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IL BUON LADRONE PARLA CON GESÙ’, DALLA CROCE

Nell’ultima domenica dell’Anno, solennità di Cristo Re dell’Universo, nell’anno C si legge il Vangelo del buon ladrone. trascrivo dal mio libro Il sacramento della gioia, (che ai primi di dicembre del 2013 verrà pubblicato nella traduzione francese), il brano evangelico e i commenti relativi.

Il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei». Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!» (Lc 23,35-39).
La salvezza che vorrebbe ottenere da Gesù il primo dei malfattori è la salvezza terrena dal supplizio della croce. Mette alla prova Gesù come fanno i capi e i soldati.
Giudei e Romani, potere religioso e potere politico-militare, sono alleati nel non comprendere la stoltezza e lo scandalo della croce. Vorrebbero da Gesù un gesto miracoloso e plateale, lo scherniscono perché non lo fa, come se non ne fosse capace.

Non arrivano a comprendere che liberamente ha accettato quel supplizio come se i peccati degli uomini fossero tutti suoi, per meritare per tutti il perdono dei peccati.

Caratteristica frequente dei rapporti degli uomini con Dio: non comprendiamo il suo agire, il suo non intervenire, il suo permettere, il suo lasciar fare, e lo giudichiamo. Non comprendiamo che abbia creato un mondo non perfetto, dove sia possibile peccare, odiare. Avremmo voluto un paradiso terrestre inamovibile o vorremmo già per noi i cieli nuovi e la terra nuova, che Dio ha preparato per coloro che lo amano. Non ci va la lotta, né il rischio della libertà.
Eppure Dio fa le cose bene con bellezza divina, e nasce un bene immenso dai mali del mondo, come dalla croce di Gesù. Un bene immenso in gran parte invisibile, o intangibile, che soltanto Dio può provocare. Gesù tace di fronte al loro scherno, all’incomprensione, alla mancanza di fede in lui.
Tace e prende su di sé anche il loro peccato.
Ha chiesto perdono al Padre, perché non sanno quello che stanno facendo, quello che dicono, quello che pensano. Verrà anche per loro il momento del pentimento, di battersi il petto, grazie alla croce di Gesù e alla sua risurrezione.
L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male» (Lc 23,40-41).
Il buon ladrone invece ha compreso chi è Gesù. Da quando è stato messo accanto a lui non lo perde d’occhio. Ha visto come tace e come guarda, come piangono per lui le donne di Gerusalemme, come lo guardano i suoi discepoli.
Non c’è in lui nessuna colpa. Lo sa Pilato e lo sa anche lui, Dema.
Ma lo Spirito santo fa di più: gli fa capire che Gesù è il Figlio di Dio, condannato alla sua stessa pena.
È il primo salvato dalla croce. Il primo che guardando Gesù sulla croce comprende il proprio peccato, se ne pente e chiede perdono. Accetta il disegno di Dio sul dolore. Non lo scandalizza che un innocente stia sulla croce a soffrire con lui. Riconosce il suo peccato, e accetta che il suo peccato meriti condanna e pena. Gesù è sulla croce per il mio peccato. Dio non ha fatto nulla di male: non è colpa sua il male che soffriamo. Conosce, per il dono ineffabile della fede, che quella croce è porta attraverso la quale Gesù entrerà nel suo regno. Non è sconfitta ma vittoria. Conquista del regno.
E disse: «Gesù, ricòrdati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso» (Lc 23,42-43).
Cerca, attraverso la croce di Gesù, la salvezza vera, quella definitiva, quella eterna.
In una sola frase manifesta tutto ciò che crede, che spera e che ama. Si può dire che ha riconosciuto il suo peccato, e ne ha accettato la penitenza. E lo dice a chiare parole.
Ora conclude la sua singolare e unica confessione con l’atto di dolore e di speranza più bello del Vangelo: <<Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno>>.
Gesù riconosce questo processo spirituale che è avvenuto dentro di lui, l’autenticità della sua conversione e il suo sincero desiderio di salvezza, e gli risponde con le parole più consolanti uscite dalla sua bocca.
Unica e irripetibile, eccelsa formula di assoluzione in articulo mortis.
<<In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso>>.
Com’è sereno Dema, ora, sulla croce. Atroci sofferenze e gioia ineffabile. È il primo di tanti. Tanti malati e moribondi consolati dalla grazia di Dio. Dalla percezione della pace con lui.
Che buona morte quella di Dema.
Magari la nostra morte fosse così invasa dalla sicurezza, così unita alla morte di Cristo, nonostante le pene che la potranno accompagnare.
Se lungo la vita imitiamo il buon ladrone nella fede, nel riconoscimento del nostro peccato, nella richiesta di perdono, e ci rivolgiamo al crocifisso con quelle stesse parole: Gesù, ricordati di me, ora che sei nel tuo regno! La nostra morte sarà così, quando Dio vorrà, come quella di Dema: una buona morte.
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I SACERDOTI SERVITORI DEL PERDONO DI DIO: Papa Francesco:”Anche il Papa si confessa ogni quindici giorni”

Il Papa dice sempre che il Signore non si stanca di perdonare i peccati, e lui, ben vicino a Dio, non si stanca di ripetercelo. Sa che ci fa bene. Oggi ha svelato ogni quanto si confessa, e ha parlato anche delle disposizioni del sacerdote confessore. Lo trascrivo per me e per i miei fratelli sacerdoti il Papa dice che il nostro ministero di confessori: “è molto delicato ed esige che il suo cuore sia in pace, che il sacerdote abbia il cuore in pace; che non maltratti i fedeli, ma che sia mite, benevolo e misericordioso; che sappia seminare speranza nei cuori e, soprattutto, sia consapevole che il fratello o la sorella che si accosta al sacramento della Riconciliazione cerca il perdono e lo fa come si accostavano tante persone a Gesù perché le guarisse.”
Ecco il video dell’udienza: dopo la lettura in otto lingue del Vangelo, le parole del Papa sono a partire dal minuto 8.13.


Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Mercoledì scorso ho parlato della remissione dei peccati, riferita in modo particolare al Battesimo. Oggi proseguiamo sul tema della remissione dei peccati, ma in riferimento al cosiddetto “potere delle chiavi”, che è un simbolo biblico della missione che Gesù ha dato agli Apostoli. 
Anzitutto dobbiamo ricordare che il protagonista del perdono dei peccati è lo Spirito Santo.
Nella sua prima apparizione agli Apostoli, nel cenacolo, Gesù risorto fece il gesto di soffiare su di loro dicendo: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20,22-23). Gesù, trasfigurato nel suo corpo, ormai è l’uomo nuovo, che offre i doni pasquali frutto della sua morte e risurrezione. Quali sono questi doni? La pace, la gioia, il perdono dei peccati, la missione, ma soprattutto dona lo Spirito Santo che di tutto questo è la sorgente. Il soffio di Gesù, accompagnato dalle parole con le quali comunica lo Spirito, indica il trasmettere la vita, la vita nuova rigenerata dal perdono.
Ma prima di fare il gesto di soffiare e donare lo Spirito, Gesù mostra le sue piaghe, nelle mani e nel costato: queste ferite rappresentano il prezzo della nostra salvezza. Lo Spirito Santo ci porta il perdono di Dio “passando attraverso” le piaghe di Gesù. Queste piaghe che Lui ha voluto conservare; anche in questo momento Lui in Cielo fa vedere al Padre le piaghe con le quali ci ha riscattato. Per la forza di queste piaghe, i nostri peccati sono perdonati: così Gesù ha dato la sua vita per la nostra pace, per la nostra gioia, per il dono della grazia nella nostra anima, per il perdono dei nostri peccati. È molto bello guardare così a Gesù! 
E veniamo al secondo elemento: Gesù dà agli Apostoli il potere di perdonare i peccati. È un po’ difficile capire come un uomo può perdonare i peccati, ma Gesù dà questo potere. La Chiesa è depositaria del potere delle chiavi, di aprire o chiudere al perdono. Dio perdona ogni uomo nella sua sovrana misericordia, ma Lui stesso ha voluto che quanti appartengono a Cristo e alla Chiesa, ricevano il perdono mediante i ministri della Comunità. Attraverso il ministero apostolico la misericordia di Dio mi raggiunge, le mie colpe sono perdonate e mi è donata la gioia. In questo modo Gesù ci chiama a vivere la riconciliazione anche nella dimensione ecclesiale, comunitaria. E questo è molto bello. La Chiesa, che è santa e insieme bisognosa di penitenza, accompagna il nostro cammino di conversione per tutta la vita. La Chiesa non è padrona del potere delle chiavi, ma è serva del ministero della misericordia e si rallegra tutte le volte che può offrire questo dono divino.
Tante persone forse non capiscono la dimensione ecclesiale del perdono, perché domina sempre l’individualismo, il soggettivismo, e anche noi cristiani ne risentiamo. Certo, Dio perdona ogni peccatore pentito, personalmente, ma il cristiano è legato a Cristo, e Cristo è unito alla Chiesa. Per noi cristiani c’è un dono in più, e c’è anche un impegno in più: passare umilmente attraverso il ministero ecclesiale. Questo dobbiamo valorizzarlo; è un dono, una cura, una protezione e anche è la sicurezza che Dio mi ha perdonato. Io vado dal fratello sacerdote e dico: «Padre, ho fatto questo…». E lui risponde: «Ma io ti perdono; Dio ti perdona». In quel momento, io sono sicuro che Dio mi ha perdonato! E questo è bello, questo è avere la sicurezza che Dio ci perdona sempre, non si stanca di perdonare. E non dobbiamo stancarci di andare a chiedere perdono. Si può provare vergogna a dire i peccati, ma le nostre mamme e le nostre nonne dicevano che è meglio diventare rosso una volta che non giallo mille volte. Si diventa rossi una volta, ma ci vengono perdonati i peccati e si va avanti.
Infine, un ultimo punto: il sacerdote strumento per il perdono dei peccati. Il perdono di Dio che ci viene dato nella Chiesa, ci viene trasmesso per mezzo del ministero di un nostro fratello, il sacerdote; anche lui un uomo che come noi ha bisogno di misericordia, diventa veramente strumento di misericordia, donandoci l’amore senza limiti di Dio Padre. Anche i sacerdoti devono confessarsi, anche i Vescovi: tutti siamo peccatori. Anche il Papa si confessa ogni quindici giorni, perché anche il Papa è un peccatore. E il confessore sente le cose che io gli dico, mi consiglia e mi perdona, perché tutti abbiamo bisogno di questo perdono. A volte capita di sentire qualcuno che sostiene di confessarsi direttamente con Dio…. Sì, come dicevo prima, Dio ti ascolta sempre, ma nel sacramento della Riconciliazione manda un fratello a portarti il perdono, la sicurezza del perdono, a nome della Chiesa.
Il servizio che il sacerdote presta come ministro, da parte di Dio, per perdonare i peccati è molto delicato ed esige che il suo cuore sia in pace, che il sacerdote abbia il cuore in pace; che non maltratti i fedeli, ma che sia mite, benevolo e misericordioso; che sappia seminare speranza nei cuori e, soprattutto, sia consapevole che il fratello o la sorella che si accosta al sacramento della Riconciliazione cerca il perdono e lo fa come si accostavano tante persone a Gesù perché le guarisse. Il sacerdote che non abbia questa disposizione di spirito è meglio che, finché non si corregga, non amministri questo Sacramento. I fedeli penitenti hanno il diritto, tutti i fedeli hanno il diritto di trovare nei sacerdoti dei servitori del perdono di Dio.
Cari fratelli, come membri della Chiesa siamo consapevoli della bellezza di questo dono che ci offre Dio stesso? Sentiamo la gioia di questa cura, di questa attenzione materna che la Chiesa ha verso di noi? Sappiamo valorizzarla con semplicità e assiduità? Non dimentichiamo che Dio non si stanca mai di perdonarci; mediante il ministero del sacerdote ci stringe in un nuovo abbraccio che ci rigenera e ci permette di rialzarci e riprendere di nuovo il cammino. Perché questa è la nostra vita: rialzarci continuamente e riprendere il cammino.


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UNA CITAZIONE INASPETTATA: questo blog sul Corriere.it

Lunedì 18 novembre al mattino. E’ un mattino milanese piovoso, una settimana intensa che comincia. Un wa di un amico prete squarcia quel grigio. mi dice che il mio blog è citato sul Corriere della sera, inserto di Milano, a pag. 11. Aggiunge: con simpatia. Ero preso da incombenze varie e non dilazionabili, ma riesco a sbirciare rapidamente. Leggo solo la prima frase, che mi strappa un sorriso.
E il titolo che parla di “don” che stanno sul web. Ho capito. Il giorno prima si parlava, sempre su Corriere Milano, dell’applicazione di iBreviary per la liturgia Ambrosiana, che già conoscevo, e questo ha dato l’idea al giornalista Roberto Rotondo di vedere un po’ come sono questi preti ambrosiani o comunque del nord che usano i social network. La mia giornata prosegue intensa, poi nel pomeriggio riprendo l’articolo per leggerlo per intero. Vedo che c’è anche una mia frase presa dal profilo. Davvero penso che siano vari i sacerdoti più esperti di me o che da più tempo usano la rete come luogo di apostolato e di formazione. Ma è bello comunque che questo blog, che da poco ha compiuto un anno di vita, venga visto con questa simpatia. L’articolo comincia prendendo le mosse da uno scherzoso decalogo di un collega: definizioni di varie realtà della rete, prendendo a prestito il paragone con realtà frequenti nella vita di un prete. Non bisogna leggerlo come un testo di teologia, ma con il sorriso. Alcune definizioni seguono il paradosso, altre però sono proprio belle e mi ci ritrovo: il blog è come la catechesi, dice, per approfondire. E twitter è come la benedizione delle case, rapidissima, ma che arriva anche ai più lontani. In questi giorni di Avvento ambrosiano già cominciato, i preti passano nelle case e forse hanno l’impressione di dire poche frasi, brevi come un tweet. Ma restano, e scendono in fondo al cuore come la benedizione di Dio che consegnano gratuitamente, generosamente. Twitter (che poi passa il suo messaggio su facebook), e il blog: gli strumenti che mi sono familiari. Altre volte anch’io avevo pensato un paragone sacerdotale: è come una rettoria virtuale. Chi vuole entra, e il sacerdote sta dicendo qualcosa dall’ambone. Se Dio vuole ,e gli angeli aiutano, quelle parole entrano nel cuore. Poi, certo, il dialogo più ampio e approfondito occorre farlo di persona, ma se c’è distanza non si può. E allora diciamo grazie a questi mezzi, come moderni piccioni viaggiatori, o poste a cavalli, che portano messaggi ovunque e permettono comunicazioni di cose buone che altrimenti non ci sarebbero. Recentemente notavo che molte lettere di san Josemarìa erano brevissime. Una o due frasi. Come i suoi punti di Cammino, il suo primo libro: che infatti ci stanno così bene su twetter. Apostolato epistolare, lo chiamava. Sarà contento di questa diffusione. E da giovane sacerdote aveva così tanta voglia di raggiungere tutti, che ciclostilava suoi scritti e li distribuiva, anche per le strade, anche a persone sconosciute. E sentiva la voglia di scrivere libri di fuoco d’Amore di Dio, che arrivassero in tutto il mondo. Lo chiamo a intercedere anche per il lavoro di catechesi o di spiritualità che tanti fanno in rete. A diffonderlo e a proteggerlo. Scusate, mi sono distratto. Volevo aggiungere che poi quell’articolo è stato messo anche su Corriere.it, e da lì l’ho trascritto, per quelli a cui può interessare. Buona lettura.


Facebook? È un grande oratorio
Ecco il decalogo dei «don» digitali
Una nuova classificazione dei social Network. Da Varese a Pavia, viaggio tra preghiere ed omelie versione 2.0. Dal cardinale Ravasi un aforisma al giorno

Una brillante rivisitazione dei dieci comandamenti, ancora più attuale visto che la Curia ambrosiana ha appena lanciato la nuova App iBreviary: parla dell’uso dei social network e l’ha messa a punto il sacerdote don Ambrogio Cortesi, 47 anni, parroco di Castiglione Olona. Un prete digitale molto attivo, tanto che due giorni fa, accanto a un parterre di giornalisti importanti, è stato uno degli speaker di Glocal, il festival del giornalismo digitale organizzato da Varesenews.it.


Il suo decalogo va recitato tutto d’un fiato, ed è questo: 
1. «Facebook è come l’oratorio. Ci passano tutti e ci trovi tutti gli amici. 2. Foursquare è come la Messa. Non basta vederla in televisione: bisogna fare check-in. 3. I blog sono come il catechismo. Servono per approfondire. 4. Twitter è come la benedizione delle case. Rapidissima, ma raggiunge anche i più lontani. 5. Google è come la Bibbia. Ci trovi tutto quello che cerchi. 6. Google Plus è come certe lezioni di teologia. Incomprensibili. 7. Pinterest è come i quadri dei santi. Sono lì e ti guardano. 8. Le pagine ufficiali sono come la gerarchia. Un po’ inamidata (almeno fino a Francesco). 9 . La rete è come il Creatore. Senza di lei/Lui non esistiamo. 10. Questo decalogo è farina del mio sacco. Potete commentarlo o anche contestarlo, ma se volete copiarlo, citate la fonte». 

Il testo si trova nel suo blog(http://ioamocastiglione.blogspot.it). Il sacerdote utilizza la rete anche per parlare del suo paese (Castiglione Olona ospita i dipinti di Masolino da Panicale) e avviare una raccolta fondi per il museo della chiesa della collegiata. Il suo decalogo sui social networtk, da venerdì, sta rimbalzando su Twitter. Almeno a livello locale. Ma i preti lombardi che usano Facebook o altri strumenti digitali per la loro missione pastorale sono tantissimi. Don Andrea Meregalli, prete a Monza e assistente spirituale nazionale degli scout Agesci, pubblica la sua riflessione sulla Bibbia, ogni domenica, su Facebook, Twitter e in un blog (ventodellaparola.tumblr.com). 


In rete si trovano liste di sacerdoti con i relativi indirizzi sul web. Tra questi, molto seguito è don Andrea Mardegan, 58 anni, con un blog spirituale (http://donandreamardegan.blogspot.com). Perché lo fanno? «Mi piace scrivere – afferma nel suo profilo don Mardegan – ho pubblicato libri e articoli di spiritualità e commento a brani biblici. Il blog nasce per dare continuità e accessibilità a questo materiale». 


Il vescovo di Pavia don Giovanni Giudici, presidente nazionale di Pax Christi, ha 594 follower su Twitter; il giovane don Luca Magnani di Milano ne ha 644; è su Twitter anche il rettore del convitto San Giorgio di Brescia Alessandro Camadini, come don Simone Riva, giovane prete di Arcisate che anima il sito dell’unità pastorale. L’elenco è lunghissimo. E poi ci sono le vere «star» della fede: in Lombardia, il cardinale Angelo Scola, con quasi 27 mila follower su Twitter e il cardinale Gianfranco Ravasi, con quasi 58 mila follower a cui offre, ogni giorno, un aforisma tra fede, filosofia e poesia.

Roberto Rotondo

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LA GRAZIA DELLA BELLEZZA MI RAGGIUNGE E MI ILLUMINA, di don Valentino Guglielmi

foto di Sofia Mardegan
Un amico entra in una chiesa con un amico e dice: bella! E l’altro: perché? Il primo risponde: non so: il cuore va più in là del ragionamento e arriva prima. La natura, l’arte, la persona che esiste, il lavoro ben fatto, un discorso (anche quando non sono secondo i canoni correnti). Tutto ciò che esiste partecipa della bellezza dell’essere. Quando la bellezza colpisce è essa stessa messaggio, e provoca, scolpisce, arrende, attrae, fa capire, commuove, aiuta ad andare oltre. Dice qualcosa del mistero di ciò che è. E come dice don Valentino, pulisce, fa ordine.

BELLEZZA MESSAGGIO
06. 03. 09
La bellezza non necessita di produrre messaggi distinti da sé e tradotti in parole, è essa stessa messaggio, non ha da elaborare un testo da inviare, mostra se stessa. Il messaggio elaborato di solito è riduttivo, non riesce a dire tutto e, in quanto tale, non può dissipare tutti i dubbi sulla sua sincerità e trasparenza.

Il messaggio di sé, che la bellezza mi invia, per la sua stessa natura parla a me, tocca il mio desiderio di felicità, che non si distingue da me stesso. Mi tocca nel punto più intimo della mia persona, là dove avverto di essere soggetto perché appartenente a me stesso. Così la sua grazia mi raggiunge là dove sono solo con me stesso. Mi illumina i recessi della coscienza dove allignano ragnatele e scarafaggi e quindi mi esige di fare pulizia e di mettere ordine.
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NOVENA ALLA MADONNA CHE SCIOGLIE I NODI (con approvazione dell’Arcivescovado di Parigi)


Come promesso ecco la Novena a “Maria che scioglie i nodi”, secondo l’imprimatur dell’Arcivescovado di Parigi. L’immagine e devozione è cara a Papa Francesco. Agli amici e conoscenti, o semplicemente a chi gli scriveva, quando era a Buenos Aires, rispondeva con un’immagine come questa, e qualche sua parola scritta. Non tralasciava mai di aggiungere: prega, preghi per me. Ricordiamolo.
L’introduzione a questo novena, la trovai in un sito internet, ora non ritrovo il più il nome dell’autrice. Se mi viene segnalato o lo ritrovo, lo pubblico. Dopo l’introduzione che specifica varie tipologie di nodi esistenziali da proporre all’intercessione della Madonna perché li sciolga, vi sono le preghiere per ogni giorno della novena, e poi alcune invocazioni, e alcune preghiere finali molto concrete e suggestive. L’immagine dello scioglimento dei nodi ci ricorda la sua potente intercessione, la sua capacità di ottenere grazie da Dio, il suo schiacciare il capo del maligno. Per sapere di più sulla storia del quadro, la preghiera diffusa a Buenos Aires e una meditazione biblica sul tema si può guardare quest’altro post del blog:
http://donandreamardegan.blogspot.it/2013/11/la-madonna-che-scioglie-i-nodi-quadro.html


La Novena a “Maria che scioglie i nodi”, conosciuta anche come la Novena che distrugge il diavolo, è una Preghiera molto potente e molto ascoltata dalla Madonna per i casi che sono bloccati e umanamente irrisolvibili.
Ma quali sono questi “nodi”? Tutti i problemi che portiamo molto spesso negli anni e che non sappiamo come risolvere: i nodi dei litigi familiari, dell’incomprensione tra genitori e figli, della mancanza di rispetto, della violenza; i nodi del risentimento fra sposi, la mancanza di pace e di gioia nella famiglia; nodi dell’angoscia; i nodi della disperazione degli sposi che si separano, i nodi dello scioglimento delle famiglie; il dolore provocato da un figlio che si droga, che è malato, che ha lasciato la casa o che si è allontanato da Dio; i nodi dell’alcolismo, dei nostri vizi e dei vizi di quelli che amiamo, i nodi delle ferite causate agli altri; i nodi del rancore che ci tormenta dolorosamente, i nodi del sentimento di colpa, dell’aborto, delle malattie incurabili, della depressione, della disoccupazione, delle paure, della solitudine…nodi dell’incredulità, della superbia, dei peccati delle nostre vite.

La Vergine Maria vuole che tutto questo cessi. Oggi viene incontro a noi, perché le offriamo questi nodi e Lei li scioglierà uno dopo l’altro.
Contemplandola scoprirete che non siete più soli. Davanti a Lei vorrete confidarle le vostre angosce, i vostri nodi…e da quel momento, tutto può cambiare. Quale Madre piena d’amore non viene in aiuto al suo figliolo in difficoltà quando la chiama?

NOVENA A “MARIA CHE SCIOGLIE I NODI”
Come pregare la Novena:
1. Fare il segno della Croce;
2. Recitare l’atto di contrizione. Chiedere perdono per i nostri peccati e, soprattutto, proporre di non commetterli mai più;
3. Recitare le prime tre decine del Rosario;
4. Leggere la meditazione propria di ogni giorno della novena;
5. Poi recitare le due ultime decine del Rosario;
6. Finire con la Preghiera a Maria che scioglie i nodi.

PRIMO GIORNO
Santa Madre mia amata, Santa Maria, che Scioglie i “nodi” che  opprimono i tuoi figli, stendi le tue mani misericordiose verso di me. Ti do oggi questo “nodo”(nominarlo se possibile..) e ogni conseguenza negativa che esso provoca nella mia vita. Ti do questo “nodo” che mi tormenta, mi rende infelice e mi impedisce di unirmi a Te e al tuo Figlio Gesù Salvatore. Ricorro a te Maria che scioglie i nodi perché ho fiducia in te e so che non hai mai disdegnato un figlio peccatore che ti supplica di aiutarlo. Credo che tu possa sciogliere questi nodi perché sei mia Madre. So che lo farai perché mi ami con amore eterno. Grazie Madre mia amata.

“Maria che scioglie i nodi” prega per me.
Chi cerca una grazia, la troverà nelle mani di Maria.

SECONDO GIORNO
Maria, madre molto amata, piena di grazia, il mio cuore si volge oggi verso di te. Mi riconosco peccatore e ho bisogno di te. Non ho tenuto conto delle tue grazie a causa del mio egoismo,del mio rancore,della mia mancanza di generosità e di umiltà.

Oggi mi rivolgo a te, “Maria che scioglie i nodi” affinché tu domandi per me, a tuo Figlio Gesù la purezza di cuore , il distacco, l’umiltà e la fiducia. Vivrò questa giornata con queste virtù. Te le offrirò come prova del mio amore per te. Ripongo questo “nodo” (nominarlo se possibile..) nelle tue mani perché mi impedisce di vedere la gloria di Dio.

“Maria che sciogli i nodi” prega per me.
Maria offri a Dio ogni istante della mia vita.

TERZO GIORNO
Madre mediatrice,Regina del cielo, nelle cui mani sono le ricchezze del Re, rivolgi a me i tuoi occhi misericordiosi. Ripongo nelle tue mani sante questo “nodo” della mia vita (nominarlo se possibile…), e tutto il rancore che ne risulta.

Dio Padre, ti chiedo perdono per i miei peccati. Aiutami ora a perdonare ogni persona che consciamente o inconsciamente, ha provocato questo “nodo”. Grazie a questa decisione, Tu potrai scioglierlo. Madre mia amata davanti a te, e in nome di tuo Figlio Gesù, mio Salvatore, che è stato tanto offeso, e che ha saputo perdonare, perdono ora queste persone…….. e anche me stesso per sempre.”Maria che sciogli i nodi”, ti ringrazio perché sciogli nel mio cuore il “nodo” del rancore e il “nodo” che oggi ti presento. Amen.

“Maria che sciogli i nodi” prega per me.
Chi vuole le grazie si rivolga a Maria.

QUARTO GIORNO
Santa Madre mia amata, che accogli tutti quelli che ti cercano, abbi pietà di me. Ripongo nelle tue mani questo “nodo” (nominarlo se possibile….).

Mi impedisce di essere felice,di vivere in pace,la mia anima è paralizzata e mi impedisce di camminare verso il mio Signore e di servirlo.

Sciogli questo “nodo” della mia vita, o Madre mia. Chiedi a Gesù la guarigione della mia fede paralizzata che inciampa nelle pietre del cammino. Cammina con me, Madre mia amata, perché sia consapevole che queste pietre sono in realtà degli amici; cessi di mormorare e impari a rendere grazie, a sorridere in ogni momento, perché ho fiducia in te.

“Maria che sciogli i nodi” prega per me.
Maria è il sole e tutto il mondo benefica del suo calore.

QUINTO GIORNO
“Madre che scioglie i nodi” generosa e piena di compassione, mi volgo verso di te per rimettere, una volta di più, questo “nodo” nelle tue mani (nominarlo se possibile….). Ti chiedo la saggezza di Dio, perché io riesca alla luce dello Spirito Santo a sciogliere questo cumulo di difficoltà.

Nessuno ti ha mai vista adirata, al contrario, le tue parole sono così piene di dolcezza che si vede in te lo Spirito Santo. Liberami dall’amarezza, dalla collera e dall’odio che questo “nodo” mi ha causato.

Madre mia amata, dammi la tua dolcezza e la tua saggezza, insegnami a meditare nel silenzio del mio cuore e così come hai fatto il giorno della Pentecoste, intercedi presso Gesù perché riceva nella mia vita lo Spirito Santo, lo Spirito di Dio venga su di me.

“Maria che sciogli i nodi” prega per me.
Maria è onnipotente presso Dio.

SESTO GIORNO
Regina di misericordia, ti do questo “nodo” della mia vita (nominarlo se possibile…) e ti chiedo di darmi un cuore che sappia essere paziente finché tu sciolga questo “nodo”. Insegnami ad ascoltare la Parola del tuo Figlio, a confessarmi, a comunicarmi, perciò resta con me Maria.

Prepara il mio cuore a festeggiare con gli angeli la grazia che tu mi stai ottenendo.

“Maria che sciogli i nodi” prega per me.
Sei bellissima Maria e nessuna macchia è in te.

SETTIMO GIORNO
Madre purissima, mi rivolgo oggi a te: ti supplico di sciogliere questo “nodo” della mia vita ( nominarlo se possibile…) e di liberarmi dall’influenza del male. Dio ti ha concesso un grande potere su tutti i demoni. Oggi rinuncio ai demoni e a tutti i legami che ho avuto con loro. Proclamo che Gesù è il mio unico Salvatore e il mio unico Signore.

O ” Maria che sciogli i nodi” schiaccia la testa del demonio. Distruggi le trappole provocate da questi “nodi” della mia vita. Grazie Madre tanto amata. Signore, liberami con il tuo prezioso sangue!

“Maria che sciogli i nodi” prega per me.
Sei la gloria di Gerusalemme, sei l’onore del nostro popolo.

OTTAVO GIORNO
Vergine Madre di Dio, ricca di misericordia, abbi pietà di me, tuo figliolo e sciogli i “nodi” (nominarlo se possibile….) della mia vita.

Ho bisogno che tu mi visiti, così come hai fatto con Elisabetta. Portami Gesù, portami lo Spirito Santo. Insegnami il coraggio, la gioia, l’umiltà e come Elisabetta, rendimi piena di Spirito Santo. Voglio che tu sia mia Madre, la mia Regina e la mia amica. Ti do il mio cuore e tutto ciò che mi appartiene: la mia casa, la mia famiglia, i miei beni esteriori e interiori. Ti appartengo per sempre.

Metti in me il tuo cuore perché io possa fare tutto ciò che Gesù mi dirà di fare.

“Maria che sciogli i nodi” prega per me.
Camminiamo pieni di fiducia verso il trono della grazia.

NONO GIORNO
Madre Santissima, nostra avvocata, Tu che sciogli i “nodi” vengo oggi a ringraziarti di aver sciolto questo “nodo” (nominarlo se possibile…) nella mia vita. Conosci il dolore che mi ha causato. Grazie Madre mia amata,Ti ringrazio perché hai sciolto i “nodi” della mia vita. Avvolgimi con il tuo manto d’ amore, proteggimi, illuminami con la tua pace.

“Maria che sciogli i nodi” prega per me.

PREGHIERA A NOSTRA SIGNORA CHE SCIOGLIE I NODI (da recitare a fine Rosario)

Vergine Maria, Madre del bell’Amore, Madre che non ha mai abbandonato un figliolo che grida aiuto, Madre le cui mani lavorano senza sosta per i suoi figlioli tanto amati, perché sono spinte dall’amore divino e dall’infinita misericordia che esce dal Tuo cuore volgi verso di me il tuo sguardo pieno di compassione. Guarda il cumulo di “nodi” della mia vita.
Tu conosci la mia disperazione e il mio dolore. Sai quanto mi paralizzano questi nodi Maria, Madre incaricata da Dio di sciogliere i “nodi” della vita dei tuoi figlioli, ripongo il nastro della mia vita nelle tue mani.
Nelle tue mani non c’è un “nodo” che non sia sciolto.
Madre Onnipotente, con la grazia e il tuo potere d’intercessione presso tuo Figlio Gesù, mio Salvatore, ricevi oggi questo “nodo” (nominarlo se possibile…). Per la gloria di Dio ti chiedo di scioglierlo e di scioglierlo per sempre. Spero in Te.
Sei l’unica consolatrice che Dio mi ha dato. Sei la fortezza delle mie forze precarie, la ricchezza delle mie miserie, la liberazione di tutto ciò che mi impedisce di essere con Cristo.
Accogli il mio richiamo. Preservami, guidami, proteggimi, sii il mio rifugio.

Maria,che scioglie i nodi, prega per me.

Madre di Gesù e Madre nostra, Maria Santissima Madre di Dio; tu sai che la nostra vita è piena di nodi piccoli e grandi. Ci sentiamo soffocati, schiacciati, oppressi e impotenti nel risolvere i nostri problemi. Ci affidiamo a te, Madonna di Pace e di Misericordia. Ci rivolgiamo al Padre per Gesù Cristo nello Spirito Santo, uniti a tutti gli angeli e ai Santi. Maria incoronata da dodici stelle che schiacci con i tuoi santissimi piedi la testa del serpente e non ci lasci cadere nella tentazione del maligno, liberaci da ogni schiavitù, confusione e insicurezza. Dacci la tua grazia e la tua luce per poter vedere nelle tenebre che ci circondano e seguire la giusta strada. Madre generosa, ti presentiamo supplichevoli la nostra richiesta d’aiuto. Ti preghiamo umilmente:

· Sciogli i nodi dei nostri disturbi fisici e delle malattie incurabili: Maria ascoltaci!

· Sciogli i nodi dei conflitti psichici dentro di noi, la nostra angoscia e paura, la non accettazione di noi stessi e della nostra realtà: Maria ascoltaci!

· Sciogli i nodi nella nostra possessione diabolica: Maria ascoltaci!

· Sciogli i nodi nelle nostre famiglie e nel rapporto con i figli: Maria ascoltaci!

· Sciogli i nodi nella sfera professionale, nell’impossibilità di trovare un lavoro dignitoso o nella schiavitù di lavorare con eccesso: Maria ascoltaci!

· Sciogli i nodi dentro la nostra comunità parrocchiale, nella nostra realtà ecclesiale e nella nostra Chiesa che è una, santa, cattolica, apostolica: Maria ascoltaci!

· Sciogli i nodi fra le varie Chiese cristiane e confessioni religiose e dacci l’unità nel rispetto delle diversità: Maria ascoltaci!

· Sciogli i nodi nella vita sociale e politica del nostro Paese: Maria ascoltaci!

· Sciogli tutti i nodi del nostro cuore per poter essere liberi di amare con generosità: Maria ascoltaci!

Maria che sciogli i nodi, prega per noi tuo Figlio Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Dopo la Preghiera a “Maria che scioglie i nodi” si può recitare questa Supplica:

Supplica a Maria che scioglie i nodi:

O Vergine Immacolata, Vergine Benedetta, Tu sei la dispensatrice universale di tutte le Grazie di Dio. Sei la speranza di ogni uomo e la mia speranza. Ringrazio sempre ed in ogni momento il mio amato Signore Gesù che mi ha permesso di conoscerti, e mi ha fatto capire come posso ricevere le Grazie Divine ed essere salvato. Questo modo sei Tu stessa, Augusta Madre di Dio, perché so, grazie principalmente ai Meriti di Gesù Cristo, e poi alla Tua intercessione  che io posso raggiungere la Salvezza Eterna. O mia Signora che sei stata così sollecita nel visitare Elisabetta, per santificarla, Ti prego, affrettati a venire a visitare la mia anima. Meglio di me, Tu sai quanto sia misera e quanti mali l’affliggono: affezioni sregolate, cattive abitudini, peccati commessi e tante gravi malattie che possono solo portarla alla morte eterna. Solo da Te dipende guarire la mia anima da tutte le sue infermità e sciogliere tutti i “nodi” che l’affliggono. Prega per me, o Vergine Maria, e raccomandami al Tuo Divin Figlio. Meglio di me Tu conosci le mie miserie e i miei bisogni. O Madre mia e dolce Regina prega per me il Tuo Figlio Divino e ottienimi di ricevere le Grazie che mi sono più necessarie ed essenziali per la mia Salvezza Eterna. Io mi abbandono completamente a Te. Le Tue preghiere non sono mai state respinte da Lui: sono le preghiere di una Madre al suo Figlio; e questo Figlio Ti ama così tanto, che Egli fa tutto ciò che Tu desideri al fine di aumentare la Tua Gloria e di testimoniare il grande amore che Egli prova per Te.

“O Madonna fermiamoci lì: mi affido pienamente corpo e anima a Te; e Tu preoccupati della mia salvezza. Così sia…!” (Sant’ Alfonso Maria de’ Liguori)

O Maria, esaudisci le mie preghiere.

Ricordati, o dolcissima Vergine Maria, che non abbiamo mai sentito dire che nessuno di quelli che hanno chiesto la tua protezione, implorato il tuo soccorso e chiesto la tua intercessione siano stati da Te abbandonati. Animato da una tale fiducia, o Vergine tra le Vergini, o Madre mia, vengo da Te, e mentre soffro sotto il peso dei miei peccati, mi prostro ai tuoi piedi. O Madre del Verbo, non rifiutare le mie preghiere, ma ascoltale favorevolmente ed esaudiscile. Amen. (San Bernardo)

Imprimatur dell’Arcivescovado di Parigi- 9.4.2001

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LA MADONNA CHE SCIOGLIE I NODI, quadro, storia della devozione, preghiera e meditazione sulla vita di Maria

A proposito dell’ormai famoso dipinto della “Madonna che scioglie i nodi” offro una breve storia della devozione, la preghiera con l’imprimatur dell’Arcivescovo Bergoglio, e una mia breve riflessione sui nodi sciolti da Maria nel corso della sua vita, come la leggiamo tra le righe del Vangelo. In un prossimo post riprodurrò anche la novena.

Breve storia.
Negli anni ’80, quando Papa Francesco era solo padre Jorge Bergoglio, scoprì durante un viaggio in Germania una immagine della Madonna -la cosiddetta “Knotenloeserin” o Vergine che scioglie i nodi- di cui riportò in Argentina varie riproduzioni e che è ormai l’oggetto di una forte venerazione popolare a Buenos Aires. L’immagine, attribuita al pittore settecentesco Johann Georg Melchior Schmidtner, si trova nella chiesa di St. Peter am Perlach ad Augusta, nel Sud della Baviera, e rappresenta la Madonna che scioglie i nodi di un lungo nastro che gli è offerto da angeli che si trovano alla destra del quadro, mentre altri angeli a sinistra raccolgono il tessuto ormai liscio.
Il quadro fu commissionato al pittore come ex voto dai discendenti del nobile Wolfgang Legenmantel, che nel 1615 rinunciò a divorziare dopo aver pregato la Madonna dietro consiglio del gesuita Jokob Rem. Il sacerdote Bergoglio fu colpito subito da quest’allegoria del ruolo di mediatrice della madre di Gesù e decise così di portarla con sé a Buenos Aires, dove iniziò a distribuirla a sacerdoti e fedeli. E’ così che nel settembre del 1996, padre Rodolfo Arroyo, che era stato nominato pochi mesi prima parroco di San Jose’ del Talar, nella capitale argentina, decise di portarla alla venerazione anche nella sua chiesa. In meno di tre mesi un’artista locale, Ana Betta de Berti, dipinse una riproduzione del quadro originale tedesco e la donò alla parrocchia. Il futuro Papa Francesco, celebrando la messa a San Josè del Talar l’8 dicembre del 2011, sottolineò che questa rappresentazione della Madonna illustra il fatto che “Dio, il quale distribuisce la sua Grazia a tutti i suoi figli, vuole che noi ci fidiamo di Lei, che le affidiamo i nodi dei nostri peccati per fare sì che Lei ci avvicini a suo figlio Gesù”. Il forte accento posto sul potere di mediazione della Madonna, così come il fatto che la “Desatanudos” deve essere invocata in caso di difficoltà, in particolare matrimoniali, l’hanno reso molto popolare fra i fedeli argentini, che all’ottavo giorno di ogni mese formano lunghe file davanti alla chiesa di San Josè del Talar, nel quartiere di Villa Devoto, per poter pregare e chiederle la sua intercessione. Scrive Stefania Falasca su Avvenire(14 aprile 2013):”Il singolare e suggestivo dipinto presenta la Vergine Immacolata nel suo stato di Assunta in cielo che schiaccia la testa del serpente mentre è intenta a sciogliere con le sue mani nodi da un nastro sorretto da due angeli. Posto al suo fianco uno dei due angeli porge alla Madonna il nastro aggrovigliato di nodi piccoli e grandi. Dall’altro lato il nastro, in cui si rispecchiano la luce della misericordia e della salvezza divina, scivola ormai liscio nelle mani dell’angelo che lo mostra con uno sguardo eloquente al fedele la cui preghiera è stata ascoltata, il cui nodo è stato sciolto per l’intercessione, le mani di Maria. Il dipinto, come ex voto, intendeva evocare semplicemente la grazia ricevuta dal committente per la ricomposizione del suo matrimonio (il nastro, infatti, secondo l’usanza del tempo, stava a indicare l’unione coniugale)”. Si notino in basso nel dipinto  le piccole figure del nobile Wolfgang accompagnato dall’Arcangelo Raffaele.

Testo della «Preghiera a Maria che scioglie i nodi» 
diffusa con l’imprimatur dell’allora arcivescovo di Buenos Aires monsignor Bergoglio:

Santa Maria, piena della Presenza di Dio, durante i giorni della tua vita accettasti con tutta umiltà la volontà del Padre, e il Maligno mai fu capace di imbrogliarti con le sue confusioni. Già insieme a tuo Figlio intercedesti per le nostre difficoltà e con tutta semplicità e pazienza ci desti un esempio di come dipanare la matassa delle nostre vite. E rimanendo per sempre come Madre Nostra poni in ordine e fai più chiari i legami che ci uniscono al Signore.
Santa Maria, Madre di Dio e Madre nostra, tu che con cuore materno sciogli i nodi che stringono la nostra vita, ti chiediamo di ricevere nelle tue mani…(si indichi il nodo da sciogliere che le affidiamo) e che ci liberi dai legacci e dalle confusioni con cui ci tormenta colui che è nostro nemico. Per tua grazia, per tua intercessione, con il tuo esempio liberaci da ogni male, Signora nostra, e sciogli i nodi che impediscono di unirci a Dio affinché, liberi da ogni confusione ed errore, possiamo incontrarlo in tutte le cose, possiamo tenere riposti in lui i nostri cuori e possiamo servirlo sempre nei nostri fratelli. Amen.


Breve meditazione mariana.
Consapevole della devozione di Papa Francesco alla Madonna che scioglie i nodi, ho provato a chiedermi quale poteva essere un fondamento biblico di questa devozione e mi sono sovvenute le considerazioni seguenti.Tutta la vita della Madonna è stata uno sciogliere nodi con la forza, la potenza, la grazia di Dio. E’ stata un accogliere la chiamata di Dio ad essere colei che scioglie i nodi dell’esistenza umana. La sua stessa vocazione anticipata nel dono della concezione Immacolata, a ben vedere è stato un primo sciogliere il nodo, che pareva insolubile, e che univa l’essere figlia di Adamo ed Eva ed essere ferita dal peccato originale: Maria, essendo concepita Immacolata ha sciolto questo nodo. Con la sua scelta della verginità nel matrimonio, condivisa da Giuseppe, a cui era promessa sposa, aveva già ottenuto di sciogliere quel nodo: come è possibile essere sposata e vivere al contempo la verginità a cui sono chiamata? Così aveva messo inconsapevolmente le premesse per sciogliere quell’altro nodo che propone all’Arcangelo Gabriele: como posso essere madre ed essere vergine allo stesso tempo? Lo chiede all’angelo Gabriele: e ne riceve la risposta. E’ la potenza dell’Altissimo che scioglie quel nodo, ma ciò avviene in lei, e grazie al suo si. Con la sua maternità divina scioglie il nodo della impossibilità che Dio si faccia uomo, il nodo della continua lontananza di Dio, della sua invisibilità, del suo bisogno struggente da parte dell’uomo. Il nodo della nostalgia di Dio da parte di tutta la storia umana. Nulla è impossibile a Dio le dice l’arcangelo Gabriele. E l’Incarnazione del Verbo di Dio attraverso di lei, avviene per sciogliere il nodo del peccato, di tutti i peccati degli uomini.
Con la sua visita a Elisabetta scioglie il suo nodo esistenziale di quei momenti: il bisogno di mantenere il segreto della cosa unica che le è capitata e il bisogno di confidarsi ed essere capita, il bisogno di quiete e il bisogno di dare e ricevere aiuto e consiglio, il bisogno di riservatezza e il bisogno di relazioni familiari, come ogni donna alla prima gravidanza. Con il suo viaggio a Betlemme con Giuseppe, scioglie il nodo che le si presentava: come obbedire a Dio e alle sue profezie e allo stesso tempo agli uomini e ai loro censimenti, alla loro storia? Alla fine lì a Betlemme si compì la profezia: “e tu Betlemme…” Con l’aiuto di Giuseppe in quella notte scioglie il nodo del bisogno di alloggio, che non c’era, e dell’intimità necessaria per l’avvenimento più sacro e più umano del storia dell’uomo sulla terra, che non c’era: nella grotta di Betlemme trova l’uno e l’altra: il segno del presepe per sempre ce lo ricorda.
Nel presentare Gesù al tempio diventa protagonista passiva di un altro sciogliere nodi di Dio attraverso di lei: presenta al tempio, e offre a Dio, il figlio stesso unigenito del Dio Altissimo che è anche suo figlio nella carne; ascoltando Simeone ed Anna unisce l’antica alla nuova alleanza; è portatrice della buona novella e allo stesso tempo ascoltatrice stupita della voce dei profeti del passato; è la più povera con le tortore, e allo stesso tempo la più ricca. Tutto questo umanamente comporterebbe un groviglio inestricabile, una difficoltà teorica insuperabile, dubbi angosciosi. Invece lei scioglie tutto con un gesto, una parola, un lasciarsi portare dallo Spirito Santo e affidarsi a Giuseppe.
Come scioglie il nodo del contrasto tra la volontà del padre terreno, che angosciato cerca Gesù adolescente perduto, e quella del Padre celeste che vuole Gesù a servirlo nella sua casa, nel suo tempio? In primo luogo domandando a Gesù quando lo trova: perché ci hai fatto questo? Gli presenta il nodo delle loro anime, della loro voce, del loro cuore. E poi ascoltando la sua risposta, anche se non la comprende ma la conserva nel cuore, la custodisce, non la perde più. Tornano a casa. Senza fare problemi, senza tragedie, senza spaventarsi del suo non comprendere. E tutto si è sciolto, l’angoscia e il dilemma.
A Cana di Galilea: come sciogliere il nodo degli sposi che non hanno più vino e rispettare anche la volontà del Figlio che dice che non è ancora giunta la sua ora? La Madonna chiede a Gesù e ottiene che sia Lui a cedere. E venne il vino più buono. Si sciolsero i cuori, e le paure. Sotto la croce, è chiamata a districare il nodo che deriva dall’essere madre dell’Unigenito Figlio di Dio, e diventarlo anche dei suoi fratelli e sorelle nella Chiesa: come potrà? Lì sotto la croce impara a generarli e amarli in una misura molto simile a quella del suo Figlio. Come sarà possibile piangere tutto il dolore del mondo per la morte del suo Figlio, e gioire tutta la gioia del mondo per la sua risurrezione? Scioglie anche questo nodo. Nell’Assunzione al cielo scioglie il nodo finale: muore come Gesù, come ognuno di noi, ma vive già la vita della risurrezione.
Forse queste considerazioni ci aiutano a comprendere con maggiore consapevolezza perché affidare a Lei i nostri nodi da sciogliere. «Tutti – ha spiegato più volte il card. Bergoglio – abbiamo nodi nel cuore, mancanze, e attraversiamo difficoltà. Il nostro Padre buono, che distribuisce la grazia a tutti i suoi figli, vuole che noi ci fidiamo di Lei, che le affidiamo i nodi dei nostri mali, i grovigli delle nostre miserie che ci impediscono di unirci a Dio, affinché Lei li sciolga e ci avvicini a suo figlio Gesù. Questo è il significato dell’immagine».

Chio desidera conoscere la Novena (con il Rosario) alla Madonna che scioglie i nodi: la può trovare su un altro post di questo blog:
http://donandreamardegan.blogspot.it/2013/11/novena-alla-madonna-che-sciogli-e-i.html

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CERCATE GESU’, AMATE GESU’, TESTIMONIATE GESU’. Giovanni Paolo II ai giovani italiani. Il primo discorso ai giovani 23 giorni dopo l’elezione a Papa

Il prossimo 27 aprile 2014 verrà canonizzato il Beato Giovanni Paolo II. E’ bello prepararsi a quel giorno ripercorrendo alcuni passi del suo pontificato. 23 giorni dopo l’elezione al soglio di Pietro, l’8 novembre 1978 Giovanni Paolo II ,che verrà anche ricordato come il Papa dei giovani, pronuncia il suo primo discorso ai giovani. Sono giovani italiani. Rileggendolo dopo molti anni se ne ammira la forza semplice, la freschezza della fede, la forza della speranza. Inizia il discorso testimoniando l’amore per loro, con un commovente riconoscersi e identificarsi nell’amore che Cristo ha per loro, li indica già come la speranza della Chiesa e del mondo, e poi lascia loro tre consegne: cercare Gesù, amare Gesù, testimoniare Gesù. Penso che anche ai giovani di oggi colpiscano ancora al cuore queste parole. 
Siate i benvenuti, carissimi ragazzi e ragazze, e carissimi giovani. Vi saluto con tutto il cuore e vi dico che è particolarmente grande la gioia che mi recate oggi con la vostra numerosa ed affettuosa presenza. Si sta sempre bene con i giovani.

Il Papa vuole bene a tutti, ad ogni uomo e a tutti gli uomini, ma ha una preferenza per i più giovani, perché essi avevano un posto preferenziale nel cuore di Cristo, il quale desiderava rimanere con i fanciulli (Mc 10,14; Lc 18,16); e intrattenersi con i giovani; ai giovani rivolgeva particolarmente la sua chiamata (Mt 19,21); e di Giovanni, l’Apostolo più giovane, aveva fatto il suo prediletto.
Vi ringrazio pertanto vivamente per essere venuti a visitarmi, portandomi il dono prezioso della vostra giovinezza, dei vostri occhi pieni di gioia e di vita, dei vostri volti splendenti di ideali.
In questo primo incontro desidero esprimervi, oltre che l’intensità dei miei sentimenti di affetto, la mia speranza. Sì, la mia speranza, perché voi siete la promessa del domani. Voi siete la speranza della Chiesa e della società.
Contemplandovi, penso con trepidazione e con fiducia a ciò che vi attende nella vita e a ciò che sarete nel mondo di domani, e desidero lasciarvi, come viatico per la vostra vita, tre pensieri:
– cercate Gesù, – amate Gesù, – testimoniate Gesù. 


1. Prima di tutto, “cercate Gesù”!
Oggi meno che mai ci si può arrestare ad una fede cristiana superficiale o di tipo sociologico; i tempi, voi ben lo sapete, sono cambiati. L’aumento della cultura, l’influenza continua dei “mass media”, la conoscenza delle vicende umane passate e presenti, l’aumento della sensibilità e dell’esigenza di certezza e di chiarezza sulle verità fondamentali, la presenza massiccia nella società e nella cultura di concezioni atee, agnostiche e anche anticristiane, reclamano una fede personale, e cioè ricercata con l’ansia della verità, per essere poi vissuta integralmente.
Bisogna cioè giungere alla chiara e certa convinzione della verità della propria fede cristiana e cioè, in primo luogo, della storicità e della divinità di Cristo e della missione della Chiesa da lui voluta e fondata.
Quando si è veramente convinti che Gesù è il Verbo Incarnato ed è tuttora presente nella Chiesa, allora si accetta totalmente la sua “parola”, perché è parola divina, che non inganna, non si contraddice, e ci dà l’unico e vero senso della vita e dell’eternità. Egli solo, infatti, ha parole di vita eterna! Egli solo è la via, la verità e la vita!
Vi ripeto pertanto: cercate Gesù, leggendo e studiando il Vangelo: leggendo qualche buon libro; cercate Gesù approfittando in particolare della lezione di Religione a Scuola, dei catechismi, degli incontri nelle vostre parrocchie.
Cercare Gesù personalmente, con l’ansia e con la gioia di scoprire la verità, dà una profonda soddisfazione interiore e una grande forza spirituale per mettere poi in pratica ciò che egli esige, anche se costa sacrificio.

2. In secondo luogo, vi dico: amate Gesù!
Gesù non è un’idea, un sentimento, un ricordo! Gesù è una “persona” sempre viva e presente con noi!
– Amate Gesù presente nell’Eucaristia. Egli è presente in modo sacrificale nella Santa Messa, che rinnova il Sacrificio della Croce.Andare a Messa significa andare al Calvario per incontrarci con lui, nostro Redentore. Egli viene in noi nella Santa Comunione e rimane presente nei Tabernacoli delle nostre Chiese, perché egli è il nostro amico, è l’amico di tutti e desidera essere particolarmente l’amico e il sostegno nel cammino della vita di voi ragazzi e giovani, che siete così bisognosi di confidenza e di amicizia.
– Amate Gesù presente nella Chiesa, mediante i suoi sacerdoti; presente nella famiglia, mediante i vostri genitori e coloro che vi amano.
– Amate Gesù presente specialmente in chi soffre, in qualunque maniera: fisicamente, moralmente, spiritualmente. Sia vostro impegno e programma amare il prossimo scoprendo in lui il volto di Cristo. 

3. E infine, vi dico: testimoniate Gesù con la vostra fede coraggiosa e con la vostra innocenza.
È vano lamentarsi della malvagità dei tempi. Come già scriveva San Paolo, bisogna vincere il male facendo il bene (Rm 12,21). Il mondo stima e rispetta il coraggio delle idee e la forza delle virtù. Non abbiate paura a rifiutare parole, gesti, atteggiamenti non conformi agli ideali cristiani. Siate coraggiosi nel respingere ciò che distrugge la vostra innocenza o incrina la freschezza del vostro amore a Cristo.
Cercare, amare, testimoniare Gesù! Ecco il vostro impegno; ecco la consegna che vi lascio! Così facendo, non soltanto conserverete nella vostra vita la vera gioia, ma beneficherete anche la società intera che ha bisogno soprattutto di coerenza al messaggio evangelico.
Questo è quanto di cuore auspico per voi, mentre di gran cuore benedico voi, tutti i vostri cari e quanti si dedicano alla vostra formazione.

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L’ARTE DI NON PRENDERSI TROPPO SUL SERIO, di Carlo de Marchi

Londra. Fotografia di Sofia Mardegan

Carlo De Marchi nel suo ultimo articolo su “Studi cattolici”, ottobre 2013, pag. 685-687, intitolato “Breve storia del sorriso”, continua la sua riflessione sulle virtù e gli atteggiamenti positivamente relazionali. Prende l’avvio da considerazioni di Benedetto XVI, per trovarne la fonte in Chesterton, e da li tornare sull’esempio e gli scritti di Thomas More, celebre santo del buonumore, per arrivare fino a papa Francesco. L’autore che era già intervenuto sull’argomento della capacità di scherzare in situazioni difficili tipica di alcuni santi ( http://donandreamardegan.blogspot.it/2013/05/la-capacita-di-scherzare-anche-nel.html   ) continua la sua riflessione sul buon umore come virtù, la capacità di non prendersi troppo sul serio, come leggerezza dell’anima che si lascia così  portare della grazia di Dio sulle ali del vento dello Spirito, fino in cielo.

In un’intervista del 2006 un giornalista domandò a Benedetto XVI quale fosse l’importanza del buonumore e della leggerezza nella vita di un Papa. “Io non sono un uomo a cui vengano in mente continuamente delle barzellette”. Non si trattava di una conversazione scritta, la domanda era per una trasmissione radiofonica e quindi la risposta, a cominciare dalla prima battuta autoironica, ha il sapore dell’autenticità. “Ma saper vedere anche l’aspetto divertente della vita – proseguiva Benedetto – e la sua dimensione gioiosa e non prendere tutto così tragicamente, questo lo considero molto importante, e direi che è anche necessario per il mio ministero. Un qualche scrittore aveva detto che gli angeli possono volare, perché non si prendono troppo sul serio”[1].
La serietà non è una virtù
La citazione è di un autore caro a Ratzinger, e cioè G. K. Chesterton. Il passo è il seguente: “una caratteristica dei grandi santi è il loro potere di levità.

Gli angeli possono volare perché prendono sé stessi con leggerezza. Questo fu sempre l’istinto del cristianesimo e in particolare dell’arte cristiana. Ricordate come Fra Angelico abbia rappresentato tutti i suoi angeli non soltanto come uccelli ma quasi come farfalle (…). Negli antichi quadri cristiani il cielo al disopra di ogni figura è come un paracadute blu e oro; ogni figura sembra pronta a levarsi e a navigare nel cielo”[2].

 Il ragionamento chestertoniano non intende tuttavia essere solo estetico o iconografico. E infatti il discorso si allarga e collega il “prendersi troppo sul serio” con la radice di ogni male, cioè la superbia, che assai spesso si accompagna di toni solenni (parlando di sé) e sguardi severi (rivolti agli altri). “L’orgoglio è il trascinarsi di tutte le cose in una facile solennità. Uno si può ‘adagiare’ in una specie di egoistica serietà, ma è costretto ad alzarsi se vuole gustare il gioioso oblio di sé stesso”. La battuta che segue è divenuta celebre: “la serietà non è una virtù. Sarà forse un’eresia, ma un’eresia molto più sensata dire che la serietà è un vizio. C’è realmente una tendenza (una sorta di decadenza) naturale a prendersi sul serio perché è la cosa più facile a farsi”. E la folgorante conclusione: “La solennità viene fuori dagli uomini senza fatica; invece la risata è uno slancio. E’ facile essere pesanti e difficile essere leggeri. Satana è caduto per la forza di gravità”[3].
 Alla comoda seriosità che accompagna l’orgoglio si contrappone dunque l’umiltà di chi non si prende troppo sul serio. L’orgoglio porta a guardarsi allo specchio con solennità. Non c’è soltanto mancanza di umiltà, c’è anche poco coraggio. Ci vuole infatti forza d’animo per guardare sé stessi con realismo, vincendo il timore che tende a sfumare i propri difetti in un quadro dai contorni poco chiari, dove è più facile attribuire responsabilità ad altri e rimanersene tranquilli… Chesterton riscontra in questa visione una deformazione della realtà che è prodotta nientemeno che dalla tentazione del demonio.  
Guardare sé stessi con leggerezza
Il precursore di questa idea di Chesterton è Thomas More, che nel Dialogo del conforto nella tribolazione descrive la lotta contro la tentazione nel modo seguente: “alcuni si sono liberati del tutto da queste fantasie pestifere semplicemente disprezzandole, facendosi un segno della Croce sul cuore e scacciando così il diavolo, a volte perfino deridendolo e pensando ad altro”. Di fronte a questo atteggiamento di derisione, il demonio si ritira, “perché lo spirito orgoglioso non sopporta di essere preso in giro”[4]. E non è un caso – diciamo per inciso – che queste parole di More siano state poste da C. S. Lewis all’inizio delle Lettere di Berlicche, che è un vero e proprio trattato di spiritualità basato sul buon senso, sul buonumore e sull’umiltà, considerate come le armi principali nella lotta contro il tentatore.
 Una preghiera tradizionalmente attribuita a Thomas More chiede a Dio il dono del senso dell’umorismo, insieme a quello “di capire uno scherzo e di conoscere nella vita un po’ di gioia, e poterla così comunicare anche agli altri”. Ma questa richiesta è preceduta da un’altra, che è il fondamento necessario per la gioia quotidiana: “donami un’anima che non conosca la noia, la mormorazione, i sospiri, le lamentele, e non permettermi di soffrire eccessivamente per quella realtà invadente che si chiama io[5].
 La centralità dell’umiltà nella vita cristiana si vede bene in un’altra immagine moreana: “Per quanto alta tra le nuvole la freccia dell’orgoglio possa volare e per quanto grande sia l’emozione che si provi sentendosi portare così in alto, ricordiamoci che anche la più leggera di queste frecce ha pur sempre una punta di acciaio. Può volare in alto, ma deve poi inevitabilmente ricadere giù per terra. E non sempre ricade in un luogo troppo pulito”[6]

E’ interessante notare che nel momento più drammatico della sua vita Thomas More venne accusato proprio di orgoglio. Roper racconta che, durante il processo, “il Lord Cancelliere – nel tentativo di farlo ritornare sui suoi passi, dopo la condanna – gli contestò che, dal momento che tutti i Vescovi, le Università e le persone più dotte dell’intera nazione avevano aderito a quest’Atto, era ben strano che lui solo s’impuntasse così ostinatamente contro tutti loro e vi si opponesse con tanta protervia”. L’accusa era precisa, e rispondendo More correva il rischio di lasciarsi andare in affermazioni di presuntuoso disprezzo nei confronti di tutta l’aristocrazia inglese dell’epoca, che aveva accettato l’Atto con cui Enrico VIII si era posto a capo della Chiesa anglicana. Le parole del condannato furono le seguenti: “Non dubito che – se non in questa nazione in tutto il resto della Cristianità – fra i Vescovi di più vasta dottrina e le persone di più alta virtù tuttora viventi, coloro che hanno la mia stessa opinione siano in minoranza. Ma se io dovessi riferirmi a coloro che sono già morti, molti dei quali sono ora santi in Paradiso, ho l’assoluta certezza che durante la vita terrena la grande maggioranza di essi pensavano riguardo a questo punto esattamente come penso io in questo momento. Pertanto, mio signore, io non mi sento obbligato a conformare la mia coscienza al Consiglio di un solo regno contro il Grande Consiglio dell’intera Cristianità”[7].  

Prendere sul serio gli altri
L’accusa di orgoglio si aggiungeva a quella che più volte era stata avanzata contro Thomas More, e cioè quella di aggredire con disprezzo gli avversari. Il celebre umorismo moreano veniva considerato sarcasmo privo di carità, e quindi non degno di un cristiano. Ma l’accusa di sarcasmo è smentita anche dal tono tutt’altro che sprezzante dell’ultima dichiarazione di More davanti chi l’aveva appena condannato: “Non ho più niente da aggiungere se non che – come si legge negli Atti degli Apostoli – san Paolo era presente e consenziente alla morte di santo Stefano, ed ebbe in custodia le vesti di coloro che lo lapidavano: eppure ora sono entrambi Santi in Paradiso, e lassù sono amici per sempre. Così io fermamente confido – e con tutto il cuore lo chiederò nelle mie preghiere – che benché voi, miei signori, siate qui in terra i giudici della mia condanna, possiamo ritrovarci tutti insieme nella gioia del Paradiso, per la nostra eterna salvezza”[8].
 In effetti il sarcasmo e l’ironia sprezzante sono linguaggi che tendono a imporre l’io sugli altri. Invece, è proprio l’umiltà che porta More a sorridere guardando sé stesso (sono celebri le sue battute sul patibolo, sul fatto se la barba si meritasse o meno di essere tagliata dalla scure del boia) e a trattare con rispetto gli altri, prendendoli sul serio. Un umorismo che disprezzasse gli altri diventerebbe facilmente affermazione dell’io contro tutti (dai toni più nietzschiani che cristiani).
 Di nuovo è interessante notare come questo legame tra umorismo, umiltà e rispetto per l’insieme delle persone che ci hanno preceduto e dai quali la nostra storia personale dipende, cioè per la tradizione, non sia sfuggito a Chesterton. In un passo centrale di Ortodossia si legge che “la tradizione non è che la democrazia estesa nel tempo. E’ la fiducia nelle voci comuni dell’umanità piuttosto che in qualche nota isolata e arbitraria. Chi cita qualche storico tedesco contro la tradizione della Chiesa cattolica, per esempio, crede nell’aristocrazia: fa appello alla superiorità di un esperto contro la formidabile autorità di una folla”. Il ragionamento ha un sapore tutto moreano e prosegue affermando in modo paradossale la superiorità delle leggende rispetto ai libri di storia: “la leggenda è fatta generalmente dalla maggioranza – assennata – degli abitanti di un villaggio; il libro in genere è scritto, fra gli abitanti del villaggio, da quello che è matto (…). Tradizione significa dare il voto alla più oscura di tutte le classi, quella dei nostri avi. E’ la democrazia dei morti. La tradizione rifiuta di sottomettersi alla piccola e arrogante oligarchia di coloro che si trovano nella fortuita circostanza di essere vivi. I democratici affermano l’idea che una persona, per la fortuita circostanza di essere nata, non possa essere squalificata; la tradizione afferma che nessuno può essere squalificato per il fatto accidentale di essere morto”[9]
 In occasione di un dialogo informale con alcuni sacerdoti, Benedetto XVI propose un ragionamento che si trova perfettamente in linea con la visione moreana e chestertoniana della tradizione. La domanda manifestava lo sconcerto di chi, studiando teologia, si trova spesso di fronte a teorie che si propongono come scientifiche, ma spesso sono solo opinioni personali presentate come verità assolute. Il tono della risposta di Papa Benedetto è pacato: “Io seguo la teologia dal ’46; ho incominciato a studiare la teologia nel gennaio ’46 e quindi ho visto quasi tre generazioni di teologi, e posso dire: le ipotesi che in quel tempo, e poi negli anni Sessanta e Ottanta erano le più nuove, assolutamente scientifiche, assolutamente quasi dogmatiche, nel frattempo sono invecchiate e non valgono più! Molte di loro appaiono quasi ridicole”. Si intuisce il sorriso del teologo, nel ripercorrere i propri e gli altrui andirivieni teologici, specialmente quando non sono stati accompagnati da una sana diffidenza nei confronti del proprio giudizio. Il suggerimento è di “avere il coraggio di resistere all’apparente scientificità, di non sottomettersi a tutte le ipotesi del momento, ma pensare realmente a partire dalla grande fede della Chiesa, che è presente in tutti i tempi e ci apre l’accesso alla verità”. E la conclusione non può stupire: si tratta di “avere l’umiltà di non sottomettersi a tutte le ipotesi del momento, vivere della grande fede della Chiesa di tutti i tempi. Non c’è una maggioranza contro la maggioranza dei Santi: la vera maggioranza sono i Santi nella Chiesa e ai Santi dobbiamo orientarci!”[10].
Sorriso e magnanimità
Nell’intervista citata sopra, Benedetto XVI, il mite “Papa teologo” offrì anche una chiave di lettura ante litteram dell’atteggiamento affabile del suo successore. Il cordiale “buonasera” con cui Papa Francesco ha aperto il suo primo discorso al mondo è già passato alla storia. Ma non si è trattato di una gaffe, dovuta alla poca dimestichezza con il suo nuovo ruolo. Con l’andare dei giorni l’atteggiamento disteso e tutt’altro che serioso del nuovo Pontefice si è rivelato un tratto caratteristico della sua personalità, in particolare quando parla a braccio distaccandosi da un testo scritto in anticipo. Ma toni analoghi si ritrovano in un testo che ha invece un carattere formale, e cioè le lettera inviata dal Papa ai vescovi argentini a fine marzo 2013, che si apre con le scuse “per non essere lì con voi per ‘impegni assunti da poco’ (suona bene?), anche se sono con voi spiritualmente e chiedo al Signore che vi sia molto vicino nei prossimi giorni”. Verso la fine della lettera il Papa chiede ai vescovi argentini “per favore, di pregare per me affinché non mi creda chissà chi e sappia ascoltare ciò che vuole Dio e non ciò che voglio io”. L’espressione spagnola “que yo no me la crea” (che abbiamo reso con “non mi creda chissà chi”) può essere tradotta anche con “non mi prenda troppo sul serio”[11].
Queste parole sembrano sintetizzare bene il rapporto tra umiltà, sorriso e magnanimità. E’ lo sguardo bonario con cui ciascuno guarda se stesso che rende capaci di apertura agli altri. E, paradossalmente, questa umile e sorridente apertura consente di assumersi gravi responsabilità e intraprendere iniziative che richiedono coraggio. “Gli angeli possono volare, perché non si prendono troppo sul serio”. Nell’intervista che ha dato l’avvio a queste riflessioni Benedetto XVI aggiungeva una conclusione: “E noi forse potremmo anche volare un po’ di più, se non ci dessimo così tanta importanza”.
 Nelle ultime parole di Thomas More risuonano la magnanimità e il coraggio di un eroe classico: “Muoio da servo fedele del Re, e innanzitutto di Dio”. E il suo più grande biografo commenta commosso: “Le parole di More sono le più alte, le più orgogliose che mai siano state pronunciate dal patibolo”[12]. Fu in grado di pronunciarle un uomo capace di non prendere troppo sul serio se stesso e, invece, di prendere sul serio gli altri, le persone che aveva intorno e quelle che lo avevano preceduto. In lui erano tutt’uno, dice Louis Bouyer, “il giurista di professione, l’uomo di Stato, il padre di famiglia, l’amico, il pensatore, il mistico, il martire infine, oltre che l’uomo di tutti i giorni, con la sua perspicacia, la sua sensibilità, la sua generosità, oltre al suo humour, che mette ogni cosa al suo posto, ponendo dolcemente, ma fermamente, in disparte ogni falso aspetto”[13].

[1]              BENEDETTO XVI, Intervista radiofonica, Castelgandolfo, 6 agosto 2006.
[2]              G.K. CHESTERTON, Ortodossia, Morcelliana, pp. 165-166 (cap. VII, “La rivoluzione eterna”).
[3]              Ibid.
[4]              T. MORE, Dialogo del conforto nella tribolazione, II, 16 (155/9-12); cfr. anche Vita di Tommaso Moro, Morcelliana, Brescia 1963, p. 45, in cui il biografo attribuisce a More queste parole: “il diavolo è troppo superbo per tollerare di vedersi preso in giro”.
[5]              In realtà l’autore non è More, anche se la preghiera ne incarna bene lo spirito. Così afferma una delle massime autorità negli studi moreani, G. MARC’HADOUR, Thomas More, in VILLER, M. (dir.) “Dictionnaire de Spiritualité”, Paris 1991, coll. 849-865.
[6]              T. MORE, Dialogo del conforto nella tribolazione, II, 16.
[7]              W. ROPER, Vita di Tommaso Moro, p. 112-114.
[8]              W. ROPER, Vita di Tommaso Moro, p. 115.
[9]              G.K. CHESTERTON, Ortodossia, pp. 66-67 (cap. IV, “La morale delle favole”). E’ interessante notare che Chesterton in Ortodossia chiama più volte la sua concezione del mondo my utopia, con probabile riferimento sottinteso all’opera di More.  
[10]             BENEDETTO XVI, Dialogo con i sacerdoti, Piazza S. Pietro, 10 giugno 2010.
[11]             FRANCESCO, Lettera ai vescovi argentini, 25 marzo 2013.
[12]             R. W. CHAMBERS, Tommaso Moro, Rizzoli, Milano 1965, p. 465.
[13]             L. BOUYER, Tommaso Moro, umanista e martire, Jaca Book, Milano 1985, pp. 100-101. 
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UN UOMO DI NOME ZACCHEO, la gioia di incontrare Cristo e di cambiare vita

Nella domenica XXXI dell’anno C, si legge nel Vangelo la storia di Zaccheo e del suo incontro con Cristo, della sua conversione. E’ una di quelle store evangeliche inesauribili. Sempre nuove pur se antiche. perché rese sempre presenti e contemporanee dal Gesù vivo che le rappresenta nella nostra vita di ogni giorno, nella vita della Chiesa e del mondo. Nelle strade del mondo, dove Lui passa, ogni giorno, e in particolare, per ciascuno, quella volta lì. Perché parlano dell’uomo di sempre. perché sono storie vere che diventano parabole trasportabili in ogni tempo e in ogni spazio.Di quell’incontro scrissi un breve commento ai brani del Vangelo, per illustrare il mistero del perdono e del misericordia di Dio con il nostro peccato, prima nel libro PIÙ GIOIA IN CIELO e poi nel libro IL SACRAMENTO DELLA GIOIA,PREPARARSI ALLA CONFESSIONE MEDITANDO IL VANGELO (Paoline 2010): lo ripropongo alla lettura e alla meditazione.

Entrò nella città di Gerico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zaccheo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomoro, perché doveva passare di là (Lc 19,1-4).
Gesù entra a Gerico, c’è tanta gente.
In mezzo a quella folla Gesù conosce ciascuno: potrebbe chiamare tutti per nome.
Zaccheo ne ha sentito parlare, ma non lo ha mai visto.
Ha sentito il rumore della folla e ha domandato: Che succede?


Passa Gesù, il Nazareno, colui che dicono che sia il Messia e fa miracoli portentosi che soltanto Dio può fare.
Zaccheo sente una forte spinta interiore. Vuole vedere Gesù, capire chi è, fra tanta gente che si accalca.
È mosso dalla curiosità e da qualcos’altro che non saprebbe definire, un’inquietudine interiore, un intimo disagio che da tempo lo tallona, un’aspirazione segreta a cambiare vita, un’insoddisfazione strisciante.
Lo Spirito di Dio – lui non lo sa – lo sta spingendo da dentro, lo spinge verso Gesù che passa.
Si alza sulla punta dei piedi e oscilla il capo qua e là cercando un varco fra le teste. Ma quanto sono grosse queste teste, e quanto numerose, e poi mi prendono sempre in giro gli amici; ma è proprio vero, ai grandi vantaggi della piccola statura, si aggiunge a volte qualche inconveniente.
Zaccheo non si dà per vinto e applica i vantaggi della piccola statura: intelligente e scaltro, rapido e agile, corre avanti, sguscia fra le gambe. Il suo piano è già pronto: quel sicomoro all’angolo della via, sarò lassù prima che questo Nazareno sia arrivato fin là. Non c’è altra strada, per forza deve passare di là.
Un salto, un lavoro di braccia e di gambe, un po’ di sforzo, issa! Era da qualche anno che non faceva quei movimenti, e lo notava.
Sa che la gente lo teme e lo evita e per rivalersi del peso delle sue tasse lo schernisce di nascosto; nel vederlo così penzolare si prenderà gioco di lui, che importa?
Il Messia non capita certo tutti i giorni.
Ecco il corteo, nessuno si accorge di me, tutti si accalcano attorno al Maestro.
Si avvicinano. Ecco Gesù, deve essere proprio lui, vedi come cercano di difenderlo dalla calca, eppure lui sembra contento che lo stringano e che cerchino di toccarlo. Sembra guardare ciascuno e vuole parlare con tutti, per questo ci mettono tanto tempo.
Quelli che gli stanno attorno sembrano un po’ tesi, invece lui no, è disteso, tranquillo, anche se sta rischiando di farsi schiacciare.
Dev’essere un bel tipo, questo Gesù. Mi piacerebbe conoscerlo. Ma come faccio? Se scendo mi schiacciano, mi calpestano, o mi fanno volare. Non ho speranza. Me ne sto qui così almeno lo posso vedere bene.
Ecco che si avvicina. E’ lui, Gesù.

Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua» (Lc 19,4-5).

Gesù si ferma proprio lì sotto e alza lo sguardo. Ride. Porta le mani attorno alla bocca, ché c’è frastuono, e grida: <<Zaccheo!>>
(Com’è che mi conosce?)
<<Zaccheo, scendi subito!>>
(Così mi chiamava mia madre quando da piccolo giocavo fra gli alberi, e voleva che tornassi a casa per dare una mano o perché era ormai l’ora del pranzo).
<<Oggi devo fermarmi a casa tua!>>
A casa mia? A casa mia! Ma sono un pubblicano, sono un peccatore. Non mi ha rimproverato, non mi ha evitato, sembra che mi conosca da sempre, conoscerà anche il mio peccato, mi chiama per nome, vuole entrare nella mia casa e mangiare con me dolci vivande.
Sento avvicinarsi una gioia che non ho mai avvertito. La gioia di una benevolenza che mi sorprende e mi supera del tutto, che prescinde totalmente e si distacca dalle considerazioni sociali dominanti, e dai miei oggettivi peccati pubblicamente noti.
Eccomi, sono pieno di gioia; Maestro, ti faccio strada, la mia casa è la tua casa.

Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!». Ma Zaccheo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto» (Lc 19,7-10).

Zaccheo mette in movimento tutta la servitù e fa accomodare Gesù e i suoi discepoli nella sua casa. Il grosso della folla aspetta fuori, sono sconcertati: è andato ad alloggiare da un peccatore.
Gesù pensa di fermarsi, pranzare, riposare un po’. Soprattutto conta di parlare con Zaccheo e con tutta la sua famiglia e con la servitù.
Sono seduti accanto e parlano, Gesù e Zaccheo.
A Zaccheo non importa nulla quello che dicono fuori, a Gesù ancora meno. Gli importa molto invece di quella persona, figlio di Abramo, che sembrava perduto.
Nessuno è mai perduto del tutto. Zaccheo è toccato nell’intimo dall’incontro con Gesù, che gli porta la salvezza dell’anima. Vuole cambiare vita perché ha capito, grazie a Gesù, ciò che non andava, il motivo che lo rendeva inquieto.
E siccome pubblicamente ha peccato, pubblicamente vuole manifestare il suo proposito di riparare al male compiuto.
Sente che i mormoratori accusano Gesù perché è andato da un peccatore, e fa capire che sbagliano: Gesù non è un peccatore, io sì. Ma ha fatto molto bene a venire da me. Io non potrò mai renderlo peccatore con un invito a pranzo, lui invece con la sua vicinanza, il suo sorriso, la sua tenerezza mi ha attratto alla giustizia. Ho visto nei suoi occhi la bellezza del cambiare vita. Ho capito dov’è il guadagno vero.
Così ho deciso e lo proclamo perché ne siate persuasi. Ho accumulato ingiustamente il denaro: darò la metà ai poveri.
Mi sono arricchito anche attraverso la frode: restituirò quattro volte tanto.
La conversione di Zaccheo è sincera perché è concreta, fattiva, pubblica, perché lo tocca nei suoi averi.
Si pente davvero del peccato e quindi ne elimina il frutto.
La salvezza è entrata in quella casa.
Si alza perché lo sentano meglio, per dare solennità alla sua decisione irrevocabile: <<Ecco, Signore, ciò che ho deciso, ecco quello che farò>>. Il suo proposito manifesta la conversione ed è la migliore penitenza per il peccato.
Affascinante conversione provocata dall’incontro con Gesù, che sancisce con le sue parole il cambiamento interiore: la salvezza è arrivata.
Zaccheo è assolto dal suo peccato. Anche lui è figlio di Dio.
Gesù è venuto a cercare ciò che era perduto. Ha trovato Zaccheo che era perduto e ora è stato ritrovato.
Ancora oggi continua a cercare chi è perduto. Passa per la via. Bisogna correre, salire su un albero.. Alza gli occhi, sorride. Chiama per nome. Viene nella nostra casa. Offre la salvezza con il perdono. Supera sempre le attese, sorprende.
Vale la pena farlo entrare nella propria vita, che sia lui a cambiarcela dal di dentro. Quei quattro soldi, quell’orgoglio, quella freddezza, quella falsità… non danno gioia, non sono la salvezza. Disposti davvero a riparare il male fatto, a restituire. Disposti, con Lui, a cambiare vita.
È facile convertirsi con un Messia così, pensa Zaccheo, nessuna predica, nessun moralismo. Non mi ha rivangato il passato, me lo ha fatto esplodere dentro. Non mi ha rinfacciato nulla, mi ha calamitato a sé. Ho visto l’accoglienza, ho visto il guadagno e non ciò che avrei perduto, ho visto che ne valeva la spesa e ho fatto il salto.

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CURA PASTORALE BASATA SU VERITÀ’ E AMORE, come accompagnare i divorziati risposati, di Gerard Ludwig Muller

Rupnik, Santi Gioacchino e Anna, Cappella Redemptoris Mater

Riporto l’intervento del prefetto della Congregazione per la dottrina della fede Arcivescovo Gerard Ludwig Muller, pubblicato dall’Osservatore Romano il 23 ottobre 2013. Sintesi chiara e profonda della posizione attuale della Chiesa sulla pastorale dei divorziati risposati, a partire dalla Sacra Scrittura, Tradizione e magistero recente. Aiuta ad approfondire la modalità dell’accompagnamento pastorale dei fedeli in questa situazione.

Lo studio della problematica dei fedeli che hanno contratto un nuovo legame civile dopo un divorzio non è nuovo ed è sempre stato condotto con grande serietà dalla Chiesa con l’intento di aiutare le persone coinvolte, dal momento che il matrimonio è un sacramento che raggiunge in maniera particolarmente profonda la realtà personale, sociale e storica dell’uomo. Dato il crescente numero di persone coinvolte nei Paesi di antica tradizione cristiana si tratta di un problema pastorale di vasta portata. Oggi i credenti si chiedono molto seriamente: non può la Chiesa consentire, a determinate condizioni, l’accesso ai sacramenti per i fedeli divorziati risposati? Rispetto a tale questione la Chiesa ha le mani legate per sempre? I teologi hanno davvero considerato tutte le implicazioni e le conseguenze in merito a questa materia?

Tali questioni devono essere trattate in conformità con la dottrina cattolica sul matrimonio. Una pastorale pienamente responsabile presuppone una teologia che si abbandoni a Dio che si rivela «prestandogli il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà e assentendo volontariamente alla Rivelazione che egli fa» (concilio Vaticano II, costituzione dogmatica Dei verbum, n. 5). Per rendere comprensibile l’autentico insegnamento della Chiesa dobbiamo procedere a partire dalla Parola di Dio che è contenuta nella Sacra Scrittura, illustrata nella Tradizione della Chiesa e interpretata in maniera vincolante dal Magistero.

La testimonianza della Scrittura
Non è scevro di problematicità il fatto di porre immediatamente la nostra questione nell’ambito dell’Antico Testamento, in quanto il matrimonio non era ancora considerato allora come un sacramento. La Parola di Dio nell’Antico Testamento è tuttavia significativa rispetto a ciò anche per noi, dal momento che Gesù si colloca in questa tradizione e argomenta a partire da essa. Nel Decalogo si trova il comandamento «Non commettere adulterio” (Esodo, 20, 14), ma altrove il divorzio è considerato possibile. Secondo Deuteronomio, 24, 1-4, Mosè stabilisce che un uomo può rilasciare alla moglie un libello di ripudio e la può mandar via dalla sua casa se questa non trova più grazia ai suoi occhi. In conseguenza di ciò, l’uomo e la donna possono risposarsi. Accanto alla concessione del divorzio, tuttavia, nell’Antico Testamento si trova anche un certo disagio verso questa prassi. Come l’ideale della monogamia, così anche l’ideale della indissolubilità viene compreso nel confronto che i profeti istituiscono tra l’alleanza di Jahwè con Israele e il legame matrimoniale. Il profeta Malachia esprime con chiarezza tutto ciò: «Nessuno tradisca la donna della sua giovinezza (…) la donna legata a te da un patto» (Malachia, 2, 14-15).
Furono soprattutto le controversie con i farisei a dare a Gesù l’occasione di occuparsi del tema. Egli prese espressamente le distanze dalla prassi veterotestamentaria del divorzio, che Mosè aveva permesso a causa della «durezza del cuore» degli uomini, e rinviò invece alla volontà originaria di Dio: «Ma all’inizio della creazione li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola (…) Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto” (Marco, 10, 5-9; cfr. Matteo, 19, 4-9; Luca, 16, 18).
La Chiesa cattolica, nel suo insegnamento e nella sua prassi, si è costantemente riferita alle parole di Gesù sulla indissolubilità del matrimonio. Il patto che unisce intimamente e reciprocamente i due coniugi è istituito da Dio stesso. Si tratta quindi di una realtà che viene da Dio e non è più nella disponibilità degli uomini.
Oggi, alcuni esegeti affermano che questi detti del Signore avrebbero riscontrato già nei tempi apostolici una certa flessibilità nell’applicazione: e precisamente, nel caso della pornèia (fornicazione, cfr. Matteo, 5, 32; 19, 9) e nel caso della separazione tra un partner cristiano e uno non cristiano (cfr. 1 Corinzi, 7, 12-15). Le clausole sulla fornicazione sono state oggetto di controversa discussione fin da subito in campo esegetico. Molti sono convinti che non si tratti di eccezioni rispetto all’indissolubilità del matrimonio, ma piuttosto di legami matrimoniali invalidi. In ogni caso, la Chiesa non può basare la sua dottrina e la sua prassi su ipotesi esegetiche controverse. Essa si deve attenere al chiaro insegnamento di Cristo.
Paolo stabilisce che il divieto di divorzio è un’espressa volontà di Cristo: «Agli sposati ordino, non io, ma il Signore: la moglie non si separi dal marito — e qualora si separi rimanga senza sposarsi o si riconcili col marito — e il marito non ripudi la moglie» (1 Corinzi, 7, 10-11). Allo stesso tempo, basandosi sulla propria autorità, Paolo concede che un non cristiano possa separarsi dal suo partner diventato cristiano. In questo caso il cristiano non è più «soggetto a schiavitù», non è più costretto cioè a rimanere non-sposato (1 Corinzi, 7, 12-16).
A partire da questa posizione, la Chiesa ha riconosciuto che solo il matrimonio tra un uomo e una donna battezzati è sacramento in senso proprio e solo per questi vale l’indissolubilità incondizionata. Il matrimonio dei non battezzati è infatti ordinato all’indissolubilità, ma può comunque essere sciolto in determinate circostanze — a causa di un maggior bene (privilegium Paulinum). Non si tratta dunque di una eccezione al detto del Signore: l’indissolubilità del matrimonio sacramentale, del matrimonio nell’ambito del mistero di Cristo, rimane.
Di grande significato per il fondamento biblico della comprensione sacramentale del matrimonio è la Lettera agli Efesini, in cui si afferma: «Voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei» (5, 25). E un po’ oltre l’Apostolo scrive: «Perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno una carne sola. Questo è un grande mistero; lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa» (5, 31-32). Il matrimonio cristiano è un segno efficace dell’alleanza di Cristo e della Chiesa. Il matrimonio tra battezzati è un sacramento perché contrassegna e media la grazia di questo patto.

La testimonianza della Tradizione della Chiesa
I Padri della Chiesa e i concili costituiscono successivamente una importante testimonianza per lo sviluppo della posizione ecclesiastica. Secondo i Padri le istruzioni bibliche sono vincolanti. Essi ricusano le leggi civili sul divorzio ritenendole incompatibili con la richiesta di Gesù. La Chiesa dei Padri, in obbedienza al Vangelo, ha respinto il divorzio e il secondo matrimonio; rispetto a tale questione la testimonianza dei Padri è inequivocabile.
Nell’epoca patristica i credenti separati che si erano risposati civilmente non venivano riammessi ai sacramenti nemmeno dopo un periodo di penitenza. Alcuni testi patristici lasciano intendere che gli abusi non venivano sempre rigorosamente respinti e che a volte sono state cercate soluzioni pastorali per rarissimi casi limite.
Più tardi e in alcune zone, soprattutto a causa della crescente interdipendenza tra Chiesa e Stato, si pervenne a più grandi compromessi. In oriente questo sviluppo ha proseguito il suo corso e ha portato, soprattutto dopo la separazione dalla cattedra di Pietro, a una prassi sempre più liberale. Oggi nelle Chiese ortodosse esiste una varietà di cause per il divorzio, che sono solitamente giustificate con riferimento alla oikonomìa, la clemenza pastorale per i singoli casi difficili, e aprono la strada a un secondo o terzo matrimonio con carattere penitenziale. Questa prassi non è coerente con la volontà di Dio, chiaramente espressa dalle parole di Gesù sulla indissolubilità del matrimonio, e ciò rappresenta certamente una questione ecumenica da non sottovalutare.
In occidente, la riforma gregoriana ha contrastato le tendenze di liberalizzazione e ha riproposto l’originaria concezione delle Scritture e dei Padri. La Chiesa cattolica ha difeso l’assoluta indissolubilità del matrimonio anche a costo di grandi sacrifici e sofferenze. Lo scisma della “Chiesa di Inghilterra”, separatasi dal successore di Pietro, è avvenuto non a causa di differenze dottrinali, ma perché il Papa, in obbedienza alla parola di Gesù, non poteva assecondare la richiesta del re Enrico VIII circa lo scioglimento del suo matrimonio.
Il concilio di Trento ha confermato la dottrina dell’indissolubilità del matrimonio sacramentale e ha chiarito che essa corrisponde all’insegnamento del Vangelo (cfr. Denzinger-Hünermann, 1807). Talvolta si sostiene che la Chiesa abbia di fatto tollerato la pratica orientale, ma ciò non corrisponde al vero. I canonisti hanno sempre parlato di una prassi abusiva, e vi sono testimonianze circa alcuni gruppi di cristiani ortodossi che, divenuti cattolici, dovettero firmare una confessione di fede in cui si faceva esplicito riferimento alla impossibilità della celebrazione di seconde o terze nozze.
Il concilio Vaticano II ha riproposto una dottrina teologicamente e spiritualmente profonda del matrimonio nella costituzione pastorale Gaudium et spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, esponendo con chiarezza anche il principio della sua indissolubilità. Il matrimonio è inteso come una completa comunione corporale e spirituale di vita e di amore tra uomo e donna, che si donano e si accolgono l’un l’altro in quanto persone. Attraverso l’atto personale e libero del reciproco consenso viene fondata per diritto divino un’istituzione stabile, ordinata al bene dei coniugi e della prole, e non dipendente dall’arbitrio dell’uomo: «Questa intima unione, in quanto mutua donazione di due persone, come pure il bene dei figli, esigono la piena fedeltà dei coniugi e ne reclamano l’indissolubile unità» (n. 48).
Per mezzo del sacramento Dio concede ai coniugi una grazia speciale: «Infatti, come un tempo Dio ha preso l’iniziativa di un’alleanza di amore e fedeltà con il suo popolo così ora il salvatore degli uomini e sposo della Chiesa viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio. Inoltre rimane con loro perché, come egli stesso ha amato la Chiesa e si è dato per essa, così anche i coniugi possano amarsi l’un l’altro fedelmente, per sempre, con mutua dedizione» (ibidem).
Mediante il sacramento l’indissolubilità del matrimonio racchiude un nuovo, più profondo significato: essa diventa l’immagine dell’amore di Dio per il suo popolo e della fedeltà irrevocabile di Cristo alla sua Chiesa.
È possibile comprendere e vivere il matrimonio come sacramento solo nell’ambito del mistero di Cristo. Se si secolarizza il matrimonio o se lo si considera come realtà puramente naturale rimane come impedito l’accesso alla sua sacramentalità. Il matrimonio sacramentale appartiene all’ordine della grazia e viene inserito nella definitiva comunione di amore di Cristo con la sua Chiesa. I cristiani sono chiamati a vivere il loro matrimonio nell’orizzonte escatologico della venuta del regno di Dio in Gesù Cristo, Verbo di Dio incarnato.

La testimonianza del Magistero in epoca recente
Con il testo tutt’oggi fondamentale dell’esortazione apostolica Familiaris consortio, pubblicata da Giovanni Paolo II il 22 novembre 1981 dopo il Sinodo dei vescovi sulla famiglia cristiana nel mondo contemporaneo, è stato espressamente confermato l’insegnamento dogmatico della Chiesa sul matrimonio. Dal punto di vista pastorale l’esortazione post-sinodale si è occupata anche della cura dei fedeli risposati con rito civile, ma che sono ancora vincolati da un matrimonio valido per la Chiesa. Il Papa ha dimostrato un’alta misura di premura e di attenzione.
Al n. 84 («I divorziati risposati») vengono esposti i seguenti principi:
1. I pastori in cura d’anime sono obbligati per amore della verità «a ben discernere le diverse situazioni». Non è possibile valutare tutto e tutti allo stesso modo.
2. I pastori e le comunità sono tenuti ad aiutare «con sollecita carità» i fedeli interessati; anch’essi infatti appartengono alla Chiesa, hanno il diritto alla cura pastorale e devono poter partecipare alla vita della Chiesa.
3. L’ammissione all’eucaristia non può tuttavia essere loro concessa. In relazione a questo viene addotto un duplice motivo: a) «il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’eucaristia»; b) «se si ammettessero queste persone all’eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio». Una riconciliazione mediante il sacramento della penitenza — che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico — può essere accordata solo sulla base del pentimento rispetto a quanto accaduto, e sulla disponibilità «a una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio». Ciò comporta, in concreto, che quando la nuova unione non può essere sciolta per seri motivi — quali, ad esempio, l’educazione dei figli — entrambi i partner «assumono l’impegno di vivere in piena continenza».
4. Per motivi teologico-sacramentali, e non per una costrizione legalistica, al clero è espressamente fatto divieto, fintanto che sussiste la validità del primo matrimonio, di porre in atto «cerimonie di qualsiasi genere» a favore dei divorziati che si risposano civilmente.
La Lettera della Congregazione per la dottrina della fede circa la recezione della comunione eucaristica da parte dei fedeli divorziati risposati del 14 settembre 1994 ha confermato che la prassi della Chiesa su questo tema «non può essere modificata in base alle differenti situazioni» (n. 5). Si chiarisce, inoltre, che i credenti interessati non devono accostarsi alla santa Comunione sulla base del loro giudizio di coscienza: «Qualora egli lo giudicasse possibile, i pastori e i confessori (…) hanno il grave dovere di ammonirlo che tale giudizio di coscienza è in aperto contrasto con la dottrina della Chiesa» (n. 6). In caso di dubbi circa la validità di un matrimonio fallito, questi devono essere verificati dagli organi giudiziari competenti in materia matrimoniale (cfr. n. 9).
Rimane di fondamentale importanza fare «con sollecita carità tutto quanto può fortificare nell’amore di Cristo e della Chiesa i fedeli che si trovano in situazione matrimoniale irregolare. Solo così sarà possibile per loro accogliere pienamente il messaggio del matrimonio cristiano e sopportare nella fede la sofferenza della loro situazione. Nell’azione pastorale si dovrà compiere ogni sforzo perché venga compreso bene che non si tratta di nessuna discriminazione, ma soltanto di fedeltà assoluta alla volontà di Cristo che ci ha ridato e nuovamente affidato l’indissolubilità del matrimonio come dono del Creatore» (n. 10).
Nell’esortazione post-sinodale Sacramentum caritatis del 22 febbraio 2007 Benedetto XVI riprende e rilancia il lavoro del precedente sinodo dei vescovi sull’eucaristia. Egli giunge a parlare della situazione dei fedeli divorziati risposati al n. 29, ove non esita a definirla «un problema pastorale spinoso e complesso». Benedetto XVI ribadisce «la prassi della Chiesa, fondata sulla Sacra Scrittura (cfr. Marco, 10, 2-12), di non ammettere ai Sacramenti i divorziati risposati», ma scongiura addirittura i pastori a dedicare «speciale attenzione» nei confronti delle persone interessate «nel desiderio che coltivino, per quanto possibile, uno stile cristiano di vita attraverso la partecipazione alla santa messa, pur senza ricevere la comunione, l’ascolto della Parola di Dio, l’adorazione eucaristica, la preghiera, la partecipazione alla vita comunitaria, il dialogo confidente con un sacerdote o un maestro di vita spirituale, la dedizione alla carità vissuta, le opere di penitenza, l’impegno educativo verso i figli». Viene ribadito che, in caso di dubbi circa la validità della comunione di vita matrimoniale che si è interrotta, questi devono essere esaminati attentamente dai tribunali competenti in materia matrimoniale.
La mentalità contemporanea si pone piuttosto in contrasto con la comprensione cristiana del matrimonio, specialmente rispetto alla sua indissolubilità e all’apertura alla vita. Poiché molti cristiani sono influenzati da tale contesto culturale, i matrimoni sono probabilmente più spesso invalidi ai nostri giorni di quanto non lo fossero in passato, perché è mancante la volontà di sposarsi secondo il senso della dottrina matrimoniale cattolica e anche l’appartenenza a un contesto vitale di fede è molto ridotta. Pertanto, una verifica della validità del matrimonio è importante e può portare a una soluzione dei problemi.
Laddove non è possibile riscontrare una nullità del matrimonio, è possibile l’assoluzione e la comunione eucaristica se si segue l’approvata prassi ecclesiale che stabilisce di vivere insieme «come amici, come fratello e sorella». Le benedizioni di legami irregolari sono «da evitare in ogni caso (…) perché tra i fedeli non sorgano confusioni circa il valore del matrimonio». La benedizione (bene-dictio: approvazione da parte di Dio) di un rapporto che si contrappone alla volontà divina è da ritenersi una contraddizione in sé.
Nell’omelia pronunciata a Milano il 3 giugno 2012, in occasione del settimo Incontro mondiale delle famiglie, Benedetto XVI è tornato a parlare di questo doloroso problema: «Una parola vorrei dedicarla anche ai fedeli che, pur condividendo gli insegnamenti della Chiesa sulla famiglia, sono segnati da esperienze dolorose di fallimento e di separazione. Sappiate che il Papa e la Chiesa vi sostengono nella vostra fatica. Vi incoraggio a rimanere uniti alle vostre comunità, mentre auspico che le diocesi realizzino adeguate iniziative di accoglienza e vicinanza».
L’ultimo sinodo dei vescovi sul tema «La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana» (7-28 ottobre 2012) si è nuovamente occupato della situazione dei fedeli che, in seguito al fallimento della comunione di vita matrimoniale — non il fallimento del matrimonio, che sussiste in quanto sacramento — hanno iniziato una nuova unione e convivono senza il vincolo sacramentale del matrimonio. Nel messaggio finale i Padri sinodali si sono rivolti con queste parole ai fedeli coinvolti: «A tutti costoro vogliamo dire che l’amore del Signore non abbandona nessuno, che anche la Chiesa li ama ed è casa accogliente per tutti, che essi rimangono membra della Chiesa anche se non possono ricevere l’assoluzione sacramentale e l’eucaristia. Le comunità cattoliche siano accoglienti verso quanti vivono in tali situazioni e sostengano cammini di conversione e di riconciliazione».

Considerazioni antropologiche e teologico-sacramentali
La dottrina sulla indissolubilità del matrimonio incontra spesso incomprensione in un ambiente secolarizzato. Laddove si sono smarrite le ragioni fondamentali della fede cristiana, una mera appartenenza convenzionale alla Chiesa non è più in grado di guidare a scelte di vita importanti e di offrire alcun supporto nelle crisi dello stato matrimoniale — come anche del sacerdozio e della vita consacrata. Molti si chiedono: come posso io legarmi per tutta la vita a una sola donna / a un solo uomo? Chi può dirmi come sarà tra dieci, venti, trenta, quaranta anni di matrimonio? È poi effettivamente possibile un legame definitivo con una sola persona? Le molte esperienze di comunione matrimoniale che oggi si spezzano rafforzano lo scetticismo dei giovani nei confronti delle decisioni definitive della vita.
D’altra parte, l’ideale della fedeltà tra un uomo e una donna, fondato sull’ordine della creazione, non ha perso alcunché del suo fascino, come evidenziano le recenti inchieste tra i giovani. La maggior parte di loro aspira a una relazione stabile e duratura, in quanto ciò corrisponderebbe anche alla natura spirituale e morale dell’uomo. Inoltre va ricordato il valore antropologico del matrimonio indissolubile: esso sottrae i coniugi dall’arbitrio e dalla tirannia dei sentimenti e degli stati d’animo; li aiuta ad affrontare le difficoltà personali e a superare le esperienze dolorose; protegge soprattutto i figli, che patiscono la maggior sofferenza dalla rottura dei matrimoni.
L’amore è qualcosa più del sentimento e dell’istinto; nella sua essenza è dedizione. Nell’amore coniugale due persone si dicono l’un l’altro consapevolmente e volontariamente: solo te – e te per sempre. La parola del Signore: «Quello che Dio ha congiunto…» corrisponde alla promessa della coppia: «Io accolgo te come mio sposo (…) ti accolgo come mia sposa (…) Voglio amarti e onorarti finché vivo, fino a quando la morte non ci separi». Il sacerdote benedice il patto che i coniugi hanno stipulato tra loro davanti a Dio. Chiunque avesse dei dubbi sul fatto che il vincolo matrimoniale abbia qualità ontologica, può lasciarsi istruire dalla Parola di Dio: «In principio Dio creò l’uomo e la donna. Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola. Sicché non sono più due, ma una sola carne» (Matteo, 19, 4-6).
Per i cristiani vale il fatto che il matrimonio dei battezzati, incorporati nel Corpo di Cristo, ha un carattere sacramentale e rappresenta, quindi, una realtà soprannaturale. Uno dei più gravi problemi pastorali consiste nel fatto che molti, oggi, giudicano il matrimonio esclusivamente secondo criteri mondani e pragmatici. Chi pensa secondo lo «spirito del mondo» (1 Corinzi, 2, 12) non può comprendere la sacramentalità del matrimonio. Alla crescente mancanza di comprensione circa la santità del matrimonio, la Chiesa non può rispondere con un adeguamento pragmatico a ciò che appare inevitabile, ma solo con la fiducia nello «Spirito di Dio, perché possiamo conoscere ciò che Dio ci ha donato» (1 Corinzi, 2, 12). Il matrimonio sacramentale è una testimonianza della potenza della grazia che trasforma l’uomo e prepara tutta la Chiesa per la città santa, la nuova Gerusalemme, la Chiesa stessa, pronta «come una sposa adorna per il suo sposo» (Apocalisse, 21, 2).
Il Vangelo della santità del matrimonio va annunciato con audacia profetica. Un profeta tiepido cerca nell’adeguamento allo spirito dei tempi la sua propria salvezza, ma non la salvezza del mondo in Gesù Cristo. La fedeltà alle promesse del matrimonio è un segno profetico della salvezza che Dio dona al mondo: «chi può capire, capisca» (Matteo, 19, 12). L’amore coniugale viene purificato, rafforzato e accresciuto dalla grazia sacramentale: «Questo amore, ratificato da un impegno mutuo e soprattutto consacrato da un sacramento di Cristo, resta indissolubilmente fedele nella prospera e cattiva sorte, sul piano del corpo e dello spirito; di conseguenza esclude ogni adulterio e ogni divorzio» (Gaudium et spes, n. 49). Gli sposi dunque, partecipando in forza del sacramento del matrimonio all’amore definitivo e irrevocabile di Dio, possono in ragione di ciò essere testimoni dell’amore fedele di Dio, nutrendo costantemente il loro amore attraverso una vita di fede e di carità.
Certo, ci sono situazioni — ogni pastore lo sa — in cui la convivenza matrimoniale diventa praticamente impossibile a causa di gravi motivi, come ad esempio in caso di violenza fisica o psichica. In queste dolorose situazioni la Chiesa ha sempre permesso che i coniugi si potessero separare e non vivessero più insieme. Va precisato, tuttavia, che il vincolo coniugale di un matrimonio validamente celebrato rimane stabile davanti a Dio e le singole parti non sono libere di contrarre un nuovo matrimonio finché l’altro coniuge è in vita. I pastori e le comunità cristiane si devono perciò adoperare nel promuovere in ogni modo la riconciliazione anche in questi casi oppure, quando ciò non è possibile, nell’aiutare le persone coinvolte ad affrontare nella fede la propria difficile situazione.

Annotazioni teologico-morali
Sempre più spesso viene suggerito che la decisione di accostarsi o meno alla comunione eucaristica dovrebbe essere lasciata alla coscienza personale dei divorziati risposati. Questo argomento, che si basa su un concetto problematico di “coscienza”, è già stato respinto nella lettera della Congregazione del 1994. Certo, in ogni celebrazione della messa i fedeli sono tenuti a verificare nella loro coscienza se è possibile ricevere la comunione, possibilità a cui l’esistenza di un peccato grave non confessato sempre si oppone. Essi hanno pertanto l’obbligo di formare la propria coscienza e di tendere alla verità; a tal fine possono ascoltare nell’obbedienza il magistero della Chiesa, che li aiuta «a non sviarsi dalla verità circa il bene dell’uomo, ma, specialmente nelle questioni più difficili, a raggiungere con sicurezza la verità e a rimanere in essa» (Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Veritatis splendor, n. 64).
Se i divorziati risposati sono soggettivamente nella convinzione di coscienza che il precedente matrimonio non era valido, ciò deve essere oggettivamente dimostrato dalla competente autorità giudiziaria in materia matrimoniale. Il matrimonio non riguarda solo il rapporto tra due persone e Dio, ma è anche una realtà della Chiesa, un sacramento, sulla cui validità non solamente il singolo per se stesso, ma la Chiesa, in cui egli mediante la fede e il Battesimo è incorporato, è tenuta a decidere. «Se il matrimonio precedente di fedeli divorziati risposati era valido, la loro nuova unione non può essere considerata lecita in alcun caso, per il fatto che la recezione dei Sacramenti non si può basare su ragioni interiori. La coscienza del singolo è vincolata senza eccezioni a questa norma» (cardinale Joseph Ratzinger, La pastorale del matrimonio deve fondarsi sulla verità, «L’Osservatore Romano», 30 novembre 2011, pagine 4-5).
Anche la dottrina dell’epichèia, secondo la quale una legge vale sì in termini generali, ma non sempre l’azione umana vi può corrispondere totalmente, non può essere applicata in questo caso, perché l’indissolubilità del matrimonio sacramentale è una norma di diritto divino, che non è dunque nella disponibilità autoritativa della Chiesa. Questa ha, tuttavia, il pieno potere — sulla linea del privilegio paolino — di chiarire quali condizioni devono essere soddisfatte prima che un matrimonio possa definirsi indissolubile secondo il senso attribuitogli da Gesù. Su questa base, la Chiesa ha stabilito gli impedimenti al matrimonio che sono motivo di nullità matrimoniale e ha messo a punto una dettagliata procedura processuale.
Un’ulteriore tendenza a favore dell’ammissione dei divorziati risposati ai sacramenti è quella che invoca l’argomento della misericordia. Poiché Gesù stesso ha solidarizzato con i sofferenti donando loro il suo amore misericordioso, la misericordia sarebbe quindi un segno speciale dell’autentica sequela. Questo è vero, ma è un argomento debole in materia teologico-sacramentaria, anche perché tutto l’ordine sacramentale è esattamente opera della misericordia divina e non può essere revocato richiamandosi allo stesso principio che lo sostiene.
Attraverso quello che oggettivamente suona come un falso richiamo alla misericordia si incorre nel rischio della banalizzazione dell’immagine stessa di Dio, secondo la quale Dio non potrebbe far altro che perdonare. Al mistero di Dio appartengono, oltre alla misericordia, anche la santità e la giustizia; se si nascondono questi attributi di Dio e non si prende sul serio la realtà del peccato, non si può nemmeno mediare alle persone la sua misericordia.
Gesù ha incontrato la donna adultera con grande compassione, ma le ha anche detto: «Va’, e non peccare più» (Giovanni, 8, 11). La misericordia di Dio non è una dispensa dai comandamenti di Dio e dalle istruzioni della Chiesa; anzi, essa concede la forza della grazia per la loro piena realizzazione, per il rialzarsi dopo la caduta e per una vita di perfezione a immagine del Padre celeste.


La cura pastorale
Anche se, per l’intima natura dei sacramenti, l’ammissione a essi dei divorziati risposati non è possibile, a favore di questi fedeli si devono rivolgere ancora di più gli sforzi pastorali, per quanto questi debbano rimanere in dipendenza dalle norme derivanti dalla Rivelazione e dalla dottrina della Chiesa. Il percorso indicato dalla Chiesa per le persone direttamente interessate non è semplice, ma queste devono sapere e sentire che la Chiesa accompagna il loro cammino come una comunità di guarigione e di salvezza. Con il loro impegno a comprendere la prassi ecclesiale e a non accostarsi alla comunione, i partner si pongono a loro modo quali testimoni della indissolubilità del matrimonio.
La cura per i divorziati risposati non dovrebbe certamente ridursi alla questione della recezione dell’eucaristia. Si tratta di una pastorale globale che cerca di soddisfare il più possibile le esigenze delle diverse situazioni. È importante ricordare, in proposito, che oltre alla comunione sacramentale ci sono altri modi di entrare in comunione con Dio.
L’unione con Dio si raggiunge quando ci si rivolge a lui nella fede, nella speranza e nella carità, nel pentimento e nella preghiera. Dio può donare la sua vicinanza e la sua salvezza alle persone attraverso diverse strade, anche se esse si trovano a vivere in situazioni contraddittorie. Come rimarcano costantemente i recenti documenti del Magistero, i pastori e le comunità cristiane sono chiamate ad accogliere con apertura e cordialità le persone che vivono in situazioni irregolari, per essere loro accanto con empatia, con l’aiuto fattivo e per far loro sentire l’amore del Buon Pastore. Una cura pastorale fondata sulla verità e sull’amore troverà sempre e nuovamente in questo campo le strade da percorrere e le forme più giuste.