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UNA PAUSA PRANZO CHE DA’ SAPORE AL GIORNO, Messa alle 13.05 a san Gioachimo, Milano

Grattacieli davanti a San Gioachimo

Per chi lavora a Milano in zona stazione Centrale, piazza della Repubblica, via Melchiorre Gioia, stazione Garibaldi, farà piacere sapere che nella parrocchia di San Gioachimo, che si trova tra via Fara e via Filzi, davanti alla omonima piazza san Gioachimo, a partire da lunedì 13 gennaio 2014 si estenderà a tutti i giorni lavorativi, da lunedì a venerdì, la santa Messa celebrata nell’orario dell’intervallo del pranzo. Il parroco don Marco Busca e il vicario parrocchiale don Andrea Cumin, mi hanno spiegato che ampliano questa offerta che era già presente gli anni scorsi il mercoledì, a tutti i giorni lavorativi, su richiesta dei fedeli che frequentano con gratitudine questa Messa, che proprio grazie al loro suggerimento viene celebrata alle 13.05. Con i ritmi milanesi infatti, bastano cinque minuti dalla chiusura dell’orario d’ufficio mattutino per arrivare puntuali a san Gioachimo per la Messa. Negli ultimi tempi sono stati costruiti davanti alla chiesa, nell’area che un tempo era occupata dalle antiche ferrovie Varesine, da tempo dismesse, molti grattacieli, pieni di uffici e di abitazioni. La messa, celebrata senza fretta, termina alle 13.30, lasciando il tempo per il pranzo, prima di tornare al lavoro pomeridiano. Nel cuore della città, persone di diverse imprese, aziende, negozi, impieghi, vivono in quella messa un clima spirituale nel quale è facile offrire sull’altare il loro lavoro di quel giorno a Dio Padre, insieme al sacrificio di Cristo sulla croce, uniti allo Spirito Santo, proprio nel centro della loro giornata,  con il pane e il vino, frutto della terra, della vite e del lavoro dell’uomo. Con il ringraziamento perché il lavoro c’è, come un dono di Dio. Con il pensiero a chi non ce l’ha perché lo trovi presto, e la preghiera per le autorità civili e tutti coloro che possono qualcosa, perché con la loro azione lo facilitino in tutti i modi. Con la richiesta di grazie per viverlo con santità di vita cristiana. Con il desiderio di renderlo tramite di bene per tutta la società, le famiglie e le singole persone. Con l’offerta delle contrarietà, delle difficoltà e delle sofferenze che il lavoro porta spesso con sé fin dai tempi di Adamo: diventano forza di redenzione insieme alla croce di Gesù. Con il desiderio di vincere il male con il bene, con l’amore. Con la preghiera perché si possa concludere il lavoro rapidamente e bene. Con l’impegno per la collaborazione. Con il ricordo di tutti i familiari sparsi in altri luoghi della città o del mondo, a svolgere il loro lavoro e il loro studio. Tutti uniti lì spiritualmente, in attesa di rivedersi la sera, con la forza di tante ore di lavoro che sono diventate, anche grazie alla Messa, ore di preghiera. Si torna a casa arricchiti, con regali spirituali da distribuire a tutti. San Gioachimo, padre di Maria e nonno di Gesù, suocero di Giuseppe, veglia in modo particolare, con tutta la sua grande famiglia su quei lavori, su quelle famiglie, perché siano seme gettato dal seminatore divino nel campo del mondo per farlo fruttificare, e renderlo sempre più giardino di pace e di gioia.

Chiesa e piazza di san Gioachimo a Milano

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LUCE RADIOSA DEI NOSTRI PADRI: L’AMORE SCACCIA IL TIMORE

Nell’orazione colletta della messa del 9 gennaio abbiamo chiesto: o Dio luce del mondo, concedi a tutte le genti il bene di una pace sicura e fa risplendere nei nostri cuori quella luce radiosa che illuminò la mente dei nostri padri. È bello chiedere così i riferimento ai nostri padri. Chi sono i padri a cui si riferisce la liturgia? Penso ai profeti prima di Cristo, agli apostoli, ai padri della Chiesa, ai santi. Anche a coloro che ci hanno generato alla vita e alla fede. Padri furono gli apostoli  e, tra loro, San Giovanni è stato gratificato di una luce radiosa e folgorante. Quella luce chiediamo! Nella messa del 9 gennaio si fa un passo avanti nella prima lettera di Giovanni già letta ieri.  Sono straordinarie la forza e la luminosità di queste parole per la rivelazione che contengono su Dio e sulla vita cristiana. Proviamo a rileggerle piano. Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi.  Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito. E noi stessi abbiamo veduto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo. Chiunque riconosce che Gesù è il Figlio di Dio, Dio dimora in lui ed egli in Dio.

Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui. Per questo l’amore ha raggiunto in noi la sua perfezione, perché abbiamo fiducia nel giorno del giudizio; perché come è lui, così siamo anche noi, in questo mondo.Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore. (1Gv 4,11-18)

La conseguenza immediata per Giovanni, dell’amore di Dio che si è manifestato a noi in Gesù, è che anche noi ci dobbiamo amare reciprocamente. E questo amarsi rende presente Dio in noi, e noi in Lui e l’amore rende visibile all’uomo Dio che nessuno ha visto! Dio è amore, ci ripete, stando nell’amore abitiamo in Lui e Lui in noi. E poi quell’affermazione fortissima che mette in contrasto l’amore con il timore, come realtà incompatibili. Anzi l’amore perfetto scaccia il timore. San Josemaría (nato il 9 gennaio 1902) scriveva: La soluzione è amare. San Giovanni Apostolo scrive delle parole che mi colpiscono molto: <<Qui autem timet, non est perfectus in caritate>>. Io le traduco così quasi letteralmente: chi ha paura non sa amare. –Dunque tu che sei innamorato e sai amare, non puoi aver paura di nulla! – Avanti! (Forgia, 260). Ricordiamoci di aver chiesto nell’orazione della Messa la  pace sicura e la luce radiosa che illuminò la mente dei nostri padri…E forse un po’ di quella pace e della luce che chiediamo ci giunge anche leggendo il Vangelo che prosegue quello di ieri: dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Dopo che furono saziati i cinquemila uomini, Gesù ordinò ai discepoli di salire sulla barca e precederlo sull’altra riva, verso Betsaida, mentre egli avrebbe licenziato la folla. Appena li ebbe congedati, salì sul monte a pregare.Venuta la sera, la barca era in mezzo al mare ed egli solo a terra. Vedendoli però tutti affaticati nel remare, poiché avevano il vento contrario, già verso l’ultima parte della notte andò verso di loro camminando sul mare, e voleva oltrepassarli. Essi, vedendolo camminare sul mare, pensarono: “È un fantasma”, e cominciarono a gridare, perché tutti lo avevano visto ed erano rimasti turbati. Ma egli subito rivolse loro la parola e disse: “Coraggio, sono io, non temete!”. Quindi salì con loro sulla barca e il vento cessò.Ed erano interiormente colmi di stupore, perché non avevano capito il fatto dei pani, essendo il loro cuore indurito. (Mc 6,45-52). Anche oggi ho pensato, nel celebrare la Messa, che l’invito a respingere il timore con l’amore, a non aver paura di amare, letto nella prima lettera di Giovanni sia stato scelto dalla liturgia della Chiesa per illuminare l’invito di Gesù ascoltato poi nel Vangelo: Coraggio sono io non temete! Quindi la paura di amare che ci può prendere, è la paura di chi pensa di vedere un fantasma che cammina sulle acque, e invece è Lui, è Gesù. Non è un fantasma, ha carne ed ossa, è uno come noi, quando sale sulla barca si nota il suo peso e anche la sua forza che la fa un po’ barcollare. Lui stesso, che è Dio, è amore. Ed è vero, e non ha paura, e se c’è l’amore c’è Lui, e ci dice di non aver paura. A Giovanni lo ha spiegato, e lui lo ha capito. Forse più tardi. Su quella barca c’era anche Giovanni. Anche lui ha avuto paura quel giorno. Anche lui aveva il cuore indurito. Non aveva capito la moltiplicazione dei pani. Ma poi è arrivato alla sublime luce e alla pace delle parole che sono scritte nella sua lettera e che in questi giorni di tempo natalizio leggiamo. Per questo anche noi possiamo sperare e pregare: fa risplendere nei nostri cuori la luce radiosa che illuminò la mente dei nostri padri, la luce radiosa che portò Giovanni a dire e a vivere quelle sublimi verità sull’amore. E a non aver paura. Che su quel lago della vita in tempesta, su quella barca della Chiesa c’è l’amore, c’è Gesù che placa i venti e il mare.

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CARISSIMI NUTRIAMOCI CON CON L’AMORE CHE GESÙ’ MOLTIPLICA

Ogni messa promette di portare con sé per noi, insieme al tesoro più prezioso che ci possiamo immaginare, il ripresentarsi dello stesso sacrificio di Cristo al Padre per la nostra salvezza, una sorpresa. Nella Messa dell’8 gennaio veniamo introdotti alla sorpresa con la preghiera di colletta: O Padre, il cui unico Figlio si è manifestato nella nostra carne mortale, concedi a noi, che lo abbiamo conosciuto come vero uomo, di essere interiormente rinnovati a sua immagine. Gli abbiamo chiesto con queste parole di essere donne e uomini che somigliano a Lui nella sua carne mortale e, allo stesso tempo, nel suo essere Figlio di Dio. Così pregando riconosciamo di essere da Lui chiamati ad essere figli di Dio in questa nostra carne mortale, che, da quando lui l’ha fatta sua, ha assunto una dignità che prima non potevamo nemmeno immaginare.Il Verbo si fece carne. Con tutta la nostra umanità che si è preso per sé.
L’orazione della messa ci introduce ad ascoltare con il giusto stupore le sublimi parole della prima lettera di Giovanni che ci spalancano la strada maestra per somigliare a Cristo: Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui. In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati. (1Gv 4,7-10) L’Apostolo che più degli altri ha fatto l’esperienza di essere amato da Gesù ci incoraggia a non avere paura ad amarci a vicenda, perché l’amore viene da Dio, e se amiamo significa che siamo generati da Lui. Ancora una volta mi sorprendo di notare un collegamento fortissimo tra l’amore di Dio e l’amore tra noi: amiamoci gli uni gli altri perché l’amore è da Dio. Viene voglia di rileggere l’enciclica di Benedetto XVI che comincia con le parole che abbiamo ascoltato nella messa di oggi: Deus Caritas Est, per approfondire, vivere e diffonderne il contenuto. Papa Francesco lo fa continuamente con parole e gesti. Con la vita. Un’altra luce nella messa del mattino è data dallo scoprire che le parole di Giovanni sull’amore sono state scelte dalla liturgia del rito romano per introdurre il Vangelo della moltiplicazione dei pani e dei pesci raccontato da Marco. Quell’episodio, letto dopo la lettera di san Giovanni, nella Messa, si illumina  di nuovi meravigliosi colori. Proviamo a leggerlo come una parabola dell’amore che da Dio, dal suo Figlio Gesù, arriva attraverso i discepoli, a tutte le genti.In quel tempo, sceso dalla barca, Gesù vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.Essendosi ormai fatto tardi, gli si avvicinarono i suoi discepoli dicendo: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congedali, in modo che, andando per le campagne e i villaggi dei dintorni, possano comprarsi da mangiare». Ma egli rispose loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Gli dissero: «Dobbiamo andare a comprare duecento denari di pane e dare loro da mangiare?». Ma egli disse loro: «Quanti pani avete? Andate a vedere». Si informarono e dissero: «Cinque, e due pesci».E ordinò loro di farli sedere tutti, a gruppi, sull’erba verde. E sedettero, a gruppi di cento e di cinquanta. Prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero a loro; e divise i due pesci fra tutti.Tutti mangiarono a sazietà, e dei pezzi di pane portarono via dodici ceste piene e quanto restava dei pesci. Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini. (Mc 6,34-44) Gesù ama ciascuno e ama tutti insieme. Si commuove per il nostro essere pecore senza pastore: vede il disorientamento, la solitudine dell’anima, che ci prende così facilmente. Nutre questo nostro sbandamento con la sua parola. Come siamo affamati di pane così siamo affamati di verità, di avere una guida sicura, siamo anche affamati d’amore, di salvezza, di grazia, di Dio. E Gesù insegna ai suoi discepoli con quel suo educarli praticamente, che li ha chiamati a sfamare la gente del mondo di tutti questi bisogni. Abbiamo fame d’amore. Gesù è venuto a sfamare questa fame. Ma non vuole farlo da solo: date voi stessi a loro da mangiare. Io vi darò la forza, la grazia, il cibo che non finisce più, ma siete voi che dovete mettere mano ai vostri pochi pani, pochi pesci, e far sedere la gente, e andare in giro a trovarli, e distribuire a ciascuno: nelle loro mani, quel cibo di cui hanno tanta fame. Quell’amore senza il quale non possono vivere. Non dite loro: andate altrove a trovarne, a comprarlo a buon prezzo, disperdetevi, non dite loro così, come cosa che non vi riguardi. No: voi date loro questo cibo vitale di cui hanno bisogno: l’amore vicendevole che vi scambiate e che viene da Dio, che è l’Amore. I pochi pani e i pochi pesci che noi troviamo nelle nostre bisacce, sono anche segno dei pochi e piccoli gesti e atti d’amore che possiamo dare per sfamare la fame d’amore. Non disprezziamoli. Pochi piccoli gesti molto umani. Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, diceva Giovanni. E Gesù ci dice: date a loro, alle pecore senza pastore questo amore. Il moltiplicarsi mirabile di quei pani e pesci significa: non abbiate paura di non averne più da dare o non più per voi stessi, perché l’amore è da Dio, ed è infinito come è infinito Dio. Gesù moltiplica con la sua grazia il senso, il significato e la portata dell’amore fraterno che diventa tramite dell’amore di Dio. Fa conoscere l’amore di Dio, lo manifesta, lo rende presente, percepibile, lo trasmette. Che saranno mai cinque pani e due pesci? Pochissima roba. Eppure avanzarono dodici ceste piene. Dodici: una per ogni apostolo. Ciascuno ne aveva una in mano. Poteva vedere, guardare, faceva fatica a tirarla su per trasportarla. Era proprio tutto vero. Tutti molto sazi. Così ciascuno di loro ha potuto capire che a darlo l’amore non si perde ma si moltiplica. Quelle gerle diventarono per i dodici un segno tangibile del loro cuore che si è allargato, che ha amato, ha capito, si è donato con quelle piccole cose che aveva. Anche ai discepoli d’oggi, i cristiani d’oggi, Gesù dice: non aspettate che la gente si trovi da sé dove può o cerchi solo direttamente in Dio l’amore senza alcun aiuto da parte vostra: dategli voi da mangiare, che dietro questo vostro darvi da fare ci sono io che moltiplico il valore e la portata delle vostre parole e dei vostri gesti, delle vostre azioni d’amore.

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EPIFANIA: LA STALLA DIVENTO’ CASA E SI DIFFUSE IL PROFUMO DI CRISTO

Era nato in un posto di fortuna. Il racconto di Maria, unica testimone ancora vivente, arrivò tra le fonti di Luca per il suo vangelo, avvolto da una delicatezza straordinaria, nessuna critica, nessuna lamentela. Non se la prendeva con le fatiche, con il patema d’ animo dell’incertezza di non trovare posto da nessuna parte: dove ti darò alla luce figlio mio divino? Non recriminava sulla poca informazione ricevuta prima dell’evento, sugli scarsi segnali indicatori di futuro dati dall’Arcangelo, a lei o a Giuseppe in sogno. Si fidava in tutto di Dio, il Padre di quel suo figlio, che l’aveva cercata, chiamata e resa madre del Salvatore. Di quel Padre percepiva tutta la premura anche se non si faceva più sentire.

Quella di Giuseppe e di  Maria e di quel bimbo che doveva nascere è proprio una vita umana vera, piena di tutte le incertezze e gli imprevisti tipici della vita degli uomini. Non cercano, Maria e Giuseppe, privilegi, protezioni particolari.  Capiscono che questo figlio di Dio è venuto a vivere la nostra stessa vita. Sembra a loro normale. Ragionevole.  Nessun accenno nel racconto di Maria o in quello di Giuseppe, alla inadeguatezza del luogo per la nascita del figlio di Dio, per la nascita di un re. Solo capiamo qualcosa dalla presenza di quella mangiatoia che per gli angeli è il segno da dare ai pastori. Un segno al quale i pastori sono molto abituati. Si sa, nei luoghi di campagna, nelle sere d’inverno, le stalle sono il luogo più caldo, li si va a partorire. Ma poi forse mettere il fagottino in una mangiatoia, forse non era così abituale…altri avevano culle o lettini a disposizione. Corredi. Quelli di Maria e di Giuseppe erano rimasti a Nazaret, ben preparati. Da quel segno che dicono gli angeli e vedono i pastori, possiamo pensare che ci fossero animali e che fosse proprio una stalla. Avranno avuto il tempo di pulire un po’? Giuseppe esperto, pratico, svelto, bravo. Ma senza attrezzi, in un posto non suo… Ci saranno stati cattivi odori? Un mucchio di letame poco più in là? Se anche fosse, c’era il freddo della sera, e l’aria aperta. E poi ci immaginiamo che quando nasce il Bambino, si diffonde luce, si diffonde profumo. Forse Maria ne aveva un po’ con sé. Comunque deve essere accaduto qualcosa di soave che trasforma totalmente quel luogo, che accompagna la nascita del figlio che ci è stato dato. Qualcosa che si comunica ai pastori che rimangano folgorati. Una persona che sperimenta la grazia di Dio durante i giorni di Natale mi diceva che si sentiva come una stalla dove lui nasce. E si sorprendeva che Lui, il bambino non si scostasse, anzi che durante il giorno dell’Epifania quel cattivo odore diventasse incenso profumato che sale a lodare Dio. Mi ha colpito molto l’immagine. Bella e grande. La stalla di Betlemme come la nostra anima, la nostra umanità, la nostra terra degli uomini, dove nasce Lui, e Lui non si scosta, non rimane contrariato. Era proprio quello che cercava. Il luogo dove aveva scelto di nascere. Ma già nella notte in cui è nato, ho pensato di precisare a quella persona, è sceso il suo profumo divino e si è sparso in quell’ambiente.  Poi con la sua presenza e con il lavoro di Maria e di Giuseppe la stalla è diventata casa. Così infatti dice il Vangelo dell’Epifania: Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e offrirono in dono oro, incenso e mirra.(Mt 2, 11). La casa profumata dal suo profumo fu arricchita dai profumi dei Magi. L’incenso è anche un segno di quello che quel Bambino fa delle nostre vite: entra nella nostra stalla, la chiede in prestito per nascere. Considera anche noi come bambini piccoli,  ci pulisce e ci profuma con il suo buon profumo divino. Questo profumo non si perde perché lui è venuto a prendere dimora dentro di noi e il suo profumo si espande continuamente per tutta la nostra stalla che nel frattempo, per la sua presenza purificante, e con il lavoro della santa famiglia e di tutta la Trinità di Dio, è diventata casa. Lì Gesù con il Padre può prendere dimora (Gv 14,23) prendere casa. E lì dentro di noi rimane, se non lo cacciamo fuori noi volontariamente. La nostra casa dove Lui abita può accogliere tutti, che si ritrovano come a casa loro e conoscono il Bambino e sentono il suo profumo. Anche gente venuta dai paesi più lontani. Viene da Lui il profumo, emana da Lui. Per questo forse da adulto gli piaceranno i profumi con cui lo omaggeranno le donne. Ma quel profumo si attacca a noi come i profumi buoni preziosi e forti, e non si stacca più, così anche noi lo diffondiamo dovunque andiamo. Questa è la vita di Cristo in noi: non ci sono più stalla, cattivi odori, disordine. Casa, profumo, porte aperte e luce. Questo grande e bel mistero cosi lo dice Paolo ai Corinzi: Siano rese grazie a Dio, il quale sempre ci fa partecipare al suo trionfo in Cristo e diffonde ovunque per mezzo nostro il profumo della sua conoscenza! Noi siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo…e chi è mai all’altezza di questi compiti? (2 Cor 2, 14-16). Siamo diventati, grazie al Natale di Gesù nella nostra stalla, casa di Gesù, diffusione del suo profumo tra le genti, senza esserne all’altezza, per grazia di Dio, per dono suo. Siano rese grazie a Dio.

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IL TUO DIO E’ LUCE MATTUTINA, AMANDO IL PROSSIMO ARRIVI A LUI

Foto di Sofia Mardegan

Inauguro i post del 2014 con una nuova piccola sezione dove vorrei proporre testi che trattano dei due grandi amori di cui parla il Vangelo e la Scrittura: l’amore di Dio e quello del prossimo. Capita a volte alle anime in cerca di Dio di trovarvi contrasto, o opposizione, dove invece nelle parole di Gesù e del Nuovo Testamento sono per lo più messi in collegamento stretto: un amore manifesta l’altro e si avvera nell’altro. Comincio a proporre un testo molto forte di sant’Agostino, dai trattati su san Giovanni (17, 7-9), dove spiega che dall’amore del prossimo possiamo arrivare all’amore di Dio. Viene letto nell’ufficio di letture della liturgia delle ore del rito romano il giorno 3 gennaio.



I due precetti dell’amore 

È venuto il Signore, maestro di carità, pieno egli stesso di carità, a ricapitolare la parola sulla terra (cfr. Rm 9, 28), come di lui fu predetto, e ha mostrato che la Legge e i Profeti si fondano sui due precetti dell’amore. Ricordiamo insieme, fratelli, quali sono questi due precetti.

Essi devono esservi ben noti e non solo venirvi in mente quando ve li richiamiamo: non si devono mai cancellare dai vostri cuori. Sempre in ogni istante abbiate presente che bisogna amare Dio e il prossimo: Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente; e il prossimo come se stessi (cfr. Mt 22, 37. 39). Questo dovete sempre pensare, meditare e ricordare, praticare e attuare. L’amore di Dio è il primo come comandamento, ma l’amore del prossimo è primo come attuazione pratica. Colui che ti dà il comando dell’amore in questi due precetti, non ti insegna prima l’amore del prossimo, poi quello di Dio, ma viceversa.Siccome però Dio tu non lo vedi ancora, amando il prossimo ti acquisti il merito di vederlo; amando il prossimo purifichi l’occhio per poter vedere Dio, come chiaramente afferma Giovanni: Se non ami il fratello che vedi, come potrai amare Dio che non vedi? (cfr. 1 Gv 4,20). Se sentendoti esortare ad amare Dio, tu mi dicessi: Mostrami colui che devo amare, io non potrei che risponderti con Giovanni: Nessuno mai vide Dio (cfr. Gv 1,18). Ma perché tu non ti creda escluso totalmente dalla possibilità di vedere Dio, lo stesso Giovanni dice: «Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio» (1 Gv 4,16). Tu dunque ama il prossimo e guardando dentro di te donde nasca quest’amore, vedrai, per quanto ti è possibile, Dio.
Comincia quindi ad amare il prossimo. Spezza il tuo pane con chi ha fame, introduci in casa i miseri senza tetto, vesti chi vedi ignudo, e non disprezzare quelli della tua stirpe (cfr. Is 58,7). Facendo questo che cosa otterrai? «Allora la tua luce sorgerà come l’aurora» (Is 58,8). La tua luce è il tuo Dio, egli è per te la luce mattutina perché verrà dopo la notte di questo mondo: egli non sorge ne tramonta, risplende sempre.Amando il prossimo e prendendoti cura di lui, tu cammini. E dove ti conduce il cammino se non al Signore, a colui che dobbiamo amare con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente? Al Signore non siamo ancora arrivati, ma il prossimo l’abbiamo sempre con noi. Aiuta, dunque il prossimo con il quale cammini, per poter giungere a colui con il quale desideri rimanere.


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LASCIAMOCI SCALDARE IL CUORE DALLA TENEREZZA DI DIO, Messaggio al mondo il giorno di Natale di papa Francesco

Primo messaggio alla città e al mondo nel primo natale da Papa di Francesco. Notate quanto e come parla di Dio. Dice: “dare gloria a Dio, perché è buono, è fedele, è misericordioso. In questo giorno auguro a tutti di riconoscere il vero volto di Dio, il Padre che ci ha donato Gesù. Auguro a tutti di sentire che Dio è vicino, di stare alla sua presenza, di amarlo, di adorarlo.
E ognuno di noi possa dare gloria a Dio soprattutto con la vita, con una vita spesa per amore suo e dei fratelli.” E’ sintesi di vita cristiana. Poi guardate come prega ed è facile seguire la sua preghiera e pregare con lui. Alla fine ci dice con forza di lasciarci commuovere e riscaldare il cuore dalla tenerezza di Dio: ne abbiamo tanto bisogno!Ancora : Dio è grande nell’amore Dio è pace. Il papa aiuta a conoscere Dio e ad amarlo.

«Gloria a Dio nel più alto dei cieli
e sulla terra pace agli uomini, che egli ama» (Lc 2,14).
Cari fratelli e sorelle di Roma e del mondo intero, buongiorno e buon Natale!
Faccio mio il canto degli angeli, che apparvero ai pastori di Betlemme nella notte in cui nacque Gesù. Un canto che unisce cielo e terra, rivolgendo al cielo la lode e la gloria, e alla terra degli uomini l’augurio di pace.
Invito tutti ad unirsi a questo canto: questo canto è per ogni uomo e donna che veglia nella notte, che spera in un mondo migliore, che si prende cura degli altri cercando di fare umilmente il proprio dovere.
Gloria a Dio!
A questo prima di tutto ci chiama il Natale: a dare gloria a Dio, perché è buono, è fedele, è misericordioso. In questo giorno auguro a tutti di riconoscere il vero volto di Dio, il Padre che ci ha donato Gesù. Auguro a tutti di sentire che Dio è vicino, di stare alla sua presenza, di amarlo, di adorarlo.
E ognuno di noi possa dare gloria a Dio soprattutto con la vita, con una vita spesa per amore suo e dei fratelli.
Pace agli uomini.
La vera pace – noi lo sappiamo – non è un equilibrio tra forze contrarie. Non è una bella “facciata”, dietro alla quale ci sono contrasti e divisioni. La pace è un impegno di tutti i giorni, ma, la pace è artigianale, che si porta avanti a partire dal dono di Dio, dalla sua grazia che ci ha dato in Gesù Cristo.
Guardando il Bambino nel presepe, Bambino di pace, pensiamo ai bambini che sono le vittime più fragili delle guerre, ma pensiamo anche agli anziani, alle donne maltrattate, ai malati… Le guerre spezzano e feriscono tante vite!
Troppe ne ha spezzate negli ultimi tempi il conflitto in Siria, fomentando odio e vendetta. Continuiamo a pregare il Signore perché risparmi all’amato popolo siriano nuove sofferenze e le parti in conflitto mettano fine ad ogni violenza e garantiscano l’accesso agli aiuti umanitari. Abbiamo visto quanto è potente la preghiera! E sono contento che oggi si uniscano a questa nostra implorazione per la pace in Siria anche credenti di diverse confessioni religiose. Non perdiamo mai il coraggio della preghiera! Il coraggio di dire: Signore, dona la tua pace alla Siria e al mondo intero. E invito anche i non credenti a desiderare la pace, con il loro desiderio, quel desiderio che allarga il cuore: tutti uniti, o con la preghiera o con il desiderio. Ma tutti, per la pace.
Dona pace, bambino, alla Repubblica Centroafricana, spesso dimenticata dagli uomini. Ma tu, Signore, non dimentichi nessuno! E vuoi portare pace anche in quella terra, dilaniata da una spirale di violenza e di miseria, dove tante persone sono senza casa, acqua e cibo, senza il minimo per vivere. Favorisci la concordia nel Sud-Sudan, dove le tensioni attuali hanno già provocato troppe vittime e minacciano la pacifica convivenza di quel giovane Stato.
Tu, Principe della pace, converti ovunque il cuore dei violenti perché depongano le armi e si intraprenda la via del dialogo. Guarda alla Nigeria, lacerata da continui attacchi che non risparmiano gli innocenti e gli indifesi. Benedici la Terra che hai scelto per venire nel mondo e fa’ giungere a felice esito i negoziati di pace tra Israeliani e Palestinesi. Sana le piaghe dell’amato Iraq, colpito ancora da frequenti attentati.
Tu, Signore della vita, proteggi quanti sono perseguitati a causa del tuo nome. Dona speranza e conforto ai profughi e ai rifugiati, specialmente nel Corno d’Africa e nell’est della Repubblica Democratica del Congo. Fa’ che i migranti in cerca di una vita dignitosa trovino accoglienza e aiuto. Tragedie come quelle a cui abbiamo assistito quest’anno, con i numerosi morti a Lampedusa, non accadano mai più!
O Bambino di Betlemme, tocca il cuore di quanti sono coinvolti nella tratta di esseri umani, affinché si rendano conto della gravità di tale delitto contro l’umanità. Volgi il tuo sguardo ai tanti bambini che vengono rapiti, feriti e uccisi nei conflitti armati, e a quanti vengono trasformati in soldati, derubati della loro infanzia.
Signore del cielo e della terra, guarda a questo nostro pianeta, che spesso la cupidigia e l’avidità degli uomini sfrutta in modo indiscriminato. Assisti e proteggi quanti sono vittime di calamità naturali, soprattutto il caro popolo filippino, gravemente colpito dal recente tifone.
Cari fratelli e sorelle, in questo mondo, in questa umanità oggi è nato il Salvatore, che è Cristo Signore. Fermiamoci davanti al Bambino di Betlemme. Lasciamo che il nostro cuore si commuova: non abbiamo paura di questo. Non abbiamo paura che il nostro cuore si commuova! Abbiamo bisogno che il nostro cuore si commuova. Lasciamolo riscaldare dalla tenerezza di Dio; abbiamo bisogno delle sue carezze. Le carezze di Dio non fanno ferite: le carezze di Dio ci danno pace e forza. Abbiamo bisogno delle sue carezze. Dio è grande nell’amore, a Lui la lode e la gloria nei secoli! Dio è pace: chiediamogli che ci aiuti a costruirla ogni giorno, nella nostra vita, nelle nostre famiglie, nelle nostre città e nazioni, nel mondo intero. Lasciamoci commuovere dalla bontà di Dio.



Augurio Natalizio dopo il Messaggio Urbi et Orbi
A voi, cari fratelli e sorelle, giunti da ogni parte del mondo in questa Piazza, e a quanti da diversi Paesi siete collegati attraverso i mezzi di comunicazione, rivolgo il mio augurio: buon Natale!
In questo giorno illuminato dalla speranza evangelica che proviene dall’umile grotta di Betlemme, invoco il dono natalizio della gioia e della pace per tutti: per i bambini e gli anziani, per i giovani e le famiglie, per i poveri e gli emarginati. Gesù, nato per noi, conforti quanti sono provati dalla malattia e dalla sofferenza; sostenga coloro che si dedicano al servizio dei fratelli più bisognosi. Buon Natale a tutti!


  
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NATALE: LA BELLEZZA ETERNA NELLA CRETA UMANA, di don Valentino Guglielmi

Avvicinandoci al Natale, propongo un pensiero di don Valentino Guglielmi, che ci accompagna ad estasiarci nel contemplare l’epifania del Verbo Incarnato. Farne esperienza. cercare le parole per raccontarla. accorgersi della distanza delle parole dall’esperienza, ma comunque la loro imporanza, la loro convenienza, come il respiro.

VERBUM, VOX
04. 12. 06

S. Agostino propone l’accostamento tra Verbum e vox, trattando di Gesù Cristo, Verbo di Dio e di Giovanni Battista, voce di uno che grida nel deserto.
Al Verbo compete l’epifania a cui corrisponde la contemplazione. Guardare e lasciarsi inondare gli occhi e il cuore dalla bellezza, forma nitida e luminosa.
Epifania: bellezza eterna che non ho mai sperimentato e che si manifesta nella creta umana.
I miei occhi sono capaci, quando lo sono, di vederne solo un barbaglio nella carne di Cristo e solo nel momento presente. Se vuoi trattenere un filo dell’emozione che ti ha stupito e fatto vibrare cercherai le parole capaci di raccontare. Il racconto sarà sempre inferiore a quello che si propone di dire.
Le parole sono il tuo respiro, la tua vita ed infine te stesso. L’intelligenza vive nel conio delle parole.

Sarai invogliato a produrne quando qualcuno ti ascolta. 
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IL NATALE E’ PER ME SPERANZA E TENEREZZA, Papa Francesco dialoga con Andrea Tornielli su La Stampa

Papa Francesco racconta in una intervista a d Andrea Tornielli, vaticanista de «La Stampa» che la pubblica il 15 dicembre, il suo primo Natale da vescovo di Roma. L’osservatore romano l’ha pubblicata il 16-17 dicembre, in coincidenza con il compleanno di Francesco .
L’intervista avviene a Casa Santa Marta, il martedì 10 dicembre, ore 12.50. Il Papa parla con il giornalista in una sala accanto al refettorio. L’incontro dura un’ora e mezza. Per due volte, testimonia Tornielli, durante il colloquio, dal volto di Francesco sparisce la serenità che tutto il mondo ha imparato a conoscere, quando accenna alla sofferenza innocente dei bambini e parla della tragedia della fame nel mondo. Nell’intervista il Papa parla innanzitutto del Natale, della tenerezza e dell’amore di Dio da cogliere e da trasmettere, dei rapporti con le altre confessioni cristiane e dell’«ecumenismo del sangue» che le unisce nella persecuzione, accenna alle questioni del matrimonio e della famiglia che saranno trattate dal prossimo Sinodo, risponde a chi lo ha criticato dagli Usa definendolo «un marxista» e parla del rapporto tra Chiesa e politica. E accenna alla sua elezione inaspettata. Un professionista adulto mi ha confidato di essersi commosso più volte nel leggerla. E’ un regalo di Natale anticipato.


Che cosa significa per lei il Natale?
«È l’incontro con Gesù. Dio ha sempre cercato il suo popolo, lo ha condotto, lo ha custodito, ha promesso di essergli sempre vicino. Nel Libro del Deuteronomio leggiamo che Dio cammina con noi, ci conduce per mano come un papà fa con il figlio. Questo è bello. Il Natale è l’incontro di Dio con il suo popolo. Ed è anche una consolazione, un mistero di consolazione. Tante volte, dopo la messa di mezzanotte, ho passato qualche ora solo, in cappella, prima di celebrare la messa dell’aurora. Con questo sentimento di profonda consolazione e pace. Ricordo una volta qui a Roma, credo fosse il Natale del 1974, una notte di preghiera dopo la messa nella residenza del Centro Astalli. Per me il Natale è sempre stato questo: contemplare la visita di Dio al suo popolo». 
Che cosa dice il Natale all’uomo di oggi?
«Ci parla della tenerezza e della speranza. Dio incontrandoci ci dice due cose. La prima è: abbiate speranza. Dio apre sempre le porte, mai le chiude. È il papà che ci apre le porte. Secondo: non abbiate paura della tenerezza. Quando i cristiani si dimenticano della speranza e della tenerezza, diventano una Chiesa fredda, che non sa dove andare e si imbriglia nelle ideologie, negli atteggiamenti mondani. Mentre la semplicità di Dio ti dice: vai avanti, io sono un Padre che ti accarezza. Ho paura quando i cristiani perdono la speranza e la capacità di abbracciare e accarezzare. Forse per questo, guardando al futuro, parlo spesso dei bambini e degli anziani, cioè dei più indifesi. Nella mia vita di prete, andando in parrocchia, ho sempre cercato di trasmettere questa tenerezza soprattutto ai bambini e agli anziani. Mi fa bene, e mi fa pensare alla tenerezza che Dio ha per noi». 
Come si può credere che Dio, considerato dalle religioni infinito e onnipotente, si faccia così piccolo?
«I Padri greci la chiamavano “synkatabasis”, condiscendenza divina. Dio che scende e sta con noi. È uno dei misteri di Dio. A Betlemme, nel 2000, Giovanni Paolo II disse che Dio è diventato un bambino totalmente dipendente dalle cure di un papà e di una mamma. Per questo il Natale ci dà tanta gioia. Non ci sentiamo più soli, Dio è sceso per stare con noi. Gesù si è fatto uno di noi e per noi ha patito sulla croce la fine più brutta, quella di un criminale». 
Il Natale viene spesso presentato come fiaba zuccherosa. Ma Dio nasce in un mondo dove c’è anche tanta sofferenza e miseria.
«Quello che leggiamo nei Vangeli è un annuncio di gioia. Gli evangelisti hanno descritto una gioia. Non si fanno considerazioni sul mondo ingiusto, su come faccia Dio a nascere in un mondo così. Tutto questo è il frutto di una nostra contemplazione: i poveri, il bambino che deve nascere nella precarietà. Il Natale non è stata la denuncia dell’ingiustizia sociale, della povertà, ma è stato un annuncio di gioia. Tutto il resto sono conseguenze che noi traiamo. Alcune giuste, altre meno giuste, altre ancora ideologizzate. Il Natale è gioia, gioia religiosa, gioia di Dio, interiore, di luce, di pace. Quando non si ha la capacità o si è in una situazione umana che non ti permette di comprendere questa gioia, si vive la festa con l’allegria mondana. Ma fra la gioia profonda e l’allegria mondana c’è differenza». 
È il suo primo Natale, in un mondo dove non mancano conflitti e guerre…
«Dio mai dà un dono a chi non è capace di riceverlo. Se ci offre il dono del Natale è perché tutti abbiamo la capacità di comprenderlo e riceverlo. Tutti, dal più santo al più peccatore, dal più pulito al più corrotto. Anche il corrotto ha questa capacità: poverino, ce l’ha magari un po’ arrugginita, ma ce l’ha. Il Natale in questo tempo di conflitti è una chiamata di Dio, che ci dà questo dono. Vogliamo riceverlo o preferiamo altri regali? Questo Natale in un mondo travagliato dalle guerre, a me fa pensare alla pazienza di Dio. La principale virtù di Dio esplicitata nella Bibbia è che Lui è amore. Lui ci aspetta, mai si stanca di aspettarci. Lui dà il dono e poi ci aspetta. Questo accade anche nella vita di ciascuno di noi. C’è chi lo ignora. Ma Dio è paziente e la pace, la serenità della notte di Natale è un riflesso della pazienza di Dio con noi». 
In gennaio saranno cinquant’anni dallo storico viaggio di Paolo VI in Terra Santa. Lei ci andrà?
«Natale sempre ci fa pensare a Betlemme, e Betlemme è in un punto preciso, nella Terra Santa dove è vissuto Gesù. Nella notte di Natale penso soprattutto ai cristiani che vivono lì, a quelli che hanno difficoltà, ai tanti di loro che hanno dovuto lasciare quella terra per vari problemi. Ma Betlemme continua a essere Betlemme. Dio è venuto in un punto determinato, in una terra determinata, è apparsa lì la tenerezza di Dio, la grazia di Dio. Non possiamo pensare al Natale senza pensare alla Terra Santa. Cinquant’anni fa Paolo VI ha avuto il coraggio di uscire per andare là, e così è cominciata l’epoca dei viaggi papali. Anch’io desidero andarci, per incontrare il mio fratello Bartolomeo, patriarca di Costantinopoli, e con lui commemorare questo cinquantenario rinnovando l’abbraccio tra Papa Montini e Atenagora avvenuto a Gerusalemme nel 1964. Ci stiamo preparando». 
Lei ha incontrato più volte i bambini gravemente ammalati. Che cosa può dire davanti a questa sofferenza innocente?
«Un maestro di vita per me è stato Dostoevskij, e quella sua domanda, esplicita e implicita, ha sempre girato nel mio cuore: perché soffrono i bambini? Non c’è spiegazione. Mi viene questa immagine: a un certo punto della sua vita il bambino si “sveglia”, non capisce molte cose, si sente minacciato, comincia a fare domande al papà o alla mamma. È l’età dei “perché”. Ma quando il figlio domanda, poi non ascolta tutto ciò che hai da dire, ti incalza subito con nuovi “perché?”. Quello che cerca, più della spiegazione, è lo sguardo del papà che dà sicurezza. Davanti a un bambino sofferente, l’unica preghiera che a me viene è la preghiera del perché. Signore perché? Lui non mi spiega niente. Ma sento che mi guarda. E così posso dire: Tu sai il perché, io non lo so e Tu non me lo dici, ma mi guardi e io mi fido di Te, Signore, mi fido del tuo sguardo». 
Parlando della sofferenza dei bambini non si può dimenticare la tragedia di chi soffre la fame.
«Con il cibo che avanziamo e buttiamo potremmo dar da mangiare a tantissimi. Se riuscissimo a non sprecare, a riciclare il cibo, la fame nel mondo diminuirebbe di molto. Mi ha impressionato leggere una statistica che parla di 10mila bambini morti di fame ogni giorno nel mondo. Ci sono tanti bambini che piangono perché hanno fame. L’altro giorno all’udienza del mercoledì, dietro una transenna, c’era una giovane mamma col suo bambino di pochi mesi. Quando sono passato, il bambino piangeva tanto. La madre lo accarezzava. Le ho detto: signora, credo che il piccolo abbia fame. Lei ha risposto: sì sarebbe l’ora… Ho replicato: ma gli dia da mangiare, per favore! Lei aveva pudore, non voleva allattarlo in pubblico, mentre passava il Papa. Ecco, vorrei dire lo stesso all’umanità: date da mangiare! Quella donna aveva il latte per il suo bambino, nel mondo  abbiamo sufficiente cibo per sfamare tutti. Se lavoriamo con le organizzazioni umanitarie e riusciamo a essere tutti d’accordo nel non sprecare il cibo, facendolo arrivare a chi ne ha bisogno, daremo un grande contributo per risolvere la tragedia della fame nel mondo. Vorrei ripetere all’umanità ciò che ho detto a quella mamma: date da mangiare a chi ha fame! La speranza e la tenerezza del Natale del Signore ci scuotano dall’indifferenza». 
Alcuni brani dell’«Evangelii Gaudium» le hanno attirato le accuse degli ultra-conservatori americani. Che effetto fa a un Papa sentirsi definire «marxista»?
«L’ideologia marxista è sbagliata. Ma nella mia vita ho conosciuto tanti marxisti buoni come persone, e per questo non mi sento offeso». Le parole che hanno colpito di più sono quelle sull’economia che «uccide»… «Nell’esortazione non c’è nulla che non si ritrovi nella Dottrina sociale della Chiesa. Non ho parlato da un punto di vista tecnico, ho cercato di presentare una fotografia di quanto accade. L’unica citazione specifica è stata per le teorie della “ricaduta favorevole”, secondo le quali ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. C’era la promessa che quando il bicchiere fosse stato pieno, sarebbe trasbordato e i poveri ne avrebbero beneficiato. Accade invece che quando è colmo, il bicchiere magicamente s’ingrandisce, e così non esce mai niente per i poveri. Questo è stato l’unico riferimento a una teoria specifica. Ripeto, non ho parlato da tecnico, ma secondo la dottrina sociale della Chiesa. E questo non significa essere marxista». 
Lei ha annunciato una «conversione del papato». Gli incontri con i patriarchi ortodossi le hanno suggerito qualche via concreta?
«Giovanni Paolo II aveva parlato in modo ancora più esplicito di una forma di esercizio del primato che si apra ad una situazione nuova. Ma non solo dal punto di vista dei rapporti ecumenici, anche nei rapporti con la Curia e con le Chiese locali. In questi primi nove mesi ho accolto la visita di tanti fratelli ortodossi, Bartolomeo, Hilarion, il teologo Zizioulas, il copto Tawadros: quest’ultimo è un mistico, entrava in cappella, si toglieva le scarpe e andava a pregare. Mi sono sentito loro fratello. Hanno la successione apostolica, li ho ricevuti come fratelli vescovi. È un dolore non poter ancora celebrare l’eucaristia insieme, ma l’amicizia c’è. Credo che la strada sia questa: amicizia, lavoro comune, e pregare per l’unità. Ci siamo benedetti l’un l’altro, un fratello benedice l’altro, un fratello si chiama Pietro e l’altro si chiama Andrea, Marco, Tommaso…». 
L’unità dei cristiani è una priorità per lei?
«Sì, per me l’ecumenismo è prioritario. Oggi esiste l’ecumenismo del sangue. In alcuni paesi ammazzano i cristiani perché portano una croce o hanno una Bibbia, e prima di ammazzarli non gli domandano se sono anglicani, luterani, cattolici o ortodossi. Il sangue è mischiato. Per coloro che uccidono, siamo cristiani. Uniti nel sangue, anche se tra noi non riusciamo ancora a fare i passi necessari verso l’unità e forse non è ancora arrivato il tempo. L’unità è una grazia, che si deve chiedere. Conoscevo ad Amburgo un parroco che seguiva la causa di beatificazione di un prete cattolico ghigliottinato dai nazisti perché insegnava il catechismo ai bambini. Dopo di lui, nella fila dei condannati, c’era un pastore luterano, ucciso per lo stesso motivo. Il loro sangue si è mescolato. Quel parroco mi raccontava di essere andato dal vescovo e di avergli detto: “Continuo a seguire la causa, ma di tutti e due, non solo del cattolico”. Questo è l’ecumenismo del sangue. Esiste anche oggi, basta leggere i giornali. Quelli che ammazzano i cristiani non ti chiedono la carta d’identità per sapere in quale Chiesa tu sia stato battezzato. Dobbiamo prendere in considerazione questa realtà». 
Nell’esortazione lei ha invitato a scelte pastorali prudenti e audaci per quanto riguarda i sacramenti. A che cosa si riferiva?
«Quando parlo di prudenza non penso a un atteggiamento paralizzante, ma a una virtù di chi governa. La prudenza è una virtù di governo. Anche l’audacia lo è. Si deve governare con audacia e con prudenza. Ho parlato del battesimo, e della comunione come cibo spirituale per andare avanti, da considerare un rimedio e non un premio. Alcuni hanno subito pensato ai sacramenti per i divorziati risposati, ma io non sono sceso in casi particolari: volevo solo indicare un principio. Dobbiamo cercare di facilitare la fede delle persone più che controllarla. L’anno scorso in Argentina avevo denunciato l’atteggiamento di alcuni preti che non battezzavano i figli delle ragazze madri. È una mentalità ammalata». 
E quanto ai divorziati risposati?
«L’esclusione della comunione per i divorziati che vivono una seconda unione non è una sanzione. È bene ricordarlo. Ma non ho parlato di questo nell’esortazione». 
Ne tratterà il prossimo Sinodo dei vescovi?
«La sinodalità nella Chiesa è importante: del matrimonio nel suo complesso parleremo nelle riunioni del concistoro in febbraio. Poi il tema sarà affrontato al Sinodo straordinario dell’ottobre 2014 e ancora durante il Sinodo ordinario dell’anno successivo. In queste sedi tante cose si approfondiranno e si chiariranno». 
Come procede il lavoro dei suoi otto «consiglieri» per la riforma della Curia?
«Il lavoro è lungo. Chi voleva avanzare proposte o inviare idee lo ha fatto. Il cardinale Bertello ha raccolto i pareri di tutti i dicasteri vaticani. Abbiamo ricevuto suggerimenti dai vescovi di tutto il mondo. Nell’ultima riunione gli otto cardinali hanno detto che siamo arrivati al momento di avanzare proposte concrete, e nel prossimo incontro, in febbraio, mi consegneranno i loro primi suggerimenti. Io sono sempre presente agli incontri, eccetto la mattina del mercoledì per via dell’udienza. Ma non parlo, ascolto soltanto, e questo mi fa bene. Un cardinale anziano alcuni mesi fa mi ha detto: “La riforma della Curia lei l’ha già cominciata con la messa quotidiana a Santa Marta”. Questo mi ha fatto pensare: la riforma inizia sempre con iniziative spirituali e pastorali prima che con cambiamenti strutturali». 
Qual è il giusto rapporto fra la Chiesa e la politica?
«Il rapporto deve essere allo stesso tempo parallelo e convergente. Parallelo, perché ognuno ha la sua strada e i suoi diversi compiti. Convergente, soltanto nell’aiutare il popolo. Quando i rapporti convergono prima, senza il popolo, o infischiandosene del popolo, inizia quel connubio con il potere politico che finisce per imputridire la Chiesa: gli affari, i compromessi… Bisogna procedere paralleli, ognuno con il proprio metodo, i propri compiti, la propria vocazione. Convergenti solo nel bene comune. La politica è nobile, è una delle forme più alte di carità, come diceva Paolo VI. La sporchiamo quando la usiamo per gli affari. Anche la relazione fra Chiesa e potere politico può essere corrotta, se non converge soltanto nel bene comune». 
Posso chiederle se avremo donne cardinale?«È una battuta uscita non so da dove. Le donne nella Chiesa devono essere valorizzate, non “clericalizzate”. Chi pensa alle donne cardinale soffre un po’ di clericalismo». 
Come procede il lavoro di pulizia allo Ior?
«Le commissioni referenti stanno lavorando bene. Moneyval ci ha dato un report buono, siamo sulla strada giusta. Sul futuro dello Ior si vedrà. Per esempio, la “banca centrale” del Vaticano sarebbe l’Apsa. Lo Ior è stato istituito per aiutare le opere di religione, missioni, le Chiese povere. Poi è diventato come è adesso». 
Un anno fa poteva immaginare che il Natale 2013  lo avrebbe celebrato in San Pietro?«Assolutamente no». 
Si aspettava di essere eletto?
«Non me l’aspettavo. Non ho perso la pace mentre crescevano i voti. Sono rimasto tranquillo. E quella pace c’è ancora adesso, la considero un dono del Signore. Finito l’ultimo scrutinio, mi hanno portato al centro della Sistina e mi è stato chiesto se accettavo. Ho risposto di sì, ho detto che mi sarei chiamato Francesco. Soltanto allora mi sono allontanato. Mi hanno portato nella stanza adiacente per cambiarmi l’abito. Poi, poco prima di affacciarmi, mi sono inginocchiato a pregare per qualche minuto insieme ai cardinali Vallini e Hummes nella cappella Paolina». 

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IL CREDO DEL GIOVANE BERGOGLIO

Il 13 dicembre è l’anniversario di ordinazione di Papa Francesco e il 17 dicembre 2013 il suo settantasettesimo compleanno. In questi giorni è stata di nuovo pubblicata una sua preghiera autografa, scritta poco prima di essere ordinato sacerdote. E’ testimonianza della sua grande intensità e maturità spirituale.
In quello scritto Jorge Mario Bergoglio “confessa” al Signore in cosa crede davvero, soltanto pochi giorni prima di venire ordinato sacerdote. A riportare le poche righe è stato l’Avvenire in un articolo a firma di Stefania Falasca, giornalista del mensile 30 Giorni alla quale il nuovo Papa aveva lasciato negli anni scorsi una copia autografa del testo. Si tratta di una «personale confessione di fede di padre Bergoglio», scrive Falasca, «scritta nel 1969, in un momento “di grande intensità spirituale”, poco prima di essere ordinato sacerdote; e che, lasciandola in copia autografa a mio marito e a me, ha detto di sottoscrivere oggi come allora». Nel testo, Bergoglio fa riferimento a un prete (padre Duarte) che lo confessò il 21 settembre di quell’anno. Bergoglio è stato ordinato sacerdote il 13 dicembre 1969. 

Voglio credere in Dio Padre, che mi ama come un figlio, e in Gesù, il Signore, che ha infuso il suo spirito nella mia vita per farmi sorridere e portarmi così al regno di vita eterna.
Credo nella mia storia, che è stata trapassata dallo sguardo di amore di Dio e, nel giorno di primavera, 21 settembre, mi ha portato all’incontro per invitarmi a seguirlo.
Credo nel mio dolore, infecondo per l’egoismo, nel quale mi rifugio.
Credo nella meschinità della mia anima, che cerca di inghiottire senza dare… senza dare.
Credo che gli altri siano buoni, e che devo amarli senza timore, e senza tradirli mai per cercare una sicurezza per me.
Credo nella vita religiosa.
Credo di voler amare molto.
Credo nella morte quotidiana, bruciante, che fuggo, ma che mi sorride invitandomi ad accettarla.
Credo nella pazienza di Dio, accogliente, buona come una notte d’estate.
Credo che papà sia in cielo insieme al Signore.
Credo che anche padre Duarte stia lì intercedendo per il mio sacerdozio.
Credo in Maria, mia madre, che mi ama e mai mi lascerà solo. E aspetto la sorpresa di ogni giorno nel quale si manifesterà l’amore, la forza, il tradimento e il peccato, che mi accompagneranno fino all’incontro definitivo con quel volto meraviglioso che non so come sia, che fuggo continuamente, ma che voglio conoscere e amare. Amen.
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LA MINUSCOLA FORZA DEL SEME IN GERMOGLIO CHE DIVENTA ALBERO ROBUSTO

Autunno, foto di Sofia Mardegan

Don Valentino Guglielmi  intitolò TI AMO il libretto che distribuiva gratuitamente, da cui prendo questi post. Sono parole che lui a volte suggeriva a persone che gli chiedevano consigli spirituali. Dopo aver dato loro le risposte e gli orientamenti opportuni, magari dal confessionale della chiesa,  diceva loro (così raccontano i protagonisti) di andare davanti a Gesù, nascosto nell’Eucaristia, e dirgli proprio così: Ti amo. La sapienza pastorale semplice e profonda racchiusa in queste parole da esperto educatore delle anime, mi ricorda alcuni punti di Cammino di san Josemarìa, che don Valentino conosceva bene: per esempio: “Devi perdere la paura di chiamare il Signore col suo nome – Gesù – e di dirgli che lo ami”(n.303) oppure: “Dio mio, ti amo, però…insegnami ad amare!” (n.423)
In questo libretto c’è un’Introduzione che oggi propongo, particolarmente intensa. Quando la leggo non posso non pensare che la riferisse  in primo luogo a se stesso, ma allo stesso tempo con lo sguardo raggiungeva quelle persone che prendeva per mano e incoraggiava all’avventura dello spirito e della vita. Forse si riferiva proprio al mistero di quel dialogo tra fedele e sacerdote, che chiamiamo direzione spirituale. Ai timori e ai risultati sorprendenti che racchiude.

INTRODUZIONE
Pervicace resistenza della verità delle cose. Timore della fatica di lasciarti riordinare il cuore e forse più ancora del rischio di essere espropriato della tua identità. 
Serve qualcuno che ti tenga per mano e ti incoraggi ad affrontare l’avventura capace di aprirti alla perenne novità che vuoi e disvuoi.
Pare questo il momento cruciale: consegnarti.
Troverai la sorpresa, quello che ti incuteva paura è quanto desideravi senza sapere che cosa fosse, ti si svela come un amore e ti da a conoscere te stesso.
I pensieri che ti nascono in cuore come i sogni, che svaniscono all’alba, attendono di essere tradotti in parole che siano capaci di trasmettere qualcosa del tuo cuore a chi desideri ascoltarti.

Ho cercato le parole per narrarti l’acqua.
Come il respiro riempiono e svuotano,
svelano e coprono.
per un attimo, trattenendo il fiato,
ho visto l’acqua.

E’ la minuscola forza del seme in germoglio.
La fragilità e la morbidezza delle sue radici lo rende capace di nutrirsi nel terreno più aspro e gli dà forza per diventare albero robusto, capace contro le intemperie e fecondo di frutti.