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LA PURA ACQUA SORGIVA, Intervista inedita a Stanislaw Grygiel su Giovanni Paolo II

Un felice evento: la pubblicazione del libro di interviste Accanto a Giovanni Paolo II. Gli amici e i collaboratori raccontano, nel tempo che ci prepara alla canonizzazione di questo grande Papa Santo dei nostri giorni.  Sono molti amici e collaboratori, e tutti raccontano esperienze e riflessioni personali inedite. Lunedì 7 aprile alla Lumsa di Roma viene presentato ufficialmente, con la presenza di molti degli intervistati. Ne hanno parlato in tutto il mondo perché il libro contiene la prima intervista rilasciata dal papa emerito Benedetto XVI. Dal curatore del volume ho saputo che l’ha scritta di suo pugno in tedesco, ha chiesto all’editore di tradurla all’italiano, e ha poi rivisto e approvato personalmente anche la traduzione italiana: è proprio totalmente sua. Raccomando la lettura integrale del libro: vi si trovano notizie, considerazioni e spunti, commoventi, importanti e utili per il proprio cammino cristiano e amore per la Chiesa, per una conoscenza più da vicino del nuovo Papa Santo, anche per coloro che come me sono stati da lui ordinati sacerdoti e continuamente guidati e formati nella consacrazione e nella missione. Qui per gentile concessione del’editore pubblico ampi stralci dell’intervista a Stanislaw Grygiel, filosofo amico e collaboratore.
I laici hanno avuto un ruolo particolarissimo nella vita e nella formazione di Karol Wojtyla. A Cracovia il futuro Pontefice si occupava della pastorale dei giovani, poi delle famiglie e degli intellettuali. In questo ambiente nacquero delle amicizie che sarebbero durate per sempre, anche dopo che l’Arcivescovo di Cracovia fu eletto al soglio di Pietro. Particolarmente fraterno il legame che si stabilì negli anni fra Wojtyla e il prof. Stanislaw Grygiel. Grygiel, laurea in Filologia polacca all’Università Jagellonica di Cracovia, dottorato in Filosofia cristiana all’Università cattolica di Lublin, dal 1980 vive con la famiglia a Roma, dove per tanti anni è stato ordinario di Antropologia filosofica al Pontificio istituto Giovanni Paolo II presso la Pontificia università lateranense, rivestendo anche l’incarico di visiting professor presso lo stesso istituto a Washington, negli Stati uniti.

Vicino a Karol Wojtyla dall’età giovanile fino alla morte, il prof. Grygiel è la persona giusta a cui chiedere del valore che il nuovo Santo dava all’amicizia e con cui ragionare sulla grande attenzione che il Papa ha avuto per i laici nella Chiesa.
Giovanni Paolo II ha dato un grandissimo impulso al riconoscimento del ruolo dei laici nella Chiesa. Un atteggiamento che si evidenzia già nell’attività pastorale di Karol Wojtyla sacerdote e, successivamente, vescovo a Cracovia. Lei, Professore, ne è testimone, essendo stato legato al futuro Pontefice da legami di amicizia di lunga data…
La vita e il lavoro dell’uomo dipendono non solo da lui ma anche dall’humus in cui si trova, che è costituito dalla storia, dall’ambiente e dalla cultura. Molto già è stato detto della storia e della cultura polacche, senza le quali non è possibile comprendere né la persona di Giovanni Paolo II né la sua azione pastorale. Poco conosciuto è, invece, l’ambiente di Cracovia, con le persone che sono state decisive per la sua vita.
Prima di tutto occorre ricordare la figura di Jan Pietraszko, grande vescovo, oggi servo di Dio, che mostrò al giovane sacerdote Wojtyla la via che conduce ai giovani. Giovanni Paolo II stesso ne diede testimonianza nel telegramma inviato a Cracovia per la morte del vescovo: «Tu mi hai aperto la via che porta a loro». Ricordo una cena dal Papa con mons. Pietraszko. Quest’ultimo gli aveva portato in dono l’ultimo suo libro. A un certo punto il Santo Padre gli disse: «Vescovo Jan, io imparo la teologia da te». Pietraszko rimase assai perplesso e uscendo dall’appartamento pontificio chiese a me e a mia moglie: «Ditemi, l’ha detto sul serio, oppure scherzava? I miei libri sono per i parroci!». Ma il Papa, parroco del mondo intero, non aveva scherzato. Mons. Pietraszko è stato uno dei più grandi maestri della fede nella Chiesa polacca del XX secolo. Per me, è un vero Padre della Chiesa.
In che cosa consisteva il metodo pastorale di mons. Pietraszko?
Nel non avere alcun metodo concettualmente elaborato. Semplicemente, egli era sempre con noi giovani, non solamente in chiesa. Pregava con noi, pranzava con noi, meditava e si divertiva con noi. Guardando a lui, vedevamo un modo affascinante di essere nel mondo. Affascinati, cercavamo la sorgente dalla quale lui, in ginocchio, attingeva l’acqua. Dal sacerdote che non sta in ginocchio si potrà imparare a bere dalla bottiglia delle bevande elaborate, artificiali, ma mai la pura acqua sorgiva.
Sono stati Giovanni Paolo II e il vescovo Pietraszko a farci vedere come la cultura consista nel saper coltivare la terra sulla quale l’uomo cresce e matura «per risorgere», secondo l’espressione di un grande poeta polacco da loro spesso citato, C. K. Norwid. La cultura, ci dicevano, non si riduce all’erudizione. Anzi, nulla vi è di più pericoloso per la società degli eruditi privi della cultura. Perché solo la cultura è vivificante, perché è «per risorgere». La cultura o è pasquale o non è cultura. Da questo stare insieme nacque una profonda amicizia, una di quelle amicizie che valgono per sempre; e non solo tra loro e noi, ma anche tra noi stessi. In quest’amicizia l’aiuto o, se si preferisce, il lavoro pastorale era reciproco. Wojtyla e Pietraszko aiutavano i giovani e i giovani aiutavano loro a cercare Dio e a camminare verso di lui. I nostri vescovi erano perfettamente consapevoli che l’agricoltore cresce e matura insieme con le piante affidate alla sua cura.
Tra gli amici non ci sono barriere e loro due erano per noi sempre raggiungibili, disponibili. Potevamo andare a trovarli quando volevamo. Si poteva bussare alla loro porta anche di notte. Le pecore non chiedono udienza ai pastori, li seguono giorno e notte. Se non sono in condizioni di farlo, è segno che sono pecore senza pastori.
Lei parlava della pastorale dei giovani, ma il futuro Pontefice si occupava anche delle famiglie, degli studenti, degli intellettuali…
Ho detto che i due vescovi crescevano e maturavano di pari passo con i giovani. Ma i giovani si sposavano e di conseguenza essi dovettero imparare a stare con gli sposi, poi anche con i loro figli, che consideravano come dei «nipoti spirituali».
Don Wojtyla iniziò la sua attività pastorale con i giovani chierichetti nella parrocchia di san Floriano a Cracovia. Ma con il tempo, anche questi giovani da studenti si trasformarono in professori, medici, avvocati… E come già era accaduto al più anziano Pietraszko, anch’egli si vide «costretto» a curare la pastorale degli adulti professionisti che ora si trovava davanti.
In questo modo, estendendo la propria azione pastorale, questi nostri vescovi ebbero l’opportunità di comprendere dall’origine, dalla realtà viva piuttosto che dai libri, che cosa significhi il termine «laicato». Soprattutto, attinsero «alla sorgente» la verità del matrimonio e della famiglia.
Non è possibile insegnare queste cose in seminario?
A vivere si impara vivendo; a fare facendo. Il problema è se i superiori del seminario stiano o sappiano stare insieme con i seminaristi; se sappiano coltivare la terra sulla quale loro stessi abbiano la possibilità di crescere e maturare con i seminaristi. La pastorale non è una teoria, ma una convivenza. Le teorie sono da mandare a memoria, mentre la pastorale esige la saggezza che nasce negli uomini presenti l’uno all’altro. La conoscenza delle teorie può perfino ostacolare la presenza reciproca delle persone; cioè, le teorie sulla pastorale possono distruggere la pastorale stessa. Di pastorale si può discutere, si possono fare convegni, pubblicare tanti documenti, ma la vera pastorale è lo scambio dei doni tra il sacerdote e il fedele. Questo Wojtyla lo aveva compreso molto bene.
In che modo la mancanza della libertà religiosa nella Polonia comunista influiva sull’azione pastorale della Chiesa?
Negando alla Chiesa ogni forma di attività pubblica, il regime comunista l’aveva costretta a vivere nelle relazioni strettamente personali. Il nostro «essere insieme», paradossalmente, lo dovevamo nascondere, poiché la polizia cercava in ogni modo di ostacolarlo e di distruggerlo. Ma grazie anche a queste dinamiche, nella semiclandestinità, i rapporti di amicizia, di reciproca fiducia, diventando sempre più forti, ci rivelavano la bellezza della Chiesa, che ci rendeva liberi da tutto ciò che è legato al mero possesso. Così Dio si serviva e si serve anche di coloro che Lo negano.
Lei apprese a Cracovia la notizia che la scelta dei cardinali riuniti a conclave era caduta sul «suo» Arcivescovo e seguì dalla Polonia i primi mesi del pontificato wojtyliano. Che impatto ebbe l’elezione di Karol Wojtyla sulla vita dei cattolici polacchi?
Posso soltanto ripetere cose dette e ridette. La prima reazione dei polacchi fu la gioia, ma seguì subito la consapevolezza delle nuove possibilità che quel giorno si erano aperte per la loro Patria e per la loro Chiesa. I polacchi compresero che da allora in poi la Chiesa non avrebbe più dovuto svolgere la propria attività pastorale nella semiclandestinità. I cattolici si fecero più coraggiosi e audaci: ne furono segno eloquente le manifestazioni popolari per le strade del Paese che, senza che alcuno avesse chiesto il permesso, durarono per tutta la notte del 16 ottobre del 1978.
Mi ricordo le discussioni di quelle ore con gli amici: eravamo convinti che le nostre frontiere si sarebbero aperte all’Occidente e che, prima o poi, anche politicamente la Polonia sarebbe uscita dal blocco comunista. Fino ad allora si pensava che il comunismo sarebbe durato ancora per generazioni, dal momento che era a tutti chiaro come gli intellettuali e i politici occidentali si lasciavano sedurre dalle parole e dal denaro della polizia segreta sovietica: quante volte, infatti, proprio loro avevano tentato di convincerci che dovevamo adeguarci al comunismo! Ma con il primo pellegrinaggio del Santo Padre in Polonia nel 1979 l’orizzonte mutò a un tratto, radicalmente.
Il Papa seppe risvegliare nei polacchi la speranza assopita da oltre quarant’anni di comunismo. Nei primi anni del pontificato si fece via via più nitida l’aurora dei tempi nuovi, non solo per la Polonia.
Potrebbe ora spiegarci come Giovanni Paolo II seppe trasfondere nel suo magistero petrino tutto il bagaglio delle esperienze pastorali, culturali e politiche che aveva maturato in Polonia?
A Roma Karol Wojtyla continuò a essere uomo e sacerdote «con gli altri», esattamente come a Cracovia. Non cambiò nulla nel proprio comportamento. Non imponeva sé stesso ad alcuno e, d’altra parte, non si chiudeva in quello che potremmo definire «isolamento pontificale». Per questo poteva assorbire la fede, la speranza e l’amore da tutte le persone che Dio affidava al suo lavoro pastorale, per poi valorizzare ed esprimere questi doni con la forza propria della fede, della speranza e dell’amore di Pietro. Non pronunciava condanne Giovanni Paolo II, semplicemente confessava la fede della Chiesa, attendendo che tutti arrivassero a maturare, e lui con loro. Per Wojtyla la libertà dell’uomo era res sacra, e questa concezione gli veniva da quanto egli aveva vissuto nelle tenebre dell’occupazione della Polonia da parte dei tedeschi, prima, e poi dei russi. Guardando al futuro della Chiesa, approfittava di ogni occasione per incontrare gli sposi e le famiglie. E considero profetica la decisione di fondare il Pontificio istituto per gli Studi su matrimonio e famiglia, che fa parte della Pontificia università lateranense.
Coloro che si erano abituati all’isolamento dei pontefici rimasero addirittura scandalizzati nell’assistere all’abbattimento delle barriere un tempo erette a simbolo della dignità petrina. Giovanni Paolo II scrisse un gran numero di testi. Non era, però, la parola scritta che egli cercava di dare agli altri, ma faceva ogni cosa in modo che la sua vita diventasse parola, come Dio stesso l’aveva pensato per gli altri, scegliendolo come Pastore. Credo che il lavoro pastorale sia spesso soffocato dalla troppa carta: fare il pastore vuol dire «pascolare», cioè stare con il gregge. Cristo non scrisse nemmeno una riga, Egli è lettera pastorale vivente inviataci dal Dio vivente. È lui e non un qualche suo testo a rimanere con noi. Agli uomini viventi Dio manda uomini viventi. Egli non è Dio dei morti (cfr Mt 22,32).
Chi ha avuto la fortuna di essere ospite di Giovanni Paolo II notava che nell’appartamento del Papa si respirava l’aria di famiglia. Il Pontefice era circondato non soltanto da segretari, suore e collaboratori, ma anche da tanti vecchi amici che frequentavano l’appartamento pontificio, spesso accompagnati dai famigliari. La sua famiglia era una di quelle fra le più ospitate. Che cosa ricorda di questi incontri?
La semplicità della bontà del Papa. I dialoghi con lui erano scambi di doni: egli ci donava la presenza della sua persona e noi, ricevendola, avevamo la sensazione di avergli donato la nostra. Egli aspettava gli altri, li cercava. Egli era per gli altri. Ed era un uomo fedele. È proprio grazie a questa fedeltà, che gli era propria, e per la condivisione con tanti fidanzati, sposi, padri e madri… che egli comprese appieno la verità di quell’alleanza che, nell’amore, due persone saldano per sempre. Dava, inoltre, il suo tempo con uguale rispetto verso tutti, adulti o bambini che fossero. Una volta, mentre ci trovavamo a cena da lui, mio figlio, allora di soli otto anni, prese a tirarmi dei calci da sotto la tavola, per farmi capire che voleva tornare a casa. Il Santo Padre se ne accorse e gli chiese: «Che cosa c’è che non va?». Al che mio figlio, senza tanti complimenti, rispose: «Mi sto annoiando. Vorrei andare a casa». E il Papa: «Hai ragione. Io ti ho invitato da me e non mi occupo di te. Devi scusarmi ». Da quel momento, fino alla fine della serata, si mise a giocare e scherzare con lui. Per me fu una lezione su ciò che significa vivere per il prossimo ed essere pastore.
Che cosa le manca di più di Giovanni Paolo II?

Nulla mi manca tranne, ogni tanto, la sua presenza fisica. Tutto ciò che era essenziale e proprio della sua persona mi è sempre presente. La sua morte non ha distrutto nulla. Il nostro dialogo continua. Nel cuore della Chiesa, cioè nell’Eucaristia, non ci sono morti.
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LA VOCAZIONE DEL CUSTODIRE, omelia di Papa Francesco nella festa di san Giuseppe del 2013, inizio del ministero petrino

In onore di san Giuseppe, con il pensiero alla devozione che ha il Papa Francesco per lui, e nell’onomastico di Benedetto XVI, riporto la bella e intensa omelia della Messa con la quale il Papa iniziò solennemente il su ministero petrino il 19 marzo 2013, un anno fa.

“Cari fratelli e sorelle! Ringrazio il Signore di poter celebrare questa Santa Messa di inizio del ministero petrino nella solennità di San Giuseppe, sposo della Vergine Maria e patrono della Chiesa universale: è una coincidenza molto ricca di significato, ed è anche l’onomastico del mio venerato Predecessore: gli siamo vicini con la preghiera, piena di affetto e di riconoscenza.
Con affetto saluto i Fratelli Cardinali e Vescovi, i sacerdoti, i diaconi, i religiosi e le religiose e tutti i fedeli laici. Ringrazio per la loro presenza i Rappresentanti delle altre Chiese e Comunità ecclesiali, come pure i rappresentanti della comunità ebraica e di altre comunità religiose. Rivolgo il mio cordiale saluto ai Capi di Stato e di Governo, alle Delegazioni ufficiali di tanti Paesi del mondo e al Corpo Diplomatico.
Abbiamo ascoltato nel Vangelo che ‘Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’Angelo del Signore e prese con sé la sua sposa’. In queste parole è già racchiusa la missione che Dio affida a Giuseppe, quella di essere ‘custos’, custode. Custode di chi? Di Maria e di Gesù; ma è una custodia che si estende poi alla Chiesa, come ha sottolineato il beato Giovanni Paolo II: ‘San Giuseppe, come ebbe amorevole cura di Maria e si dedicò con gioioso impegno all’educazione di Gesù Cristo, così custodisce e protegge il suo mistico corpo, la Chiesa, di cui la Vergine Santa è figura e modello’.
Come esercita Giuseppe questa custodia? Con discrezione, con umiltà, nel silenzio, ma con una presenza costante e una fedeltà totale, anche quando non comprende. Dal matrimonio con Maria fino all’episodio di Gesù dodicenne nel Tempio di Gerusalemme, accompagna con premura e con amore ogni momento. È accanto a Maria sua sposa nei momenti sereni e in quelli difficili della vita, nel viaggio a Betlemme per il censimento e nelle ore trepidanti e gioiose del parto; nel momento drammatico della fuga in Egitto e nella ricerca affannosa del figlio al Tempio; e poi nella quotidianità della casa di Nazaret, nel laboratorio dove ha insegnato il mestiere a Gesù.
Come vive Giuseppe la sua vocazione di custode di Maria, di Gesù, della Chiesa? Nella costante attenzione a Dio, aperto ai suoi segni, disponibile al suo progetto, non tanto al proprio; ed è quello che Dio chiede a Davide, come abbiamo ascoltato nella prima Lettura: Dio non desidera una casa costruita dall’uomo, ma desidera la fedeltà alla sua Parola, al suo disegno; ed è Dio stesso che costruisce la casa, ma di pietre vive segnate dal suo Spirito. E Giuseppe è ‘custode’, perché sa ascoltare Dio, si lascia guidare dalla sua volontà, e proprio per questo è ancora più sensibile alle persone che gli sono affidate, sa leggere con realismo gli avvenimenti, è attento a ciò che lo circonda, e sa prendere le decisioni più sagge. In lui cari amici, vediamo come si risponde alla vocazione di Dio, con disponibilità, con prontezza, ma vediamo anche qual è il centro della vocazione cristiana: Cristo! Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato!
La vocazione del custodire, però, non riguarda solamente noi cristiani, ha una dimensione che precede e che è semplicemente umana, riguarda tutti. È il custodire l’intero creato, la bellezza del creato, come ci viene detto nel Libro della Genesi e come ci ha mostrato san Francesco d’Assisi: è l’avere rispetto per ogni creatura di Dio e per l’ambiente in cui viviamo. È il custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore. È l’aver cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente, poi come genitori si prendono cura dei figli, e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori. È il vivere con sincerità le amicizie, che sono un reciproco custodirsi nella confidenza, nel rispetto e nel bene. In fondo, tutto è affidato alla custodia dell’uomo, ed è una responsabilità che ci riguarda tutti. Siate custodi dei doni di Dio!
E quando l’uomo viene meno a questa responsabilità, quando non ci prendiamo cura del creato e dei fratelli, allora trova spazio la distruzione e il cuore inaridisce. In ogni epoca della storia, purtroppo, ci sono degli ‘Erode’ che tramano disegni di morte, distruggono e deturpano il volto dell’uomo e della donna.
Vorrei chiedere, per favore, a tutti coloro che occupano ruoli di responsabilità in ambito economico, politico o sociale, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà: siamo ‘custodi’ della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell’altro, dell’ambiente; non lasciamo che segni di distruzione e di morte accompagnino il cammino di questo nostro mondo! Ma per ‘custodire’ dobbiamo anche avere cura di noi stessi! Ricordiamo che l’odio, l’invidia, la superbia sporcano la vita! Custodire vuol dire allora vigilare sui nostri sentimenti, sul nostro cuore, perché è da lì che escono le intenzioni buone e cattive: quelle che costruiscono e quelle che distruggono! Non dobbiamo avere paura della bontà, anzi neanche della tenerezza!.
E qui aggiungo, allora, un’ulteriore annotazione: il prendersi cura, il custodire chiede bontà, chiede di essere vissuto con tenerezza. Nei Vangeli, san Giuseppe appare come un uomo forte, coraggioso, lavoratore, ma nel suo animo emerge una grande tenerezza, che non è la virtù del debole, anzi, al contrario, denota fortezza d’animo e capacità di attenzione, di compassione, di vera apertura all’altro, di amore. Non dobbiamo avere timore della bontà, della tenerezza!
Oggi, insieme con la festa di san Giuseppe, celebriamo l’inizio del ministero del nuovo Vescovo di Roma, Successore di Pietro, che comporta anche un potere. Certo, Gesù Cristo ha dato un potere a Pietro, ma di quale potere si tratta? Alla triplice domanda di Gesù a Pietro sull’amore, segue il triplice invito: pasci i miei agnelli, pasci le mie pecorelle. Non dimentichiamo mai che il vero potere è il servizio e che anche il Papa per esercitare il potere deve entrare sempre più in quel servizio che ha il suo vertice luminoso sulla Croce; deve guardare al servizio umile, concreto, ricco di fede, di san Giuseppe e come lui aprire le braccia per custodire tutto il Popolo di Dio e accogliere con affetto e tenerezza l’intera umanità, specie i più poveri, i più deboli, i più piccoli, quelli che Matteo descrive nel giudizio finale sulla carità: chi ha fame, sete, è straniero, nudo, malato, in carcere. Solo chi serve con amore sa custodire!
Nella seconda Lettura, san Paolo parla di Abramo, il quale ‘credette, saldo nella speranza contro ogni speranza’. Saldo nella speranza, contro ogni speranza! Anche oggi davanti a tanti tratti di cielo grigio, abbiamo bisogno di vedere la luce della speranza e di dare noi stessi speranza. Custodire il creato, ogni uomo ed ogni donna, con uno sguardo di tenerezza e amore, è aprire l’orizzonte della speranza, è aprire uno squarcio di luce in mezzo a tante nubi, è portare il calore della speranza! E per il credente, per noi cristiani, come Abramo, come san Giuseppe, la speranza che portiamo ha l’orizzonte di Dio che ci è stato aperto in Cristo, è fondata sulla roccia che è Dio.
Custodire Gesù con Maria, custodire l’intera creazione, custodire ogni persona, specie la più povera, custodire noi stessi: ecco un servizio che il Vescovo di Roma è chiamato a compiere, ma a cui tutti siamo chiamati per far risplendere la stella della speranza: Custodiamo con amore ciò che Dio ci ha donato!”.
Chiedo l’intercessione della Vergine Maria, di san Giuseppe, dei santi Pietro e Paolo, di san Francesco, affinché lo Spirito Santo accompagni il mio ministero, e a voi tutti dico: pregate per me! Amen”.

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PAPA FRANCESCO: UNA TESTIMONIANZA PERSONALE DA BUENOS AIRES, di Mariano Fazio

Sono molto contento di postare su questo blog una parte del libro di Mariano Fazio di cui vedete la copertina, delle edizioni Ares. Sono molto grato a Mariano Fazio di aver scritto questo libro. E’ come se avesse letto nel pensiero mio e di molti: tu che hai avuto  la fortuna di conoscerlo e di frequentarlo, raccontaci. Quando fu eletto papa Bergoglio proprio un anno fa, il 13 marzo del 2013, subito il mio pensiero andò a Mariano, e pochi giorni dopo ricevetti un allegato con vari episodi personali di incontri con Card. Bergoglio a Buenos Aires. Mariano era arrivato a Roma per studiare teologia, nel mio stesso anno il 1980. Poi abbiamo seguito sentieri diversi di studi, e mentre io dopo il dottorato a Pamplona mi dedicavo alla pastorale, lui proseguiva brillantemente a studiare a Roma filosofia contemporanea e storia delle idee contemporanee e altre cose molto interessanti. Poi è stato per molti anni rettore della Pontificia Università della Santa Croce, nonché primo decano della facoltà di Comunicazioni Sociali Istituzionali di quella stessa Università, finché il Prelato dell’Opus Dei gli ha chiesto di tornare in Argentina, prima come Direttore Spirituale e poi come suo Vicario per quella terra lontana. Così ha potuto continuare a frequentare il card. Bergoglio che aveva conosciuto in  precedenza. Nel suo libro non si limita a raccontare episodi, ma da professore di storia delle idee e del pensiero qual’è,, offre chiavi di lettura, attinge ai discorsi e lettere del periodo di Buenos Aires. Ma qui oggi pubblico, grazie alla gentile concessione delle Edizioni Ares, solo l’introduzione e l’ultimo capitolo, quelli più densi di testimonianze personali. Buona lettura che ci accompagni ad accompagnare il Papa in questi giorni di festa e di preghiera.


Nel suo intervento durante le congregazioni previe al conclave, il cardinale Jorge Mario Bergoglio tratteggiò in brevi frasi la necessità di evangelizzare il mondo – ragion d’essere della Chiesa – evitando un atteggiamento autoreferenziale e mondano, per uscire incontro alle anime. Fece riferimento al fatto che è lo stesso Gesù Cristo a spingerci dal di dentro. «Nell’Apocalisse Gesù dice che è alla porta e bussa. Evidentemente il testo si riferisce al fatto che bussa da fuori perché vuole entrare… Ma penso alle volte in cui Gesù bussa da dentro perché lo lasciamo uscire. La Chiesa autoreferenziale vuole Gesù Cristo dentro di sé e non gli permette di uscire».
Negli appunti del suo intervento, che furono pubblicati, con l’autorizzazione del Papa, dal cardinale dell’Avana, Jaime Lucas Ortega, Bergoglio conclude: «Pensando al prossimo papa: un uomo che, a partire dalla contemplazione di Gesù Cristo e dall’adorazione di Gesù Cristo, aiuti la Chiesa a uscire da sé stessa verso le periferie esistenziali, che l’aiuti a essere madre feconda che vive “la dolce e confortante gioia di evangelizzare”».
Il 13 marzo 2013, mossi dallo Spirito Santo, i cardinali riuniti in conclave dopo la sorprendente notizia della rinuncia di Benedetto XVI, elessero, come 265° successore di san Pietro, Jorge Mario Bergoglio, l’uomo che ai loro occhi riuniva la condizioni per portare la Chiesa verso le periferie esistenziali. Egli stesso si definì come il papa venuto dalla fine del mondo, ed è sempre più noto il suo lavoro pastorale a Buenos Aires proprio a favore delle persone che – da una prospettiva mondana – sono considerate inesubero, periferiche.
*   *   *
Il libro che il lettore ha tra le mani è stato scritto ancora con la sorpresa e l’emozione che ho provato all’annuncio del cardinal Tauran. L’ho scritto velocemente – la data dell’edizione originale è molto vicina a quel 13 marzo – ma con serietà e con la convinzione personale della necessità di far conoscere le radici spirituali di Papa Francesco.
Spero di contribuire con queste brevi pagine a una maggiore conoscenza della sua personalità, che aiuti i cattolici a unirsi di più, affettivamente ed effettivamente, alla persona del Romano Pontefice. Che sia una realtà per tutti quell’anelito di un santo del nostro tempo, san Josemaría Escrivá: «Omnes cum Petro ad Iesum per Mariam! – che tutti, ben uniti al Papa, andiamo a Gesù attraverso Maria»1.
Ho avuto la fortuna di frequentare il cardinal Bergoglio con assiduità a partire dal 2000. Ho condiviso con lui e con altri vescovi argentini l’esperienza indimenticabile della V Assemblea Generale dell’Episcopato dell’America Latina e dei Caraibi, dal 13 al 31 maggio 2007, in Aparecida, Brasile. Abitavamo nello stesso albergo e la convivenza quotidiana mi fece approfondire la sua conoscenza. Al mio ritorno in Argentina, nel 2008, dopo ventisette anni di assenza, riprendemmo a frequentarci. Attualmente sono il vicario regionale della Prelatura dell’Opus Dei in Argentina e, a causa di questo incarico, il rapporto si è intensificato. Conservo sue lettere, il ricordo delle telefonate familiari e ravvicinate, delle preoccupazioni condivise.
Le pagine che seguono non saranno principalmente di testimonianza. Si basano soprattutto sui suoi scritti e sulle sue dichiarazioni. Lo schema è semplice. Nel primo capitolo viene tracciata una biografia essenziale del Papa, dalla prospettiva della sua vocazione nella Chiesa. In seguito saranno descritti alcuni tratti della sua vita spirituale per affacciarci poi alle diverse manifestazioni del suo fervore apostolico: uscire incontro alle anime, implementare una pastorale fondata sulla memoria dei beni che il Signore ci ha dato – all’umanità, a ogni popolo, a ciascuna persona –, dialogare con tutti – cristiani, ebrei, credenti di altre religioni, atei – per giungere alla verità di Colui che disse di sé: Io sono la Via, la Verità e la Vita (Gv 14,6). Il libro si conclude con una testimonianza personale e in appendice è riportato un testo del cardinal Bergoglio rivolto ai sacerdoti di Buenos Aires nel 2007, che esprime molto bene il suo stile personale e apostolico.
Nota all’edizione italiana
Papa Francesco si presentò agli occhi dell’umanità come il Papa venuto dalla fine del mondo. I mass media, com’è logico, sottolinearono la sua origine argentina e latino americana, ma immediatamente si resero note le sue origini familiari, al cento per cento italiane, anzi, piemontesi e liguri. Fin dalle sue prime apparizioni in pubblico si guadagnò la stima del popolo italiano ed egli stesso fece riferimento alle proprie origini.
La vocazione di Francesco nasce in un focolare di tradizioni cristiane, portate dall’Italia a Buenos Aires negli anni Venti e Trenta del secolo scorso. Italiana è stata la letteratura su cui si formò – in un’intervista ha dichiarato di aver letto quattro volte I Promessi Sposi – e respira italianità da tutti i pori.
Anch’io sono di origini italiane, come quasi la metà degli argentini. Sono orgoglioso di discendere da emigranti di Varazze e di Sestri Levante. Ho vissuto per molti anni in Italia, e la considero la mia seconda patria. Mi ha sempre divertito il fatto che qualunque italo argentino che facesse le cose bene, venisse considerato come oriundo. Invece, quando un italo argentino faceva le cose male – nello sport o nelle cronache della polizia – ebbene, quel tale non era oriundo, ma semplicemente argentino o sudamericano.
Sono sicuro che Papa Francesco sarà considerato membro vivo della comunità italiana. Oriundo, che innesta la fede ricevuta in famiglia con la tradizione due volte millenaria della Penisola. Francesco è un ulteriore frutto di questa tradizione, che non solo non si deve perdere, ma che va potenziata per il bene di tutta la Chiesa e di tutta l’umanità. Confido che nel pontificato che da poco ha preso avvio, molti frutti apostolici serviranno a rinvigorire – ringiovanendola – l’identità cattolica dell’amata Italia.
Buenos Aires, 14 giugno 2013
  
VI. UNA TESTIMONIANZA PERSONALE
Il cardinal Bergoglio, personalità che sfugge alla notorietà sociale e alla spettacolarità, ha avuto tre momenti di risonanza universale. Il primo fu durante il Sinodo dei Vescovi del 2001. Era relatore il cardinale Egan, di New York, che dovette abbandonare l’assemblea per la tragedia dell’11 settembre. Lo rimpiazzò il cardinale argentino, che impressionò per la sua capacità di ascolto attento e di coordinamento dei lavori sinodali.
Il secondo momento fu il Conclave del 2005. Secondo fonti giornalistiche, un buon numero di cardinali aveva votato Bergoglio. Posso confermare, da conversazioni con il cardinale, l’adesione a tutti evidente, l’ammirazione e l’affetto che portava a Benedetto XVI, del quale apprezzava in particolare l’amicizia e il ricco magistero.
La terza circostanza che fece di Bergoglio un centro di attenzione internazionale fu il suo intervento nell’Assemblea di vescovi di Aparecida, nel 2007.
Nelle pagine che seguono narrerò alcuni ricordi dei miei incontri con lui. Non per vanità personale, ma perché l’esperienza diretta riflette più chiaramente il carattere e l’indole di una persona. Nel 2000 ho conosciuto l’Arcivescovo di Buenos Aires, che mi ricevette con grande amabilità in un austero studio della curia porteña. Mi dedicò tutto il tempo che volli e mi sorprese la sua vicinanza di fronte a una persona che non aveva visto in vita sua. L’oggetto della visita era parlargli della Pontificia Università della Santa Croce, l’istituzione romana dove lavoravo, per fargli conoscere i nuovi corsi di formazione.
Dopo lo rividi varie volte a Roma. Ne ricordo una in particolare. Mons. Cipriano Calderón Polo, all’epoca vicepresidente della Pontificia Commissione per l’America Latina, al quale mi univa una stretta amicizia, mi invitò a pranzo a casa sua, vicino al Vaticano, dicendo semplicemente che sarebbero venuti anche alcuni amici. Quale sorpresa nel comprovare che «gli amici» erano i cardinali di Buenos Aires, Lima, Bogotà e il Presidente della Conferenza Episcopale Venezuelana! Al termine, il cardinal Bergoglio si offrì di accompagnarmi alla sede della Pontificia Università della Santa Croce, giacché alloggiava nella vicina Casa Internazionale del Clero, la stessa in cui abitò prima del conclave, e alla quale volle tornare, da Papa, per saldare il conto. In una conversazione amena e piena di senso soprannaturale mi andò spiegando alcune delle sue visioni della Chiesa in Argentina e con un sorriso mi disse: «Ti mostro un percorso più breve tra il Vaticano e la tua università», cosa che fece conducendomi per vicoli e viuzze a me sconosciute. Dopo ho verificato che effettivamente era la via più breve.
Lo incontrai in altre occasioni e si mostrò sempre vicino, affettuoso, fraterno. Ma il momento per approfondire il nostro rapporto e intavolare un’amicizia fondata su una migliore conoscenza lo offrì la V Assemblea Generale dell’Episcopato Latinoamericano, tenutasi ad Aparecida, in Brasile, dal 13 al 31 maggio 2007. Ne partecipavo come perito, nominato dal Santo Padre Benedetto XVI. Quando arrivai ad Aparecida mi comunicarono che avrei risieduto nello stesso albergo dei vescovi argentini. Erano ventisei anni che avevo l’asciato l’Argentina e il rapporto con i vescovi del mio Paese era sporadico. Fu il cardinale a presentarmi ai suoi confratelli vescovi e mi invitò a fare vita comune con loro. Fu un gesto di carità, poiché io non appartenevo alla delegazione argentina. Condivisi con lui i pasti, le camminate e il lavoro. La sua vicinanza mi emozionava. Mi parlò di amici comuni, sempre in tono positivo e affettuoso. Ricordo un particolare che non ha troppa importanza ma che parla della sua grande umanità. Il nostro soggiorno in Aparecida coincise con la festa nazionale argentina. La diocesi di Aparecida offrì sempre vino brasiliano a cena, ma il cardinale quel giorno volle omaggiare tutti con bottiglie di vino argentino.
L’esperienza di Aparecida fu molto arricchente e vi potei comprovare il grande prestigio di cui godeva l’Arcivescovo di Buenos Aires tra i confratelli nell’episcopato. Fu eletto con schiacciante maggioranza a presiedere il comitato di redazione del documento finale, funzione chiave che lo portò a lavorare intensamente all’elaborazione del testo con l’aiuto di altri vescovi e dei periti. Non perse mai la calma e coordinò sempre tutte le cose con una pace che gli veniva dal cuore. Presiedette una delle prime concelebrazioni nel santuario e dopo l’omelia scoppiò un caloroso applauso, mai più ripetuto lungo l’assemblea episcopale.
In Aparecida c’è molto del pensiero di papa Francesco. Anche se il documento finale è un’opera collettiva, il comitato di redazione lasciò visibilmente la sua impronta. Alcune delle preoccupazioni pastorali che abbiamo segnalato nelle pagine precedenti sono centrali nel Documento de Aparecida: la necessità dell’incontro personale con Gesù per essere autentici discepoli missionari, la convenienza di ripensare le strutture pastorali per uscire incontro alla gente, l’importanza radicale della religiosità popolare, sono alcuni degli elementi più «bergogliani» di quelle pagine. Alla presidente argentina, nell’udienza citata, regalò una copia del Documento finale, dicendole che glielo dava «perché colga ciò che pensiamo noi pastori latinoamericani». Una lettura attenta del documento apporterà molte luci per comprendere più in profondità Papa Francesco62.
Nel 2008 tornai nella mia terra, dopo ventisette anni di assenza. Un giorno, la mattina presto, suonò il telefono di casa. Era Bergoglio, che domandava com’era andata l’operazione fatta a un vescovo che in quei giorni era mio ospite. Gli trasmisi i dati, ci intrattenemmo in una conversazione molto affettuosa e piena di humour, e mi disse che gli piacerebbe visitare quel vescovo non appena stesse un po’ meglio. Ci mettemmo d’accordo perché venisse a vederlo pochi giorni dopo. Manifestò molta sollecitudine e un autentico interesse per quel suo fratello nell’episcopato. Dopo una cordiale conversazione e una visita accurata alla cappella, che elogiò perché rende facile la preghiera, riuscii a convincerlo di lasciarsi accompagnare in auto fino alla curia. È noto che prendeva sempre i mezzi pubblici di trasporto. Nel tragitto, di una mezz’ora, parlò con grande entusiasmo del magistero di Benedetto XVI e di qualche situazione congiunturale del Paese, manifestando sempre senso soprannaturale e uno sguardo interessato alle vicissitudini terrene, trascendendole in un’ottica spirituale.
Le conversazioni mantenute con il cardinal Bergoglio lungo questi anni a Buenos Aires sono sempre state piene di fiducia, affetto e buon umore. Due appuntamenti annuali erano fissi: gli auguri di Natale – il cardinale apriva le porte della curia ed entrava a salutarlo chiunque lo volesse. Io ci andavo presto, per stare più a lungo con lui – e la messa in onore di san Josemaría, il 26 giugno, abitualmente celebrata dal cardinale in cattedrale. Aggiungo che il cardinale si è recato a pregare presso le spoglie di san Josemaría nella chiesa prelatizia di Santa Maria della Pace in Roma. Inoltre, andai a trovarlo per diverse questioni. Una di quelle volte, quando gli parlai di un film, mi confidò che molti anni prima, alla vigilia della Madonna della Mercede, stava guardando la televisione con altre persone e venne fuori un programma sconveniente. In quel momento fece alla Madonna la promessa di non vedere mai più la televisione. Aveva compiuto la promessa e guardava soltanto qualche notizia quando i suoi collaboratori gli dicevano che si trattava di una cosa importante. Preferiva aggiornarsi dai giornali.
Come ho già raccontato, ogni volta che gli inviavo qualcosa mi rispondeva per iscritto, a mano. Ho diverse lettere e biglietti che conservo come un tesoro. In una mi scrive: «Mi auguro che ti sia passata l’influenza», e in un’altra, con divertita complicità, rispose a una mia lettera nella quale gli dicevo che nel mio ultimo libro, dedicato all’evangelizzazione dell’America, citavo un suo testo; gli spiegavo che avevo riportato alcune sue parole sulla religiosità popolare in primo luogo perché mi erano piaciute molto e in secondo luogo – con ironia propria di noi porteños – perché volevo fare bella figura con lui. Nel biglietto di risposta mi scrisse: «Per quanto riguarda le citazioni nella conclusione sono un passo in più verso la “citazione” negli annunci funebri de La Nación», uno dei quotidiani più letti del Paese. In definitiva la «citazione» che gli importava di più [in spagnolo la parola «cita» ha il duplice significato di citazione e di appuntamento] era quella con Dio dopo la morte.
L’ultima volta che lo incontrai fu in occasione di un ricevimento nella nunziatura apostolica di Buenos Aires. Eravamo stati convocati per una certa ora, ma io arrivai con un ritardo di quindici minuti mentre il cardinale, che era giunto puntuale, stava uscendo. Ci troviamo sulla porta. Con la disinvoltura consentita dalla fiducia che Jorge Mario Bergoglio ispirava, in tono scherzoso gli dissi all’incirca: «Non c’era bisogno che mi accogliesse sulla porta». Al che il cardinale rispose con lo stesso tono e con espressione porteña: «Sós un caradura» [sei una facciatosta], con un grande sorriso.
Quando raccontavo questi piccoli episodi in diverse riunioni a Buenos Aires, varie persone mi narrarono a loro volta cose molto simili accadute nel loro rapporto con il cardinale. Ne riporto tre.
Un giornalista specializzato in informazione religiosa, al quale mi unisce un’amicizia fraterna, era presente a una riunione col cardinale. Il giornalista gli chiese di pregare per lui perché il giorno dopo gli dovevano praticare una biopsia per vedere si aveva una malattia grave. Passarono i mesi e si rividero di nuovo, e il cardinale gli domandò: «Devo continuare a pregare?». Il giornalista, la cui biopsia aveva dato esiti lusinghieri, si era dimenticato di aver chiesto preghiere al cardinale, e replicò perfino: «Continuare a pregare per che cosa?». Bergoglio invece non se ne era scordato.
Un medico amico ha tre figli celiaci. Partecipò con uno di loro a una ordinazione diaconale dell’arcidiocesi. Al momento della comunione davano molti avvisi ma nulla si disse sui celiaci. Di ritorno a casa, il medico scrisse una lettera al cardinale lamentandosi della poca previsione per quei casi. Con gran sorpresa, pochi giorni dopo ricevette una lettera del cardinale – che conosceva solo di vista – chiedendogli perdono per il disguido, dando la colpa a sé stesso e promettendo che non solo avrebbe provveduto ma lo avrebbe fatto presente agli altri vescovi. E così fu: nella successiva celebrazione liturgica organizzata dall’arcivescovado, diedero indicazioni concrete per la comunione dei celiaci, e la cosa si è stessa in tutto il Paese.
Un altro amico mi ha raccontato questo aneddoto: «Io attendevo una persona all’ingresso della cattedrale, a mezzogiorno. Dopo poco uscì il cardinale, in clergyman e con una cartella in mano. Iniziò a salutare alle persone che chiedevano l’elemosina. Li chiamava per nome! Chiedeva loro dei familiari. A una signora anziana, se avevano dimesso la figlia. A una donna più giovane, parlò dei suoi figli: le raccomandava di non perderli di vista e di non fidarsi troppo della cura delle nonne che, troppo consenzienti, a volte lasciano che i ragazzi vadano in strada. Sarò stato per più di dieci minuti ad attendere il mio amico, ed egli continuava a parlare con loro. I fedeli entravano e uscivano dalla cattedrale ma nessuno si fermò. Tutti guardavamo con sorpresa. Quando arrivò il mio amico e me ne andai, sentivo che il cardinale continuava a parlare e ad ascoltare con attenzione i mendicanti. Rimasi molto commosso e fu per me un segnale d’allarme, vedere come dobbiamo trattare tutte le persone».
Un cuore aperto a tutti, un cuore alla misura del cuore di Cristo.
EPILOGO (NON SOLO) PER SPAGNOLI & LATINOAMERICANI
Il 13 marzo 2013 percorrevo i settecento chilometri da Buenos Aires a Córdoba su un’auto che scivolava veloce per le autostrade. Mi chiamarono al cellulare avvisandomi della fumata bianca. Accesi la radio e mi sintonizzai su un’emittente della provincia di Córdoba, a diffusione nazionale. Mi fece piacere il tono dei giornalisti, felici di avere un nuovo papa, benché non sapessero ancora chi era l’eletto. Incominciarono a giungere in radio sms, mail, chiamate. Tutti i commenti era di gioia e di gratitudine al Signore. Una persona disse: «Ho il presentimento che sarà argentino». Dentro di me pensai: «Questa è matta».
Trascorsa circa un’ora, ascoltai la voce tremante del Cardinale Tauran. Quando disse, in latino, Jorge Mario, non ci potevo credere. Mi vennero molti pensieri alla mente e al cuore, poiché lo avevo frequentato con assiduità a Buenos Aires. Ma ebbi poco tempo per pensare, perché il cellulare ribolliva di chiamate e messaggi.
Arrivai a Córdoba, dove mi attendeva un impegno pastorale assai intenso. Cambiai subito il tema delle meditazioni e delle conversazioni, per centrare tutto sull’amore al papa che, per di più, era argentino. Il clima di festa e di sorpresa che si visse in quei giorni nel Paese è indescrivibile, e mentre scrivo queste pagine si sta configurando un clima di rinnovato interesse e di vicinanza alla Chiesa che costituisce un’opportunità unica per i cattolici: aiutare i nostri fratelli, persone di fede per tradizione ma poco praticanti, a tornare alle fonti della grazia.
Questo libro vide la luce per la prima volta in Spagna. Che cosa dice agli spagnoli l’elezione alla Sede di Pietro di un papa proveniente dall’Ispanoamerica? Da una prospettiva esclusivamente di fede, aggiunge poco al Romano Pontefice essere originario di un luogo o di un altro. Ma tenendo presente la logica dell’incarnazione della fede cristiana, l’elezione di un papa argentino parla di una maturità della Chiesa nel subcontinente americano che affonda le sue radici nell’evangelizzazione portata a termine dagli spagnoli fin dalla fine del XV secolo. Papa Bergoglio ha una visione integratrice della culturale latinoamericana. Abbiamo avuto occasione di riportare alcuni testi. Soprattutto nella religiosità popolare il Papa vede l’indio, il nero, lo spagnolo, uniti malgrado tante discordie e ingiustizie. Rifugge da una lettura manichea e non dimentica che i principali difensori dei diritti naturali degli indios e degli schiavi furono spagnoli non meno dei loro oppressori. Nel dialogo col rabbino Skorka, Bergoglio afferma: «Quando si parla della partecipazione della Chiesa alla conquista spagnola, bisogna tenere conto del fatto che il continente americano non era un’uni­tà armonica di popoli originari, ma un luogo segna­to dal dominio dei più forti sui più deboli. Erano già in guerra. È una realtà: c’erano popoli soggiogati dai più forti, dai più sviluppati, per esempio gli Incas. L’interpretazione storica va fatta utilizzando l’erme­neutica dell’epoca; finché continuiamo a usare un’er­meneutica estrapolata, stravolgiamo la storia e non la comprendiamo. Se non studiamo i contesti culturali finiamo per dare letture anacronistiche, fuori luogo […]. Come si sottolineano gli abusi degli spagnoli – perché è evidente che vennero a fare affari in queste terre, a portarsi via l’oro –, così, nell’epoca della Conquista, ci furono anche uomini di Chiesa che si dedicarono alla predicazione e all’assi­stenza, come fra Bartolomé de las Casas, difensore de­gli ìndìos di fronte ai soprusi dei conquistatori. Nel­la stragrande maggioranza dei casi erano uomini miti che si avvicinavano agli índios e cercavano di dare loro una dignità. Uomini costretti a confrontarsi con costumi differenti, come la poligamia, i sacrifici uma­ni, l’alcolismo»64.
Tristemente, in alcuni settori della cultura spagnola c’è una specie di vergogna per il lavoro svolto dai loro antenati in America. Non vogliamo cadere nella leggenda aurea o rosa, ma neppure in quella nera. Contemplare a Roma un figlio delle terre evangelizzate dalla Spagna dev’essere motivo di profonda gratitudine al Signore della Storia, lasciando da parte atteggiamenti alla moda, politicamente corretti ma ideologizzati, che manipolano una storia che, come tutto ciò che gli uomini intraprendono, ha le sue luci e le sue ombre. Più luci che ombre, se consideriamo i frutti della fede nel continente, come ebbe a indicare Giovanni Paolo II nel 1992.
Noi latinoamericani, come suggerisce il Documento de Aparecida, dobbiamo ringraziare il Signore del grande dono che abbiamo ricevuto da altre mani a partire dal XVI secolo, ma che abbiamo saputo conservare malgrado le fiacchezze, le tiepidezze e le incoerenze che non mancano mai lungo la storia. Papa Francesco appartiene alla Chiesa universale. Ma come raccomanda egli stesso, non dubito che «farà memoria» e avrà tutti i popoli fratelli nella testa e nel cuore. Cogliamo l’occasione che la Provvidenza ci offre per «fare memoria» anche noi, e riscoprire la nostra identità, profondamente cattolica, che significa universale: aperta al dialogo, disposta ad accogliere tutti, specialmente i più bisognosi, prediletti del Signore.
Finisco con delle riflessioni di san Josemaría, che acquistano oggi luci nuove: «La nostra Santa Madre Chiesa, in magnifica espansione di amore, va spargendo la semente del Vangelo per tutto il mondo. Da Roma alla periferia. – Collaborando a questa espansione, per l’orbe intero, porta al Papa la periferia, perché tutta la terra sia un solo gregge e un solo Pastore: un solo apostolato!»



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CHIAMATI AD ESSERE APOSTOLI NELLA VITA QUOTIDIANA, omelia di don Piero Vavassori, 4 dicembre 2013 Duomo di Milano

Nell’omelia precedente don Piero aveva trattato il mistero della vocazione, in quella che seguì, il 4 dicembre 2013, si sofferma sulla valenza apostolica della chiamata alla vita cristiana.
Cari fratelli e sorelle, nella prima lettura di oggi abbiamo ascoltato: “Figlio dell’uomo, tu abiti in mezzo a una genia di ribelli, che hanno occhi per vedere e non vedono, hanno orecchi per udire e non odono” (Ez 12,1). E’ parola che Dio rivolge a Ezechiele al tempo della distruzione di Gerusalemme e la deportazione di parte del popolo a Babilonia, nel VI secolo a.C., ma non è una parola morta che parla del passato, perché come sempre la parola di Dio è parola viva che ci interpella in prima persona. Anche oggi, infatti, molti nostri fratelli “hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono”. Hanno perso il senso della loro vita, cercano là dove non lo possono trovare ciò che sazi questo desiderio di felicità che il loro cuore reclama.


Travolti da mille attività, dalla frenesia del lavoro, dalla ricerca di emozioni sempre più forti, sembra a prima vista che oggi Dio sia escluso dal nostro mondo: semplicemente sembra che gli uomini non abbiano più bisogno di Lui per trovare la felicità. Ma le cose non stanno come possono sembrare a prima vista. In realtà tutto questo agitarsi è un rumoroso – anche se spesso inconscio – grido di insoddisfazione per una vita che alla fine risulta vuota e mediocre. Ma dove troveremo risposta alla nostra inquietudine? “Ci hai creati per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te”, queste parole così belle di S. Agostino sono la risposta alla nostra domanda. Non c’è niente e nessuno che sia escluso da questa profonda inquietudine del cuore umano, e niente e nessuno che sia escluso dalla salvezza che viene da Cristo. Lui è la risposta e non ce n’è altra al di fuori di Lui.

Seguaci di Cristo: siamo chiamati per essere apostoli, per portare al mondo la sua salvezza di Cristo. Come Ezechiele, anche noi, siamo mandati in mezzo al mondo come simbolo per tutti i nostri fratelli gli uomini, per fare incontrare loro Colui che solo può soddisfare il loro cuore. Come ci ha scritto il nostro Arcivescovo nella sua ultima lettera pastorale, “non c’è niente e nessuno che possa o debba essere estraneo ai seguaci di Cristo. Tutto e tutti possiamo incontrare, a tutto e tutti siamo inviati” (p. 37). “Il campo è il mondo” – come dice il titolo della lettera – perché è lì dove viviamo che possiamo trovare Cristo e è lì dove viviamo che possiamo farlo incontrare ai nostri fratelli gli uomini, nella vita quotidiana, nel lavoro, nel riposo, nelle vacanze, nelle fatiche e nelle gioie, nelle relazioni sociali, nella politica, nell’economia, nella vita domestica, nelle scuole e nelle università, nella vita reale e in quella virtuale di Internet… Nei mille colori che costituiscono l’arcobaleno della vita umana, nessuno escluso, c’è Cristo da incontrare e da portare ai nostri fratelli. Per questo, il nostro Arcivescovo ci scrive che “non dobbiamo costruirci dei recinti separati in cui essere cristiani” (p. 37). Possiamo infatti sentire la tentazione di cercare la sicurezza dei “buoni” per non lasciarci “contaminare” dai cattivi. La fraternità con i nostri fratelli nella fede è cosa buona; la vita nelle parrocchie, nei movimenti, nelle associazioni e nelle altre realtà ecclesiali è cosa molto buona e deve essere fomentata, perché ci fa crescere, ci rende più saldi nella fede. Però la nostra vita cristiana non deve chiudersi in un “recinto”. Piuttosto è come un distributore di benzina: abbiamo bisogno di andare a fare il pieno, però poi l’auto non può rimanere parcheggiata dal benzinaio, ma andare per le strade del mondo. Tempo fa ascoltai un giovane signora, molto buona, che raccontava di come fosse riuscita a portare a un’attività parrocchiale tutte le mamme dei bambini della stessa classe di catechismo di suo figlio. Lo diceva giustamente contenta per il risultato ottenuto. La persona che l’ascoltava fu contenta di questa notizia ma subito aggiunse: “Sono molto contento di quello che hai fatto. Però non puoi sentirti soddisfatta. C’è ancora molta gente che ha bisogno di incontrare Cristo. Molto bene le mamme del catechismo, ma le signore del tuo condominio? E le cassiere del supermarket e le negozianti del tuo quartiere? Le mamme di scuola di tuo figlio? E le professoresse? E le tue colleghe di lavoro?”. Gesù non è rimasto là in alto nei cieli a guardare gli uomini indaffarati nelle loro mille attività, ma è sceso in mezzo a noi, si è fatto uno di noi, vivendo in tutto e per tutto le nostre aspirazioni, i problemi, le gioie e i dolori… E noi, come suoi seguaci, siamo chiamati a far sì che, con le nostre vite, Gesù possa continuare a entrare nella storia della vita degli uomini e “fecondare con la sua presenza rinnovatrice tutta la realtà (p. 39). Per poter portare Cristo in mezzo al mondo bisogna in primo luogo essere trasformati dalla fede: solo così potremo dare agli uomini ciò che abbiamo ricevuto. Per questo ogni donna e uomo che voglia essere autentico testimone in mezzo al mondo deve lasciarsi trasformare dalla grazia. Il primo passo di ogni apostolato è la preghiera e la vita dei sacramenti: la Messa, la confessione, la preghiera quotidiana. Ma, poi, avanti! In mezzo al mondo! E non in forza di chissà quale incarico ufficiale, ma per la forza del Battesimo che, incorporandoci a Cristo, ci rende apostoli, capaci di farlo incontrare agli uomini.
Non si tratta semplicemente di trasmettere dei messaggi, delle dottrine, delle “teorie”, ma di camminare insieme a loro lungo le strade della vita e, attraverso la nostra amicizia, fare scoprire il cuore di Cristo. Ciò di cui i nostri fratelli gli uomini hanno bisogno è di essere amati, stimati, compresi. San Josemaría diceva che l’apostolato deve essere di “amicizia e confidenza”. La luce che il cristiano porta nel mondo non è quella di una stella, che illumina però è fredda e distante, ma quella di un fuoco, che illumina e scalda. Non ci sono realtà che ci sono escluse, in tutte viviamo e in tutte siamo chiamati a portare il calore di Cristo, attraverso la nostra simpatia, il sincero interessamento, il saperci far carico dei problemi di coloro che ci stanno accanto, il saper comprendere, perdonare, scusare,il confrontarci però con un atteggiamento di dialogo non di scontro… Come ha fatto Gesù nel suo percorrere le strade del mondo, non possiamo accontentarci di dare il buon esempio. Sicuramente la coerenza di vita è importante. Il primo passo per portare la luce di Cristo negli ambienti di lavoro, di studio, di relazione è vivere coerentemente con i nostri ideali. Mostrare con la nostra vita che è possibile vivere cristianamente nel mondo contemporaneo e che la nostra vita è appagante, è felice…Ma l’esempio di una vita coerente non basta. La luce da sola non basta, c’è bisogno anche del calore. Ciò che il cuore dell’uomo chiede è una luce che scalda. All’esempio deve essere associata l’amicizia e l’amicizia richiede anche la parola. Testimoni di Cristo significa anche parlare di Lui, saper continuamente rinviare a Lui affinché chi ci sta vicino scopra perché siamo contenti, come mai abbiamo una vita piena di senso…Una piccola storia, molto normale come costantemente se ne verificano, che ascoltai anni fa e che mi sembra riesca molto bene a esemplificare ciò che ho appena detto. Un impiegato, buon cristiano, si sentì porre questa domanda da parte di un collega vicino di scrivania: “Tu hai i miei stessi problemi. Fai il mio stesso lavoro, hai figli adolescenti che fanno disperare, hai difficoltà come me di pagare il mutuo per la casa, abbiamo lo stesso capo ufficio che non fa altro che gridarci contro… Io vivo costantemente arrabbiato per una vita che è piena di difficoltà, e sono scontroso con quelli che mi circondano. Mi spieghi come mai tu invece sei allegro e vivi i problemi con più serenità, e si vede che cerchi di essere amabile?”. E nella sua risposta gli spiegò il senso della sua vita cristiana. Da quell’incontro iniziò un percorso di conversione per il collega perché aveva trovato accanto a se una luce calda che lo portò a scoprire il cuore di Cristo.
A Maria, Madre degli Apostoli, affidiamo i nostri desideri e propositi di portare Cristo in mezzo al mondo. Lei ci protegge e come buona Madre ci porta per mano da Gesù. A Te, Madre nostra, affidiamo il nostro apostolato nella vita quotidiana.

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NELLA CHIESA TUTTA E’ IL TEMPO DELLA MISERICORDIA, commovente discorso di Papa Francesco ai parroci romani, all’inizio della Quaresima

Riporto tutto il discorso fatto dal papa ai sacerdoti di Roma il 6 marzo 2014, nel tradizionale incontro del Papa coni preti di Roma all’inizio della quaresima. Si sofferma sul tema della misericordia, e aiuta i preti con molti esempi e ricordi personali. Parla di preti santi che hanno saputo vivere la misericordia…non ha bisogno di commenti! Bellissimo.

Quando insieme al Cardinale Vicario abbiamo pensato a questo incontro, gli ho detto che avrei potuto fare per voi una meditazione sul tema della misericordia. All’inizio della Quaresima riflettere insieme, come preti, sulla misericordia ci fa bene. Tutti noi ne abbiamo bisogno. E anche i fedeli, perché come pastori dobbiamo dare tanta misericordia, tanta!

Il brano del Vangelo di Matteo che abbiamo ascoltato ci fa rivolgere lo sguardo a Gesù che cammina per le città e i villaggi. E questo è curioso. Qual è il posto dove Gesù era più spesso, dove lo si poteva trovare con più facilità? Sulle strade. Poteva sembrare che fosse un senzatetto, perché era sempre sulla strada. La vita di Gesù era nella strada. Soprattutto ci invita a cogliere la profondità del suo cuore, ciò che Lui prova per le folle, per la gente che incontra: quell’atteggiamento interiore di “compassione”, vedendo le folle, ne sentì compassione. Perché vede le persone “stanche e sfinite, come pecore senza pastore”. Abbiamo sentito tante volte queste parole che forse non entrano con forza. Ma sono forti! Un po’ come tante persone che voi incontrate oggi per le strade dei vostri quartieri… Poi l’orizzonte si allarga, e vediamo che queste città e questi villaggi sono non solo Roma e l’Italia, ma sono il mondo… e quelle folle sfinite sono popolazioni di tanti Paesi che stanno soffrendo situazioni ancora più difficili…
Allora comprendiamo che noi non siamo qui per fare un bell’esercizio spirituale all’inizio della Quaresima, ma per ascoltare la voce dello Spirito che parla a tutta la Chiesa in questo nostro tempo, che è proprio il tempo della misericordia. Di questo sono sicuro. Non è solo la Quaresima; noi stiamo vivendo in tempo di misericordia, da trent’anni o più, fino adesso.
1. Nella Chiesa tutta è il tempo della misericordia.
Questa è stata un’intuizione del beato Giovanni Paolo II. Lui ha avuto il “fiuto” che questo era il tempo della misericordia. Pensiamo alla beatificazione e canonizzazione di Suor Faustina Kowalska; poi ha introdotto la festa della Divina Misericordia. Piano piano è avanzato, è andato avanti su questo.
Nell’Omelia per la Canonizzazione, che avvenne nel 2000, Giovanni Paolo II sottolineò che il messaggio di Gesù Cristo a Suor Faustina si colloca temporalmente tra le due guerre mondiali ed è molto legato alla storia del ventesimo secolo. E guardando al futuro disse: «Che cosa ci porteranno gli anni che sono davanti a noi? Come sarà l’avvenire dell’uomo sulla terra? A noi non è dato di saperlo. E’ certo tuttavia che accanto a nuovi progressi non mancheranno, purtroppo, esperienze dolorose. Ma la luce della divina misericordia, che il Signore ha voluto quasi riconsegnare al mondo attraverso il carisma di suor Faustina, illuminerà il cammino degli uomini del terzo millennio». E’ chiaro. Qui è esplicito, nel 2000, ma è una cosa che nel suo cuore maturava da tempo. Nella sua preghiera ha avuto questa intuizione.
Oggi dimentichiamo tutto troppo in fretta, anche il Magistero della Chiesa! In parte è inevitabile, ma i grandi contenuti, le grandi intuizioni e le consegne lasciate al Popolo di Dio non possiamo dimenticarle. E quella della divina misericordia è una di queste. E’ una consegna che lui ci ha dato, ma che viene dall’alto. Sta a noi, come ministri della Chiesa, tenere vivo questo messaggio soprattutto nella predicazione e nei gesti, nei segni, nelle scelte pastorali, ad esempio la scelta di restituire priorità al sacramento della Riconciliazione, e al tempo stesso alle opere di misericordia. Riconciliare, fare pace mediante il Sacramento, e anche con le parole, e con le opere di misericordia.
2. Che cosa significa misericordia per i preti?
Mi viene in mente che alcuni di voi mi hanno telefonato, scritto una lettera, poi ho parlato al telefono… “Ma Padre, perché Lei ce l’ha con i preti?”. Perché dicevano che io bastono i preti! Non voglio bastonare qui…
Domandiamoci che cosa significa misericordia per un prete, permettetemi di dire per noi preti. Per noi, per tutti noi! I preti si commuovono davanti alle pecore, come Gesù, quando vedeva la gente stanca e sfinita come pecore senza pastore. Gesù ha le “viscere” di Dio, Isaia ne parla tanto: è pieno di tenerezza verso la gente, specialmente verso le persone escluse, cioè verso i peccatori, verso i malati di cui nessuno si prende cura… Così a immagine del Buon Pastore, il prete è uomo di misericordia e di compassione, vicino alla sua gente e servitore di tutti. Questo è un criterio pastorale che vorrei sottolineare tanto: la vicinanza. La prossimità e il servizio, ma la prossimità, la vicinanza!… Chiunque si trovi ferito nella propria vita, in qualsiasi modo, può trovare in lui attenzione e ascolto… In particolare il prete dimostra viscere di misericordia nell’amministrare il sacramento della Riconciliazione; lo dimostra in tutto il suo atteggiamento, nel modo di accogliere, di ascoltare, di consigliare, di assolvere… Ma questo deriva da come lui stesso vive il sacramento in prima persona, da come si lascia abbracciare da Dio Padre nella Confessione, e rimane dentro questo abbraccio… Se uno vive questo su di sé, nel proprio cuore, può anche donarlo agli altri nel ministero. E vi lascio la domanda: Come mi confesso? Mi lascio abbracciare? Mi viene alla mente un grande sacerdote di Buenos Aires, ha meno anni di me, ne avrà 72… Una volta è venuto da me. E’ un grande confessore: c’è sempre la coda lì da lui… I preti, la maggioranza, vanno da lui a confessarsi… E’ un grande confessore. E una volta è venuto da me: “Ma Padre…”, “Dimmi”, “Io ho un po’ di scrupolo, perché io so che perdono troppo!”; “Prega… se tu perdoni troppo…”. E abbiamo parlato della misericordia. A un certo punto mi ha detto: “Sai, quando io sento che è forte questo scrupolo, vado in cappella, davanti al Tabernacolo, e Gli dico: Scusami, Tu hai la colpa, perché mi hai dato il cattivo esempio! E me ne vado tranquillo…”. E’ una bella preghiera di misericordia! Se uno nella Confessione vive questo su di sé, nel proprio cuore, può anche donarlo agli altri.
Il prete è chiamato a imparare questo, ad avere un cuore che si commuove. I preti – mi permetto la parola – “asettici” quelli “di laboratorio”, tutto pulito, tutto bello, non aiutano la Chiesa. La Chiesa oggi possiamo pensarla come un “ospedale da campo”. Questo scusatemi lo ripeto, perché lo vedo così, lo sento così: un “ospedale da campo”. C’è bisogno di curare le ferite, tante ferite! Tante ferite! C’è tanta gente ferita, dai problemi materiali, dagli scandali, anche nella Chiesa… Gente ferita dalle illusioni del mondo… Noi preti dobbiamo essere lì, vicino a questa gente. Misericordia significa prima di tutto curare le ferite. Quando uno è ferito, ha bisogno subito di questo, non delle analisi, come i valori del colesterolo, della glicemia… Ma c’è la ferita, cura la ferita, e poi vediamo le analisi. Poi si faranno le cure specialistiche, ma prima si devono curare le ferite aperte. Per me questo, in questo momento, è più importante. E ci sono anche ferite nascoste, perché c’è gente che si allontana per non far vedere le ferite… Mi viene in mente l’abitudine, per la legge mosaica, dei lebbrosi al tempo di Gesù, che sempre erano allontanati, per non contagiare… C’è gente che si allontana per la vergogna, per quella vergogna di non far vedere le ferite… E si allontanano forse un po’ con la faccia storta, contro la Chiesa, ma nel fondo, dentro c’è la ferita… Vogliono una carezza! E voi, cari confratelli – vi domando – conoscete le ferite dei vostri parrocchiani? Le intuite? Siete vicini a loro? E’ la sola domanda…
3. Misericordia significa né manica larga né rigidità.
Ritorniamo al sacramento della Riconciliazione. Capita spesso, a noi preti, di sentire l’esperienza dei nostri fedeli che ci raccontano di aver incontrato nella Confessione un sacerdote molto “stretto”, oppure molto “largo”, rigorista o lassista. E questo non va bene. Che tra i confessori ci siano differenze di stile è normale, ma queste differenze non possono riguardare la sostanza, cioè la sana dottrina morale e la misericordia. Né il lassista né il rigorista rende testimonianza a Gesù Cristo, perché né l’uno né l’altro si fa carico della persona che incontra. Il rigorista si lava le mani: infatti la inchioda alla legge intesa in modo freddo e rigido; il lassista invece si lava le mani:solo apparentemente è misericordioso, ma in realtà non prende sul serio il problema di quella coscienza, minimizzando il peccato. La vera misericordia si fa carico della persona, la ascolta attentamente, si accosta con rispetto e con verità alla sua situazione, e la accompagna nel cammino della riconciliazione. E questo è faticoso, sì, certamente. Il sacerdote veramente misericordioso si comporta come il Buon Samaritano… ma perché lo fa? Perché il suo cuore è capace di compassione, è il cuore di Cristo!
Sappiamo bene che né il lassismo né il rigorismo fanno crescere la santità. Forse alcuni rigoristi sembrano santi, santi… Ma pensate a Pelagio e poi parliamo… Non santificano il prete, e non santificano il fedele, né il lassismo né il rigorismo! La misericordia invece accompagna il cammino della santità, la accompagna e la fa crescere… Troppo lavoro per un parroco? E’ vero, troppo lavoro! E in che modo accompagna e fa crescere il cammino della santità? Attraverso la sofferenza pastorale, che è una forma della misericordia. Che cosa significa sofferenza pastorale? Vuol dire soffrire per e con le persone. E questo non è facile! Soffrire come un padre e una madre soffrono per i figli; mi permetto di dire, anche con ansia…
Per spiegarmi faccio anche a voi alcune domande che mi aiutano quando un sacerdote viene da me. Mi aiutano anche quando sono solo davanti al Signore!
Dimmi: Tu piangi? O abbiamo perso le lacrime? Ricordo che nei Messali antichi, quelli di un altro tempo, c’è una preghiera bellissima per chiedere il dono delle lacrime. Incominciava così, la preghiera: “Signore, Tu che hai dato a Mosè il mandato di colpire la pietra perché venisse l’acqua, colpisci la pietra del mio cuore perché le lacrime…”: era così, più o meno, la preghiera. Era bellissima. Ma, quanti di noi piangiamo davanti alla sofferenza di un bambino, davanti alla distruzione di una famiglia, davanti a tanta gente che non trova il cammino?… Il pianto del prete… Tu piangi? O in questo presbiterio abbiamo perso le lacrime?
Piangi per il tuo popolo? Dimmi, tu fai la preghiera di intercessione davanti al Tabernacolo?
Tu lotti con il Signore per il tuo popolo, come Abramo ha lottato: “E se fossero meno? E se fossero 25? E se fossero 20?…” (cfr Gen 18,22-33). Quella preghiera coraggiosa di intercessione… Noi parliamo di parresia, di coraggio apostolico, e pensiamo ai piani pastorali, questo va bene, ma la stessa parresia è necessaria anche nella preghiera. Lotti con il Signore? Discuti con il Signore come ha fatto Mosè? Quando il Signore era stufo, stanco del suo popolo e gli disse: “Tu stai tranquillo… distruggerò tutti, e ti farò capo di un altro popolo”. “No, no! Se tu distruggi il popolo, distruggi anche a me!”. Ma questi avevano i pantaloni! E io faccio la domanda: Noi abbiamo i pantaloni per lottare con Dio per il nostro popolo?
Un’altra domanda che faccio: la sera, come concludi la tua giornata? Con il Signore o con la televisione?
Com’è il tuo rapporto con quelli che aiutano ad essere più misericordiosi? Cioè, com’è il tuo rapporto con i bambini, con gli anziani, con i malati? Sai accarezzarli, o ti vergogni di accarezzare un anziano?
Non avere vergogna della carne del tuo fratello (cfr Reflexiones en esperanza, I cap.). Alla fine, saremo giudicati su come avremo saputo avvicinarci ad “ogni carne” – questo è Isaia. Non vergognarti della carne di tuo fratello. “Farci prossimo”: la prossimità, la vicinanza, farci prossimo alla carne del fratello. Il sacerdote e il levita che passarono prima del buon samaritano non seppero avvicinarsi a quella persona malmenata dai banditi. Il loro cuore era chiuso. Forse il prete ha guardato l’orologio e ha detto: “Devo andare alla Messa, non posso arrivare in ritardo alla Messa”, e se n’è andato. Giustificazioni! Quante volte prendiamo giustificazioni, per girare intorno al problema, alla persona. L’altro, il levita, o il dottore della legge, l’avvocato, disse: “No, non posso perché se io faccio questo domani dovrò andare come testimone, perderò tempo…”. Le scuse!… Avevano il cuore chiuso. Ma il cuore chiuso si giustifica sempre per quello che non fa. Invece quel samaritano apre il suo cuore, si lascia commuovere nelle viscere, e questo movimento interiore si traduce in azione pratica, in un intervento concreto ed efficace per aiutare quella persona.
Alla fine dei tempi, sarà ammesso a contemplare la carne glorificata di Cristo solo chi non avrà avuto vergogna della carne del suo fratello ferito ed escluso.
Io vi confesso, a me fa bene, alcune volte, leggere l’elenco sul quale sarò giudicato, mi fa bene: è in Matteo 25.
Queste sono le cose che mi sono venute in mente, per condividerle con voi. Sono un po’ alla buona, come sono venute… [Il cardinale Vallini: “Un bell’esame di coscienza”] Ci farà bene. [applausi]
A Buenos Aires – parlo di un altro prete – c’era un confessore famoso: questo era Sacramentino. Quasi tutto il clero si confessava da lui. Quando, una delle due volte che è venuto, Giovanni Paolo II ha chiesto un confessore in Nunziatura, è andato lui. E’ anziano, molto anziano… Ha fatto il Provinciale nel suo Ordine, il professore… ma sempre confessore, sempre. E sempre aveva la coda, lì, nella chiesa del Santissimo Sacramento. In quel tempo, io ero Vicario generale e abitavo nella Curia, e ogni mattina, presto, scendevo al fax per guardare se c’era qualcosa. E la mattina di Pasqua ho letto un fax del superiore della comunità: “Ieri, mezz’ora prima della Veglia Pasquale, è mancato il padre Aristi, a 94 – o 96? – anni. Il funerale sarà il tal giorno…”. E la mattina di Pasqua io dovevo andare a fare il pranzo con i preti della casa di riposo – lo facevo di solito a Pasqua -, e poi – mi sono detto – dopo pranzo andrò alla chiesa. Era una chiesa grande, molto grande, con una cripta bellissima. Sono sceso nella cripta e c’era la bara, solo due vecchiette lì che pregavano, ma nessun fiore. Io ho pensato: ma quest’uomo, che ha perdonato i peccati a tutto il clero di Buenos Aires, anche a me, nemmeno un fiore… Sono salito e sono andato in una fioreria – perché a Buenos Aires agli incroci delle vie ci sono le fiorerie, sulle strade, nei posti dove c’è gente – e ho comprato fiori, rose… E sono tornato e ho incominciato a preparare bene la bara, con fiori… E ho guardato il Rosario che avevo in mano… E subito mi è venuto in mente – quel ladro che tutti noi abbiamo dentro, no? -, e mentre sistemavo i fiori ho preso la croce del Rosario, e con un po’ di forza l’ho staccata. E in quel momento l’ho guardato e ho detto: “Dammi la metà della tua misericordia”. Ho sentito una cosa forte che mi ha dato il coraggio di fare questo e di fare questa preghiera! E poi, quella croce l’ho messa qui, in tasca. Le camicie del Papa non hanno tasche, ma io sempre porto qui una busta di stoffa piccola, e da quel giorno fino ad oggi, quella croce è con me. E quando mi viene un cattivo pensiero contro qualche persona, la mano mi viene qui, sempre. E sento la grazia! Sento che mi fa bene. Quanto bene fa l’esempio di un prete misericordioso, di un prete che si avvicina alle ferite…
Se pensate, voi sicuramente ne avete conosciuti tanti, tanti, perché i preti dell’Italia sono bravi! Sono bravi. Io credo che se l’Italia ancora è tanto forte, non è tanto per noi Vescovi, ma per i parroci, per i preti! E’ vero, questo è vero! Non è un po’ d’incenso per confortarvi, lo sento così.
La misericordia. Pensate a tanti preti che sono in cielo e chiedete questa grazia! Che vi diano quella misericordia che hanno avuto con i loro fedeli. E questo fa bene.
Grazie tante dell’ascolto e di essere venuti qui.
Angelus Domini …
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GESU’ CI INVITA AD ARRICCHIRCI DELLA SUA RICCA POVERTÀ’ E DELLA SUA POVERA RICCHEZZA, messaggio di Papa Francesco per la quaresima 2014

 
La quaresima è incominciata per i fedeli di rito Romano mercoledì, per quelli di rito ambrosiano comincerà domenica prossima. Il papa Francesco ha detto molte cose belle in questi primi giorni di quaresima. Consiglio però di leggere o rileggere e di meditare la densità stupenda del messaggio per la quaresima. Tutto si legge nell’ottico dell’amore di Dio e del partecipare noi di quest’amore e di diffonderlo, entrando nella logica di Dio che si ritrova nel contemplare lo spogliarsi di Cristo, da ricco che era, per venire da noi e arricchirci attraverso la sua povertà. Nell’intervista che il Corriere della sera ha pubblicato proprio nel mercoledì delle ceneri, il Papa al direttore che gli diceva che tenerezza e misericordia sono l’essenza del suo messaggio pastorale, il papa ha risposto «E del Vangelo. È il centro del Vangelo. Altrimenti non si capisce Gesù Cristo, la tenerezza del Padre che lo manda ad ascoltarci, a guarirci, a salvarci»
 
Cari fratelli e sorelle,
in occasione della Quaresima, vi offro alcune riflessioni, perché possano servire al cammino personale e comunitario di conversione. Prendo lo spunto dall’espressione di san Paolo: «Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2 Cor8,9). L’Apostolo si rivolge ai cristiani di Corinto per incoraggiarli ad essere generosi nell’aiutare i fedeli di Gerusalemme che si trovano nel bisogno. Che cosa dicono a noi, cristiani di oggi, queste parole di san Paolo? Che cosa dice oggi a noi l’invito alla povertà, a una vita povera in senso evangelico?

La grazia di Cristo
Anzitutto ci dicono qual è lo stile di Dio. Dio non si rivela con i mezzi della potenza e della ricchezza del mondo, ma con quelli della debolezza e della povertà: «Da ricco che era, si è fatto povero per voi…». Cristo, il Figlio eterno di Dio, uguale in potenza e gloria con il Padre, si è fatto povero; è sceso in mezzo a noi, si è fatto vicino ad ognuno di noi; si è spogliato, “svuotato”, per rendersi in tutto simile a noi (cfr Fil 2,7; Eb 4,15). È un grande mistero l’incarnazione di Dio! Ma la ragione di tutto questo è l’amore divino, un amore che è grazia, generosità, desiderio di prossimità, e non esita a donarsi e sacrificarsi per le creature amate. La carità, l’amore è condividere in tutto la sorte dell’amato. L’amore rende simili, crea uguaglianza, abbatte i muri e le distanze. E Dio ha fatto questo con noi. Gesù, infatti, «ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con intelligenza d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria Vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato» (Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 22).
Lo scopo del farsi povero di Gesù non è la povertà in se stessa, ma – dice san Paolo – «…perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà». Non si tratta di un gioco di parole, di un’espressione ad effetto! E’ invece una sintesi della logica di Dio, la logica dell’amore, la logica dell’Incarnazione e della Croce. Dio non ha fatto cadere su di noi la salvezza dall’alto, come l’elemosina di chi dà parte del proprio superfluo con pietismo filantropico. Non è questo l’amore di Cristo! Quando Gesù scende nelle acque del Giordano e si fa battezzare da Giovanni il Battista, non lo fa perché ha bisogno di penitenza, di conversione; lo fa per mettersi in mezzo alla gente, bisognosa di perdono, in mezzo a noi peccatori, e caricarsi del peso dei nostri peccati. E’ questa la via che ha scelto per consolarci, salvarci, liberarci dalla nostra miseria. Ci colpisce che l’Apostolo dica che siamo stati liberati non per mezzo della ricchezza di Cristo, ma per mezzo della sua povertà. Eppure san Paolo conosce bene le «impenetrabili ricchezze di Cristo» (Ef3,8), «erede di tutte le cose» (Eb 1,2).
Che cos’è allora questa povertà con cui Gesù ci libera e ci rende ricchi? È proprio il suo modo di amarci, il suo farsi prossimo a noi come il Buon Samaritano che si avvicina a quell’uomo lasciato mezzo morto sul ciglio della strada (cfrLc 10,25ss). Ciò che ci dà vera libertà, vera salvezza e vera felicità è il suo amore di compassione, di tenerezza e di condivisione. La povertà di Cristo che ci arricchisce è il suo farsi carne, il suo prendere su di sé le nostre debolezze, i nostri peccati, comunicandoci la misericordia infinita di Dio. La povertà di Cristo è la più grande ricchezza: Gesù è ricco della sua sconfinata fiducia in Dio Padre, dell’affidarsi a Lui in ogni momento, cercando sempre e solo la sua volontà e la sua gloria. È ricco come lo è un bambino che si sente amato e ama i suoi genitori e non dubita un istante del loro amore e della loro tenerezza. La ricchezza di Gesù è il suo essere il Figlio, la sua relazione unica con il Padre è la prerogativa sovrana di questo Messia povero. Quando Gesù ci invita a prendere su di noi il suo “giogo soave”, ci invita ad arricchirci di questa sua “ricca povertà” e “povera ricchezza”, a condividere con Lui il suo Spirito filiale e fraterno, a diventare figli nel Figlio, fratelli nel Fratello Primogenito (cfr Rm 8,29).
È stato detto che la sola vera tristezza è non essere santi (L. Bloy); potremmo anche dire che vi è una sola vera miseria: non vivere da figli di Dio e da fratelli di Cristo.
La nostra testimonianza
Potremmo pensare che questa “via” della povertà sia stata quella di Gesù, mentre noi, che veniamo dopo di Lui, possiamo salvare il mondo con adeguati mezzi umani. Non è così. In ogni epoca e in ogni luogo, Dio continua a salvare gli uomini e il mondo mediante la povertà di Cristo, il quale si fa povero nei Sacramenti, nella Parola e nella sua Chiesa, che è un popolo di poveri. La ricchezza di Dio non può passare attraverso la nostra ricchezza, ma sempre e soltanto attraverso la nostra povertà, personale e comunitaria, animata dallo Spirito di Cristo.
Ad imitazione del nostro Maestro, noi cristiani siamo chiamati a guardare le miserie dei fratelli, a toccarle, a farcene carico e a operare concretamente per alleviarle. La miseria non coincide con la povertà; la miseria è la povertà senza fiducia, senza solidarietà, senza speranza. Possiamo distinguere tre tipi di miseria: la miseria materiale, la miseria morale e la miseria spirituale. La miseria materiale è quella che comunemente viene chiamata povertà e tocca quanti vivono in una condizione non degna della persona umana: privati dei diritti fondamentali e dei beni di prima necessità quali il cibo, l’acqua, le condizioni igieniche, il lavoro, la possibilità di sviluppo e di crescita culturale. Di fronte a questa miseria la Chiesa offre il suo servizio, la sua diakonia, per andare incontro ai bisogni e guarire queste piaghe che deturpano il volto dell’umanità. Nei poveri e negli ultimi noi vediamo il volto di Cristo; amando e aiutando i poveri amiamo e serviamo Cristo. Il nostro impegno si orienta anche a fare in modo che cessino nel mondo le violazioni della dignità umana, le discriminazioni e i soprusi, che, in tanti casi, sono all’origine della miseria. Quando il potere, il lusso e il denaro diventano idoli, si antepongono questi all’esigenza di una equa distribuzione delle ricchezze. Pertanto, è necessario che le coscienze si convertano alla giustizia, all’uguaglianza, alla sobrietà e alla condivisione.
Non meno preoccupante è la miseria morale, che consiste nel diventare schiavi del vizio e del peccato. Quante famiglie sono nell’angoscia perché qualcuno dei membri – spesso giovane – è soggiogato dall’alcol, dalla droga, dal gioco, dalla pornografia! Quante persone hanno smarrito il senso della vita, sono prive di prospettive sul futuro e hanno perso la speranza! E quante persone sono costrette a questa miseria da condizioni sociali ingiuste, dalla mancanza di lavoro che le priva della dignità che dà il portare il pane a casa, per la mancanza di uguaglianza rispetto ai diritti all’educazione e alla salute. In questi casi la miseria morale può ben chiamarsi suicidio incipiente. Questa forma di miseria, che è anche causa di rovina economica, si collega sempre alla miseria spirituale, che ci colpisce quando ci allontaniamo da Dio e rifiutiamo il suo amore. Se riteniamo di non aver bisogno di Dio, che in Cristo ci tende la mano, perché pensiamo di bastare a noi stessi, ci incamminiamo su una via di fallimento. Dio è l’unico che veramente salva e libera.
Il Vangelo è il vero antidoto contro la miseria spirituale: il cristiano è chiamato a portare in ogni ambiente l’annuncio liberante che esiste il perdono del male commesso, che Dio è più grande del nostro peccato e ci ama gratuitamente, sempre, e che siamo fatti per la comunione e per la vita eterna. Il Signore ci invita ad essere annunciatori gioiosi di questo messaggio di misericordia e di speranza! È bello sperimentare la gioia di diffondere questa buona notizia, di condividere il tesoro a noi affidato, per consolare i cuori affranti e dare speranza a tanti fratelli e sorelle avvolti dal buio. Si tratta di seguire e imitare Gesù, che è andato verso i poveri e i peccatori come il pastore verso la pecora perduta, e ci è andato pieno d’amore. Uniti a Lui possiamo aprire con coraggio nuove strade di evangelizzazione e promozione umana.
Cari fratelli e sorelle, questo tempo di Quaresima trovi la Chiesa intera disposta e sollecita nel testimoniare a quanti vivono nella miseria materiale, morale e spirituale il messaggio evangelico, che si riassume nell’annuncio dell’amore del Padre misericordioso, pronto ad abbracciare in Cristo ogni persona. Potremo farlo nella misura in cui saremo conformati a Cristo, che si è fatto povero e ci ha arricchiti con la sua povertà. La Quaresima è un tempo adatto per la spogliazione; e ci farà bene domandarci di quali cose possiamo privarci al fine di aiutare e arricchire altri con la nostra povertà. Non dimentichiamo che la vera povertà duole: non sarebbe valida una spogliazione senza questa dimensione penitenziale. Diffido dell’elemosina che non costa e che non duole.
Lo Spirito Santo, grazie al quale «[siamo] come poveri, ma capaci di arricchire molti; come gente che non ha nulla e invece possediamo tutto» (2 Cor 6,10), sostenga questi nostri propositi e rafforzi in noi l’attenzione e la responsabilità verso la miseria umana, per diventare misericordiosi e operatori di misericordia. Con questo auspicio, assicuro la mia preghiera affinché ogni credente e ogni comunità ecclesiale percorra con frutto l’itinerario quaresimale, e vi chiedo di pregare per me. Che il Signore vi benedica e la Madonna vi custodisca.
Dal Vaticano, 26 dicembre 2013
Festa di Santo Stefano, diacono e primo martire
FRANCESCO
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LE SACRAMENT DE LA JOIE: pubblicata la traduzione francese del libro sulla confessione

E’ uscito per i tipi delle Editions Artège di Parigi, la traduzione al francese del libro IL SACRAMENTO DELLA GIOIA, che ha avuto molti lettori in Italia. Può essere considerato uno strumento ulteriore per portare l’eco dell’incoraggiamento di papa Francesco alla confessione (“Dio non si stanca di perdonarci”), anche presso lettori di lingua francese, e in paesi di lingua francese. Chi non ha un amico o un parente, o un collega, che lavora in Francia, o in Belgio o nella Svizzera francese, o che è originario del Canada o del Camerun? Ecco un modo per pregare per lui o per lei, e per mandargli un pensiero attraverso un link a questo libro ( http://www.editionsartege.fr/t_livre/le-sacrement-de-la-joie-andrea-mardegan-9782360402328-76647.asp)

o addirittura un bel regalo per la Quaresima (inviandolo con gli acquisti online: con Amazon 11,88 euro). Per chi non conosce l’originale italiano: sono passi del Vangelo che  parlano della misericordia di Dio, del peccato e del perdono, commentati in modo breve, semplice e profondo, per la meditazione e per incoraggiare alla pratica del sacramento. Al termine un dettagliato esame di coscienza, illuminato dalle parole della Bibbia. E’ vero che l’apostolato a tu per tu, guardandosi negli occhi o facendo insieme un tratto di strada, o prendendo un caffé, è più bello, gratificante ed efficace. Ma non trascuriamo l’antico apostolato epistolare, che cominciò con san Paolo e diventò addirittura libro ispirato dallo Spirito Santo, Sacra Scrittura che si legge nella messa… il nostro e-mail, il nostro post, il nostro messaggio su facebook, su twitter, il nostro articolo di giornale online, la nostra lettera imbustata con francobollo e scritta con stilografica, non potrà aspirare a tanto, ma potrà comunque essere veicolo o strumento di una ispirazione dello Spirito Santo, per chi lo riceve, per chi la legge. E da parte nostra può essere accompagnato dalla preghiera. Vi copio la breve presentazione del libro fatta dall’editore parigino:

En libérant l’homme des liens du péché, la confession devient un puissant moyen pour progresser, retrouver la paix intérieure et la joie véritable. À partir de courtes méditations appuyées sur l’Évangile, l’auteur propose une préparation rapide et dense pour trouver, ou retrouver, le désir de la confession et du pardon de ses fautes. Un examen de conscience complet suit les méditations. Il propose un ensemble de pistes de réflexion concrètes pour progresser dans la connaissance de soi et la découverte de ses manquements. Bref et facile d’accès, ce livre aidera tous ceux qui veulent découvrir ou approfondir ce sacrement qui réconcilie l’homme avec le Père.

André Mardegan, prêtre italien ordonné par Jean-Paul II en 1984, exerce aujourd’hui son ministère à Milan. Auteur d’ouvrages de spiritualité appréciés en Italie, il est traduit pour la première fois en français.

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LO SPIRITO DI DIO ARRIVA SEMPRE PRIMA DI NOI, Papa Francesco al cammino Neocatecumenale, 1 febbraio 2014

Il Diacono Filippo battezza l’eunuco etiope (Museo del Louvre)

Trascrivo il discorso che Papa Francesco ha fatto il primo febbraio 2014 ai rappresentanti del cammino Neocatecumenale. Essenziale e molto bello: la Chiesa, lo Spirito Santo che ci precede, il rispetto per coloro che non ce la fanno e per coloro che scelgono altre strade all’interno della Chiesa, e l’incoraggiamento apostolico anche di fronte alle difficoltà. Buona lettura e buona meditazione. 


Cari fratelli e sorelle,
ringrazio il Signore per la gioia della vostra fede e per l’ardore della vostra testimonianza cristiana, grazie a Dio! Vi saluto tutti cordialmente, ad iniziare dall’Équipe responsabile internazionale del Cammino Neocatecumenale, insieme ai sacerdoti, ai seminaristi e ai catechisti. Un saluto pieno di affetto rivolgo ai bambini, presenti qui in gran numero. Il mio pensiero va in modo speciale alle famiglie, che si recheranno in diverse parti del mondo per annunciare e testimoniare il Vangelo. La Chiesa vi è grata per la vostra generosità! Vi ringrazio per tutto quello che fate nella Chiesa e nel mondo.
E proprio a nome della Chiesa, nostra Madre – la nostra Santa Madre Chiesa, gerarchica come piaceva dire a Sant’Ignazio di Loyola – a nome della Chiesa vorrei proporvi alcune semplici raccomandazioni.
La prima è quella di avere la massima cura per costruire e conservare la comunione all’interno delle Chiese particolari nelle quali andrete ad operare. Il Cammino ha un proprio carisma, una propria dinamica, un dono che come tutti i doni dello Spirito ha una profonda dimensione ecclesiale; questo significa mettersi in ascolto della vita delle Chiese nelle quali i vostri responsabili vi inviano, a valorizzarne le ricchezze, a soffrire per le debolezze se necessario, e a camminare insieme, come unico gregge, sotto la guida dei Pastori delle Chiese locali. La comunione è essenziale: a volte può essere meglio rinunciare a vivere in tutti i dettagli ciò che il vostro itinerario esigerebbe, pur di garantire l’unità tra i fratelli che formano l’unica comunità ecclesiale, della quale dovete sempre sentirvi parte.
Un’altra indicazione: dovunque andiate, vi farà bene pensare che lo Spirito di Dio arriva sempre prima di noi. Questo è importante: il Signore sempre ci precede! Pensate a Filippo, quando il Signore lo invia per quella strada dove incontra un amministratore seduto sul suo carro (cfr At 8,27-28). Lo Spirito è arrivato prima: lui leggeva il profeta Isaia e non capiva, ma il cuore ardeva. Così, quando Filippo gli si avvicina, egli è preparato per la catechesi e per il Battesimo. Lo Spirito sempre ci precede; Dio arriva sempre prima di noi! Anche nei posti più lontani, anche nelle culture più diverse, Dio sparge dovunque i semi del suo Verbo. Da qui scaturisce la necessità di una speciale attenzione al contesto culturale nel quale voi famiglie andrete ad operare: si tratta di un ambiente spesso molto differente da quello da cui provenite. Molti di voi faranno la fatica di imparare la lingua locale, a volte difficile, e questo sforzo è apprezzabile. Tanto più importante sarà il vostro impegno ad “imparare” le culture che incontrerete, sapendo riconoscere il bisogno di Vangelo che è presente ovunque, ma anche quell’azione che lo Spirito Santo ha compiuto nella vita e nella storia di ogni popolo.
E infine, vi esorto ad avere cura con amore gli uni degli altri, in particolar modo dei più deboli. Il Cammino Neocatecumenale, in quanto itinerario di scoperta del proprio Battesimo, è una strada esigente, lungo la quale un fratello o una sorella possono trovare delle difficoltà impreviste. In questi casi l’esercizio della pazienza e della misericordia da parte della comunità è segno di maturità nella fede. La libertà di ciascuno non deve essere forzata, e si deve rispettare anche la eventuale scelta di chi decidesse di cercare, fuori dal Cammino, altre forme di vita cristiana che lo aiutino a crescere nella risposta alla chiamata del Signore.
Care famiglie, cari fratelli e sorelle, vi incoraggio a portare dovunque, anche negli ambienti più scristianizzati, specialmente nelle periferie esistenziali, il Vangelo di Gesù Cristo. Evangelizzate con amore, portate a tutti l’amore di Dio. Dite a quanti incontrerete sulle strade della vostra missione che Dio ama l’uomo così com’è, anche con i suoi limiti, con i suoi sbagli, anche con i suoi peccati. Per questo ha inviato suo Figlio, perché Lui prendesse i nostri peccati su di sé. Siate messaggeri e testimoni dell’infinita bontà e dell’inesauribile misericordia del Padre.
Vi affido alla nostra Madre, Maria, affinché ispiri e sostenga sempre il vostro apostolato. Alla scuola di questa tenera Madre siate missionari zelanti e gioiosi. Non perdete la gioia, avanti!
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LASCIARCI SORPRENDERE DALLA CHIAMATA DEL SIGNORE, Omelia di don Piero Vavassori, Novena dell’Immacolata Duomo di Milano, 3 dicembre 2013

Con piacere pubblico anche la terza omelia di don Piero Vavassori, nella Novena dello scorso dicembre. Buona meditazione.
Cari fratelli e sorelle, stiamo vivendo la novena in preparazione della Solennità dell’Immacolata Concezione. E vogliamo continuare a compiere il percorso iniziato con le Messe dei giorni scorsi, seguendo le parole del nostro Vescovo che nella sua lettera pastorale ci ha invitato a scoprire lo sguardo di Gesù sul mondo e la nostra vita, per impararlo, ed essere così capaci di uno sguardo che è lo sguardo di Dio. Infatti, Dio ha uno sguardo per ciascuno di noi. Non si tratta di uno sguardo rivolto a tutta l’umanità, come se fosse una massa informe di cui noi facciamo parte con un ruolo insignificante, ma si tratta di uno sguardo specificamente rivolto a ciascuno, uno sguardo unico e esclusivo. Dio ha un progetto d’amore per ciascuno, vuole condurci a quella pienezza di senso, di bellezza, di felicità a cui il nostro cuore anela. Ma come potremo “scoprire” lo sguardo di Dio?

Come potremo “impararlo”, farlo nostro? Con le nostre povere forze ci sentiamo incapaci di una meta così alta. La seconda lettura di oggi, del profeta Malachia, ci dà la risposta: Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore: egli convertirà il cuore dei padri verso i figli, e il cuore dei figli verso i padri(Ml 3,23). Risuonano qui le parole più conosciute di un altro passaggio della Scrittura, e più precisamente dal profeta Ezechiele: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne” (Ez 36,26). Il nostro  Dio è – secondo un’espressione cara a papa Francesco – un Dio che ci anticipa. Quando Dio ci offre il suo sguardo sulla nostra vita, quando ci comunica il suo progetto d’amore per noi chiedendoci di corrispondere con la nostra vita, ci dona in primo luogo la grazia per poter corrispondere, ci dona un cuore nuovo capace di battere all’unisono con il suo. Il Signore non si accontenta di indicarci cosa dobbiamo fare. Non si accontenta di offrirci un orizzonte di vita che sia alla nostra portata, come se ci dicesse: “Cerca di cavartela alla meno peggio; sforzati di seguire ciò che ti ho detto per ciò che puoi, ma entrambi sappiamo che più di tanto non puoi fare”.  No, non ragiona così il Signore. Egli ci ama, il suo sguardo è uno sguardo d’amore, di fiducia, e quindi uno sguardo che trasforma il nostro cuore di pietra in un cuore palpitante di carne e che rende capaci di rispondere alla sua chiamata. Per questo il nostro Dio è – come dice papa Francesco – un Dio che sorprende, che cambia i programmi, che ci fa uscire dal ristretto orizzonte di una vita misurata sulle nostre forze, per entrare nel panorama splendido del suo sguardo. E’ certo che incrociare il nostro sguardo con quello di Dio toglie il fiato, spaventa: ci sentiamo poca cosa, ci domandiamo se ne saremo capaci, sentiamo che le nostre forze non sono in grado di reggere… Ma lasciarci sorprendere dall’amore di Dio significa non dimenticarsi le sue parole: “Vi darò un cuore nuovo”. Per questo, di fronte alla chiamata di Dio, al suo sguardo che si è posato su di noi – uno sguardo unico e personale – e che ci sorprende, la nostra risposta non è quella del calcolo su cosa siamo capaci e non capaci di fare, su quello che dobbiamo lasciare e quello che otteniamo, sul temporeggiare, ma quella del lasciarsi sorprendere, dal lasciarsi conquistare da questo sguardo che riempie il cuore. Questa è stata l’esperienza di Maria, nostra Madre, e quella degli Apostoli: all’annuncio dell’angelo e alla chiamata del Signore sul lago di Tiberiade, non risposero soppesando tutti i pro e i contro, ma decisero di fidarsi del Signore lasciandosi conquistare dal suo amore che trasforma e rispondendo “Ecco l’ancella del Signore, si faccia secondo la tua parola”, e lasciate le reti lo seguirono. Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne”. Ascoltando queste parole della Scrittura, mi vengono in mente quelle splendide parole che Giovanni Paolo II pronunciò in occasione di una Giornata Mondiale della Gioventù, rivolte ai giovani ma che si possono applicare a ciascuno di noi, perché un cuore che si lascia conquistare da Cristo è un cuore sempre giovane: “Carissimi giovani, come i primi discepoli, seguite Gesù! Non abbiate paura di avvicinarvi a Lui… Non abbiate paura della “vita nuova” che Egli vi offre: Lui stesso vi dà la possibilità di accoglierla e di metterla in pratica, con l’aiuto della sua grazia e il dono del suo spirito”. Ogni santo è testimonianza di questo sguardo di Dio che cambia la vita e che dà la capacità di donargli tutto il futuro. Ma particolarmente commuovente è quella del cardinal Van Thuân, che a pochi mesi dalla nomina a vescovo di Saigon in Vietnam, con l’avvento del regime comunista, venne arrestato e rimase in carcere per 13 anni, di cui 9 in regime di isolamento. Racconta che furono anni durissimi, sia da un punto di vista umano – privazioni di ogni genere, solitudine, caldo, sporcizia, angherie – che da un punto di vista soprannaturale – sentirsi inutile perché non poteva più fare le mille cose che era abituato a fare. Si trovava in uno stato di profondo scoraggiamento, un senso profondo di inutilità. Finchè un giorno sentì nel profondo del suo cuore, questa voce: “Perché ti tormenti così? Tu devi distinguere tra Dio e le opere di Dio. Tutto ciò che tu hai compiuto e desideri continuare a fare, (…) tutto questo è un’ opera eccellente, sono opere di Dio, ma non sono Dio! Se Dio vuole che tu abbandoni tutte queste opere, mettendole nelle sue mani, fallo subito, e abbi fiducia in lui. Dio lo farà infinitamente meglio di te. Tu hai scelto Dio solo, non le sue opere!”. A te, giovane, che forse in questi momenti stai sentendo che il Signore ti sta chiedendo di più, l’intera vita perché sia al servizio di Dio e degli uomini, dico: “Fallo subito e abbi fiducia in Lui”. E lo dico anche a te, meno giovane d’età ma con un cuore sempre giovane perché si lascia conquistare da questo Dio che vuole cambiare la tua vita, ripeto: “Fallo subito e abbi fiducia in Lui”. Non dobbiamo avere paura di seguire Cristo, di abbandonare le piccole sicurezze che possono offrirci i nostri progetti e le nostre forze. Lo sguardo di Gesù riempie il cuore, dilata gli orizzonti, disseta quel desiderio di felicità e bellezza come nessun altro, dà alla vita una pienezza altrimenti irraggiungibile. Ciò che Dio ci chiede non è di fare qualcosa di buono e di comportarci bene, ma di conoscere e amare Lui, e da qui scoprire che ci è stato donato come spazio d’azione il mondo intero, come tempo l’eternità, come destinatari tutte le persone, come coinvolgimento personale tutto noi stessi senza escludere nessun dinamismo della natura umana (intelligenza, volontà, passioni, emozioni, sentimenti, desideri, ecc.), come obiettivo una totale pienezza di senso, di felicità e di libertà. Rispondere di sì alla chiamata del Signore non significa rinunciare alla propria libertà, ma metterla in gioco per scoprire che dalla generosità del dono deriva la dilatazione della nostra capacità di amare. Mi piace, al riguardo, concludere con le parole pronunciate dal nostro Arcivescovo il card. Scola nell’omelia della Solennità dell’Immacolata di due anni fa: “La libertà dell’uomo non è anzitutto iniziativa, ma risposta. La sua forma compiuta è quella dell’accoglienza spalancata al dono che la precede e le viene offerto. Ciascuno di noi non può forse identificare il sapore della vera libertà nell’esperienza dell’essere amato? Quando si è autenticamente amati il nostro essere si dilata e si muove più liberamente”. Affidiamo a nostra Madre, Santa Maria, i desideri di donazione che abbiamo nel cuore, chiedendole che ci aiuti ad essere generosi nel rispondere alla chiamata del Signore. Così sia.

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LO SGUARDO DI GESÙ’ CHE SALVA, omelia di don Piero Vavassori, 2 dicembre 2013, Duomo di Milano.

Olio su tela, Giovanni Battista Merano 1673
Ecco la seconda omelia di don Piero Vavassori durante la Novena nel Duomo di Milano, in preparazione alla solennità dell’Immacolata Concezione di Maria. 2 dicembre 2013. Buona lettura.
Cari fratelli e sorelle, il brano del Vangelo che abbiamo appena terminato di ascoltare ci presenta una scena per alcuni versi sorprendente. Chissà con quale desiderio Gesù sarà arrivato fra la sua gente. Inviato da Dio Padre, aveva lasciato la propria casa, la famiglia, il villaggio, i parenti e gli amici, per andare da una parte all’altra di Israele ad annunciare la salvezza. Una missione che Gesù compie con tutte le proprie forze, senza risparmiarsi nulla – sonno, digiuni, freddo e caldo (ci ricordiamo quelle sue parole: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo no ha dove porre il capo” (Lc 9,58)). Gesù si dona con generosità, andando di villaggio in villaggio facendo il bene: guarisce gli ammalati, consola di afflitti, per ognuno ha una parola, un gesto, uno sguardo.

Nessuno gli è indifferente. Se Gesù si dona con tanta generosità con quelli che non conosce, quanto più grande sarà stato il suo desiderio per coloro a cui voleva bene: i suoi parenti, i cugini, gli amici d’infanzia, gli amici di famiglia… Nel percorrere le strade che lo riportavano a Nazaret si sarà immaginato i volti amati da lungo tempo non visti, i saluti, gli abbracci, l’accoglienza, l’allegria di stare nuovamente insieme, le notizie allegre e tristi… E si sarà proposto, come un fuoco d’amore che sgorga dal suo cuore, di aiutare tutti: insegnando e portando la salvezza fra quelle persone amate, guarendo le loro malattie, asciugando ogni lacrima…Possiamo immaginarci, quindi, il dolore che Gesù ha provato nel vedere l’indifferenza e il rifiuto delle persone a cui voleva tanto bene. Risuonano in questa scena le parole del prologo del Vangelo di San Giovanni: “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta. (…) Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1,4-5.11).

Questa esperienza ci riguarda da vicino. Noi, trasformati dal Battesimo in familiari di Dio (cfr Ef 2,19), in suoi amici intimi, in figli di Dio, destinati a un’amicizia intima e tenera con lui, nella nostra vita tante volte lo rifiutiamo. Il nostro peccato non è semplicemente un inciampo nel cammino, un errore d’ortografia, ma il rifiuto dell’Amico che ci offre la sua amicizia, un’amicizia che è vita, che è luce che risplende. C’è il bellissimo salmo 55 che descrive il dolore di Dio di fronte al nostro peccato: “Se mi avesse insultato un nemico, l’avrei sopportato; se fosse insorto contro di me un avversario, da lui mi sarei nascosto. Ma sei tu, mio compagno, mio amico e confidente; ci legava una dolce amicizia, verso la casa di Dio camminavamo in festa” (Sal 55,13-15). Troppo spesso riduciamo la reazione di Dio di fronte al nostro peccato all’ira: è anche questo, c’è una santa ira di Dio di fronte al peccatore testardo nel suo errore. Ma mi sembra che renda meglio l’idea quest’immagine che ci offre il salmo 55: il dolore di Dio di fronte ai nostri peccati è il dolore dell’amico tradito, dell’amante che vede rifiutato il suo amore, e che vede l’amato – e che continua ad essere amato! – perdersi per strade tenebrose quando lui è la luce e la vita, la felicità piena…
Tempo fa ho letto i ricordi di una figlia dei cui genitori è in corso il processo di canonizzazione. Questa donna racconta come in casa sua fosse abituale la recita del Rosario la sera. Arrivata all’età dell’adolescenza, tuttavia, decise che per affermare la propria indipendenza non avrebbe più recitato il Rosario con i genitori e i fratelli. Quando iniziava la preghiera quindi lei lasciava il soggiorno e se ne andava in camera sua a leggere. Fino a quando, una sera, pochi minuti dopo essersene andata, suo padre entrò in camera sua e le disse, con tono pacato e addolorato: “Come è piccolo, figlia mia, il tuo amore per la Madonna”. Per quella ragazza, queste parole di suo padre e soprattutto il suo sguardo addolorato, furono come una scossa elettrica. In quell’istante, attraverso lo sguardo di suo padre, comprese il dolore che il suo comportamento provocava in Dio. Fu il momento della sua conversione.
Il nostro Arcivescovo il card. Scola ci scrive nella sua lettera pastorale di quest’anno di andare da Gesù per scoprire il suo sguardo sul mondo e sulla nostra vita, per lasciarsi trasformare da questo sguardo e imparare a guardare il mondo e la nostra vita con il suo stesso sguardo. Questo è lo sguardo di Dio sul nostro peccato. Una sguardo di dolore, non di condanna, ma di perdono. Per voi e per me, prego il buon Dio che le parole che papa Francesco sta ripetendo in continuazione, fin dal suo primo Angelus, calino profondamente nella nostra anima: “Fratelli e sorelle, il volto di Dio è quello di un padre misericordioso, che sempre ha pazienza. Avete pensato voi alla pazienza di Dio, la pazienza che lui ha con ciascuno di noi? Quella è la sua misericordia. Sempre ha pazienza, pazienza con noi, ci comprende, ci attende, non si stanca di perdonarci se sappiamo tornare a lui con il cuore contrito..”. Abbiamo bisogno di riscoprire continuamente che il nostro Dio è misericordioso. Ci sono delle parole di papa Francesco che ha pronunciato pochi giorni dopo la sua elezione e che hanno avuto un impatto molto forte nel cuore di molte persone: “Dio non si stanca mai di perdonarci, siamo noi che ci stanchiamo di chiedergli perdono”. L’esperienza di molti sacerdoti, anche la mia, è che grazie a queste parole molte persone hanno deciso di tornare a confessarsi. Perché la confessione non è il luogo del castigo, dell’umiliazione cattiva, ma dell’incontro con Dio che ama e che manifesta il proprio amore soprattutto nel perdono. Abbiamo bisogno dell’incontro con l’amore misericordioso di Dio e non una volta ogni tanto, ma frequentemente. Perché frequentemente siamo peccatori e costantemente abbiamo bisogno di fare esperienza dell’amore di Dio. Lo stesso papa Francesco ce lo ha detto pochi giorni fa: lui si confessa ogni quindici giorni. Nella confessione facciamo l’esperienza del figliol prodigo che, dopo aver sperperato l’eredità di suo padre, si aspetta di venir accolto con freddezza, e invece viene sorpreso dall’amore del padre: è lì sulla torre ansioso del suo ritorno e appena lo vede all’orizzonte gli corre incontro, lo abbraccia, lo bacia, quasi non lo lascia nemmeno parlare… E all’altro figlio risponde mostrando tutta la propria gioia per il ritorno del fratello: “Bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato” (Lc 15,32).
La confessione però non è solamente il luogo dove incontriamo l’amore misericordioso di Dio per ciascuno di noi. Questa è un’esperienza decisiva nella nostra vita di cristiani, ma ve n’è un’altra altrettanto decisiva. Infatti, c’è nel nostro cuore una domanda che è di capitale importanza: sono capace di amare Dio? Il mio cuore è capace di corrispondere all’amore che Dio ha per me? Nella confessione scopriamo di essere capaci di amare Dio. Perché è solamente alle persone a cui si vuole bene che si sa chiedere perdono. Lì nel confessionale, mentre chiediamo perdono addolorati per i nostri peccati, siamo in ginocchio ai piedi della Croce e stiamo dicendo a Gesù: “Ciò che tu soffri, l’amore che sgorga dal tuo cuore crocefisso, non è vano. La salvezza che ci hai conquistato a così caro prezzo è entrata in questa casa. Gesù, perdono e grazie”.
Ai piedi della Croce siamo insieme a Maria, Madre nostra, Madre dei peccatori. Stretti a Lei, Gesù volge il suo sguardo su di noi. Il suo è uno sguardo pieno di misericordia. Gesù, aiutaci a non allontanarci mai dal tuo sguardo che salva.