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LA VOCAZIONE DEL CUSTODIRE, omelia di Papa Francesco nella festa di san Giuseppe del 2013, inizio del ministero petrino
In onore di san Giuseppe, con il pensiero alla devozione che ha il Papa Francesco per lui, e nell’onomastico di Benedetto XVI, riporto la bella e intensa omelia della Messa con la quale il Papa iniziò solennemente il su ministero petrino il 19 marzo 2013, un anno fa.
“Cari fratelli e sorelle! Ringrazio il Signore di poter celebrare questa Santa Messa di inizio del ministero petrino nella solennità di San Giuseppe, sposo della Vergine Maria e patrono della Chiesa universale: è una coincidenza molto ricca di significato, ed è anche l’onomastico del mio venerato Predecessore: gli siamo vicini con la preghiera, piena di affetto e di riconoscenza.
Con affetto saluto i Fratelli Cardinali e Vescovi, i sacerdoti, i diaconi, i religiosi e le religiose e tutti i fedeli laici. Ringrazio per la loro presenza i Rappresentanti delle altre Chiese e Comunità ecclesiali, come pure i rappresentanti della comunità ebraica e di altre comunità religiose. Rivolgo il mio cordiale saluto ai Capi di Stato e di Governo, alle Delegazioni ufficiali di tanti Paesi del mondo e al Corpo Diplomatico.
Abbiamo ascoltato nel Vangelo che ‘Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’Angelo del Signore e prese con sé la sua sposa’. In queste parole è già racchiusa la missione che Dio affida a Giuseppe, quella di essere ‘custos’, custode. Custode di chi? Di Maria e di Gesù; ma è una custodia che si estende poi alla Chiesa, come ha sottolineato il beato Giovanni Paolo II: ‘San Giuseppe, come ebbe amorevole cura di Maria e si dedicò con gioioso impegno all’educazione di Gesù Cristo, così custodisce e protegge il suo mistico corpo, la Chiesa, di cui la Vergine Santa è figura e modello’.
Come esercita Giuseppe questa custodia? Con discrezione, con umiltà, nel silenzio, ma con una presenza costante e una fedeltà totale, anche quando non comprende. Dal matrimonio con Maria fino all’episodio di Gesù dodicenne nel Tempio di Gerusalemme, accompagna con premura e con amore ogni momento. È accanto a Maria sua sposa nei momenti sereni e in quelli difficili della vita, nel viaggio a Betlemme per il censimento e nelle ore trepidanti e gioiose del parto; nel momento drammatico della fuga in Egitto e nella ricerca affannosa del figlio al Tempio; e poi nella quotidianità della casa di Nazaret, nel laboratorio dove ha insegnato il mestiere a Gesù.
Come vive Giuseppe la sua vocazione di custode di Maria, di Gesù, della Chiesa? Nella costante attenzione a Dio, aperto ai suoi segni, disponibile al suo progetto, non tanto al proprio; ed è quello che Dio chiede a Davide, come abbiamo ascoltato nella prima Lettura: Dio non desidera una casa costruita dall’uomo, ma desidera la fedeltà alla sua Parola, al suo disegno; ed è Dio stesso che costruisce la casa, ma di pietre vive segnate dal suo Spirito. E Giuseppe è ‘custode’, perché sa ascoltare Dio, si lascia guidare dalla sua volontà, e proprio per questo è ancora più sensibile alle persone che gli sono affidate, sa leggere con realismo gli avvenimenti, è attento a ciò che lo circonda, e sa prendere le decisioni più sagge. In lui cari amici, vediamo come si risponde alla vocazione di Dio, con disponibilità, con prontezza, ma vediamo anche qual è il centro della vocazione cristiana: Cristo! Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato!
La vocazione del custodire, però, non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti. È il custodire l’intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d’Assisi: è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo. È il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore. È l’aver cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente, poi come genitori si prendono cura dei figli, e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori. È il vivere con sincerità le amicizie, che sono un reciproco custodirsi nella confidenza, nel rispetto e nel bene. In fondo, tutto è affidato alla custodia dell’uomo, ed è una responsabilità che ci riguarda tutti. Siate custodi dei doni di Dio!
E quando l’uomo viene meno a questa responsabilità, quando non ci prendiamo cura del creato e dei fratelli, allora trova spazio la distruzione e il cuore inaridisce. In ogni epoca della storia, purtroppo, ci sono degli ‘Erode’ che tramano disegni di morte, distruggono e deturpano il volto dell’uomo e della donna.
Vorrei chiedere, per favore, a tutti coloro che occupano ruoli di responsabilità in ambito economico, politico o sociale, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà: siamo ‘custodi’ della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell’altro, dell’ambiente; non lasciamo che segni di distruzione e di morte accompagnino il cammino di questo nostro mondo! Ma per ‘custodire’ dobbiamo anche avere cura di noi stessi! Ricordiamo che l’odio, l’invidia, la superbia sporcano la vita! Custodire vuol dire allora vigilare sui nostri sentimenti, sul nostro cuore, perché è da lì che escono le intenzioni buone e cattive: quelle che costruiscono e quelle che distruggono! Non dobbiamo avere paura della bontà, anzi neanche della tenerezza!.
E qui aggiungo, allora, un’ulteriore annotazione: il prendersi cura, il custodire chiede bontà, chiede di essere vissuto con tenerezza. Nei Vangeli, san Giuseppe appare come un uomo forte, coraggioso, lavoratore, ma nel suo animo emerge una grande tenerezza, che non è la virtù del debole, anzi, al contrario, denota fortezza d’animo e capacità di attenzione, di compassione, di vera apertura all’altro, di amore. Non dobbiamo avere timore della bontà, della tenerezza!
Oggi, insieme con la festa di san Giuseppe, celebriamo l’inizio del ministero del nuovo Vescovo di Roma, Successore di Pietro, che comporta anche un potere. Certo, Gesù Cristo ha dato un potere a Pietro, ma di quale potere si tratta? Alla triplice domanda di Gesù a Pietro sull’amore, segue il triplice invito: pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle. Non dimentichiamo mai che il vero potere è il servizio e che anche il Papa per esercitare il potere deve entrare sempre più in quel servizio che ha il suo vertice luminoso sulla Croce; deve guardare al servizio umile, concreto, ricco di fede, di san Giuseppe e come lui aprire le braccia per custodire tutto il Popolo di Dio e accogliere con affetto e tenerezza l’intera umanità, specie i più poveri, i più deboli, i più piccoli, quelli che Matteo descrive nel giudizio finale sulla carità: chi ha fame, sete, è straniero, nudo, malato, in carcere. Solo chi serve con amore sa custodire!
Nella seconda Lettura, san Paolo parla di Abramo, il quale ‘credette, saldo nella speranza contro ogni speranza’. Saldo nella speranza, contro ogni speranza! Anche oggi davanti a tanti tratti di cielo grigio, abbiamo bisogno di vedere la luce della speranza e di dare noi stessi speranza. Custodire il creato, ogni uomo ed ogni donna, con uno sguardo di tenerezza e amore, è aprire l’orizzonte della speranza, è aprire uno squarcio di luce in mezzo a tante nubi, è portare il calore della speranza! E per il credente, per noi cristiani, come Abramo, come san Giuseppe, la speranza che portiamo ha l’orizzonte di Dio che ci è stato aperto in Cristo, è fondata sulla roccia che è Dio.
Custodire Gesù con Maria, custodire l’intera creazione, custodire ogni persona, specie la più povera, custodire noi stessi: ecco un servizio che il Vescovo di Roma è chiamato a compiere, ma a cui tutti siamo chiamati per far risplendere la stella della speranza: Custodiamo con amore ciò che Dio ci ha donato!”.
Chiedo l’intercessione della Vergine Maria, di san Giuseppe, dei santi Pietro e Paolo, di san Francesco, affinché lo Spirito Santo accompagni il mio ministero, e a voi tutti dico: pregate per me! Amen”.
PAPA FRANCESCO: UNA TESTIMONIANZA PERSONALE DA BUENOS AIRES, di Mariano Fazio
Spero di contribuire con queste brevi pagine a una maggiore conoscenza della sua personalità, che aiuti i cattolici a unirsi di più, affettivamente ed effettivamente, alla persona del Romano Pontefice. Che sia una realtà per tutti quell’anelito di un santo del nostro tempo, san Josemaría Escrivá: «Omnes cum Petro ad Iesum per Mariam! – che tutti, ben uniti al Papa, andiamo a Gesù attraverso Maria»1.
CHIAMATI AD ESSERE APOSTOLI NELLA VITA QUOTIDIANA, omelia di don Piero Vavassori, 4 dicembre 2013 Duomo di Milano
Travolti da mille attività, dalla frenesia del lavoro, dalla ricerca di emozioni sempre più forti, sembra a prima vista che oggi Dio sia escluso dal nostro mondo: semplicemente sembra che gli uomini non abbiano più bisogno di Lui per trovare la felicità. Ma le cose non stanno come possono sembrare a prima vista. In realtà tutto questo agitarsi è un rumoroso – anche se spesso inconscio – grido di insoddisfazione per una vita che alla fine risulta vuota e mediocre. Ma dove troveremo risposta alla nostra inquietudine? “Ci hai creati per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”, queste parole così belle di S. Agostino sono la risposta alla nostra domanda. Non c’è niente e nessuno che sia escluso da questa profonda inquietudine del cuore umano, e niente e nessuno che sia escluso dalla salvezza che viene da Cristo. Lui è la risposta e non ce n’è altra al di fuori di Lui.
NELLA CHIESA TUTTA E’ IL TEMPO DELLA MISERICORDIA, commovente discorso di Papa Francesco ai parroci romani, all’inizio della Quaresima
GESU’ CI INVITA AD ARRICCHIRCI DELLA SUA RICCA POVERTÀ’ E DELLA SUA POVERA RICCHEZZA, messaggio di Papa Francesco per la quaresima 2014
LE SACRAMENT DE LA JOIE: pubblicata la traduzione francese del libro sulla confessione
E’ uscito per i tipi delle Editions Artège di Parigi, la traduzione al francese del libro IL SACRAMENTO DELLA GIOIA, che ha avuto molti lettori in Italia. Può essere considerato uno strumento ulteriore per portare l’eco dell’incoraggiamento di papa Francesco alla confessione (“Dio non si stanca di perdonarci”), anche presso lettori di lingua francese, e in paesi di lingua francese. Chi non ha un amico o un parente, o un collega, che lavora in Francia, o in Belgio o nella Svizzera francese, o che è originario del Canada o del Camerun? Ecco un modo per pregare per lui o per lei, e per mandargli un pensiero attraverso un link a questo libro ( http://www.editionsartege.fr/
André Mardegan, prêtre italien ordonné par Jean-Paul II en 1984, exerce aujourd’hui son ministère à Milan. Auteur d’ouvrages de spiritualité appréciés en Italie, il est traduit pour la première fois en français.
LO SPIRITO DI DIO ARRIVA SEMPRE PRIMA DI NOI, Papa Francesco al cammino Neocatecumenale, 1 febbraio 2014
| Il Diacono Filippo battezza l’eunuco etiope (Museo del Louvre) |
Trascrivo il discorso che Papa Francesco ha fatto il primo febbraio 2014 ai rappresentanti del cammino Neocatecumenale. Essenziale e molto bello: la Chiesa, lo Spirito Santo che ci precede, il rispetto per coloro che non ce la fanno e per coloro che scelgono altre strade all’interno della Chiesa, e l’incoraggiamento apostolico anche di fronte alle difficoltà. Buona lettura e buona meditazione.
ringrazio il Signore per la gioia della vostra fede e per l’ardore della vostra testimonianza cristiana, grazie a Dio! Vi saluto tutti cordialmente, ad iniziare dall’Équipe responsabile internazionale del Cammino Neocatecumenale, insieme ai sacerdoti, ai seminaristi e ai catechisti. Un saluto pieno di affetto rivolgo ai bambini, presenti qui in gran numero. Il mio pensiero va in modo speciale alle famiglie, che si recheranno in diverse parti del mondo per annunciare e testimoniare il Vangelo. La Chiesa vi è grata per la vostra generosità! Vi ringrazio per tutto quello che fate nella Chiesa e nel mondo.
E proprio a nome della Chiesa, nostra Madre – la nostra Santa Madre Chiesa, gerarchica come piaceva dire a Sant’Ignazio di Loyola – a nome della Chiesa vorrei proporvi alcune semplici raccomandazioni.
La prima è quella di avere la massima cura per costruire e conservare la comunione all’interno delle Chiese particolari nelle quali andrete ad operare. Il Cammino ha un proprio carisma, una propria dinamica, un dono che come tutti i doni dello Spirito ha una profonda dimensione ecclesiale; questo significa mettersi in ascolto della vita delle Chiese nelle quali i vostri responsabili vi inviano, a valorizzarne le ricchezze, a soffrire per le debolezze se necessario, e a camminare insieme, come unico gregge, sotto la guida dei Pastori delle Chiese locali. La comunione è essenziale: a volte può essere meglio rinunciare a vivere in tutti i dettagli ciò che il vostro itinerario esigerebbe, pur di garantire l’unità tra i fratelli che formano l’unica comunità ecclesiale, della quale dovete sempre sentirvi parte.
Un’altra indicazione: dovunque andiate, vi farà bene pensare che lo Spirito di Dio arriva sempre prima di noi. Questo è importante: il Signore sempre ci precede! Pensate a Filippo, quando il Signore lo invia per quella strada dove incontra un amministratore seduto sul suo carro (cfr At 8,27-28). Lo Spirito è arrivato prima: lui leggeva il profeta Isaia e non capiva, ma il cuore ardeva. Così, quando Filippo gli si avvicina, egli è preparato per la catechesi e per il Battesimo. Lo Spirito sempre ci precede; Dio arriva sempre prima di noi! Anche nei posti più lontani, anche nelle culture più diverse, Dio sparge dovunque i semi del suo Verbo. Da qui scaturisce la necessità di una speciale attenzione al contesto culturale nel quale voi famiglie andrete ad operare: si tratta di un ambiente spesso molto differente da quello da cui provenite. Molti di voi faranno la fatica di imparare la lingua locale, a volte difficile, e questo sforzo è apprezzabile. Tanto più importante sarà il vostro impegno ad “imparare” le culture che incontrerete, sapendo riconoscere il bisogno di Vangelo che è presente ovunque, ma anche quell’azione che lo Spirito Santo ha compiuto nella vita e nella storia di ogni popolo.
E infine, vi esorto ad avere cura con amore gli uni degli altri, in particolar modo dei più deboli. Il Cammino Neocatecumenale, in quanto itinerario di scoperta del proprio Battesimo, è una strada esigente, lungo la quale un fratello o una sorella possono trovare delle difficoltà impreviste. In questi casi l’esercizio della pazienza e della misericordia da parte della comunità è segno di maturità nella fede. La libertà di ciascuno non deve essere forzata, e si deve rispettare anche la eventuale scelta di chi decidesse di cercare, fuori dal Cammino, altre forme di vita cristiana che lo aiutino a crescere nella risposta alla chiamata del Signore.
Care famiglie, cari fratelli e sorelle, vi incoraggio a portare dovunque, anche negli ambienti più scristianizzati, specialmente nelle periferie esistenziali, il Vangelo di Gesù Cristo. Evangelizzate con amore, portate a tutti l’amore di Dio. Dite a quanti incontrerete sulle strade della vostra missione che Dio ama l’uomo così com’è, anche con i suoi limiti, con i suoi sbagli, anche con i suoi peccati. Per questo ha inviato suo Figlio, perché Lui prendesse i nostri peccati su di sé. Siate messaggeri e testimoni dell’infinita bontà e dell’inesauribile misericordia del Padre.
Vi affido alla nostra Madre, Maria, affinché ispiri e sostenga sempre il vostro apostolato. Alla scuola di questa tenera Madre siate missionari zelanti e gioiosi. Non perdete la gioia, avanti!
LASCIARCI SORPRENDERE DALLA CHIAMATA DEL SIGNORE, Omelia di don Piero Vavassori, Novena dell’Immacolata Duomo di Milano, 3 dicembre 2013
Come potremo “impararlo”, farlo nostro? Con le nostre povere forze ci sentiamo incapaci di una meta così alta. La seconda lettura di oggi, del profeta Malachia, ci dà la risposta: “Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore: egli convertirà il cuore dei padri verso i figli, e il cuore dei figli verso i padri” (Ml 3,23). Risuonano qui le parole più conosciute di un altro passaggio della Scrittura, e più precisamente dal profeta Ezechiele: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne” (Ez 36,26). Il nostro Dio è – secondo un’espressione cara a papa Francesco – un Dio che ci anticipa. Quando Dio ci offre il suo sguardo sulla nostra vita, quando ci comunica il suo progetto d’amore per noi chiedendoci di corrispondere con la nostra vita, ci dona in primo luogo la grazia per poter corrispondere, ci dona un cuore nuovo capace di battere all’unisono con il suo. Il Signore non si accontenta di indicarci cosa dobbiamo fare. Non si accontenta di offrirci un orizzonte di vita che sia alla nostra portata, come se ci dicesse: “Cerca di cavartela alla meno peggio; sforzati di seguire ciò che ti ho detto per ciò che puoi, ma entrambi sappiamo che più di tanto non puoi fare”. No, non ragiona così il Signore. Egli ci ama, il suo sguardo è uno sguardo d’amore, di fiducia, e quindi uno sguardo che trasforma il nostro cuore di pietra in un cuore palpitante di carne e che rende capaci di rispondere alla sua chiamata. Per questo il nostro Dio è – come dice papa Francesco – un Dio che sorprende, che cambia i programmi, che ci fa uscire dal ristretto orizzonte di una vita misurata sulle nostre forze, per entrare nel panorama splendido del suo sguardo. E’ certo che incrociare il nostro sguardo con quello di Dio toglie il fiato, spaventa: ci sentiamo poca cosa, ci domandiamo se ne saremo capaci, sentiamo che le nostre forze non sono in grado di reggere… Ma lasciarci sorprendere dall’amore di Dio significa non dimenticarsi le sue parole: “Vi darò un cuore nuovo”. Per questo, di fronte alla chiamata di Dio, al suo sguardo che si è posato su di noi – uno sguardo unico e personale – e che ci sorprende, la nostra risposta non è quella del calcolo su cosa siamo capaci e non capaci di fare, su quello che dobbiamo lasciare e quello che otteniamo, sul temporeggiare, ma quella del lasciarsi sorprendere, dal lasciarsi conquistare da questo sguardo che riempie il cuore. Questa è stata l’esperienza di Maria, nostra Madre, e quella degli Apostoli: all’annuncio dell’angelo e alla chiamata del Signore sul lago di Tiberiade, non risposero soppesando tutti i pro e i contro, ma decisero di fidarsi del Signore lasciandosi conquistare dal suo amore che trasforma e rispondendo “Ecco l’ancella del Signore, si faccia secondo la tua parola”, e lasciate le reti lo seguirono. “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne”. Ascoltando queste parole della Scrittura, mi vengono in mente quelle splendide parole che Giovanni Paolo II pronunciò in occasione di una Giornata Mondiale della Gioventù, rivolte ai giovani ma che si possono applicare a ciascuno di noi, perché un cuore che si lascia conquistare da Cristo è un cuore sempre giovane: “Carissimi giovani, come i primi discepoli, seguite Gesù! Non abbiate paura di avvicinarvi a Lui… Non abbiate paura della “vita nuova” che Egli vi offre: Lui stesso vi dà la possibilità di accoglierla e di metterla in pratica, con l’aiuto della sua grazia e il dono del suo spirito”. Ogni santo è testimonianza di questo sguardo di Dio che cambia la vita e che dà la capacità di donargli tutto il futuro. Ma particolarmente commuovente è quella del cardinal Van Thuân, che a pochi mesi dalla nomina a vescovo di Saigon in Vietnam, con l’avvento del regime comunista, venne arrestato e rimase in carcere per 13 anni, di cui 9 in regime di isolamento. Racconta che furono anni durissimi, sia da un punto di vista umano – privazioni di ogni genere, solitudine, caldo, sporcizia, angherie – che da un punto di vista soprannaturale – sentirsi inutile perché non poteva più fare le mille cose che era abituato a fare. Si trovava in uno stato di profondo scoraggiamento, un senso profondo di inutilità. Finchè un giorno sentì nel profondo del suo cuore, questa voce: “Perché ti tormenti così? Tu devi distinguere tra Dio e le opere di Dio. Tutto ciò che tu hai compiuto e desideri continuare a fare, (…) tutto questo è un’ opera eccellente, sono opere di Dio, ma non sono Dio! Se Dio vuole che tu abbandoni tutte queste opere, mettendole nelle sue mani, fallo subito, e abbi fiducia in lui. Dio lo farà infinitamente meglio di te. Tu hai scelto Dio solo, non le sue opere!”. A te, giovane, che forse in questi momenti stai sentendo che il Signore ti sta chiedendo di più, l’intera vita perché sia al servizio di Dio e degli uomini, dico: “Fallo subito e abbi fiducia in Lui”. E lo dico anche a te, meno giovane d’età ma con un cuore sempre giovane perché si lascia conquistare da questo Dio che vuole cambiare la tua vita, ripeto: “Fallo subito e abbi fiducia in Lui”. Non dobbiamo avere paura di seguire Cristo, di abbandonare le piccole sicurezze che possono offrirci i nostri progetti e le nostre forze. Lo sguardo di Gesù riempie il cuore, dilata gli orizzonti, disseta quel desiderio di felicità e bellezza come nessun altro, dà alla vita una pienezza altrimenti irraggiungibile. Ciò che Dio ci chiede non è di fare qualcosa di buono e di comportarci bene, ma di conoscere e amare Lui, e da qui scoprire che ci è stato donato come spazio d’azione il mondo intero, come tempo l’eternità, come destinatari tutte le persone, come coinvolgimento personale tutto noi stessi senza escludere nessun dinamismo della natura umana (intelligenza, volontà, passioni, emozioni, sentimenti, desideri, ecc.), come obiettivo una totale pienezza di senso, di felicità e di libertà. Rispondere di sì alla chiamata del Signore non significa rinunciare alla propria libertà, ma metterla in gioco per scoprire che dalla generosità del dono deriva la dilatazione della nostra capacità di amare. Mi piace, al riguardo, concludere con le parole pronunciate dal nostro Arcivescovo il card. Scola nell’omelia della Solennità dell’Immacolata di due anni fa: “La libertà dell’uomo non è anzitutto iniziativa, ma risposta. La sua forma compiuta è quella dell’accoglienza spalancata al dono che la precede e le viene offerto. Ciascuno di noi non può forse identificare il sapore della vera libertà nell’esperienza dell’essere amato? Quando si è autenticamente amati il nostro essere si dilata e si muove più liberamente”. Affidiamo a nostra Madre, Santa Maria, i desideri di donazione che abbiamo nel cuore, chiedendole che ci aiuti ad essere generosi nel rispondere alla chiamata del Signore. Così sia.
LO SGUARDO DI GESÙ’ CHE SALVA, omelia di don Piero Vavassori, 2 dicembre 2013, Duomo di Milano.
| Olio su tela, Giovanni Battista Merano 1673 |
Nessuno gli è indifferente. Se Gesù si dona con tanta generosità con quelli che non conosce, quanto più grande sarà stato il suo desiderio per coloro a cui voleva bene: i suoi parenti, i cugini, gli amici d’infanzia, gli amici di famiglia… Nel percorrere le strade che lo riportavano a Nazaret si sarà immaginato i volti amati da lungo tempo non visti, i saluti, gli abbracci, l’accoglienza, l’allegria di stare nuovamente insieme, le notizie allegre e tristi… E si sarà proposto, come un fuoco d’amore che sgorga dal suo cuore, di aiutare tutti: insegnando e portando la salvezza fra quelle persone amate, guarendo le loro malattie, asciugando ogni lacrima…Possiamo immaginarci, quindi, il dolore che Gesù ha provato nel vedere l’indifferenza e il rifiuto delle persone a cui voleva tanto bene. Risuonano in questa scena le parole del prologo del Vangelo di San Giovanni: “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta. (…) Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1,4-5.11).
