sofferenza di constatare che il desiderio è sempre superiore alle capacità reali, le quali per altro possono essere costantemente superate. 


foto di Sofia Mardegan


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SORPRENDERE: FAR FIORIRE IL TOTALMENTE NUOVO DAL TRONCO ANTICO


A pochi giorni dalla morte di Giovanni Paolo II, il 13 aprile 2005, don Valentino Guglielmi scrive questo pensiero, pubblicato nel libretto manoscritto TI AMO. Pochi giorni dopo fu eletto Benedetto XVI che  per otto anni ci ha sorpreso con la sua lucente parola e gesti magisteriali, Papa Francesco ci sorprende con la sua autenticità guidata dallo Spirito, e ci ricorda che Dio ci sorprende. Impareremo anche noi a sorprendere, come la natura che fa fiorire il nuovo dal tronco antico?

SORPRENDERE
05. 04. 13
Ti sorprende un evento che non sapevi prevedere e però, una volte conosciuto, si rivela essere quella cosa che desideravi senza sapere che cosa fosse.
Giovanni Paolo II ha saputo continuamente sorprendere proponendo cose mai viste e però incontrando ogni volta l’attesa inespressa latente nel cuore delle donne e degli uomini.

Ha evidenziato come la vita accesa dall’amore e da esso guidata è capace di congiungere in modo vitale il vecchio e il nuovo. E’ la continuità della vita capace di far fiorire il totalmente nuovo dal tronco antico. La conoscibilità di quanto si presenta come nuovo è infatti fondata sull’albero antico dal quale la novità fiorisce.
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CAMMINARE, di don Valentino Guglielmi

Foto di Sofia Mardegan

Riannodo la pubblicazione di pensieri di don Valentino, che so molto graditi ai lettori del blog. Proprio in questi giorni sto seguendo un corso di formazione in montagna. Predico una meditazione quotidiana, faccio qualche lezione e ascolto nella direzione spirituale le persone che lo vogliono. Percorrendo sentieri stavo proprio riflettendo sul fatto che il cristianesimo è definito dagli atti degli apostoli: “via”, che spesso noi lo definiamo una strada, un cammino, anche san Josemarìa Escriva nel suo celebre libro: Cammino, e in quell’altra omelia Verso la santità. Quindi la vita cristiana, la santità, è un percorso, incerto, a volte invece sicuro, sempre nuovo, in fieri, presi per mano da Dio, guidati da Lui, tutti i giorni. Sbaglieremmo nel considerarla uno stato, un raggiungimento oggi per sempre e da conservare e basta. Ci pensa nostro Signore a lasciarci sempre in cammino, con le sorprese dei boschi oscuri e dei guadi difficili, e delle pianure verdeggianti e assolate, dei panorami sorprendenti. Considerando per bene che la guida di questo sentiero della nostra vita spirituale è Lui, e che non conosciamo quando e come raggiungeremo la meta, né possiamo prevedere le tappe intermedie, le soste sulle sponde dei laghetti di montagna, all’ombra dei pini…considerandolo bene tutto ciò potremmo bandire ogni scoraggiamento per un ipotetico risultato risultato non ancora raggiunto: non è dato a voi conoscere i tempi, direbbe Gesù come ai suoi apostoli che lo intervistavano poco prima dell’Ascensione: “succederà finalmente oggi il tuo successo nazionale e internazionale?” Non tocca voi sapere, ma siatemi testimoni. Questo si: datevi da fare. Oppure direbbe: tante cose avrei da dirvi ma non siete in grado di portarne il peso. Le spiegherò, le spiegherà lo Spirito Santo, alle generazioni successive. Siatemi testimoni. Per questo , quando ho riletto come don Valentino spiega con l’acume essenziale di sempre che la vita è camminare, non ho esitato a riproporlo qui.



CAMMINARE
04. 12. 01

Il passo presente, lo sforzo che ora mi porta avanti pochi centimetri, deve essere illuminato dal punto di partenza – il mio – e dalla meta – la mia -.
Il punto di partenza è il dono che il Creatore mi ha fatto: il dono di me stesso. L’operazione si è attuata in una notte di dolcissima follia vissuta dai miei genitori. Quella follia ha scritto il mio codice di identificazione personale al di là delle loro intenzioni e della loro consapevolezza, mi ha lanciato verso la luce, alla ricerca del compimento di me stesso come desiderio di felicità. Io sono il desiderio della felicità che ha la sua pienezza in Dio e la sua strada nella luce che accende la bellezza dei miei fratelli e delle mie sorelle. Se avanzo vedo di più altrimenti mi assopisco nella mediocrità e nella tristezza


Non mi posso fermare lagnandomi delle asperità del terreno o attendere che qualcuno – chi? – me le spiani. Ci passo una volta sola. Per questo non ha senso che mi attardi a spianare la strada. Mi conviene chiamare a raccolta le mie forze per quanto esigue e metter mano ad ogni risorsa per salire fino a posare la mani per terra quando i piedi non bastano. Porterò la testa fuori dalla nebbia e allora comincerò a vedere. 
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7 agosto 2013: RICORDO DI DON FLAVIO

Questa mattina, 7 agosto dell’anno della fede 2013,  don Flavio Capucci doveva scendere per celebrare a casa sua, in via Orsini a Roma. Non arriva per la Messa, alle 10. In camera sua stava, vestito con la talare, pronto per la messa, era seduto sulla poltrona, come se dormisse. La messa che avrebbe celebrato era quella per il nostro Prelato Saverio: che oggi compie il suo cinquantottesimo anniversario di ordinazione sacerdotale. Ma sarebbe stato presente anche, nel suo cuore, il ricordo di una Messa molto importante per san Josemarìa, il santo a cui ha dedicato molti anni di lavoro della sua vita, come postulatore della causa di canonizzazione: infatti il 7 agosto del 1931, a Madrid, il giovane don Josemaria durante l’elevazione dell’Eucaristia nella Messa, ebbe una parola interiore da parte di Dio, molto forte e decisiva per l’orientamento spirituale dell’Opera che aveva fondato. Dio gli impresse nel cuore le parole del Vangelo di san Giovanni (12,32): “Et ego si exaltatus fuero a terra, omnia traham ad meipsum“: “E io quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me”. San  Giovanni nel suo Vangelo aggiuunge che Gesù si riferiva al modo in cui avrebbe dovuto morire. E san Josemarìa comprese in una luce nuova quelle parole: capì che i figli e le figlie del suo spirito, uomini e donne di Dio, identificati con Cristo, avrebbero innalzato la croce di Cristo, salvatrice, nel cuore delle realtà terrene, e avrebbero così collaborato in prima persona all’opera della redenzione della Croce e resurrezione di Cristo, attirando a Lui persone e realtà.  In questo giorno il Signore ha chiamato lui, don Flavio, a essere innalzato da terra, identificato per sempre con Cristo sacerdote e salvatore. Preghiamo per lui e ci affidiamo alla sua intercessione. Nella foto che si vede qui accanto è stato ritratto durante una gita, nel 1964, con altri liceali e universitari che frequentavano il centro dell’Opus Dei di Napoli.


A me tornano alla mente tanti ricordi:


Ero giovane studente liceale e Flavio, laico,  era a Milano come redattore di Studi Cattolici, e primo
direttore della nuova sede della Torrescalla a città studi. Tra tanti ricordi uno: eravamo durante un incontro di studenti a Urio, nel padiglione vicino al lago. in una pausa dei lavori mi chiede: hai letto il vangelo oggi? Io gli rispondo di no. Lui, scherzoso mi dice: “pagano!” e mi invita a leggerlo con lui. Andiamo in una piccola cappella. C’è l’altare che san Josemaria aveva comprato da un rigattiere romano per quattro soldi. Di legno, dorato. Tabernacolo con il pio pellicano della tradizione eucaristica. Un’Ave Maria e fa leggere a me un piccolo brano. Poi si inginocchia in una breve meditazione. E mi spiega che si può fare così, e che è utile quella breve meditazione per far calare dentro la parola di Dio. Nel 1973, in una registrazione che ho sentito anni dopo,  in un incontro, sempre a Urio, san Josemarìa dice che ha detto qualcosa “perché lo dica Flavio alla mamma”. Mi colpisce la vicinanza, la familiarità di san Josemarìa con Flavio. Si racconta che fosse molto divertito del modo laicale con cui si presentava, da giovane studente, a un cardinale a cui san Josemaria lo aveva presentato: gran stretta di mano: “piacere, Capucci!” .Giocavamo a basket il sabato sera nella palestra di via Previati, a Milano. Forte nel tiro della media distanza, nella difesa a zona, nella visione di gioco. Incoraggiava tutti all’animus pugnandi, allo spirito combattivo nello sport. Portavamo amici per poi avvicinarli alla formazione cristiana. Proprio alla fine di una di quelle partite, tornando a casa nota i sintomi del diabete, che lo accompagnerà per tutto il resto della vita. Minimizzava: non è forma grave, come quello che ebbe san Josemarìa. Ma negli ultimi anni, lo si vedeva consunto dalla malattia. Dal 6 al 9 dicembre 1973, c’era anche Flavio, con vari residenti della Torrescalla, a Roma, prima e dopo la festa dell’Immacolata. Era un incontro formativo per studenti che frequentavano centri dell’Opera in Italia. La sera di quell’8 dicembre, nel centro Elis, scrissi a san Josemaria la lettera  con la quale gli chiedevo di essere dell’Opera come numerario. Era già in programma per il giorno dopo, domenica 9 dicembre, un
incontro familiare, che chiamiamo  tertulia,  con mons. Escrivà, che chiamavamo: Padre. Poi avremmo preso il treno per Milano e per le altre città d’Italia per essere a scuola il lunedì mattina successivo. Flavio, a Villa Tevere, in viale Bruno Buozzi 73, era di casa, avendo vissuto li vari anni. Entrati in quel soggiorno, sapendo di quella mia decisione, aiutata dalla loro preghiera e dalla grazia concessa dalla Madonna, mi disse: “Tu siediti qua” e mi indicò la poltrona accanto a quella destinata al Padre. Il Padre entrò. Aldo Capucci, fratello minore di Flavio, anche lui numerario, disse al Padre che io avevo chiesto l’ammissione il giorno prima. Il Padre sedendosi, non sulla poltrona ma sui braccioli delle due poltrone accostati, mi strinse il capo al suo petto con il suo braccio destro. Sentii battere il suo cuore. Poi mi lasciò sdrammatizzando con un battuta: “E’ lui la vittima!”. Risate di tutti.  L’incontro si svolse con tantissima vivacità, molte domande e risposte rapide e illuminanti. Anch’io gli feci un paio di domande.  Alla fine dell’incontro Flavio mi disse con la sua consueta sicurezza: “Questa tertulia te la ricorderai per tutta la vita!”. Anche oggi quella profezia si è compiuta.  Nel 1974, il 4 agosto, Flavio viene ordinato sacerdote (solo tre giorni fa aveva celebrato il 39° anniversario dell’ordinazione nella festa del curato d’Ars). Celebra la sua prima messa a Milano, nella chiesa di santa Maria Segreta, mi pare verso fine settembre o inizio di ottobre. La casula è bianca e azzurra con immagini mariane. Poi va a Roma come cappellano della Rui e si fermerà a Roma tutta la vita. A Roma vive da vicino episodi molto importanti della storia della chiesa. Il 1978 fu l’anno dei tre Papi. Ricordo che, poiché aveva conosciuto il card. Woytila che andò alla RUI per una conferenza rivolta a sacerdoti, nel 1977, era uno dei pochi che all‘habemus Papam del 16 ottobre 1978, in piazza san Pietro, lo conosceva. Mi disse uno che stava accanto a lui, che al sentire il nome del nuovo Papa, don Flavio cominciò a saltare di gioia gridando: “E’ un santo, è un santo!”. Nello stesso 1978 don Alvaro lo nomina Postulatore della causa di san Josemarìa, deve lasciare la Residenza RUI dell’Eur di cui è cappellano, e si trasferisce ad abitare in viale Bruno Buozzi, per lavorare accanto a don Alvaro. Ma non lascia gli universitari: segue il collegio universitario Villa delle Palme, sul Lungotevere delle Armi, lì vicino. E sono anni di grande fervore, di molte conoscenze, di grandi frutti spirituali, di molto lavoro di predicazione, di catechesi, di direzione spirituale. Le foto che lo ritraggono con Papa Giovanni Paolo II e don Mario Lantini, sono state scattate nel giardino della villa papale di Castelgandolfo in occasione di una Messa che il Papa celebrò per un gruppo di donne nell’Opus Dei nell’agosto del 1979. Quando ci si rivedeva nei corsi estivi ci raccontava come andava il lavoro delle cause, dei miracoli e dei favori che san Josemarìa faceva. E degli altri membri dell’Opus Dei in processo di beatificazione. Sempre discreto e al contempo affascinante, e penetrante. Di quei due anni di lavoro con altri esperti di vari lingue per preparare la positio sulla vita di san Josemarìa disse che erano stati intensissimi, mai aveva lavorato così tanto: il ritmo impresso da don Alvaro. Non so se è capitato ad altri come a don Flavio di essere postulatore della causa di beatificazione di un santo e anche del successore,  che per il primo lo aveva nominato e con il quale ha collaborato da vicino per sedici anni. Un esperienza singolare. Negli ultimi anni qualche volta mi è capitato di proporgli di farsi carico di attività formative impegnative, pur sapendo delle sue fatiche, ma anche della sua gioia nel poter distribuire beni spirituali e passare ad altri il frutto dei suoi studi approfonditi sulla vita delle persone dell’Opus Dei che sono morte in fama di santità. E le accettava con impegno. Anche quest’anno: tre settimane di corso a Castelromano, in giugno,  e due settimane a Urio, in luglio, con donne dell’Opus Dei. Da Urio, è venuto  a Milano per una conferenza su don Alvaro, dopo che era stato approvato il decreto sul miracolo da Papa Francesco, lo scorso 5  luglio. Esperto di santi, ha dedicato molte ore di vita a capire come vivono i santi, a esaminarne con rigore e ammirazione, al microscopio, la vita. Adesso ammira ciò a cui tutti loro tendevano, ciò a cui anche noi tendiamo, lo scopo della loro vita, il loro grande amore. Mi dicono alcuni che sono stati a pregare davanti al suo corpo, che il suo volto esprime come un sorriso estatico e sereno. Preghiamo per lui, e che lui preghi per noi, da quel posto privilegiato, ormai senza affanno, senza medicine, può, con energie che non finiranno più,, aiutarci ad affrontare e vincere le sfide della vita presente.

9 agosto: scrivo da Ponte di Legno, tra una attività sacerdotale e una camminata sui monti, con qualche difficoltà di connessione. Mi dicono le mie due sorelle, Silvia e Margherita, che sono riuscite
ad andare al funerale dell’8 agosto ore 10, che la parrocchia di sant’Eugenio era piena di gente, anche in piedi. Celebrava don Matteo Fabbri, vicario dell’Opera per l’Italia, e con lui don Carlo De Marchi e don Salvatore Amico Roxas, vicari della delegazione di Roma e di Palermo. A rappresentare tante persone di tutt’Italia, grate per il suo lavoro sacerdotale. Don Antonio Pinzello che abitava con lui, don Antonio Cirillo compagno di studi dai tempi di Napoli, e il parroco di sant’Eugenio don Michele Diaz e quello della parrocchia di san Josemaria, don Roberto De Paolis. Don Matteo ha letto stralci della lettera che il nostro Prelato, il Padre, ha scritto dal Brasile. Pare che don Flavio a varie persone avesse confidato che la beatificazione di don Alvaro avrebbe preferito vederla dal balcone del cielo, insieme con lui. Dicono le persone di casa sua che la sera prima, il 6 agosto, trasfigurazione del Signore, era particolarmente contento (pur essendo in quei giorni affaticato). Poiché si preparavano, lui e alcuni della sua casa a trasferirsi in un altro centro di Roma, nelle prossime settimane, con il supplemento di impegno che ogni trasloco porta con sé, terminando l’incontro familiare serale don Flavio ha detto “beh, allora dobbiamo volerci più bene!” Sono state le sue ultime parole, poi è andato a preparare la messa del giorno dopo, cosa che in genere lasciava fare ad altri, per motivi di salute, e si è ritirato nella sua stanza. Le persone che hanno vegliato il suo corpo, hanno celebrato la Messa nell’oratorio della sua casa di via Orsini dove era stato portato, hanno pregato con lui e per lui, e sono state tante in quel pomeriggio d’agosto, assicurano che il suo volto irradiava serenità e gioia.

PS: Nell’ultima foto si vede Flavio con Marino Signorelli, nel dicembre del 1970, probabilmente durante una gita al teatro di Segesta fatta da un corso di formazione che seguivano a Calarossa (Terrasini). Marino è stato ordinato sacerdote nel 1972.