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SORPRESI DALL’AMORE. Incontri personali con Cristo

Sorpresi dall’Amore, con l’A maiuscola. E’ il titolo del mio nuovo libro. Tutti conserviamo ricordi di sorprese d’amore. Tutti ne desideriamo fare sempre l’esperienza. Non basta mai. La copertina attrae. In questi giorni quando l’ho mostrata agli amici, senza dire nulla, esclamano: bello!  Il primo impatto è questo: impressione di bellezza. Il titolo e l’immagine. Non dico di chi è il ritratto, lo si scopre leggendo il libro. Posso dire che nel libro sono presenti vari ritratti, originali. Sono acquerelli che la pittrice Anna Maria Trevisan ha dipinto dopo aver letto i singoli racconti. Si è sentita ispirata ad illustrarli. Ad esprimere con i suoi tratti quei personaggi di cui il libro parla. Personaggi ospitati dalle righe del Vangelo.
Che hanno avuto la fortuna di un incontro personale con Cristo. E’ un libro che coltivo da tempo. Cercavo di scoprire attraverso un’introspezione del personaggio, la sua storia interiore, il suo percorso esistenziale. E la sua unicità davanti a Cristo. Gesù che si avvicina a ciascuno come se fosse l’unico, rispettando la su personalità e la sua storia, le caratteristiche con cui l’ha creato in modo irripetibile. I lettori mi dicono che si ritrovano, si rispecchiano…e che incontrano Gesù. Mi piacerebbe che questo succedesse a tanti, a chi già conosce il vangelo (ma forse su quegli episodi è scivolato via senza tanto approfondirli o che desidera vederli attraverso un’altra angolatura), o chi non ricorda più se ne ha sentito mai parlare. Chi lo legge, se vuole mi potrà dire che cosa vi scopre. Se fossero i tesori nascosti nel campo, o le perle preziose di cui parla Gesù, allora lo ringrazieremo insieme.
Ecco come viene descritto il libro dalla aletta di sinistra della copertina:

I personaggi del Vangelo nel loro incontro con Cristo ci svelano la loro unicità.  L’autore indaga con il metodo del racconto e la ricostruzione letteraria della personalità e della storia di ciascuno. Ne scaturiscono scenari  che rendono più vicine a noi quelle persone: Simon Pietro, la samaritana, Nicodemo, l’adultera, Natanaele,  la peccatrice, l’uomo malato da tempo, Giovanni e Andrea, una donna qualunque tra la folla, un sordomuto, Marta, Maria e Lazzaro, il cieco nato, e, ultimo fra tutti, l’altro ladrone. I profili sono stati scelti per la diversità delle storie e delle condizioni dei protagonisti perchè ciascuno si possa ritrovare in loro e pensare:  anche per me Gesù ha una parola, uno sguardo, una comprensione e una chiamata personale. Gli acquerelli di Annamaria Trevisan danno alle prose una visibilità e un’interpretazione nuova: <<tutte le espressioni di autentica bellezza possono  essere riconosciute come un sentiero che aiuta ad incontrarsi con il Signore Gesù>>(Evangelii gaudium, 167). Sorpresi dall’Amore appaiono tutti i personaggi scrutati e narrati che hanno avvertito <<la fragranza della presenza vicina di Gesù ed il suo sguardo personale>>(Evangelii Gaudium, 169). Il libro é destinato ugualmente a chi conosce già il Vangelo, a chi non lo legge o ascolta da anni, e a chi non lo ha mai letto ed è come se mai ne avesse sentito parlare.

Il probabile futuro lettore, quando ha preso in mano il libro, attratto dal titolo e dalla copertina, come primo gesto compie più frequentemente il rovesciamento e legge  la descrizione della quarta di copertina, che in questo caso propone una sintesi della prefazione dell’autore. Eccola:

Nelle pieghe dei Vangeli si nascondono tesori. A volte più nascosti, altre volte più facilmente visibili. Ma è necessario comunque cercarli. Sollevare un lembo, aprire e distendere la tela perché quel gioiello che è nascosto risplenda alla vista.  Che tesori cercavo questa volta? Nel cuore del cristianesimo batte la convinzione che ogni persona umana è creata da Dio come unica e irrepetibile. E in modo unico viene anche educata e cresciuta, portata a pienezza dallo Spirito Santo che è l’artista divino.  Se ciò è vero, come sarà stato l’avvicinarsi del Cristo a ciascuna delle persone che ha incontrato? Come sarà stato da loro vissuto e come si saranno sentiti compresi e conosciuti? Sentivo il desiderio di trovare nel Vangelo, nei gesti e nelle parole di Gesù, nelle reazioni dei suoi interlocutori, traccia di questa unicità. Pensavo che ciò che avrei trovato avrebbe potuto aiutare anche noi a sentirci così cercati e guardati da Lui. E poi orientati a guardare gli altri nello stesso modo. In modo unico.

E’ arrivato nelle librerie in questi giorni, ed è già disponibile per l’acquisto on line (su ibs, inMondadori, Hoepli, Libreria del santo…), a 11,05 euro (il prezzo di copertina è 13 euro): basta andare su Google e digitare il titolo.

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LA MADONNA CHE SORRIDE

Una giovane donna che avrebbe piacere e bisogno di vedere la Madonna che sorride, mi chiede come mai sono tutte dipinte o scolpite con il volto serio, pensoso, a volte anche triste. La tradizione iconografica immagina il pensiero di Maria sulla spada che le attraverserà l’anima, il pensiero della futura passione del Figlio…però nel Vangelo c’è Maria che esulta di gioia nello Spirito Santo, che canta il Magnificat, che danza al pensiero delle cose grandi che Dio ha operato in lei. Sicuramente, nonostante le difficoltà della vita, che non sono state poche, la Madonna, ne sono certo, sorrideva, molto. Rideva. Di gusto, alle battute che Giuseppe sapeva fare per sdrammatizzare i momenti difficili. Tranne quando lo persero, a dodici anni. Allora si che erano angosciati. Poi si rasserenarono quando lo ritrovarono nel tempio. Capirono che la loro vita era seguita e protetta da Dio Padre e dai suoi Angeli. Vorrei pero ritrovare e ripresentare immagini nelle quali la Madre di Dio è rappresentata sorridente. Se i lettori me le segnalano, o me le inviano, le posso aggiungere a questa pagina o in altri post, per mostrarle a quella giovane e a tutte le persone che sentono il bisogno di vedere Maria, la nostra Madre, che sorride. Che sorride a noi suoi figli, per incoraggiarci.  Con una rapidissima ricerca sono riuscito a trovare tre quadri di Antonio Allegri, detto il Correggio. (Nato e morto a Correggio,1489-1534), uno dei grandi pittori italiani del rinascimento, che predilige il sorriso di Maria.

Oggi 13 febbraio mi segnalano questa famosa immagine della Madonna di Toledo dove il sorriso di Maria è molto visibile e provocato dall’affetto giocoso di suo Figlio:

la stessa statua vista nel coro della cattedrale:

Alessandro con Daniela mi mandano questa immagine di Maria nella chiesa di sant’Alessandro in Zebedia a Milano, nella quale contemplano il sorriso di Maria verso suo figlio:

L’esperta Michela Eremita mi manda questi disegni di Leonardo per volti della Madonna. Veramente tendeva sempre al sorriso!

Qualcuno parla di enigmaticità di Leonardo, ma vediamo altre sue Madonne chiaramente sorridenti:

E’ la Madonna col Bambino e fiori, al museo dell’Ermitage di san Pietroburgo, detta anche Madonna Benoit, dal suo ultimo proprietario che la espose a san Pietroburgo, quando la si riteneva perduta. Forse una delle prime opere di Leonardo in autonomia dal suo maestro.
Ancora: ammiriamo questo studio per  la Madonna con sant’Anna, entrambe molto sorridenti, felici della vita e della benedizione divina assolutamente unica che hanno ricevuto: essere la madre e la nonna del Dio incarnato.

Un ultimo disegno, per ora, di Leonardo: studio di testa per la Madonna: la si vede beata a contemplare il Bambino che si nutre del suo latte:

Una assidua lettrice del blog mi segnala che nella cattedrale di Barcellona, nella seconda cappella della navata laterale sinistra è venerata la Virgen de la  Alegrìa, la Madonna dell’allegria, o della gioia. Pur mantenendo uno sguardo verso il futuro un po’ assorto, accenna ad un sorriso per i giochi che il Bambino fa nel  suo grembo. E’ opera di José Maria Camps y Arnan (1945) in alabastro:

a proposito di Madonna dell’allegria, in Spagna chiamano così le statue della Madonna che portano in processione il giorno di Pasqua per rivivere l’incontro con suo Figlio Risorto: eccone tre esemplari, la Virgen de la alegrìa di Granada:

quella di Valladolid:
Quella di Soria:
Ritraggono in modo diverso il momento di gioia dell’incontro con Cristo Risorto. A questo proposito mi sovviene che sulla copertina di una dei miei libri, quello sui misteri del Rosario, è riportato un particolare di una tavola di Salvatore Fiume che ritrae il volto di Maria proprio nel sublime momento dell’incontro con il  Figlio Risorto, porta sul volto i segni del dolore e della sorpresa, ma si sta aprendo al sorriso:
Mi segnalano anche un sorriso su volto di Maria nel dipinto di Gauguin a Tahiti, che riporta la scritta La Orana Maria, che significa in Taitiano, Ti saluto Maria. Un angelo segnala a due donne Maria con il bambino. Ritratto con gesti e costumi tahitiani. Nel particolare del volto si può notare il sorriso.

Altra immagine di Madonna col Bambino sorridente. Lo scapolare del Carmelo sul braccio.
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LO SGUARDO DI DIO SUL NOSTRO LAVORO, omelia di don Piero Vavassori, Duomo di Milano 29 dicembre 2013

Lo scorso anno ha riscosso gradimento nei lettori l’iniziativa di pubblicare su questo blog le omelie pronunciate durante la Novena in preparazione dell’Immacolata Concezione di Maria nel Duomo di Milano. Anche quest’anno ho la possibilità di farlo: sono sei omelie che ha tenuto don Piero Vavassori, Cappellano del collegio Universitario Torrescalla di Milano, molto apprezzate dai fedeli che hanno partecipato numerosi. Altre due omelie le ha tenute il parroco del Duomo , mons. Borgonovo nei due sabati, e altre due il card. Scola, nelle due domeniche d’Avvento. Le Omelie dell’Arcivescovo si trovano sul sito della diocesi di Milano. Ecco la prima omelia di don Piero, originario di Bergamo, che prima di diventare sacerdote ha studiato medicina e ha esercitato la professione di medico gastroenterologo e di ricercatore universitario.
Cari fratelli e sorelle, iniziamo oggi la novena in preparazione della Solennità dell’Immacolata Concezione di Maria, Madre di Dio e Madre nostra. Guidati dal Vangelo di oggi, anche noi rivolgiamo a Dio questa richiesta: “Maestro, da te vogliamo vedere un segno”, e nella sua infinita bontà Egli ci mostra in Maria il segno che ogni uomo desidera vedere. Come in tutti gli interventi di Dio nella storia degli uomini, contempliamo in nostra Madre, concepita senza macchia di peccato, tutta bella è Maria, il grande amore di Dio per noi uomini. Potremmo parafrasare le parole che S. Giovanni utilizza nel suo Vangelo, “Dio ha tanto amato il mondo da mandare il Figlio Unigenito” (Gv 3,16), per applicarle a Maria, “Dio ha tanto amato il mondo da fargli dono di sua Madre”: la bellezza di Maria – bellezza spirituale, di creatura perfettamente trasformata dalla grazia – è il dono che Dio ci fa perché, fra altre cose, possiamo renderci conto di quanto grande è l’amore di Dio per le sue creature. Eppure, talvolta come è difficile rimanere saldi nella convinzione della grandezza dell’amore di Dio… Nel cuore di ciascuno di noi c’è un insaziabile desiderio di bellezza, di pienezza, di felicità. Ma tante volte ci sentiamo disorientati di fronte a questo mondo così pieno di contraddizioni: ci sono tante cose belle nel mondo, ma anche tante brutture (guerra, violenza, povertà materiale e nelle relazioni interpersonali). E ci sentiamo disorientati anche di fronte alla nostra vita, anch’essa piena di contraddizioni: abbiamo slanci di generosità e di bontà, ma allo stesso tempo vediamo nella nostra vita miserie, debolezze… Siamo capaci di gesti grandi e allo stesso tempo delle miserie più meschine. Quale è dunque la verità sul mondo e sulla nostra vita? E’ possibile la felicità, quella piena che niente e nessuno può far venir meno? Oppure il nostro destino è quello della mediocrità, quello dell’accontentarsi di una vita comoda cercando di schivare le brutture e i dolori del mondo, e di fare in modo che la vita ci faccia il meno male possibile? Certo la strada dell’accontentarsi può sembrare più semplice ma è anche quella che ci fa più paura. Perché accontentarsi significa affermare che il mondo è cattivo e che il desiderio di pienezza, di bellezza e di felicità che portiamo nel cuore è solamente un’utopia che non potrà mai realizzarsi. Gesù conosce bene questa nostra paura e ce ne offre la soluzione, quella vera, definitiva: “Il vostro cuore non sia turbato. Abbiate fede in Dio e abbiate fede in me” (Gv 14,1). Di fronte alle contraddizioni, alle miserie e debolezze, di fronte al peccato, Gesù ci chiede di volgere il nostro sguardo a Lui, che è venuto a salvarci. Papa Francesco, nella sua enciclica Lumen fidei, scrive: “La fede nasce nell’incontro con il Dio vivente, che ci chiama e ci svela il suo amore, un amore che ci precede e su cui possiamo poggiare per essere saldi e costruire la vita. Trasformati da questo amore riceviamo occhi nuovi… La fede… appare come luce per la strada, luce che orienta il nostro cammino nel tempo” (Lumen fidei, n. 4). Le nostre miserie non sono l’ultima parola sulla vita dell’uomo perché ce n’è una più grande e definitiva: l’amore di Dio che rende possibile ciò che è impossibile alle nostre sole forze. Di fronte alla paura del pessimismo e della mediocrità, Gesù ci offre il suo sguardo sul mondo e sulla nostra vita. La bellissima lettera pastorale che il nostro vescovo, Sua Eminenza il card. Scola, ci ha scritto quest’anno – permettetemi una pausa pubblicitaria: leggetela e diffondetela – è “un invito a scoprire lo sguardo di Gesù sul mondo per impararlo” (p. 52). Perché lo sguardo di Gesù ci trasforma, donandoci uno sguardo nuovo sul mondo (cfr p. 23), il suo sguardo, lo sguardo di Dio.
E quale è lo sguardo di Dio sul mondo e sulla nostra vita?
E Dio vide che era cosa buona”, è l’espressione che riassume l’opera creatrice di Dio. Perché uscito dalle mani sapienti di Dio il mondo porta in sé un’impronta della bontà divina. Trasformato dallo sguardo di Gesù, il cristiano vede nel mondo il luogo dell’incontro con Dio. “Gesù – scrive il card. Scola nella sua lettera pastorale – ci chiede di non avere una visione ridotta, miope del mondo. Il mondo è, anzitutto, il luogo della buona semente gettata da Dio stesso perché maturi in buon grano” (p. 23-24). Il mondo è stato creato da Dio e donato all’uomo perché – creato a sua immagine e somiglianza – lo accolga e lo faccia maturare nella sua vita quotidiana e con il suo lavoro. Anni fa vidi alla televisione un’intervista a un famoso violoncellista. L’intervistatrice a un certo punto gli chiese: “Quale è il momento più emozionante di un concerto?”. Pensavo che avrebbe risposto quello degli applausi finali del pubblico, coronamento del suo impegno, e invece offrì una risposta sorprendente e bellissima: “All’inizio di ogni concerto sono molto concentrato: lentamente e in silenzio entro in scena, mi siedo e pongo il violoncello fra le gambe, appoggio l’archetto sulle corde, e mi fermo, ad occhi chiusi e in silenzio, per alcuni secondi. In questi brevi istanti, si viene a creare una profonda sintonia fra il pubblico e me, questo è il momento più emozionante. Tutti siamo in attesa di ascoltare la prima nota che uscirà dallo strumento. Anch’io sono in attesa, perché sebbene conosca a menadito lo spartito, lo abbia provato centinaia di volte e eseguito davanti al pubblico per decine, ogni concerto è una sorpresa, ogni volta è come se fosse la prima, perché lo vivo con una creatività sempre nuova”. A questo punto, l’intervistatrice fece una domanda a bruciapelo: “E Dio, anche Lui ascolta i suoi concerti?”. “Ne è entusiasta! E anche Lui vive con emozione l’attesa della prima nota”. Questo è lo sguardo di Dio sul nostro vivere quotidiano e il nostro lavoro. Ne è entusiasta perché al suo dono di un mondo impregnato della sua bontà, noi possiamo rispondere con il nostro lavoro e le attività quotidiane: che non sono mera routine, monotona mediocrità, ma hanno la forza dell’amore ricevuto e donato. San Josemaría Escrivá, fondatore dell’Opus Dei, spese la propria vita per diffondere il messaggio di Dio che tutti sono chiamati a questo incontro con Dio nelle realtà quotidiane e scrisse in una bellissima omelia: “Figli miei, lì dove sono gli uomini vostri fratelli, lì dove sono le vostre aspirazioni, il vostro lavoro, lì dove si riversa il vostro amore, quello è il posto del vostro quotidiano incontro con Cristo” (Omelia Amare il mondo appassionatamente, in “Colloqui”, 113-114).
Dio ci aspetta nella vita quotidiana, nel lavoro, nelle relazioni sociali, nel risposo e nel divertimento, in tutti i colori dell’arcobaleno della nostra vita normale. E’ lì dove possiamo incontrarlo, dove corrispondere al suo amore con il nostro amore. O lo troviamo lì o non lo troveremo mai. “È in mezzo alle cose più materiali della terra – continuava San Josemaría – che ci dobbiamo santificare, servendo Dio e tutti gli uomini. Dovete (…) comprendere adesso – con una luce tutta nuova – che Dio vi chiama per servirlo “nei” compiti e “attraverso” i compiti civili, materiali, temporali della vita umana: in un laboratorio, nella sala operatoria di un ospedale, in caserma, dalla cattedra di un’università, in fabbrica, in officina, sui campi, nel focolare domestico e in tutto lo sconfinato panorama del lavoro, Dio ci aspetta ogni giorno. Sappiatelo bene: c’è “un qualcosa” di santo, di divino, nascosto nelle situazioni più comuni, qualcosa che tocca a ognuno di voi scoprire”. Il lavoro non è solo conseguimento di risultati, non è solo arrivismo, carriera, successo… Più fondamentalmente è il dono del creato che Dio pone nelle nostre mani e che ci chiede di accogliere e di trasformare con il nostro amore, per poi donarglielo. Si tratta perciò del luogo dell’incontro e del dialogo d’amore fra Dio e l’uomo. Scopriamo così che la nostra fatica di fare bene il nostro lavoro, di curare i particolari perché sia portato a termine con tutta la perfezione di cui siamo capaci, di sorridere anche alla fine di una giornata intensa, di offrirlo a Dio come un atto d’amore… tutto questo non è indifferente a Dio. Egli ci guarda e contempla il nostro sforzo. A me piace pensare che come noi, contemplando un cielo stellato in una sera d’estate oppure la bellezza di un paesaggio, ci sentiamo più vicini a Dio perché percepiamo che la bellezza del creato ci parla del suo Creatore e dell’amore con cui ce lo dona, così Dio contempla il nostro lavoro perché manifesta l’amore per Lui con cui lo abbiamo realizzato. Anche nel nostro caso possiamo dire, come il violoncellista, che Dio è entusiasta del nostro lavoro. Lì siamo chiamati a mettere in gioco le nostre capacità, a viverlo con la creatività sempre nuova dell’amore: conoscendo il suo sguardo sul nostro vivere quotidiano, ci sentiamo mossi a corrispondere con tutto l’amore di cui siamo capaci. E’ lo sguardo di Dio la vera unità di misura del nostro lavoro. Non ci sono lavori di serie A o lavori di serie B. Ciò che fa la differenza è l’amore con cui viene svolto. Anni fa ebbi modo di ascoltare un contadino che spiegava ai suoi colleghi contadini come lui vivesse la santificazione del lavoro raccogliendo asparagi, un lavoro molto faticoso perché deve essere fatto tutto a mano, cogliendo un asparago alla volta, piegando continuamente la schiena. Il contadino descriveva il proprio lavoro in questa maniera: “Mi metto davanti alla fila di asparagi che devo raccogliere, dico al mio Dio: questo è per te, per la tua gloria. E inizio il lavoro. Arrivato alla fine della fila, raddrizzo la schiena, prendo il fiasco di vino, bevo un sorso. E ripeto la sequenza con una nuova fila di asparagi”. Sicuramente il buon Dio avrà contemplato il lavoro di questo contadino come una cosa bellissima. Affidiamo a Maria, Madre di Dio e Madre nostra, i propositi di vivere il nostro lavoro con lo sguardo di Dio. Lei è maestra della santificazione delle realtà quotidiane. Lavorò come madre e sposa avendo cura della propria casa. Nell’apparente monotonia dei lavori domestici – pulire la casa, lavare, preparare i pasti, tenere in ordine – seppe vivere la continua novità dell’amore per suo figlio Gesù.  
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L’AVVENTURA DELLA LIBERTÀ’: UNA STORIA VERA di san Josemaría Escrivá

Nella lettera del 1 gennaio 2014 di mons. Javier Echevarría, Prelato dell’Opus Dei, (pubblicata nel sito www.opusdei.it nella sezione Il Prelato/Lettere mensili)  viene citato due volte uno scritto di san Josemaría Escrivá che può risultare a vari lettori di difficile reperimento nella sua integrità. Vengo loro in aiuto. Si tratta di un testo, a mio parere bellissimo, che fu pubblicato dal quotidiano ABC di Madrid, il 2 novembre 1969, con il titolo Las riquezas de la fe (Le ricchezze della fede), e nel numero di Studi cattolici dello stesso mese, novembre 1969, venne pubblicata la traduzione in italiano con il titolo, più indovinato a mio avviso, perché esprime maggiormente il cuore del testo: L’avventura della libertà (pag. 782-784). Successivamente è stato pubblicato nell’antologia, da me curata, Josemaría Escrivá. Una libertà da vivere, Paoline, Milano 2004, alle pag. 219-226. In quella stessa antologia, dopo la prefazione di Mons. Javier Echevarría, in un breve studio introduttivo presento questo scritto con queste parole:

un piccolo capolavoro dalla densità spirituale tutta da riscoprire, riproposto qui integralmente, nel quale l’autore offre, a mio parere, uno dei testi più densi e illuminanti sul tema; in particolare vi si trovano espressioni forti della sinergia tra la libertà e la fraternità, tanto che sembra quasi che i due termini si scambino lungo il discorso: la fraternità con grande originalità viene definita come manifestazione esterna della libertà, che nasce dal cuore. Sorprendono anche il realismo e l’ottimismo con cui Escrivá afferma che la libertà è meta da non dare mai per raggiunta, in particolare per ciò che riguarda il rispetto delle opinioni altrui. Questo realismo ricorda un’altra sua espressione: si vedeva come Diogene, con la lanterna in mano, alla ricerca non dell’uomo ma della libertà, senza trovarla da nessuna parte. Come ad avvertire che la libertà è una dimensione dello spirito umano che non bisogna mai dare per scontata, in nessun luogo e in nessuna persona: è da riconquistare giorno.” Rileggendolo a qualche anno di distanza posso dire di non aver cambiato parere, anzi, la densità e profondità di questo testo nonché la sua utilità spirituale e pastorale, mi paiono in n certo senso accresciute. Lo riporto integralmente con licenza delle edizioni Ares e delle edizioni Paoline. Incoraggio a leggerlo e meditarlo. I titoli dei paragrafi sono miei, preparati per l’edizione del 2004.


L’avventura della libertà

Libertà interiore

Nella lettera ai Galati, autentico inno alle ricchezze della fede, san Paolo ci dice che il cristiano deve vivere con la libertà che Cristo ci ha conquistato (cfr. 4, 3). Questo è l’annuncio di Gesù ai primi cristiani, e tale rimarrà nel corso dei secoli : annuncio di liberazione dalla miseria e dall’angoscia. La storia non è guidata da forze cieche, e non è il risultato del caso : essa è la manifestazione della misericordia di Dio Padre. I pensieri di Dio sovrastano i nostri, dice la Scrittura (cfr. Is 55, 8; Rm 11, 33); ed è per questo che confidare nel Signore vuol dire aver fede nonostante tutto, senza fermarsi alle apparenze. Dietro ogni avvenimento, anche se in modo per noi a volte oscuro, c’è la carità di Dio, il quale ci ama eternamente. Quando il cristiano vive di fede – con una fede che non sia semplice parola, ma realtà di preghiera personale – la certezza dell’amore divino si manifesta nella gioia, nella libertà interiore. I nodi che talvolta soffocano il cuore, i pesi che schiacciano l’anima, si allentano e si dissolvono. Se Dio è con noi, chi mai sarà contro di noi? (1 Cor 11, 31 ). E il sorriso torna subito sulle labbra. Un figlio di Dio, un cristiano che vive di fede, può soffrire e piangere, certamente; può anche avere motivi di dolore; ma, di tristezza, mai.
Libertà e fraternità

La libertà cristiana nasce dall’intimo, dal cuore, dalla fede; non è però una cosa meramente individuale. Essa ha delle manifestazioni esterne, una delle quali – fra le più caratteristiche nella vita dei primi cristiani – è la fraternità. La fede – la grandezza di quel dono che è 1’amore di Dio ha ridotto sempre di più e alla fine ha fatto scomparire tutte le differenze, tutte le barriere: Non c’è più distinzione di ebreo e greco, di servo e libero, di uomo e donna; voi siete una cosa sola in Gesù Cristo (Ga 3, 28). Questo sapersi fratelli e amarsi davvero come fratelli, al di sopra di ogni differenza di razza, di condizione sociale, di cultura, di ideologia, è essenziale per il cristianesimo. Non è mia missione parlare di politica. E non è nemmeno la missione dell’Opus Dei, giacché la sua unica finalità è quella spirituale. L’Opus Dei non è entrato mai né mai entrerà nella politica di gruppi e di partiti, e non è vincolato a nessuna persona o ideologia. Questo modo di agire non è dettato da una tattica apostolica; non è semplicemente una condotta lodevole: attenersi a un simile modo di procedere è una necessità intrinseca per 1’Opus Dei, poiché la sua stessa natura lo esige, e ha come immediate conseguenze l’amore per la libertà, la fiducia nella condizione propria del cristiano in mezzo al mondo, caratterizzata da un’azione condotta con completa indipendenza e responsabilità personale.
Nelle questioni temporali non vi sono dogmi. II tentativo di fissare delle verità assolute in questioni in cui ognuno deve necessariamente considerare le cose dal suo punto di vista, secondo i propri particolari interessi, con le proprie preferenze culturali e la propria esperienza, è contrario alla dignità degli uomini. La pretesa di imporre dei dogmi in questa materia conduce inevitabilmente a forzare la coscienza degli altri, cioè a non rispettare il prossimo.
Pluralismo e umiltà
  
Non voglio dire con questo che 1’atteggiamento del cristiano nei problemi temporali debba essere di indifferenza o di apatia: tutt’altro. Ritengo però che un cristiano debba unire la passione umana per il progresso civile e sociale alla consapevolezza dei limiti delle proprie opinioni, rispettando quindi le opinioni altrui e amando il legittimo pluralismo. Chi non sa vivere così, non ha captato fino in fondo il messaggio cristiano. Certo, non è facile arrivarci, e in un certo senso non ci si arriva mai, perché in noi la tendenza all’egoismo e alla superbia non muore mai. Siamo tenuti tutti a un atteggiamento di continua verifica, per mettere le nostre azioni a confronto con Cristo, e così riconoscerci peccatori e cominciare daccapo. Non è facile arrivare a questo, ma dobbiamo sforzarci.
Una storia vera
Dio, creandoci, ha accettato il rischio e l’avventura della nostra libertà: ha voluto che la storia sia una storia vera, fatta di decisioni autentiche, e non una finzione o un gioco. Ogni uomo deve fare l’esperienza della propria autonomia personale, con tutti gli imprevisti, i tentativi e magari le incertezze che questo comporta. Non dimentichiamo che Dio – il quale ci dà la sicurezza della fede – non ci ha rivelato il senso di tutti gli avvenimenti umani. Accanto alle cose che per un cristiano sono del tutto chiare e sicure, ce ne sono tante altre – moltissime – che ammettono soltanto 1’opinione, cioè una certa conoscenza di ciò che potrebbe essere vero e giusto, ma che non può essere affermato in modo incontrovertibile. Non solo, infatti, è possibile che io mi sbagli, ma può anche succedere che io abbia ragione e gli altri pure. Un oggetto che a me sembra concavo, a un altro che lo guarda da un punto di vista diverso sembrerà convesso. La consapevolezza dei limiti dei giudizi umani ci porta a riconoscere la libertà come condizione della convivenza.
Il rispetto della libertà, per amore
Ma questo non è tutto, anzi non è nemmeno la cosa più importante: la radice del rispetto della libertà sta nell’amore. Se altri hanno un modo di pensare diverso dal mio, può essere questa una ragione per considerarli miei nemici? Un atteggiamento del genere può essere motivato soltanto dall’egoismo e dalla miopia intellettuale di chi ritiene che non ci siano altri valori all’infuori della politica e delle imprese temporali. Ma il cristiano sa che non è così, perché ogni persona ha un prezzo infinito e un destino eterno in Dio : Cristo è morto per ognuno di noi.
Si è cristiani quando si è capaci di amare non solo 1’umanità in astratto, ma anche ogni persona che passa al nostro fianco. Sentire la responsabilità dei compiti da cui dipende il benessere delle generazioni future è un innegabile segno di maturità; ma questo non ci deve indurre a dimenticare l’impegno e il servizio nelle questioni più comuni : fare una gentilezza a chi lavora accanto a noi, essere sinceramente amici dei nostri colleghi, condividere il dolore di quelli che soffrono anche se la loro pena può sembrarci priva di importanza a confronto con i grandi ideali cui miriamo.
Realtà da costruire giorno per giorno
Parlare di libertà, di amore per la libertà, vuol dire prospettare un ideale difficile : è parlare di una delle maggiori ricchezze della fede. La vita – non cerchiamo di ingannarci – non è un romanzo rosa. La fraternità cristiana non ci viene dal cielo una volta per tutte : è una realtà da costruire giorno per giorno. E lo si deve fare in una vita che conserva tutta la sua durezza, in mezzo a conflitti di interessi, lotte e tensioni, nel contatto quotidiano con persone che ci sembreranno meschine, e con altrettante meschinità da parte nostra. Se tutto questo ci scoraggia, se ci lasciamo vincere dall’egoismo o cadiamo nell’atteggiamento scettico di chi preferisce alzare le spalle, vuol dire che abbiamo ancora bisogno di approfondire la fede, di contemplare meglio Cristo. Perché soltanto a questa scuola il cristiano impara a conoscere se stesso e a comprendere gli altri, cioè a vivere in modo da essere Cristo presente in mezzo agli uomini.


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COMUNICARE – FARE COMUNIONE – E’ AMARE, commento di don Mauro Leonardi al messaggio di Papa Francesco del 24 gennaio 2014

Il quotidiano Avvenire pubblica brevi commenti al recente messaggio del Papa per la giornata delle comunicazioni sociali. Tra gli 8 commentatori scelti c’è don Mauro Leonardi a cui hanno chiesto di commentare la frase sull’icona del buon samaritano:

 “L’icona del buon samaritano, che fascia le ferite dell’uomo percosso versandovi sopra olio e vino, ci sia di guida. La nostra comunicazione sia olio profumato per il dolore e vino buono per l’allegria. La nostra luminosità non provenga da trucchi o effetti speciali, ma dal nostro farci prossimo di chi incontriamo ferito lungo il cammino, con amore, con tenerezza. Non abbiate timore di farvi cittadini dell’ambiente digitale. È importante l’attenzione e la presenza della Chiesa nel mondo della comunicazione, per dialogare con l’uomo d’oggi e portarlo all’incontro con Cristo: una Chiesa che accompagna il cammino sa mettersi in cammino con tutti. In questo contesto la rivoluzione dei mezzi di comunicazione e dell’informazione è una grande e appassionante sfida, che richiede energie fresche e un’immaginazione nuova per trasmettere agli altri la bellezza di Dio.” 
il messaggio completo di Papa Francesco si può trovare su questo blog nel post precedente a questo.
Il commento richiesto a don Mauro dal quotidiano non doveva superare i 1500 caratteri. E’ interessante questo modo di ritornare a riflettere sulle parole del papa per coglierne la grande profondità. Ecco il commento di don Mauro (pubblicato anche sul suo sito Come Gesù):

L’icona del Buon Samaritano è un’immagine molto forte che Bergoglio aveva giù utilizzato nel 2002, quindi è frutto di una lunga meditazione. Per lui comunicare è creare comunione, farsi prossimo. Al centro non è più il messaggio, ma sono le persone che comunicano: il messaggio è il mezzo. Chi ha un blog sa che se non c’è autenticità, se non ci sono relazioni, non si comunica. Allora leggi il Messaggio del Papa e cerchi tra i tuoi file olio e vino per guarire e portare allegria, e relativizzi i curriculum vitae, i titoli di studio, gli aggiornamenti professionali perché capisci che è finito il tempo del dialogo da salotto: bisogna uscire e camminare per strada senza sapere chi incontrerai per arrivare a luoghi dove tutta la tua cultura e le tue sagaci espressioni saranno un bel programma solo se hai capito che comunicare – fare comunione – è amare. Non stiamo a raccontarcela: non si è prossimo finché l’altro non ci scomoda. L’unica prossimità del cristianesimo è l’amore. Si può fare il buon samaritano per tanti motivi: perché è da uomo civile, perché è giusto, ma l’unica prossimità del cristianesimo è l’amore. Non è prossimità quando vuoi che i poveri che assisti vengano puntuali, non sporchino e non ti dicano che non piace loro il pane e marmellata che dai loro per pranzo al posto della pasta. E uguale – proprio uguale – è per la rete, perchè lì ci siamo noi. Poveri. Persone. Forse basta leggere l’ultima riga “trasmettere agli altri la bellezza di Dio”, e premere invio.
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ANCHE IL MONDO DEI MEDIA E’ CHIAMATO AD ESPRIMERE TENEREZZA, AMORE, INCONTRO, CALORE. Papa Francesco per la giornata delle comunicazioni sociali, 24 gennaio 2014

Il messaggio di Papa Francesco porta la data del 24 gennaio 2014, 48esima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. Per chi lavora nei media, per chi frequenta e si muove nell’ambiente digitale, tutti gli ultimi messaggi dei Papi, per questa giornata sarebbero da rileggere. Bellissimi quelli degli scorsi anni di Benedetto XVI. Ma sembra sempre che ogni nuovo messaggio sia più bello del precedente, che dica qualcosa di più. E sicuramente è così anche per quello di oggi. Forse è per la bellezza e la freschezza del ricevere un messaggio da parte del Papa proprio per te, è la grande fiducia che ti da, e l’orizzonte grande che ti propone. E’ la serenità dell’unità di vita che vive qualunque cosa guardi o faccia. E’ il messaggio stesso del Vangelo che è sempre nuovo, e illumina ogni ambiente del mondo, ogni attività umana, anche internet, twitter, facebook, i blog…questo messaggio del Papa che propongo, è un capolavoro di comunicazione dal contenuto bellissimo e attraente, tutto da leggere e da rileggere. Da meditare, da diffondere. A tutti coloro che seguono l’invito del Papa: “non abbiate timore di farvi cittadini dell’ambiente digitale”…e a “trasmettere agli altri la bellezza di Dio”.

Comunicazione al servizio di un’autentica cultura dell’incontro

Cari fratelli e sorelle,
oggi viviamo in un mondo che sta diventando sempre più “piccolo” e dove, quindi, sembrerebbe essere facile farsi prossimi gli uni agli altri. Gli sviluppi dei trasporti e delle tecnologie di comunicazione ci stanno avvicinando, connettendoci sempre di più, e la globalizzazione ci fa interdipendenti. Tuttavia all’interno dell’umanità permangono divisioni, a volte molto marcate.
A livello globale vediamo la scandalosa distanza tra il lusso dei più ricchi e la miseria dei più poveri. Spesso basta andare in giro per le strade di una città per vedere il contrasto tra la gente che vive sui marciapiedi e le luci sfavillanti dei negozi. Ci siamo talmente abituati a tutto ciò che non ci colpisce più. Il mondo soffre di molteplici forme di esclusione, emarginazione e povertà; come pure di conflitti in cui si mescolano cause economiche, politiche, ideologiche e, purtroppo, anche religiose.
In questo mondo, i media possono aiutare a farci sentire più prossimi gli uni agli altri; a farci percepire un rinnovato senso di unità della famiglia umana che spinge alla solidarietà e all’impegno serio per una vita più dignitosa. Comunicare bene ci aiuta ad essere più vicini e a conoscerci meglio tra di noi, ad essere più uniti. I muri che ci dividono possono essere superati solamente se siamo pronti ad ascoltarci e ad imparare gli uni dagli altri. Abbiamo bisogno di comporre le differenze attraverso forme di dialogo che ci permettano di crescere nella comprensione e nel rispetto. La cultura dell’incontro richiede che siamo disposti non soltanto a dare, ma anche a ricevere dagli altri. I media possono aiutarci in questo, particolarmente oggi, quando le reti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi. In particolare internet può offrire maggiori possibilità di incontro e di solidarietà tra tutti, e questa è una cosa buona, è un dono di Dio.
Esistono però aspetti problematici: la velocità dell’informazione supera la nostra capacità di riflessione e giudizio e non permette un’espressione di sé misurata e corretta. La varietà delle opinioni espresse può essere percepita come ricchezza, ma è anche possibile chiudersi in una sfera di informazioni che corrispondono solo alle nostre attese e alle nostre idee, o anche a determinati interessi politici ed economici. L’ambiente comunicativo può aiutarci a crescere o, al contrario, a disorientarci. Il desiderio di connessione digitale può finire per isolarci dal nostro prossimo, da chi ci sta più vicino. Senza dimenticare che chi, per diversi motivi, non ha accesso ai media sociali, rischia di essere escluso.
Questi limiti sono reali, tuttavia non giustificano un rifiuto dei media sociali; piuttosto ci ricordano che la comunicazione è, in definitiva, una conquista più umana che tecnologica. Dunque, che cosa ci aiuta nell’ambiente digitale a crescere in umanità e nella comprensione reciproca? Ad esempio, dobbiamo recuperare un certo senso di lentezza e di calma. Questo richiede tempo e capacità di fare silenzio per ascoltare. Abbiamo anche bisogno di essere pazienti se vogliamo capire chi è diverso da noi: la persona esprime pienamente se stessa non quando è semplicemente tollerata, ma quando sa di essere davvero accolta. Se siamo veramente desiderosi di ascoltare gli altri, allora impareremo a guardare il mondo con occhi diversi e ad apprezzare l’esperienza umana come si manifesta nelle varie culture e tradizioni. Ma sapremo anche meglio apprezzare i grandi valori ispirati dal Cristianesimo, ad esempio la visione dell’uomo come persona, il matrimonio e la famiglia, la distinzione tra sfera religiosa e sfera politica, i principi di solidarietà e sussidiarietà, e altri.
Come allora la comunicazione può essere a servizio di un’autentica cultura dell’incontro? E per noi discepoli del Signore, che cosa significa incontrare una persona secondo il Vangelo? Come è possibile, nonostante tutti i nostri limiti e peccati, essere veramente vicini gli uni agli altri? Queste domande si riassumono in quella che un giorno uno scriba, cioè un comunicatore, rivolse a Gesù: «E chi è mio prossimo?» (Lc 10,29). Questa domanda ci aiuta a capire la comunicazione in termini di prossimità. Potremmo tradurla così: come si manifesta la “prossimità” nell’uso dei mezzi di comunicazione e nel nuovo ambiente creato dalle tecnologie digitali? Trovo una risposta nella parabola del buon samaritano, che è anche una parabola del comunicatore. Chi comunica, infatti, si fa prossimo. E il buon samaritano non solo si fa prossimo, ma si fa carico di quell’uomo che vede mezzo morto sul ciglio della strada. Gesù inverte la prospettiva: non si tratta di riconoscere l’altro come un mio simile, ma della mia capacità di farmi simile all’altro. Comunicare significa quindi prendere consapevolezza di essere umani, figli di Dio. Mi piace definire questo potere della comunicazione come “prossimità”.
Quando la comunicazione ha il prevalente scopo di indurre al consumo o alla manipolazione delle persone, ci troviamo di fronte a un’aggressione violenta come quella subita dall’uomo percosso dai briganti e abbandonato lungo la strada, come leggiamo nella parabola. In lui il levita e il sacerdote non vedono un loro prossimo, ma un estraneo da cui era meglio tenersi a distanza. A quel tempo, ciò che li condizionava erano le regole della purità rituale. Oggi, noi corriamo il rischio che alcuni media ci condizionino al punto da farci ignorare il nostro prossimo reale.
Non basta passare lungo le “strade” digitali, cioè semplicemente essere connessi: occorre che la connessione sia accompagnata dall’incontro vero. Non possiamo vivere da soli, rinchiusi in noi stessi. Abbiamo bisogno di amare ed essere amati. Abbiamo bisogno di tenerezza. Non sono le strategie comunicative a garantire la bellezza, la bontà e la verità della comunicazione. Anche il mondo dei media non può essere alieno dalla cura per l’umanità, ed è chiamato ad esprimere tenerezza. La rete digitale può essere un luogo ricco di umanità, non una rete di fili ma di persone umane. La neutralità dei media è solo apparente: solo chi comunica mettendo in gioco se stesso può rappresentare un punto di riferimento. Il coinvolgimento personale è la radice stessa dell’affidabilità di un comunicatore. Proprio per questo la testimonianza cristiana, grazie alla rete, può raggiungere le periferie esistenziali.
Lo ripeto spesso: tra una Chiesa accidentata che esce per strada, e una Chiesa ammalata di autoreferenzialità, non ho dubbi nel preferire la prima. E le strade sono quelle del mondo dove la gente vive, dove è raggiungibile effettivamente e affettivamente. Tra queste strade ci sono anche quelle digitali, affollate di umanità, spesso ferita: uomini e donne che cercano una salvezza o una speranza. Anche grazie alla rete il messaggio cristiano può viaggiare «fino ai confini della terra» (At 1,8). Aprire le porte delle chiese significa anche aprirle nell’ambiente digitale, sia perché la gente entri, in qualunque condizione di vita essa si trovi, sia perché il Vangelo possa varcare le soglie del tempio e uscire incontro a tutti. Siamo chiamati a testimoniare una Chiesa che sia casa di tutti. Siamo capaci di comunicare il volto di una Chiesa così? La comunicazione concorre a dare forma alla vocazione missionaria di tutta la Chiesa, e le reti sociali sono oggi uno dei luoghi in cui vivere questa vocazione a riscoprire la bellezza della fede, la bellezza dell’incontro con Cristo. Anche nel contesto della comunicazione serve una Chiesa che riesca a portare calore, ad accendere il cuore.
La testimonianza cristiana non si fa con il bombardamento di messaggi religiosi, ma con la volontà di donare se stessi agli altri «attraverso la disponibilità a coinvolgersi pazientemente e con rispetto nelle loro domande e nei loro dubbi, nel cammino di ricerca della verità e del senso dell’esistenza umana» (Benedetto XVIMessaggio per la XLVII Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, 2013). Pensiamo all’episodio dei discepoli di Emmaus. Occorre sapersi inserire nel dialogo con gli uomini e le donne di oggi, per comprenderne le attese, i dubbi, le speranze, e offrire loro il Vangelo, cioè Gesù Cristo, Dio fatto uomo, morto e risorto per liberarci dal peccato e dalla morte. La sfida richiede profondità, attenzione alla vita, sensibilità spirituale. Dialogare significa essere convinti che l’altro abbia qualcosa di buono da dire, fare spazio al suo punto di vista, alle sue proposte. Dialogare non significa rinunciare alle proprie idee e tradizioni, ma alla pretesa che siano uniche ed assolute.
L’icona del buon samaritano, che fascia le ferite dell’uomo percosso versandovi sopra olio e vino, ci sia di guida. La nostra comunicazione sia olio profumato per il dolore e vino buono per l’allegria. La nostra luminosità non provenga da trucchi o effetti speciali, ma dal nostro farci prossimo di chi incontriamo ferito lungo il cammino, con amore, con tenerezza. Non abbiate timore di farvi cittadini dell’ambiente digitale. È importante l’attenzione e la presenza della Chiesa nel mondo della comunicazione, per dialogare con l’uomo d’oggi e portarlo all’incontro con Cristo: una Chiesa che accompagna il cammino sa mettersi in cammino con tutti. In questo contesto la rivoluzione dei mezzi di comunicazione e dell’informazione è una grande e appassionante sfida, che richiede energie fresche e un’immaginazione nuova per trasmettere agli altri la bellezza di Dio.

Dal Vaticano, 24 gennaio 2014, memoria di san Francesco di Sales

FRANCESCO
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LETTERA AI NUOVI CARDINALI: AMPLIARE LO SGUARDO E ALLAGARE IL CUORE, di Papa Francesco


Molto intensa e vicina ai nuovi cardinali questa lettera di papa Francesco. Non li lascia soli nel momento della nomina, ma li aiuta con le sue parole a interpretarla con lo spirito giusto, con umiltà, distacco, unione di core con il papa e con tutta la Chiesa. E’ come se volesse aiutarli discretamente, senza specifiche richieste a viverla come lui la visse a suo tempo, senza considerarla un onore ma un servizio, come andrebbero vissuti tutti gli incarichi e le missioni nella Chiesa, anche con poche spese pur se con animo festoso. E’ tutta da meditare e da gioire.


Caro Fratello,
nel giorno in cui si rende pubblica la tua designazione a far parte del Collegio Cardinalizio, desidero farti giungere un cordiale saluto insieme all’assicurazione della mia vicinanza e della mia preghiera. Desidero che, in quanto aggregato alla Chiesa di Roma, rivestito delle virtù e dei sentimenti del Signore Gesù (cfr Rm 13,14), tu possa aiutarmi con fraterna efficacia nel mio servizio alla Chiesa universale.
Il Cardinalato non significa una promozione, né un onore, né una decorazione; semplicemente è un servizio che esige di ampliare lo sguardo e allargare il cuore. E, benché sembri un paradosso, questo poter guardare più lontano e amare più universalmente con maggiore intensità si può acquistare solamente seguendo la stessa via del Signore: la via dell’abbassamento e dell’umiltà, prendendo forma di servitore (cfr Fil 2,5-8). Perciò ti chiedo, per favore, di ricevere questa designazione con un cuore semplice e umile. E, sebbene tu debba farlo con gaudio e con gioia, fa’ in modo che questo sentimento sia lontano da qualsiasi espressione di mondanità, da qualsiasi festeggiamento estraneo allo spirito evangelico di austerità, sobrietà e povertà.
Arrivederci, quindi, al prossimo 20 febbraio, in cui cominceremo i due giorni di riflessione sulla famiglia. Resto a tua disposizione e, per favore, ti chiedo di pregare e far pregare per me.
Gesù ti benedica e la Vergine Santa ti protegga.
Fraternamente,
FRANCESCO
Dal Vaticano, 12 gennaio 2014
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PERMESSO, GRAZIE, SCUSA: AFFIDARSI ALLA FAMIGLIA DI NAZARET

Durante il periodo Natalizio nel rito Romano si è celebrata la festa della santa Famiglia, il 29 dicembre, la domenica dopo il Natale. Nell’Angelus, Papa Francesco ha parlato di questa festa. Dopo aver ricordato che la santa Famiglia è stata famiglia di profughi e di esiliati in Egitto, ha parlato delle famiglie che vivono in queste drammatiche condizioni. Poi si è rivolto alle famiglie in condizioni più agevoli, ma sempre bisognose di conversione. Appena ha accennato a quelle tre parole già dette in altre occasioni: permesso, grazie, scusa, la piazza è esplosa in un grande applauso, che per me significava grande gratitudine per l’aiuto che il Papa con la sua concretezza, e la sua conoscenza profonda dei problemi interiori sta dando alle persone e alle famiglie con le sue parole. Permesso, grazie, scusa. Un incoraggiamento al Papa a continuare così, che ci aiuta. E ha fatto ripetere quelle  parole in coro dalla gente che riempiva la piazza. Adesso, nel rito Romano è cominciato il tempo ordinario. Nel rito Ambrosiano invece prosegue il tempo “dopo l’epifania” che dura fino alla quaresima e nell’ambito del  quale si celebra, la prossima domenica 26 gennaio la festa della santa famiglia. Può aiutare agli uni e agli  altri rileggere le parole del Papa di quell’Angelus, e la preghiera che ha composto in vista del prossimo Concistoro e del sinodo del prossimo ottobre che si occuperanno entrambi della famiglia.

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

In questa prima domenica dopo Natale, la Liturgia ci invita a celebrare la festa della Santa Famiglia di Nazareth. In effetti, ogni presepio ci mostra Gesù insieme con la Madonna e san Giuseppe, nella grotta di Betlemme. Dio ha voluto nascere in una famiglia umana, ha voluto avere una madre e un padre, come noi. E oggi il Vangelo ci presenta la santa Famiglia sulla via dolorosa dell’esilio, in cerca di rifugio in Egitto.
Giuseppe, Maria e Gesù sperimentano la condizione drammatica dei profughi, segnata da paura, incertezza, disagi (cfr Mt 2,13-15.19-23). Purtroppo, ai nostri giorni, milioni di famiglie possono riconoscersi in questa triste realtà. Quasi ogni giorno la televisione e i giornali danno notizie di profughi che fuggono dalla fame, dalla guerra, da altri pericoli gravi, alla ricerca di sicurezza e di una vita dignitosa per sé e per le proprie famiglie. In terre lontane, anche quando trovano lavoro, non sempre i profughi e gli immigrati incontrano accoglienza vera, rispetto, apprezzamento dei valori di cui sono portatori. Le loro legittime aspettative si scontrano con situazioni complesse e difficoltà che sembrano a volte insuperabili. Perciò, mentre fissiamo lo sguardo sulla santa Famiglia di Nazareth nel momento in cui è costretta a farsi profuga, pensiamo al dramma di quei migranti e rifugiati che sono vittime del rifiuto e dello sfruttamento, che sono vittime della tratta delle persone e del lavoro schiavo. Ma pensiamo anche agli altri “esiliati”: io li chiamerei “esiliati nascosti”, quegli esiliati che possono esserci all’interno delle famiglie stesse: gli anziani, per esempio, che a volte vengono trattati come presenze ingombranti. Molte volte penso che un segno per sapere come va una famiglia è vedere come si trattano in essa i bambini e gli anziani. Gesù ha voluto appartenere ad una famiglia che ha sperimentato queste difficoltà, perché nessuno si senta escluso dalla vicinanza amorosa di Dio. La fuga in Egitto a causa delle minacce di Erode ci mostra che Dio è là dove l’uomo è in pericolo, là dove l’uomo soffre, là dove scappa, dove sperimenta il rifiuto e l’abbandono; ma Dio è anche là dove l’uomo sogna, spera di tornare in patria nella libertà, progetta e sceglie per la vita e la dignità sua e dei suoi familiari. Quest’oggi il nostro sguardo sulla santa Famiglia si lascia attirare anche dalla semplicità della vita che essa conduce a Nazareth. E’ un esempio che fa tanto bene alle nostre famiglie, le aiuta a diventare sempre più comunità di amore e di riconciliazione, in cui si sperimenta la tenerezza, l’aiuto vicendevole, il perdono reciproco. Ricordiamo le tre parole-chiave per vivere in pace e gioia in famiglia: permesso, grazie, scusa. Quando in una famiglia non si è invadenti e si chiede “permesso”, quando in una famiglia non si è egoisti e si impara a dire “grazie”, e quando in una famiglia uno si accorge che ha fatto una cosa brutta e sa chiedere “scusa”, in quella famiglia c’è pace e c’è gioia. Ricordiamo queste tre parole. Ma possiamo ripeterle tutti insieme: permesso, grazie, scusa.
(Tutti: permesso, grazie, scusa!)
Vorrei anche incoraggiare le famiglie a prendere coscienza dell’importanza che hanno nella Chiesa e nella società. L’annuncio del Vangelo, infatti, passa anzitutto attraverso le famiglie, per poi raggiungere i diversi ambiti della vita quotidiana.
Invochiamo con fervore Maria Santissima, la Madre di Gesù e Madre nostra, e san Giuseppe, suo sposo. Chiediamo a loro di illuminare, di confortare, di guidare ogni famiglia del mondo, perché possa compiere con dignità e serenità la missione che Dio le ha affidato.


Dopo l’Angelus:
Cari fratelli e sorelle,
il prossimo Concistoro e il prossimo Sinodo dei Vescovi affronteranno il tema della famiglia, e la fase preparatoria è già iniziata da tempo. Per questo oggi, festa della Santa Famiglia, desidero affidare a Gesù, Maria e Giuseppe questo lavoro sinodale, pregando per le famiglie di tutto il mondo. Vi invito ad unirvi spiritualmente a me nella preghiera che ora recito:
Preghiera alla Santa Famiglia
Gesù, Maria e Giuseppe,
in voi contempliamo
lo splendore dell’amore vero,
a voi con fiducia ci rivolgiamo.
Santa Famiglia di Nazareth,
rendi anche le nostre famiglie
luoghi di comunione e cenacoli di preghiera,
autentiche scuole del Vangelo
e piccole Chiese domestiche.
Santa Famiglia di Nazareth,
mai più nelle famiglie si faccia esperienza
di violenza, chiusura e divisione:
chiunque è stato ferito o scandalizzato
conosca presto consolazione e guarigione.
Santa Famiglia di Nazareth,
il prossimo Sinodo dei Vescovi
possa ridestare in tutti la consapevolezza
del carattere sacro e inviolabile della famiglia,
la sua bellezza nel progetto di Dio.
Gesù, Maria e Giuseppe,
ascoltate, esaudite la nostra supplica. Amen.
A tutti voi auguro una bella festa della Santa Famiglia, una bella e buona domenica, e buon pranzo. Arrivederci!