Senza categoria

IL DONO DI UN FIGLIO, IL DONO DELL’EUCARISTIA. IMPARARE E SERVIRE, di don Valentino Guglielmi.

Van Gogh – Primi passi
Mentre il Papa riceve a Roma le famiglie nell’anno della fede, 25-26 ottobre 2013,  offro questo breve spunto come sempre illuminante e incisivo di don Valentino Guglielmi. Da notare e meditare il parallelismo tra il figlio, dono ricevuto dai genitori e l’Eucaristia dono ricevuto nelle mani del Sacerdote. L’Eucaristia è il figlio di Dio, nato da donna, crocifisso e risorto. E’ il figlio che ci è dato. E’ ciò che va al di là costantemente nella vita della Chiesa, e la fonda, e la fa vivere, e sfugge a programmi e pianificazioni. E’ sempre lei, nonostante noi, ed è sempre di più di noi. Sono vari i brani che don Valentino intitola: “mistero”. Anche questo. Le schede le scriveva al momento e non le pensava per la pubblicazione. Erano il frutto della sua meditazione, della sua contemplazione della vita che aveva e che serviva.  le intitolava come meglio  pensava in quell’istante, e per questo metteva la data del pensiero.
MISTERO
04. 10. 23
Due sposi che accendono la vita del figlio sono protagonisti di un evento più grande di loro.
Non possono pensare di gestire la cosa. Si metteranno a servizio di quanto è nato nella loro casa e si disporranno ad imparare la loro creatura. Il sacerdote che celebra l’Eucaristia si occupa di una cosa infinitamente più grande di lui. Non può pensare di gestirla, il suo compito è di servirla. 
Senza categoria

GRANDE CONSONANZA TRA LE PAROLE DI GIOVANNI PAOLO II E DI FRANCESCO NEL GIORNO DELLA LORO ELEZIONE

Nel giorno della memoria del beato Giovanni Paolo II offro un piccolo contributo: il testo integrale delle parole che disse al mondo appena eletto dalla loggia di san Pietro, infrangendo la tradizione che voleva il Papa benedire in silenzio. Subito dopo le metto a confronto con le parole di papa Francesco nella stessa occasione, appena eletto. A me ha impressionato, al di là di alcune differenze ovvie e ben conosciute, la consonanza dei temi e dello spirito. Lascio alla lettura e poi, alla fine, le esplicito.


Giovanni Paolo II, 16 ottobre 1978

Sia lodato Gesù Cristo. 
Carissimi fratelli e sorelle, 
siamo ancora tutti addolorati dopo la morte del nostro amatissimo Papa Giovanni Paolo I. Ed ecco che gli Eminentissimi Cardinali hanno chiamato un nuovo vescovo di Roma.
Lo hanno chiamato da un paese lontano… lontano, ma sempre così vicino per la comunione nella fede e nella tradizione cristiana. Ho avuto paura nel ricevere questa nomina, ma l’ho fatto nello spirito dell’ubbidienza verso Nostro Signore Gesù Cristo e nella fiducia totale verso la sua Madre, la Madonna Santissima. 
Non so se posso bene spiegarmi nella vostra… nostra lingua italiana. Se mi sbaglio mi corrigerete. E così mi presento a voi tutti, per confessare la nostra fede comune, la nostra speranza, la nostra fiducia nella Madre di Cristo e della Chiesa, e anche per incominciare di nuovo su questa strada della storia e della Chiesa, con l’aiuto di Dio e con l’aiuto degli uomini. 

Francesco, 13 marzo 2013

Fratelli e sorelle, buonasera!
Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un Vescovo a Roma. Sembra che i miei fratelli Cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo … ma siamo qui … Vi ringrazio dell’accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il suo Vescovo: grazie! E prima di tutto, vorrei fare una preghiera per il nostro Vescovo emerito, Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui, perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca.
[Recita del Padre Nostro, dell’Ave Maria e del Gloria al Padre]
E adesso, incominciamo questo cammino: Vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma, che è quella che presiede nella carità tutte le Chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi. Preghiamo sempre per noi: l’uno per l’altro. Preghiamo per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza. Vi auguro che questo cammino di Chiesa, che oggi incominciamo e nel quale mi aiuterà il mio Cardinale Vicario, qui presente, sia fruttuoso per l’evangelizzazione di questa città tanto bella!
E adesso vorrei dare la Benedizione, ma prima – prima, vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo, vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica: la preghiera del popolo, chiedendo la Benedizione per il suo Vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me.
[…]
Adesso darò la Benedizione a voi e a tutto il mondo, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà.
[Benedizione]

Fratelli e sorelle, vi lascio. Grazie tante dell’accoglienza. Pregate per me e a presto! Ci vediamo presto: domani voglio andare a pregare la Madonna, perché custodisca tutta Roma. Buona notte e buon riposo!

Metto in evidenza a servizio dei lettori le dieci consonanze che balzano all’occhio. Prima cito la frase di Giovanni paolo II (GPII) e poi quella di Francesco (F). Mi pare che non ci sia bisogno di ulteriori commenti:

1. Il riferimento al Papa di cui sono successori: GPII:”nostro amatissimo Papa Giovanni Paolo I//F: “una preghiera per il nostro Vescovo Emerito, Benedetto XVI”2. GPII: Il riferimento al Conclave e alla sua collegialità: “gli Eminentissimi Cardinali”//F: “i miei fratelli cardinali”
3.Alla natura ecclesiologica del Papa: GPII: “nuovo vescovo di Roma”//F: “nuovo Vescovo di Roma
4.Al paese di origine: GPII:”Lo hanno chiamato da un paese lontano”//F:”siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo”
5.Alla realtà del cambiamento avvenuto: GPII:”E così mi presento a voi tutti”//F:”…ma siamo qui…”
6.Alla collaborazione con i fedeli: GPII:”Se mi sbaglio mi corriggerete”//F:”Vescovo e popolo” 
7.Il riferimento principale a Cristo e a Maria: GPII: “Nostro Signore Gesù Cristo…e la sua Madre, la Madonna santissima”//F:”Il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca”
8.L”evento di un nuovo pontificato, come cammino della Chiesa: GPII: “per incominciare di nuovo su questa strada della storia e della Chiesa”//F:”E adesso, incominciamo questo cammino…questo cammino della Chiesa”
9 Uno dei primi atti è l’espressione esplicita della fede comune dichiarata o espressa in preghiera: GPII: “E così mi presento a voi tutti, per confessare la nostra fede comune, la nostra speranza”//F:”Preghiamo tutti insieme…”
10. Atto di umiltà di fronte al compito sovrastante: GPII:”Ho avuto paura”//F:vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica: la preghiera del popolo chiedendo la benedizione per il suo Vescovo”
11.Il bisogno di contare anche sull’aiuto degli uomini: GPII: “con l’aiuto degli uomini”//F:”grazie tante dell’accoglienza. Pregate per me.
12.La conclusione nel nome di Maria: GPII:”la nostra fiducia nella Madre di Cristo e della Chiesa”//F:”domani voglio andare a pregare la Madonna, perché custodisca tutta Roma”

Ringraziamo Dio dell’immenso dono del papa beato Giovanni Paolo II, del Papa Bendetto XVI e del Papa Francesco. Affidiamo all’intercessione del Papa beato Giovanni Paolo II e futuro santo il Papa Emerito, la sua preghiera  e il Papa Francesco con tutte le sue intenzioni e il suo immenso e instancabile lavoro

.







Senza categoria

L’AMORE CONIUGALE: SPESSORE INESAURIBILE, RICCHEZZA CHE VA AL DI LA’, di don Valentino Guglielmi

La dolcezza infinita, di Sofia Mardegan
Riprendo a pubblicare scritti di don Valentino. Ha dedicato molta attenzione a preparare fidanzati al matrimonio e a seguire sposi perché potessero comprendere la grandezza del loro cammino di identificazione con Cristo proprio nel matrimonio e attraverso le situazioni proprie del matrimonio.
Questo scritto è un esempio della profondità di contemplazione orientata alla pastorale, incoraggiante ad alzare lo sguardo, o a spingerlo più in profondità, verso il di più, verso il meglio, verso l’al di là di ciò che appare solo a prima vista, all’esperienza solo superficiale.
Questo parlare così intenso dell’amore coniugale da  parte di un sacerdote cattolico che viveva pienamente il suo celibato, può far intravedere uno dei mille aspetti del reciproco arricchimento dei due grandi modi di realizzare pienamente se stessi nel dono di sé che esistono nel cristianesimo: matrimonio e celibato nelle sue varie forme, laicale e apostolico, sacerdotale, consacrato. Gli sposati ricordano ai celibi che il loro celibato chiamato dal Signore è Amore e per Amore, i celibi per Amore ricordano e insegnano agli sposi la grandezza della loro vocazione.
AMORE CONIUGALE
04. 12. 01
L’amore coniugale in tutto il suo sviluppo è cosa misteriosa. Vuol dire che la piccola esperienza umana che lo configura nasconde uno spessore inesauribile alla conoscenza.
Quello che un giovane e una ragazza sperimentano contiene una ricchezza che vale da sé al di là della consapevolezza che ne hanno e delle stesse intenzioni che li hanno mossi.

L’uno e l’altra dovrebbero capire che godono un dono che non può venire altro che dal Creatore. Quanto conoscono  nell’esperienza ha la capacità di essere sempre nuovo e di stupire per quanto vissuto da tutta l’umanità nel corso dei secoli.

La natura misteriosa dell’amore domanda che i protagonisti non presumano di impadronirsene, ma che si mettano nell’atteggiamento di chi vuole imparare servendo. Concretamente la natura umana è tale da chiedere al giovane di imparare la ragazza che ama e di non considerarla un possesso a sua discrezione e alla ragazza naturalmente la stessa cosa verso di lui.

L’uno e l’altra dovrebbero dimenticarsi di sé e inventare passi mai fatti per mettere il partner nelle condizioni migliori di libertà e di felicità. Quando il marito è messo in condizione di doversi difendere dalla moglie e lei da lui il misterioso afflato dell’amore resta mortificato e asfittico. L’uno e l’altra non dovrebbero mai chiedere, se ciascuno è attento ad anticipare il desiderio del partner. La donna dovrebbe coltivare il desiderio di lui in modo da fargli trovare la sua strada più  nobile e piena. All’uomo naturalmente il compito di contraccambiarla. Non si tratta di favorire i capricci, ma di coltivare il cuore del partner in modo che dia fuori il meglio di sé. Non c’è timore di esaurire la cosa, perché il cuore gode di un coefficiente di dilatazione illimitato. Durante la vita terrena non ci si può mai ubriacare abbastanza.   
Senza categoria

don FLAVIO CAPUCCI, nel ricordo di Francesco Calogero compagno di liceo

Quando il 7 agosto scorso mi lanciai a scrivere a caldo i ricordi di don Flavio che affluivano alla memoria nel giorno della sua morte per me improvvisa, non avrei immaginato che nel giro di pochi giorni più di milleduecento visite avrebbe ricevuto quel post (per le dimensioni limitate di questo diario, sono molte). Incoraggiato anche da questo motivo offro lo scritto che Francesco Calogero ha pubblicato su Studi Cattolici di Settembre 2013: un breve profilo di don Flavio intrecciato con i suoi ricordi. Erano compagni di liceo a Napoli. Riporto il suo articolo, premettendo un particolare che lo riguarda e che lui comprensibilmente omette. Quando Flavio capì che il Signore lo chiamava a dedicargli la vita servendolo come numerario nell’Opus Dei, si disse disposto, ma ancora studente liceale, pensava che la sua decisione potesse concretizzarsi in età adulta. Quando il suo coetaneo Francesco Calogero gli confidò che aveva già chiesto l’ammissione come numerario, Flavio si accorse che avrebbe potuto farlo anche lui senza attendere tanto, e dopo averci riflettuto nella preghiera e chiesto consiglio, così fece. Per chi non lo conoscesse ecco come arrivare al mio post precedente:

http://donandreamardegan.blogspot.it/2013/08/7-agosto-2013-ricordo-di-don-flavio.html

Ho conosciuto Flavio Capucci nel 1962, a Napoli. Eravamo compagni al Liceo classico «Jacopo Sannazzaro», lassù al Vomero, anche se la differenza di Sezione – lui nella A, io nella C – non ci permetteva di interagire molto da vicino. Saremmo restati due «conoscenti» tra i tanti studenti se le nostre energie non fossero state catalizzate da un ambiente in cui si respiravano gli stessi ideali dei nostri coetanei, ma elevati e nobilitati da un’ampia prospettiva cristiana.
Il nostro primo incontro avvenne nel marzo di quell’anno, proprio al Vomero, nella piccola Residenza universitaria Monterone, la cui direzione spirituale era affidata all’Opus Dei. Era un ambiente di libertà e amicizia, vivificato dal desiderio di Dio, che invitava a realizzare personalmente qualcosa per il miglioramento di ciascuno di noi e della società.

Nell’anno scolastico 1963/64 demmo vita, con Flavio e altri compagni, a degli incontri in preparazione all’esame di maturità, nell’aula magna del Sannazzaro, in orario extrascolastico. Quegli «Incontri con i professori» ebbero successo e riuscirono a ridimensionare felicemente la barriera tra docenti e alunni, tradizionale nella scuola di allora. Flavio Capucci, con il suo piglio sicuro ed elegante, fu il presidente del comitato studentesco promotore. Nella pratica dello sport sono sempre stato una schiappa; ma in compenso assistevo, di tanto in tanto (e solo per amicizia, devo ammetterlo), alle partite di basket della squadra giovanile della Partenope, per fare il tifo quando giocavano Flavio e il suo fratello minore, Aldo, anch’egli del Sannazzaro, in uno stadio del Vomero, piccolo ma gremito di scalmanati urlanti. Nell’estate del 1963, inoltre, Flavio e Aldo frequentarono un corso d’inglese in Irlanda, a Dublino, nella residenza Nullamore, anch’essa diretta dall’Opus Dei.
Durante i nostri anni di liceo, a parte tanti eventi consegnati alla storia, avvenne un fatto importantissimo per ciascuno di noi due: la scoperta della nostra vocazione all’Opus Dei, laicale, di cristiani uguali agli altri, ma proprio «vocazione». Fin da subito, per noi rimase chiarissimo il nocciolo del messaggio dell’Opus Dei, ricevuto da san Josemaría Escrivá trentaquattro anni prima, grazie a un’esplicita luce di Dio: la chiamata a santificarsi nel lavoro professionale e nell’adempimento dei propri doveri ordinari, trasformando tutti i momenti e le circostanze della vita in occasioni di amore e di servizio del Signore, della Chiesa e degli altri.
Con la nuova luce di quella chiamata, che ravvivava la vocazione di figli di Dio già contenuta nel Battesimo, orientammo subito le nostre scelte. Per esempio, dopo la maturità ci iscrivemmo a Filosofia, sapendo che la vocazione professionale, come aveva sottolineato san Josemaría, che noi chiamiamo «il Padre», parte integrante della vocazione divina, in quanto àlveo del quotidiano incontro con Cristo.
L’ordinazione sacerdotale
Dal 1965 Flavio, e io dal 1966, fino a 1968, fummo alunni del Collegio Romano della Santa Croce, un’istituzione accademica fondata da san Josemaría Escrivá a Roma, vent’anni prima, e ubicata nella sede centrale dell’Opus Dei, in viale Bruno Buozzi. Quella provvidenziale circostanza ci permise di trascorrere un periodo privilegiato a più stretto contatto con il Padre e di conoscere direttamente da lui tanti aspetti spirituali, storici, ascetici e teologici dell’essenza dell’Opus Dei e approfondirli.
Dal 1968 in poi le nostre strade in qualche modo si separarono o, meglio, seguirono tragitti paralleli, occasionalmente anche convergenti, con cambiamenti di città di residenza e di occupazioni, lauree, soggiorni all’estero, e così via… Flavio, accogliendo l’invito di san Josemaría, aveva deciso di diventare sacerdote, pur senza ritenerlo una specie di coronamento della vocazione laicale, che era stata piena e completa da subito. La sua preparazione filosofica e teologica e quella spirituale gli permettevano un simile passo.
Il 4 agosto 1974 sarà ordinato sacerdote a Barcellona, nella chiesa di Santa Maria di Montalegre, e celebrerà la sua prima Messa solenne – a cui ebbi la gioia di assistere con tantissimi amici comuni – a Milano, nella chiesa di Santa Maria Segreta, il successivo 13 ottobre, alla presenza dei suoi genitori, di Aldo e delle tre sorelle, molto emozionati e felici. Da quel momento il suo percorso è quello del sacerdozio cattolico, vissuto al cento per cento, 24 ore su 24, al servizio in primo luogo dei fedeli dell’Opus Dei, e simultaneamente di tutti quelli che si sarebbero rivolti a lui per ricevere i sacramenti, ascoltare la sua predicazione nella liturgia e in lezioni di teologia e di dottrina cristiana, o per essere orientati personalmente, aprendogli l’intimità del proprio cuore in una prospettiva soprannaturale.
Il 26 giugno 1975 il fondatore dell’Opus Dei rende piamente l’anima a Dio. Si apre per l’Opus Dei la tappa della continuità, cioè della fedeltà al carisma che san Josemaría ha lasciato ai posteri, scolpito in tutti i particolari. Moltissime persone in tutto il mondo (e io fra queste) erano sicure che quella del Padre era la morte di un santo. Ma i santi li può «dichiarare» solo la Chiesa, al termine di un lungo itinerario teologico-giuridico, denominato tecnicamente «Causa di beatificazione e canonizzazione». Il coordinamento del lavoro di raccolta, organizzazione e presentazione alla Santa Sede del materiale probatorio deve essere svolto da un «Postulatore» della Causa, designato tale scopo.
L’incarico fu affidato da mons. Álvaro del Portillo, primo successore di san Josemaría alla guida dell’Opus Dei, a don Flavio, nel febbraio 1978. Da quel momento per 24 anni la vita di don Capucci sarà strettamente intrecciata alle varie fasi previe alla beatificazione (17 maggio 1992), e poi alla canonizzazione (6 ottobre 2002), del fondatore dell’Opus Dei, in piazza San Pietro.
Che cosa ha comportato per lui tale incarico? Senza parlare di se stesso, ne ha offerto, tuttavia, una relazione dettagliata nelle 225 pagine del suo libro Josemaría Escrivá, santo. L’iter della causa di canonizzazione (Edizioni Ares, 2008). In effetti, il protagonista del libro è proprio lui, almeno da un punto di vista pratico, per tutto ciò che ha dovuto leggere, scrivere, fare e far fare per raggiungere tale traguardo. Eppure è riuscito a passare inosservato, nascondendosi, con grande umiltà, dietro l’Ufficio per le cause dei santi, all’interno dell’Opus Dei.
Le sue fatiche, però, non sarebbero terminate il 6 ottobre 2002, quando, alla presenza di circa 500.000 fedeli, Giovanni Paolo inserì Josemaría Escrivá nel novero dei santi della Chiesa universale. Nel 1997, infatti, l’attuale prelato dell’Opus Dei, mons. Javier Echevarría, lo aveva già nominato Postulatore anche della causa di Canonizzazione di mons. Álvaro del Portillo (1914-1994). Non era una sorpresa per nessuno. Ma ciò significava che il lavoro di don Flavio sarebbe continuato come prima e più di prima; senza che venisse meno, peraltro, il suo abituale lavoro pastorale sacerdotale, che aveva cercato sempre di conciliare con quegli altri compiti, apparentemente più brillanti e gratificanti.
Il 5 luglio di quest’anno il Santo Padre Francesco ha firmato il decreto che attribuisce una guarigione miracolosa all’intercessione del Venerabile Servo di Dio mons. Álvaro del Portillo, vescovo, prelato dell’Opus Dei. Don Flavio ha compiuto così l’ultimo passo dell’iter della Causa di don Álvaro, portandola fino alle soglie della beatificazione. 
Perché, Signore?
Dopo il 7 agosto scorso, mi sono chiesto spesso: che cosa mi ha dato di speciale Flavio Capucci, al di là della sua amicizia, della simpatia, del pensiero colto e brillante, dello spiccato senso dello humour, e di tutte le qualità positive di cui era ampiamente dotato, senza farle pesare, assieme, evidentemente, ai difetti che ognuno di noi ha inevitabilmente? Mi ha aiutato, come pochi altri, ad accostarmi alla figura del Padre – san Josemaría Escrivá – con la profondità, l’acume e la ricchezza di registri narrativi che possiede solo chi ha impegnato tutte le proprie energie di mente e di cuore a riconoscere nell’uomo la scintilla della santità. L’enorme lavoro da lui profuso per aiutare a capire ciò che Iddio aveva operato nell’anima del nostro fondatore, e la sua risposta eroicamente incondizionata all’azione divina, era il servizio più alto per far comprendere – per quanto umanamente possibile – la missione per cui il Signore aveva suscitato nella Chiesa l’Opus Dei.
Nel giugno del 1981, in occasione dell’improvvisa scomparsa di un nostro comune amico carissimo, il prof. Emanuele Samek Lodovici, proprio in un articolo su Studi Cattolici, don Flavio si pose una domanda che, riletta oggi, ha un sapore quasi profetico, e che mi sembra il miglior epilogo per queste brevi riflessioni. Scriveva: «Perché, allora, il Signore ha fretta di prendere con Sé coloro che meglio lo possono servire sulla terra? Che coerenza c’è fra il lavoro della grazia nella vita di Emanuele e la sua morte, proprio ora? Il Signore, ancora una volta, ha voluto insegnarci che il mondo lo salva Lui con la Croce, non con le doti o gli sforzi degli uomini. Io prego affinché, qualunque sia la morte con la quale il Signore vorrà chiamarmi, io sappia – come ha fatto Emanuele – morire d’amore». Il corsivo è mio e sono fermamente convinto che la sua preghiera sia stata pienamente esaudita.

        
Senza categoria

TRA CASE ANTICHE E NUOVI GRATTACIELI. L’INGRESSO DI DON MARCO E DON ANDREA A SAN GIOACHIMO, parrocchia di Milano affidata dal card. Scola a sacerdoti dell’Opus Dei


Il 29 settembre, alla Messa delle 18 a san Gioachimo, è avvenuto l’ingresso del nuovo parroco don Marco Busca, e del nuovo viceparroco don Andrea Cumin. Riferisco in breve la storia della decisione dell’Arcivescovo di Milano di affidare a sacerdoti della prelatura dell’Opus Dei questa parrocchia in Milano; l’introduzione alla Messa di ingresso di mons. Faccendini; il testo degli impegni presi pubblicamente da parroco e viceparroco, e una breve sintesi dell’omelia di don Marco. 


Tutto è cominciato nel novembre del 2012, quando il Card. Angelo Scola ha proposto al Prelato dell’Opus Dei mons. Javier Echevarria, in occasione di un suo viaggio a Milano, e al suo vicario per l’Italia don Matteo Fabbri, che una parrocchia di Milano potesse essere affidata a sacerdoti della Prelatura dell’Opus Dei. Avendo ricevuto risposta positiva, più avanti, attraverso il suo Vicario per la città di Milano, la proposta ha preso il nome della parrocchia di S. Gioachimo, costruita nel 1880, situata tra la stazione Centrale e la stazione Garibaldi delle Ferrovie dello Stato, la stazione Gioia della linea 2 della Metropolitana, e la stazione Repubblica della linea 3, il cui parroco era in procinto di trasferirsi in altra parrocchia.
Questa possibilità è piaciuta molto, e dopo l’opportuna convenzione tra la diocesi di Milano e la Prelatura, l’Arcivescovo Card. Scola ha nominato in data 4 settembre 2013 parroco di san Gioachimo don Marco Busca e don Andrea Cumin viceparroco. Don Piero Cecchi, già residente in quella parrocchia, del clero ambrosiano, continua a prestare a loro il suo prezioso aiuto. Dunque torniamo al 29 settembre. Erano presenti alcuni sacerdoti diocesani del decanato, e altri che conoscono bene sia don Marco che don Andrea, della Prelatura anche don Matteo Fabbri e il sottoscritto. E’ cominciata la Messa, la chiesa piena di fedeli attenti e partecipi. Presiedeva all’inizio il vicario episcopale di Milano, mons. Carlo Faccendini. Introducendo la celebrazione, don Carlo ha sottolineato che ogni cambiamento di parroco va nella linea della tradizione e insieme della novità, e questo è uno dei compiti del nuovo parroco: sapere che si inserisce in una tradizione di lavoro pastorale, educativo, catechistico, umano, storico, che deve imparare a conoscere e assecondare, a continuare, con sapienza e con pazienza. Al contempo è anche novità, e in questo senso anche i parrocchiani sono chiamati a conoscere e capire la novità del parroco e del vice parroco. A conoscerli, aiutarli, ad imparare a seguirli. In questa novità, sempre presente in ogni cambiamento di parroco, si inserisce anche la caratteristica che i nuovi sacerdoti sono appartenenti alla Prelatura dell’Opus Dei, e quindi porteranno  a servizio della parrocchia la loro esperienza, il loro carisma, la loro spiritualità. Tutto ciò avviene nella piena fedeltà alle linee pastorali che l’Arcivescovo ha dato a tutta la diocesi, orientando tutti a contribuire alla missione della Chiesa, che in modo particolare in questo tempo è chiamata ad evangelizzare, avendo presente che “il campo è il mondo” come dice Gesù nella parabola del grano e della zizzania, e in questo mondo dobbiamo lanciarci a seminare il vangelo, come l’Arcivescovo segnala nella sua lettera pastorale. 

Dopo le parole iniziali del Vicario Episcopale,

ha avuto inizio, con il nuovo parroco che gli stava di fronte, il rito del rinnovamento delle promesse presbiterali applicate all’incarico appena ricevuto. E’ stato un momento toccante. Ognuno dei presenti le ha ascoltate pregando per i sacerdoti presenti e forse anche applicandole a sé: ogni incarico ricevuto nella Chiesa può ricevere luce di responsabilità da queste parole. Ecco il dialogo che si è svolto tra mons. Faccendini , don Marco e don Andrea.

VICARIO EPISCOPALE (Mons. Carlo Faccendini) Fratello carissimo, davanti al popolo affidato alle tue cure rinnova le promesse fatte al momento dell’ordinazione. Vuoi esercitare con perseveranza il tuo ufficio come fedele collaboratore dell’ordine episcopale nel servizio al popolo di Dio sotto la guida dello Spirito Santo?
Parroco (don Marco Busca): Sì, lo voglio.
VICARIO EPISCOPALE Vuoi celebrare pienamente e degnamente i misteri di Cristo secondo la tradizione della Chiesa, specialmente nel sacrificio eucaristico e nel sacramento della riconciliazione, a gloria di Dio e per la santificazione del popolo cristiano?
PARROCO Sì, lo voglio.
VICARIO EPISCOPALE Vuoi compiere degnamente e con sapienza il ministero della parola, nella predicazione del Vangelo e nell’insegnamento della fede cattolica?
PARROCO Sì, lo voglio.
VICARIO EPISCOPALE Vuoi implorare la divina misericordia per il popolo a te affidato, dedicandoti assiduamente alla preghiera come ha comandato il Signore?
PARROCO Sì, lo voglio.
VICARIO EPISCOPALE Vuoi unirti ogni giorno più intimamente a Cristo, sommo sacerdote che offre Se stesso per noi come vittima pura al Padre, e consacrare te stesso a Dio con Lui, per la salvezza degli uomini?
PARROCO Sì, con l’aiuto di Dio lo voglio.
VICARIO EPISCOPALE Prometti al Vescovo e ai suoi successori filiale rispetto e obbedienza?
PARROCO Sì, lo prometto.
VICARIO EPISCOPALE Colui che ha cominciato in te quest’opera buona, la conduca a compimento.
VICARIO EPISCOPALE (rivolto a don Andrea) E tu, fratello carissimo, vuoi collaborare, secondo le indicazioni dell’Arcivescovo, all’edificazione di questa porzione eletta del popolo di Dio?
VICARIO PARROCCHIALE Sì, con l’aiuto di Dio, lo voglio.
VICARIO EPISCOPALE: Cristo, venuto per servire e donare la sua vita, ti confermi nel tuo proposito.
RITI ESPLICATIVI
Fonte battesimale
VICARIO EPISCOPALE Accostati al Fonte battesimale: in quell’acqua, per la potenza dello Spirito Santo, i nostri fratelli saranno sepolti con Cristo nella morte e con Cristo risorgeranno alla vita immortale; con quell’acqua il
popolo di Dio sarà asperso in ricordo del Santo Battesimo.
(Il Parroco asperge il popolo)
Consegna della stola violacea
VICARIO EPISCOPALE Ricevi l’insegna che ti qualifica come Ministro di misericordia, affinché quelli che si accostano al Sacramento della penitenza sappiano di ricevere il perdono di Dio e di riconciliarsi con la Chiesa.
Evangeliario
VICARIO EPISCOPALE Ricevi il Libro della Parola di Dio, affinché nell’assiduo annuncio del Vangelo tu possa costruire la comunità dei credenti in Cristo che è la Chiesa.
Chiave del tabernacolo
VICARIO EPISCOPALE Ricevi la chiave del Tabernacolo eucaristico affinché i fedeli, partecipando realmente del Corpo del Signore, siano elevati alla Comunione con Lui e tra loro.
Olii sacri
VICARIO EPISCOPALE Custodisci i Sacri Olii che significano la partecipazione al sacerdozio profetico e regale di Cristo Signore mediante
il Battesimo, e apportano sollievo nell’anima e nel corpo ai fedeli ammalati.
VICARIO EPISCOPALE Ecco il vostro nuovo parroco.
A questo punto tutti i presenti hanno espresso la loro gratitudine a Dio, e il loro affetto al parroco, al Vicario Episcopale e all’Arcivescovo per questo dono, con un lungo e commosso applauso.

La Messa è continuata, presieduta dal Parroco. Nell’omelia precisa e concreta, don Marco ha fatto riferimento alla festa degli Arcangeli che abitualmente ricorre il 29 settembre, quindi all’immagine scelta per il ricordo della celebrazione: una vetrata della Chiesa nella quale si vede l’Angelo che soccorre il profeta Elia, con quei pani che lo aiutarono a camminare per quaranta giorni e che sono figura dell’Eucaristia. Don Marco ha detto che quell’immagine e quel’episodio “ci può aiutare a consolidare la certezza riguardo all’aiuto costante di Dio nel nostro cammino.” Ha spiegato che possiamo e dobbiamo avere mete alte e superare le preoccupazioni basandoci sull’aiuto di Dio. Ho sottolineato in vari modi nelle sue parole che “la nostra non è un’impresa solo umana: è una cosa di Dio”. Ha ricordato che Giovanni Paolo II ebbe a dire in un’occasione che può succedere che chi si occupa del “lavoro del Signore” perda di vista “il Signore del lavoro”. Per evitare questo pericolo ha suggerito ai presenti di passare un minuto in chiesa ad adorare il Signore, prima di cominciare una attività qualunque in parrocchia e se possibile di fare lo stesso alla fine del lavoro, passare ad adorare silenziosamente il Signore nell’Eucaristia e affidargli il lavoro compiuto, iniziato con la spinta della sua grazia. Facendo riferimento alle letture del rito Ambrosiano a sottolineato come nessuno debba sentirsi escluso dalla misericordia di Dio, ha richiamato quello che l’Arcivescovo dice nella lettera pastorale Il campo è il mondo: per raggiungere tutti occorre che la comunità cristiana “realizzi un’apertura a 360°.” “La prospettiva è appassionante e bella! Diciamo al Signore che vogliamo buttarci a capofitto per realizzarla! Ci riusciremo quanto più manterremo chiaro che è il Signore che ci guida, e ci lasceremo guidare da Lui”. “San Paolo esprime questo lasciarsi guidare in Cristo (nella seconda lettura della Messa, lettera ai Romani) con la bella espressione: Cristo non cercò di piacere a se stesso. Possiamo tentare di fare nostro questo atteggiamento spirituale con l’aiuto della grazia: vivere la situazioni in cui ci troviamo quotidianamente vedendo in esse la volontà di Dio, realtà quindi da amare, in cui buttasi a capofitto!” Utilizzando parole di Papa Francesco ha richiamato poi il primato dell’essere sul fare: “non si fa catechismo, si è catechisti”. Ha concluso ricordando che da tanti anni ha come punto di riferimento spirituale un atteggiamento decritto da san Josemaria Escrivà con queste parole: Fa quello che devi e mettiti in quello che fai. Si tratta di cercare di coinvolgerci con tutto il nostro essere nell’assolvimento dei propri compiti vivendo ogni circostanza come un’occasione per donare se stessi a Dio e agli altri. Con questo spirito ha dichiarato, stava vivendo i primi giorni da parroco di san Gioachimo, e si proponeva di continuare così, e offriva a tutti lo stesso proposito, di vivere innanzitutto così i propri compiti familiari, di lavoro e sociali, e le collaborazioni alla vita della parrocchia, per le quali ringrazia tutti pensando al passato e guardando al futuro.
La Messa è proseguita con preghiere dei fedeli adatte all’occasione, canti intensi e ben eseguiti che aiutavano al raccoglimento di preghiera e a vivere la liturgia. Dopo la Messa piccola festa e saluti in locali adiacenti, mentre molti ragazzi giocavano rumorosamente nel cortile. Durante la Messa i parrocchiani, in una manifestazione dei propri desideri, avevano chiesto al Signore, che la chiesa si riempisse di giovani. Su una parete del cortile della parrocchia che è interno alle case, c’è un murales che riproduce l’immagine della chiesa parrocchiale dalla quale esce per incamminarsi su una strada che va verso il mondo, un carretto trainato da un asinello, e la scritta: Il Signore ne ha bisogno. E’ Gesù che dice così ai suoi discepoli quando vanno a prendere l’asinello per l’entrata a Gerusalemme. Dite così se vi domandano perché lo prendete. Conoscendo la simpatia di san Josemarìa per l’asinello, come icona del discepolo che segue e serve il Signore, e la sua passione per l’immagine delle strade del mondo che sono state aperte dal passaggio di Cristo a diventare strade che portano a Dio, diventate  grazie alla sua Incarnazione e all’opera della Redenzione, luogo di incontro con Lui e veicolo di passaggio del suo vangelo, ho avuto un soprassalto di stupore.
Nell’uscire verso la città, all’imbrunire, si vedevano davanti alla parrocchia, i grattaceli nuovi, nuovi uffici, nuove case per famiglie giovani…e tornavano in mente quelle parole del Vangelo riprese dall’Arcivescovo, come missione, come speranza: il campo è il mondo!





Senza categoria

LA CHIESA COME UNA GRANDE ORCHESTRA IN CUI CE’ VARIETÀ’. NON SIAMO E NON DOBBIAMO ESSERE TUTTI UGUALI. L’ARMONIA DELLO SPIRITO SANTO, Papa Francesco 9 ottobre 2013

Il tema dell’udienza di Papa Francesco del 9 ottobre 2013, la diversità nell’unità dei membri della Chiesa, è molto bello e molto importante. Ha una profonda radice biblica, basta rileggere quanto san Paolo scrive ai Corinzi, ed è meravigliosamente illustrato dal Catechismo della Chiesa Cattolica che spiega in vari punti il disegno divino, i motivi di tanta diversità con frasi splendide di santi testimoni. Dopo le parole del Papa riporto alcuni di quei punti illuminanti del Catechismo su questo tema, e alcuni pensieri di san Josemarìa che aveva molto a cuore e incitava a coltivare la giusta personalità di ciascuno.

Cari fratelli e sorelle, buon giorno! Si vede che, oggi, in questa brutta giornata, voi siete stati coraggiosi: complimenti!
«Credo la Chiesa una, santa, cattolica…». Oggi ci fermiamo a riflettere su questa Nota della Chiesa: diciamo cattolica è l’Anno della cattolicità. Anzitutto: che cosa significa cattolico? Deriva dal greco “kath’olòn” che vuol dire “secondo il tutto”, la totalità. In che senso questa totalità si applica alla Chiesa? In che senso noi diciamo che la Chiesa è cattolica? Direi in tre significati fondamentali.
1. Il primo. La Chiesa è cattolica perché è lo spazio, la casa in cui ci viene annunciata tutta intera la fede, in cui la salvezza che ci ha portato Cristo viene offerta a tutti. La Chiesa ci fa incontrare la misericordia di Dio che ci trasforma perché in essa è presente Gesù Cristo, che le dona la vera confessione di fede, la pienezza della vita sacramentale, l’autenticità del ministero ordinato. Nella Chiesa ognuno di noi trova quanto è necessario per credere, per vivere da cristiani, per diventare santi, per camminare in ogni luogo e in ogni epoca.
Per portare un esempio, possiamo dire che è come nella vita di famiglia; in famiglia a ciascuno di noi è donato tutto ciò che ci permette di crescere, di maturare, di vivere. Non si può crescere da soli, non si può camminare da soli, isolandosi, ma si cammina e si cresce in una comunità, in una famiglia. E così è nella Chiesa! Nella Chiesa noi possiamo ascoltare la Parola di Dio, sicuri che è il messaggio che il Signore ci ha donato; nella Chiesa possiamo incontrare il Signore nei Sacramenti che sono le finestre aperte attraverso le quali ci viene data la luce di Dio, dei ruscelli ai quali attingiamo la vita stessa di Dio; nella Chiesa impariamo a vivere la comunione, l’amore che viene da Dio. Ciascuno di noi può chiedersi oggi: come vivo io nella Chiesa? Quando io vado in chiesa, è come se fossi allo stadio, a una partita di calcio? È come se fossi al cinema? No, è un’altra cosa. Come vado io in chiesa? Come accolgo i doni che la Chiesa mi offre, per crescere, per maturare come cristiano? Partecipo alla vita di comunità o vado in chiesa e mi chiudo nei miei problemi isolandomi dall’altro? In questo primo senso la Chiesa è cattolica, perché è la casa di tutti. Tutti sono figli della Chiesa e tutti sono in quella casa.
2. Un secondo significato: la Chiesa è cattolica perché è universale, è sparsa in ogni parte del mondo e annuncia il Vangelo ad ogni uomo e ad ogni donna. La Chiesa non è un gruppo di élite, non riguarda solo alcuni. La Chiesa non ha chiusure, è inviata alla totalità delle persone, alla totalità del genere umano. E l’unica Chiesa è presente anche nelle più piccole parti di essa. Ognuno può dire: nella mia parrocchia è presente la Chiesa cattolica, perché anch’essa è parte della Chiesa universale, anch’essa ha la pienezza dei doni di Cristo, la fede, i Sacramenti, il ministero; è in comunione con il Vescovo, con il Papa ed è aperta a tutti, senza distinzioni. La Chiesa non è solo all’ombra del nostro campanile, ma abbraccia una vastità di genti, di popoli che professano la stessa fede, si nutrono della stessa Eucaristia, sono serviti dagli stessi Pastori. Sentirci in comunione con tutte le Chiese, con tutte le comunità cattoliche piccole o grandi del mondo! È bello questo! E poi sentire che tutti siamo in missione, piccole o grandi comunità, tutti dobbiamo aprire le nostre porte ed uscire per il Vangelo. Chiediamoci allora: che cosa faccio io per comunicare agli altri la gioia di incontrare il Signore, la gioia di appartenere alla Chiesa? Annunciare e testimoniare la fede non è un affare di pochi, riguarda anche me, te, ciascuno di noi!
3. Un terzo e ultimo pensiero: la Chiesa è cattolica, perché è la “Casa dell’armonia” dove unità e diversità sanno coniugarsi insieme per essere ricchezza. Pensiamo all’immagine della sinfonia, che vuol dire accordo, armonia, diversi strumenti suonano insieme; ognuno mantiene il suo timbro inconfondibile e le sue caratteristiche di suono si accordano su qualcosa di comune. Poi c’è chi guida, il direttore, e nella sinfonia che viene eseguita tutti suonano insieme in “armonia”, ma non viene cancellato il timbro di ogni strumento; la peculiarità di ciascuno, anzi, è valorizzata al massimo!
È una bella immagine che ci dice che la Chiesa è come una grande orchestra in cui c’è varietà. Non siamo tutti uguali e non dobbiamo essere tutti uguali. Tutti siamo diversi, differenti, ognuno con le proprie qualità. E questo è il bello della Chiesa: ognuno porta il suo, quello che Dio gli ha dato, per arricchire gli altri. E tra i componenti c’è questa diversità, ma è una diversità che non entra in conflitto, non si contrappone; è una varietà che si lascia fondere in armonia dallo Spirito Santo; è Lui il vero “Maestro”, Lui stesso è armonia. E qui chiediamoci: nelle nostre comunità viviamo l’armonia o litighiamo fra noi? Nella mia comunità parrocchiale, nel mio movimento, dove io faccio parte della Chiesa, ci sono chiacchiere? Se ci sono chiacchiere non c’è armonia, ma lotta. E questa non è la Chiesa. La Chiesa è l’armonia di tutti: mai chiacchierare uno contro l’altro, mai litigare! Accettiamo l’altro, accettiamo che vi sia una giusta varietà, che questo sia differente, che questo la pensa in un modo o nell’altro – ma nella stessa fede si può pensare diversamente – o tendiamo ad uniformare tutto? Ma l’uniformità uccide la vita. La vita della Chiesa è varietà, e quando vogliamo mettere questa uniformità su tutti uccidiamo i doni dello Spirito Santo. Preghiamo lo Spirito Santo, che è proprio l’autore di questa unità nella varietà, di questa armonia, perché ci renda sempre più “cattolici”, cioè in questa Chiesa che è cattolica e universale! Grazie.

Ecco alcuni punti del Catechismo su questo tema. per esempio al n. 340:

L’udienza di Papa Francesco del 2 ottobre 2013 è stata dedicata all’articolo del Credo: “Credo al chiesa santa”. Il Papa ragiona e medita su come possono stare insieme la santità della Chiesa e il fatto che sia composta da peccatori. e offre risposte con la rivelazione e la tradizione spirituale della Chiesa. Fra l’altro ricorda che la Chiesa offre a tutti il cammino della santità. La sua riflessione, e il tema che tratta, mi fanno tornare alla mente le pagine fortissime, su questo articolo del credo, che il prof. Joseph Ratzinger scrisse nel suo famoso libro Introduzione al Cristianesimo: consiglio di andare a rileggerle. Da Cardinale ripubblicò quel libro, con un’ampia introduzione, senza cambiarne alcuna parola. L’udienza del Papa mi fa pensare anche ad una felice coincidenza con l’ottantacinquesimo anniversario della nascita dell’Opus Dei, che cadeva proprio il 2 ottobre, festa dei santi Angeli Custodi, che nacque in quel giorno del 1928 nel cuore di san Josemarìa Escrivà, giovane sacerdote a Madrid, che comprese quel giorno che la missione di questa piccola porzione della Chiesa sarebbe stata quella di vivere e diffondere la chiamata di tutti alla santità. Oggi, sei ottobre, che ricorre l’ undicesimo anniversario della canonizzazione di san Josemarìa, rileggendo l’udienza mi sovviene un’altra risonanza: quel 6 ottobre del 2002, apparve sull’edizione speciale dell’Osservatore Romano uno scritto del Card. Ratzinger, che si intitolava proprio Lasciar operare Dio: spiegava che la santità non consisteva nel fare cose speciali,ma nel lasciare operare Dio nella propria vita: così aveva fatto san Josemarìa. Quelle parole e quel messaggio riecheggiano quasi letteralmente nel terzo punto dell’udienza del 2 ottobre: per ben quattro volte il Papa ripete il verbo “lasciare”rivolto a noi rispetto all’azione di Dio: lasciarci amare, lasciarci guidare, lasciarci contagiare, lasciarlo agire. Per chi vuole confrontare i due testi ritrova quello del Card. Ratzinger su questo blog con questo link. http://donandreamardegan.blogspot.it/2013/06/lasciar-operare-dio-di-joseph-ratzinger.html

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!       
Nel «Credo», dopo aver professato: «Credo la Chiesa una», aggiungiamo l’aggettivo «santa»; affermiamo cioè la santità della Chiesa, e questa è una caratteristica che è stata presente fin dagli inizi nella coscienza dei primi cristiani, i quali si chiamavano semplicemente “i santi” (cfr At 9,13.32.41; Rm 8,27; 1 Cor 6,1), perché avevano la certezza che è l’azione di Dio, lo Spirito Santo che santifica la Chiesa. 
Ma in che senso la Chiesa è santa se vediamo che la Chiesa storica, nel suo cammino lungo i secoli, ha avuto tante difficoltà, problemi, momenti bui? Come può essere santa una Chiesa fatta di esseri umani, di peccatori? Uomini peccatori, donne peccatrici, sacerdoti peccatori, suore peccatrici, Vescovi peccatori, Cardinali peccatori, Papa peccatore? Tutti. Come può essere santa una Chiesa così?
1. Per rispondere alla domanda vorrei farmi guidare da un brano della Lettera di san Paolo ai cristiani di Efeso. L’Apostolo, prendendo come esempio i rapporti familiari, afferma che «Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa» (5,25-26). Cristo ha amato la Chiesa, donando tutto se stesso sulla croce. E questo significa che la Chiesa è santa perché procede da Dio che è santo, le è fedele e non l’abbandona in potere della morte e del male (cfr Mt 16,18) E’ santa perché Gesù Cristo, il Santo di Dio (cfr Mc 1,24), è unito in modo indissolubile ad essa (cfr Mt 28,20); è santa perché è guidata dallo Spirito Santo che purifica, trasforma, rinnova. Non è santa per i nostri meriti, ma perché Dio la rende santa, è frutto dello Spirito Santo e dei suoi doni. Non siamo noi a farla santa. È Dio, lo Spirito Santo, che nel suo amore fa santa la Chiesa.       
2. Voi potrete dirmi: ma la Chiesa è formata da peccatori, lo vediamo ogni giorno. E questo è vero: siamo una Chiesa di peccatori; e noi peccatori siamo chiamati a lasciarci trasformare, rinnovare, santificare da Dio. C’è stata nella storia la tentazione di alcuni che affermavano: la Chiesa è solo la Chiesa dei puri, di quelli che sono totalmente coerenti, e gli altri vanno allontanati. Questo non è vero! Questa è un’eresia! La Chiesa, che è santa, non rifiuta i peccatori; non rifiuta tutti noi; non rifiuta perché chiama tutti, li accoglie, è aperta anche ai più lontani, chiama tutti a lasciarsi avvolgere dalla misericordia, dalla tenerezza e dal perdono del Padre, che offre a tutti la possibilità di incontrarlo, di camminare verso la santità. “Mah! Padre, io sono un peccatore, ho grandi peccati, come posso sentirmi parte della Chiesa?”. Caro fratello, cara sorella, è proprio questo che desidera il Signore; che tu gli dica: “Signore sono qui, con i miei peccati”. Qualcuno di voi è qui senza i propri peccati? Qualcuno di voi? Nessuno, nessuno di noi. Tutti portiamo con noi i nostri peccati. Ma il Signore vuole sentire che gli diciamo: “Perdonami, aiutami a camminare, trasforma il mio cuore!”. E il Signore può trasformare il cuore. Nella Chiesa, il Dio che incontriamo non è un giudice spietato, ma è come il Padre della parabola evangelica. Puoi essere come il figlio che ha lasciato la casa, che ha toccato il fondo della lontananza da Dio. Quando hai la forza di dire: voglio tornare in casa, troverai la porta aperta, Dio ti viene incontro perché ti aspetta sempre, Dio ti aspetta sempre, Dio ti abbraccia, ti bacia e fa festa. Così è il Signore, così è la tenerezza del nostro Padre celeste. Il Signore ci vuole parte di una Chiesa che sa aprire le braccia per accogliere tutti, che non è la casa di pochi, ma la casa di tutti, dove tutti possono essere rinnovati, trasformati, santificati dal suo amore, i più forti e i più deboli, i peccatori, gli indifferenti, coloro che si sentono scoraggiati e perduti. La Chiesa a tutti offre la possibilità di percorrere la strada della santità, che è la strada del cristiano: ci fa incontrare Gesù Cristo nei Sacramenti, specialmente nella Confessione e nell’Eucaristia; ci comunica la Parola di Dio, ci fa vivere nella carità, nell’amore di Dio verso tutti. Chiediamoci, allora: ci lasciamo santificare? Siamo una Chiesa che chiama e accoglie a braccia aperte i peccatori, che dona coraggio, speranza, o siamo una Chiesa chiusa in se stessa? Siamo una Chiesa in cui si vive l’amore di Dio, in cui si ha attenzione verso l’altro, in cui si prega gli uni per gli altri?
3. Un’ultima domanda: che cosa posso fare io che mi sento debole, fragile, peccatore? Dio ti dice: non avere paura della santità, non avere paura di puntare in alto, di lasciarti amare e purificare da Dio, non avere paura di lasciarti guidare dallo Spirito Santo. Lasciamoci contagiare dalla santità di Dio. Ogni cristiano è chiamato alla santità (cfr Cost. dogm. Lumen gentium, 39-42); e la santità non consiste anzitutto nel fare cose straordinarie, ma nel lasciare agire Dio. E’ l’incontro della nostra debolezza con la forza della sua grazia, è avere fiducia nella sua azione che ci permette di vivere nella carità, di fare tutto con gioia e umiltà, per la gloria di Dio e nel servizio al prossimo. C’è una celebre frase dello scrittore francese Léon Bloy; negli ultimi momenti della sua vita diceva: «C’è una sola tristezza nella vita, quella di non essere santi». Non perdiamo la speranza nella santità, percorriamo tutti questa strada. Vogliamo essere santi? Il Signore ci aspetta tutti, con le braccia aperte; ci aspetta per accompagnarci in questa strada della santità. Viviamo con gioia la nostra fede, lasciamoci amare dal Signore… chiediamo questo dono a Dio nella preghiera, per noi e per gli altri.

Senza categoria

ANIMA, MISTERO, DESIDERIO DELLA FELICITA’, tre pensieri di don Valentino Guglielmi a un anno dalla morte.

Don Valentino il 5 ottobre 2014 compie un anno di vita eterna, nella luce di Dio. Lo ricordo così con questi tre scritti così suoi. I tre titoli che lui gli ha dato Anima, mistero, desiderio della felicità, esprimono bene quello che è successo un anno fa. Un mistero nel quale la sua anima ha trovato, per sempre compiuto, il suo desiderio di felicità. Si è rotto definitivamente quel guscio, come desiderava, per riempirsi di ogni presenza, in particolare di quella di Dio.
Gli deposito nello scrigno del cuore i desideri miei e altrui, perché aiuti il loro compimento.

ANIMA
04. 08. 18
L’anima è la vita del corpo, gli dà unità riempiendolo di sé e lo trascende.

La persona che vedo (mi sono lasciato plasmare dalla sua forma ed ho accolto il atto di essere) trascende forma ed atto di essere là dove è di se stessa. Mi devo accorgere della sua soggettività trans oggettiva. Si tratta di un’anima che non è la mia.
Nel conoscere questo spessore vado emergendo alla consapevolezza di me stesso, mi vado scoprendo, imparo la mia soggettività trans oggettiva.
E’ l’auto comprensione trascendente.
MISTERO
04. 09. 13
 Una cosa grande nascosta in una piccola. Ciascuna persona è costituita da una macula germinativa, la capacità di auto comprensione trascendente. Questa capacità si attua nella conoscenza, cha apre la strada alla carità.
Là dove mi propongo di distinguere le persone e di impararle nella loro unicità realizzo la conoscenza di me stesso. Mi conosco nell’atto di imparare.
Così faccio fiorire la macula germinativa del seme che germoglia, si sviluppa e diventa albero.
DESIDERIO DELLA FELICITA’
04. 03. 06
 Il desiderio della felicità non è un seme distinto da me che io deva collocare nel terreno del mio cuore perché si sviluppi e dia frutto. Sono io stesso il seme, il desiderio della felicità si identifica con me stesso. Per questo io devo lasciarmi trasformare, presentarmi alla luce che viene da Dio perché mi faccia morire molte volte a me stesso e dalle ceneri emerga l’uomo nuovo attento e sensibile, capace di accorgersi di ogni segnale che gli viene dalla grazia dello Spirito Santo attraverso qualsiasi volto e qualsiasi evento.
Può accadere che io vada alla ricerca di formule esoteriche, che inventi acrobazie per trovare la via della felicità e alla fine voglia cambiare tutto perché io possa restare quello che sono, quando il segreto è che io cambi, che mi lasci rompere il guscio duro dell’egocentrismo per essere capace di nutrirmi di ogni presenza.

Senza categoria

PASTORALE DELLE PERSONE DIVORZIATE E RISPOSATE, Alcuni testi del magistero recente

Maria scioglie i nodi delle difficoltà matrimoniali

Pastorale dei divorziati risposati. Orientamenti del Magistero, suggerimenti pastorali.


Mi è stata chiesta una breve sintesi di testi del magistero che trattano l’argomento dei divorziati risposati, che propongo. Possono essere utili a chi voglia rinfrescare la memoria di testi già letti, che conservano luce e chiarezza a distanza di tempo, per preparare una catechesi su questo tema sia da un punto di vista dottrinale che di atteggiamento pastorale. Naturalmente è una sintesi integrabile e migliorabile, e per essere esposta necessita uno studio del documento intero e di altri testi esplicativi. E’ una silloge di 11 testi, alcuni riportati per intero, altri sintetizzati, sono vari e di varia natura, non ciascuno dello stesso valore. la maggioranza sono di Giovani Paolo II, alcuni di Benedetto XVI e di Papa Francesco, altri di Card. Ratzinger, e card. Tettamanzi.  Alcuni sono documenti ufficiali, altri interviste, in particolare quelli di Papa Francesco. Va fatto notare che nel Concilio Vaticano II, Gaudium et Spes 47-52 illustra molto bene il matrimonio, ma pur citando “la piaga del divorzio”, non si addentra in questo problema dottrinale e pastorale, probabilmente perché ancora il divorzio non era entrato massicciamente nelle legislazioni civili di paesi cattolici. Successivamente il Magistero invece si occupa del problema che è cresciuto rapidamente. Anche il singolo fedele con la propria famiglia può rileggere e ascoltare le parole del Magistero della Chiesa per assimilarle e viverle. Affrontiamo queste letture sotto lo sguardo della Madonna che scioglie i nodi sapendo che l’origine di questa devozione è un quadro fatto dipingere come ex voto per una grazia ottenuta riguardo a una difficoltà matrimoniale. E che l’arcivescovo Bergoglio conobbe in Germania e diffuse molto a Buenos Aires. Anche noi le chiediamo di sciogliere tante situazioni annodate, e di aiutarci a vivere in prima persona l’atteggiamento che la Chiesa propone a se stessa e chiede ai suoi pastori e ai suoi fedeli.


Un possibile testo di bibliografia di base che contiene riferimenti a documenti successivi al Vaticano II può essere La Pastorale dei divorziati risposati. LEV, 1997, pag. 131, euro 7,75 che contiene:
I. Una introduzione del card. Ratzinger che espone in sintesi il pensiero della Chiesa e risponde alle obiezioni più diffuse in quel tempo.
II. Riporta poi per esteso tre testi del Magistero:
1. Giovanni Paolo II: Esortazione Apostolica Familiaris Consortio, 1981, n.84
            – offre trattazione breve ma completa del problema e di come affrontarlo: vale la pena riportarlo tutto: L’esperienza quotidiana mostra, purtroppo, che chi ha fatto ricorso al divorzio ha per lo più in vista il passaggio ad una nuova unione, ovviamente non col rito religioso cattolico. Poiché si tratta di una piaga che va, al pari delle altre, intaccando sempre più largamente anche gli ambienti cattolici, il problema dev’essere affrontato con premura indilazionabile. I Padri Sinodali l’hanno espressamente studiato. La Chiesa, infatti, istituita per condurre a salvezza tutti gli uomini e soprattutto i battezzati, non può abbandonare a se stessi coloro che – già congiunti col vincolo matrimoniale sacramentale – hanno cercato di passare a nuove nozze. Perciò si sforzerà, senza stancarsi, di mettere a loro disposizione i suoi mezzi di salvezza.

Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni. C’è infatti differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido. Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido.
Insieme col Sinodo, esorto caldamente i pastori e l’intera comunità dei fedeli affinché aiutino i divorziati procurando con sollecita carità che non si considerino separati dalla Chiesa, potendo e anzi dovendo, in quanto battezzati, partecipare alla sua vita. Siano esortati ad ascoltare la Parola di Dio, a frequentare il sacrificio della Messa, a perseverare nella preghiera, a dare incremento alle opere di carità e alle iniziative della comunità in favore della giustizia, a educare i figli nella fede cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza per implorare così, di giorno in giorno, la grazia di Dio. La Chiesa preghi per loro, li incoraggi, si dimostri madre misericordiosa e così li sostenga nella fede e nella speranza.
La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio.
La riconciliazione nel sacramento della penitenza – che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico – può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi – quali, ad esempio, l’educazione dei figli – non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» (Giovanni Paolo PP. II, Omelia per la chiusura del VI Sinodo dei Vescovi, 7 [25 Ottobre 1980]: AAS 72 [1980] 1082).
Similmente il rispetto dovuto sia al sacramento del matrimonio sia agli stessi coniugi e ai loro familiari, sia ancora alla comunità dei fedeli proibisce ad ogni pastore, per qualsiasi motivo o pretesto anche pastorale, di porre in atto, a favore dei divorziati che si risposano, cerimonie di qualsiasi genere. Queste, infatti, darebbero l’impressione della celebrazione di nuove nozze sacramentali valide e indurrebbero conseguentemente in errore circa l’indissolubilità del matrimonio validamente contratto.
Agendo in tal modo, la Chiesa professa la propria fedeltà a Cristo e alla sua verità; nello stesso tempo si comporta con animo materno verso questi suoi figli, specialmente verso coloro che, senza loro colpa, sono stati abbandonati dal loro coniuge legittimo.
Con ferma fiducia essa crede che, anche quanti si sono allontanati dal comandamento del Signore ed in tale stato tuttora vivono, potranno ottenere da Dio la grazia della conversione e della salvezza, se avranno perseverato nella preghiera, nella penitenza e nella carità.”

Annotiamo che segnala le differenti situazioni. Mette in evidenza l’oggettività del motivo per cui non vengono fatti accostare ai sacramenti ma non ne dà un giudizio soggettivo. Indica già sette opere in unione alla Chiesa con le quali implorare così, di giorno in giorno, la grazia di Dio. E l’atteggiamento della Chiesa che si dimostri madre misericordiosa, li sostenga nella fede e nella speranza.”

2. Congregazione per la Dottrina della Fede: Lettera ai Vescovi della Chiesa Cattolica circa la ricezione della comunione eucaristica da parte dei fedeli divorziati risposati, 14 settembre 1994
            – in questo testo, tra le modalità da consigliare ai fedeli divorziati e risposati nel vivere uniti alla Chiesa, si aggiunge: la Comunione Spirituale
            – affronta anche il problema della convinzione personale della nullità del precedente matrimonio: e ribadisce l’importanza del giudizio del tribunale ecclesiastico, con la motivazione che il matrimonio è un fatto pubblico, per questo la sua nullità va riconosciuta dalla Chiesa in modo pubblico. Segnala che il nuovo Codice di diritto canonico (del 1983) nei canoni 1536 e 1679 dà un  valore probante alle dichiarazioni delle parti, in tali processi, “offre nuove vie per dimostrare la nullità della precedente unione, allo scopo di escludere per quanto possibile ogni divario tra la verità verificabile nel processo e la verità conosciuta dalla retta coscienza” (n.9). Nell’introduzione del libro card. Ratzinger afferma su questo punto: “non è escluso che in processi matrimoniali intervengano errori. In alcuna parti della Chiesa non esistono ancora tribunali ecclesiastici che funzionino bene. Talora i processi durano in modo eccessivamente lungo, In alcuni casi terminano con sentenze problematiche. Non sembra qui in linea di principio esclusa l’applicazione dell’epicheia in “foro  interno”…Questa questione esige però ulteriori studi e chiarificazioni…allo scopo di evitare arbitri e di proteggere il carattere pubblico -sottratto al giudizio soggettivo – del matrimonio.” (pag. 26)
            – incita ad aiutarli a riconoscere il carico dolce e leggero, non perchè piccolo o insignificante, ma perchè il Signore e con lui tutta la Chiesa lo condivide

3. Giovanni Paolo II: Discorso all’Assemblea Plenaria del Pontifico Consiglio per la Famiglia, 24 gennaio 1997
            – pastorale di preparazione e di tempestivo sostegno
            – come avvicinarli ad accogliere la grazia di Dio: accoglienza, ascolto della parola di Dio, preghiera, opere di carità, opere di penitenza, formazione umana e cristiana dei figli, farli partecipi della sapienza del Vangelo. Altri membri della famiglia: che stiano loro vicini, che non significa avere condiscendenza con il loro stato, ma aiuto.
            – sperare contro ogni speranza (Rm 4,18)

III. La terza parte del libro con articoli di commento di vari teologi e canonisti (Tettamanzi, Pompedda, Rodriguez Luño, Marcuzzi,  Pelland)

Altri testi del magistero sull’argomento:
            .
4. Giovanni Paolo II: Reconciliatio et Poenitentia, n. 34 , 1984
            – La Chiesa invita i suoi figli che si trovano in queste situazioni dolorose “ad avvicinarsi alla misericordia divina per altre vie…finché non abbiano raggiunto le disposizioni richieste

5. Giovanni Paolo II: Catechismo della Chiesa Cattolica, 1993
1650-1651 Il punto 1650, dice che ” non possono esercitare certe responsabilità ecclesiali”; (il Codice di diritto Canonico (874,§ 3) per il padrino dice che deve “condurre una vita conforme alla fede e all’incarico che assume”, e che consiste nell’obbligo di formare con le parole e con l’esempio…nella fede e nella pratica della vita cristiana (774 §2); 1651: “I sacerdoti e tutta la comunità devono dare prova di attenta sollecitudine ” verso di loro.

6. Giovanni Paolo II: Lettera alla Famiglie, 2 febbraio 1994, n.5 Incessante preghiera per tutte le famiglie, anche quelle irregolari, “Possano tutte sentirsi abbracciate dall’amore e dalla sollecitudine dei fratelli e delle sorelle!” Al contempo viene ribadito il valore delle situazioni regolari, e che si eviti di presentare come regolari quelle che non lo sono.

7. Benedetto XVI: Sacramentum caritatis, 29: Documento scritto dopo il sinodo dei Vescovi sull?eucaristia, nel quale si tratta a relazione dell’Eucaristia con i vari sacramenti, fra cui il matrimonio. Al n. 29 torna su questo argomento:”Il Sinodo dei Vescovi ha confermato la prassi della Chiesa, fondata sulla Sacra Scrittura (cfr Mc 10,2-12), di non ammettere ai Sacramenti i divorziati risposati, perché il loro stato e la loro condizione di vita oggettivamente contraddicono quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa che è significata ed attuata nell’Eucaristia. I divorziati risposati, tuttavia, nonostante la loro situazione, continuano ad appartenere alla Chiesa, che li segue con speciale attenzione, nel desiderio che coltivino, per quanto possibile, uno stile cristiano di vita attraverso (1: questa numerazione non è nel documento, ndr) la partecipazione alla santa Messa, pur senza ricevere la Comunione, (2) l’ascolto della Parola di Dio, (3) l’Adorazione eucaristica, (4) la preghiera, (5) la partecipazione alla vita comunitaria, (6) il dialogo confidente con un sacerdote o un maestro di vita spirituale, (7) la dedizione alla carità vissuta, (8) le opere di penitenza, (9) l’impegno educativo verso i figli. Data la complessità del contesto culturale in cui vive la Chiesa in molti Paesi, il Sinodo ha, poi, raccomandato di avere la massima cura pastorale nella formazione dei nubendi e nella previa verifica delle loro convinzioni circa gli impegni irrinunciabili per la validità del sacramento del Matrimonio. Un serio discernimento a questo riguardo potrà evitare che impulsi emotivi o ragioni superficiali inducano i due giovani ad assumere responsabilità che non sapranno poi onorare.(98) (…) Troppo grande è il bene che la Chiesa e l’intera società s’attendono dal matrimonio e dalla famiglia su di esso fondata per non impegnarsi a fondo in questo specifico ambito pastorale. Matrimonio e famiglia sono istituzioni che devono essere promosse e difese da ogni possibile equivoco sulla loro verità, perché ogni danno arrecato ad esse è di fatto una ferita che si arreca alla convivenza umana come tale.”
(ndr: si notino le novità rispetto ai testi precedenti: Adorazione Eucaristica, partecipazione alla vita comunitaria, dialogo con un sacerdote o maestro di vita spirituale)

8. Dionigi Tettamanzi, quando era Arcivescovo di Milano, ha scritto la lettera: Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito. Lettera agli sposi in situazione di separazione, divorzio e nuova unione, 20 gennaio 2008. Che ha avuto in pochi giorni grande diffusione. Eccone alcuni brani: “La prima cosa che vorrei dirvi, sedendomi accanto a voi, è dunque questa: “La Chiesa non vi ha dimenticati! Tanto meno vi rifiuta o vi considera indegni”. Mi vengono in mente le parole di speranza che Giovanni Paolo II rivolse alle famiglie provenienti da tutto il mondo in occasione del loro Giubileo nel 2000: “Di fronte a tante famiglie disfatte, la Chiesa si sente chiamata non ad esprimere un giudizio severo e distaccato, ma piuttosto ad immettere nelle pieghe di tanti drammi la luce della parola di Dio, accompagnata dalla testimonianza della sua misericordia”. E allora se avete trovato sul vostro cammino uomini o donne della comunità cristiana che vi hanno in qualche modo ferito con il loro atteggiamento o le loro parole, desidero dirvi il mio dispiacere e affidare tutti e ciascuno al giudizio e alla misericordia del Signore. la scelta di interrompere la vita matrimoniale non può mai essere considerata una decisione facile e indolore! Quando due sposi si lasciano, portano nel cuore una ferita che segna, più o meno pesantemente, la loro vita, quella dei loro figli e di tutti coloro che li amano (genitori, fratelli, parenti, amici). Questa vostra ferita anche la Chiesa la comprende.(…) La separazione diventi invece occasione per guardare con più distacco e forse con più serenità la vita coniugale. Non è opportuno – ci insegna un saggio principio della vita spirituale – prendere decisioni definitive quando il nostro animo è scosso da inquietudini o burrasche. (…) A quanti, nella luce della verità, comprendono di aver avuto una precisa responsabilità, anche grave, nel dissipare il tesoro del proprio matrimonio, vorrei fraternamente chiedere di accogliere l’appello dell’amore misericordioso di Dio, che ci giudica con verità, ci chiama alla conversione, ci guarisce con la proposta di una vita nuova. (…) A quegli sposi, invece, che hanno maggiormente sentito come ingiustizia subita la crisi del loro matrimonio, voglio dire che essi, in quanto cristiani, non possono dimenticare la dolorosa ma vivificante parola della Croce. Da quel terribile luogo di dolore, di abbandono e di ingiustizia il Signore Gesù ha svelato la grandezza del suo amore come perdono gratuito e come offerta di sé. (…) Nelle vostre dolorose pagine di vita i bambini sono spesso tra i protagonisti innocenti ma non meno coinvolti. E lo sono anche i figli più grandi, che vedono crollare le loro certezze affettive nell’età delicata dell’adolescenza e spesso intravedono con più difficoltà la realizzazione, un domani, del loro sogno di amore. Ma la speranza non viene meno: ogni giorno vediamo attorno a noi esempi eroici e ammirevoli di genitori che, rimasti soli, fanno crescere ed educano i propri figli con amore, saggezza, premura e dedizione. Ringrazio queste mamme e questi papà che danno un grande esempio a tutti noi. Li ringrazio, li ammiro e spero proprio che le nostre comunità siano di sostegno nelle loro eventuali necessità. (…) Gesù afferma che il legame sponsale tra un uomo e una donna è indissolubile(cfr. Matteo 19,1-12), perché nel legame del matrimonio si mostra tutto il disegno originario di Dio sull’umanità, e cioè il desiderio di Dio che l’uomo non sia solo, che l’uomo viva una vita di comunione duratura e fedele. Questa è la vita stessa di Dio che è Amore, un amore fedele, incancellabile e fecondo di vita, che viene mostrato, come in un segno luminoso, nell’amore reciproco tra un uomo e una donna. E così, afferma Gesù, “non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi” (v. 6). (…) Sempre dal senso della parola del Signore deriva l’indicazione della Chiesa riguardo all’impossibilità di accedere alla comunione eucaristica per gli sposi che vivono stabilmente un secondo legame sponsale. Ma perché? Perché nell’Eucaristia abbiamo il segno dell’amore sponsale indissolubile di Cristo per noi; un amore, questo, che viene oggettivamente contraddetto dal “segno infranto” di sposi che hanno chiuso una esperienza matrimoniale e vivono un secondo legame. Comprendete, così, che la norma della Chiesa non esprime un giudizio sul valore affettivo e sulla qualità della relazione che unisce i divorziati risposati. Il fatto che spesso queste relazioni siano vissute con senso di responsabilità e con amore nella coppia e verso i figli è una realtà che non sfugge alla Chiesa e ai suoi pastori. Non c’è dunque un giudizio sulle persone e sul loro vissuto, ma una norma necessaria a motivo del fatto che queste nuove unioni nella loro realtà oggettiva non possono esprimere il segno dell’amore unico, fedele, indiviso di Gesù per la Chiesa. È chiaro che la norma che regola l’accesso alla comunione eucaristica non si riferisce ai coniugi in crisi o semplicemente separati: secondo le dovute disposizioni spirituali, essi possono regolarmente accostarsi ai sacramenti della confessione e della comunione eucaristica. Lo stesso si deve dire anche per chi ha dovuto subire ingiustamente il divorzio, ma considera il matrimonio celebrato religiosamente come l’unico della propria vita e ad esso vuole restare fedele. E’ comunque errato ritenere che la norma regolante l’accesso alla comunione eucaristica significhi che i coniugi divorziati risposati siano esclusi da una vita di fede e di carità effettivamente vissuta all’interno della comunità ecclesiale. (…) Vi chiedo perciò di partecipare con fede alla celebrazione eucaristica, anche se non potete accostarvi alla comunione: sarà per voi uno stimolo a intensificare nei vostri cuori l’attesa del Signore che verrà e il desiderio di incontrarlo di persona con tutta la ricchezza e la povertà della nostra vita. Non dimentichiamolo mai: la Messa comporta sempre per sua natura una “comunione spirituale” che ci unisce al Signore e, in lui, ci unisce ai nostri fratelli e sorelle che si stanno accostando alla sua mensa.”
8. Testimonianza all’Incontro Mondiale della Famiglie di Milano 2012. Domanda a Papa Benedetto e sua risposta:
Famiglia Araujo (Famiglia brasiliana di Porto Alegre), Maria Marta: Santità, come nel resto del mondo, anche nel nostro Brasile i fallimenti matrimoniali continuano ad aumentare. Mi chiamo Maria Marta, lui è Manoel Angelo. Siamo sposati da 34 anni e siamo già nonni. In qualità di medico e psicoterapeuta familiare incontriamo tante famiglie, notando nei conflitti di coppia una più marcata difficoltà a perdonare e ad accettare il perdono, ma in diversi casi abbiamo riscontrato il desiderio e la volontà di costruire una nuova unione, qualcosa di duraturo, anche per i figli che nascono dalla nuova unione. Manoel Angelo: Alcune di queste coppie di risposati vorrebbero riavvicinarsi alla Chiesa, ma quando si vedono rifiutare i Sacramenti la loro delusione è grande. Si sentono esclusi, marchiati da un giudizio inappellabile. Queste grandi sofferenze feriscono nel profondo chi ne è coinvolto; lacerazioni che divengono anche parte del mondo, e sono ferite anche nostre, dell’umanità tutta.Santo Padre, sappiamo che queste situazioni e che queste persone stanno molto a cuore alla Chiesa: quali parole e quali segni di speranza possiamo dare loro?
Papa Benedetto XVI:Cari amici, grazie per il vostro lavoro di psicoterapeuti per le famiglie, molto necessario. Grazie per tutto quello che fate per aiutare queste persone sofferenti. In realtà, questo problema dei divorziati risposati è una delle grandi sofferenze della Chiesa di oggi. E non abbiamo semplici ricette. La sofferenza è grande e possiamo solo aiutare le parrocchie, i singoli ad aiutare queste persone a sopportare la sofferenza di questo divorzio. Io direi che molto importante sarebbe, naturalmente, la prevenzione, cioè approfondire fin dall’inizio l’innamoramento in una decisione profonda, maturata; inoltre, l’accompagnamento durante il matrimonio, affinché le famiglie non siano mai sole ma siano realmente accompagnate nel loro cammino. E poi, quanto a queste persone, dobbiamo dire – come lei ha detto – che la Chiesa le ama, ma esse devono vedere e sentire questo amore. Mi sembra un grande compito di una parrocchia, di una comunità cattolica, di fare realmente il possibile perché esse sentano di essere amate, accettate, che non sono «fuori» anche se non possono ricevere l’assoluzione e l’Eucaristia: devono vedere che anche così vivono pienamente nella Chiesa. Forse, se non è possibile l’assoluzione nella Confessione, tuttavia un contatto permanente con un sacerdote, con una guida dell’anima, è molto importante perché possano vedere che sono accompagnati, guidati. Poi è anche molto importante che sentano che l’Eucaristia è vera e partecipata se realmente entrano in comunione con il Corpo di Cristo. Anche senza la ricezione «corporale» del Sacramento, possiamo essere spiritualmente uniti a Cristo nel suo Corpo. E far capire questo è importante. Che realmente trovino la possibilità di vivere una vita di fede, con la Parola di Dio, con la comunione della Chiesa e possano vedere che la loro sofferenza è un dono per la Chiesa, perché servono così a tutti anche per difendere la stabilità dell’amore, del Matrimonio; e che questa sofferenza non è solo un tormento fisico e psichico, ma è anche un soffrire nella comunità della Chiesa per i grandi valori della nostra fede. Penso che la loro sofferenza, se realmente interiormente accettata, sia un dono per la Chiesa. Devonosaperlo, che proprio così servono la Chiesa, sono nel cuore della Chiesa. Grazie per il vostro impegno.
9. Papa Francesco: Intervista nel viaggio di ritorno da Rio de Janeiro
Gian Guido Vecchi: Padre Santo, Lei anche in questo viaggio ha parlato più volte di misericordia. A proposito dell’accesso ai Sacramenti dei divorziati risposati, c’è la possibilità che cambi qualcosa nella disciplina della Chiesa? Che questi Sacramenti siano un’occasione per avvicinare queste persone, anziché una barriera che li divide dagli altri fedeli?
Papa Francesco: Questo è un tema che si chiede sempre. La misericordia è più grande di quel caso che lei pone. Io credo che questo sia il tempo della misericordia. Questo cambio di epoca, anche tanti problemi della Chiesa – come una testimonianza non buona di alcuni preti, anche problemi di corruzione nella Chiesa, anche il problema del clericalismo, per fare un esempio – hanno lasciato tanti feriti, tanti feriti. E la Chiesa è Madre: deve andare a curare i feriti, con misericordia. Ma se il Signore non si stanca di perdonare, noi non abbiamo altra scelta che questa: prima di tutto, curare i feriti. E’ mamma, la Chiesa, e deve andare su questa strada della misericordia. E trovare una misericordia per tutti. Ma io penso, quando il figliol prodigo è tornato a casa, il papà non gli ha detto: “Ma tu, senti, accomodati: che cosa hai fatto con i soldi?”. No! Ha fatto festa! Poi, forse, quando il figlio ha voluto parlare, ha parlato. La Chiesa deve fare così. Quando c’è qualcuno… non solo aspettarli: andare a trovarli! Questa è la misericordia. E io credo che questo sia un kairós: questo tempo è un kairós di misericordia. Ma questa prima intuizione l’ha avuta Giovanni Paolo II, quando ha incominciato con Faustina Kowalska, la Divina Misericordia… lui aveva qualcosa, aveva intuito che era una necessità di questo tempo. Con riferimento al problema della Comunione alle persone in seconda unione, perché i divorziati possono fare la Comunione, non c’è problema, ma quando sono in seconda unione, non possono. Io credo che questo sia necessario guardarlo nella totalità della pastorale matrimoniale. E per questo è un problema. Ma anche – una parentesi – gli Ortodossi hanno una prassi differente. Loro seguono la teologia dell’economia, come la chiamano, e danno una seconda possibilità, lo permettono. Ma credo che questo problema – chiudo la parentesi – si debba studiare nella cornice della pastorale matrimoniale. E per questo, due cose; primo: uno dei temi da consultare con questi otto del Consiglio dei cardinali, con i quali ci riuniremo l’1, il 2 e il 3 ottobre, è come andare avanti nella pastorale matrimoniale, e questo problema uscirà lì. E, una seconda cosa: è stato con me, quindici giorni fa, il segretario del Sinodo dei Vescovi, per il tema del prossimo Sinodo. Era un tema antropologico, ma parlando e riparlando, andando e tornando, abbiamo visto questo tema antropologico: la fede come aiuta la pianificazione della persona, ma nella famiglia, e andare quindi sulla pastorale matrimoniale. Siamo in cammino per una pastorale matrimoniale un po’ profonda. E questo è un problema di tutti, perché ci sono tanti, no? Per esempio, ne dico uno soltanto: il cardinale Quarracino, il mio predecessore, diceva che per lui la metà dei matrimoni sono nulli. Ma diceva così, perché? Perché si sposano senza maturità, si sposano senza accorgersi che è per tutta la vita, o si sposano perché socialmente si devono sposare. E in questo entra anche la pastorale matrimoniale. E anche il problema giudiziale della nullità dei matrimoni, quello si deve rivedere, perché i Tribunali ecclesiastici non bastano per questo. E’ complesso, il problema della pastorale matrimoniale. Grazie.


10. Papa Francesco. Incontro con i sacerdoti di Roma 16 settembre 2013 (dall’agenzia Vatican Information Service del 17 settembre). Nell’incontro con i preti romani del 16 settembre 2013 non è mancato un riferimento alle  periferie esistenziali, riferito questa volta alla situazione dei cattolici divorziati risposati. “Un problema – ha ricordato Papa Francesco – non si può ridurre soltanto” se si possa “fare la comunione o no, perché chi pone il problema soltanto in questi termini non capisce qual è il vero problema”. È un “problema grave di responsabilità della Chiesa nei riguardi delle famiglie che vivono in questa situazione… La Chiesa “in questo momento deve fare qualcosa per risolvere i problemi delle nullità” matrimoniali. Il Papa ha ricordato che parlerà di questo argomento con il gruppo degli otto cardinali che si riuniscono i primi giorni di ottobre in Vaticano. Anche nel prossimo Sinodo dei Vescovi si parlerà sul “rapporto antropologico” del Vangelo con la persona e la famiglia, in modo che “sinodalmente si studi questo problema”. “Questa – ha sottolineato il Papa – è una vera periferia esistenziale”.

11. Intervista a Civiltà Cattolica 19 settembre 2013, paragrafo intitolato “La chiesa: un ospedale da campo…”
Antonio Spadaro: Papa Benedetto XVI, annunciando la sua rinuncia al Pontificato, ha ritratto il mondo di oggi come soggetto a rapidi mutamenti e agitato da questioni di grande rilevanza per la vita della fede che richiedono vigore sia del corpo, sia dell’anima. Chiedo al Papa, anche alla luce di ciò che mi ha appena detto: «Di che cosa la Chiesa ha più bisogno in questo momento storico? Sono necessarie riforme? Quali sono i suoi desideri sulla Chiesa dei prossimi anni? Quale Chiesa “sogna”?».
Papa Francesco, cogliendo l’incipit della mia domanda, comincia col dire: «Papa Benedetto ha fatto un atto di santità, di grandezza, di umiltà. È un uomo di Dio», dimostrando un grande affetto e una enorme stima per il suo predecessore. «Io vedo con chiarezza — prosegue — che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Io vedo la Chiesa come un ospedale da campo dopo una battaglia. È inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite. Poi potremo parlare di tutto il resto. Curare le ferite, curare le ferite… E bisogna cominciare dal basso».
«La Chiesa a volte si è fatta rinchiudere in piccole cose, in piccoli precetti. La cosa più importante è invece il primo annuncio: “Gesù Cristo ti ha salvato!”. E i ministri della Chiesa devono innanzitutto essere ministri di misericordia. Il confessore, ad esempio, corre sempre il pericolo di essere o troppo rigorista o troppo lasso. Nessuno dei due è misericordioso, perché nessuno dei due si fa veramente carico della persona. Il rigorista se ne lava le mani perché lo rimette al comandamento. Il lasso se ne lava le mani dicendo semplicemente “questo non è peccato” o cose simili. Le persone vanno accompagnate, le ferite vanno curate».
«Come stiamo trattando il popolo di Dio? Sogno una Chiesa Madre e Pastora. I ministri della Chiesa devono essere misericordiosi, farsi carico delle persone, accompagnandole come il buon samaritano che lava, pulisce, solleva il suo prossimo. Questo è Vangelo puro. Dio è più grande del peccato. Le riforme organizzative e strutturali sono secondarie, cioè vengono dopo. La prima riforma deve essere quella dell’atteggiamento. I ministri del Vangelo devono essere persone capaci di riscaldare il cuore delle persone, di camminare nella notte con loro, di saper dialogare e anche di scendere nella loro notte, nel loro buio senza perdersi. Il popolo di Dio vuole pastori e non funzionari o chierici di Stato. I Vescovi, particolarmente, devono essere uomini capaci di sostenere con pazienza i passi di Dio nel suo popolo in modo che nessuno rimanga indietro, ma anche per accompagnare il gregge che ha il fiuto per trovare nuove strade». «Invece di essere solo una Chiesa che accoglie e che riceve tenendo le porte aperte, cerchiamo pure di essere una Chiesa che trova nuove strade, che è capace di uscire da se stessa e andare verso chi non la frequenta, chi se n’è andato o è indifferente. Chi se n’è andato, a volte lo ha fatto per ragioni che, se ben comprese e valutate, possono portare a un ritorno. Ma ci vuole audacia, coraggio».
Raccolgo ciò che il Santo Padre sta dicendo e faccio riferimento al fatto che ci sono cristiani che vivono in situazioni non regolari per la Chiesa o comunque in situazioni complesse, cristiani che, in un modo o nell’altro, vivono ferite aperte. Penso a divorziati risposati, coppie omosessuali, altre situazioni difficili. Come fare una pastorale missionaria in questi casi? Su che cosa far leva? Il Papa fa cenno di aver compreso che cosa intendo dire e risponde.
«Dobbiamo annunciare il Vangelo su ogni strada, predicando la buona notizia del Regno e curando, anche con la nostra predicazione, ogni tipo di malattia e di ferita. A Buenos Aires ricevevo lettere di persone omosessuali, che sono “feriti sociali” perché mi dicono che sentono come la Chiesa li abbia sempre condannati. Ma la Chiesa non vuole fare questo. Durante il volo di ritorno da Rio de Janeiro ho detto che, se una persona omosessuale è di buona volontà ed è in cerca di Dio, io non sono nessuno per giudicarla. Dicendo questo io ho detto quel che dice il Catechismo. La religione ha il diritto di esprimere la propria opinione a servizio della gente, ma Dio nella creazione ci ha resi liberi: l’ingerenza spirituale nella vita personale non è possibile. Una volta una persona, in maniera provocatoria, mi chiese se approvavo l’omosessualità. Io allora le risposi con un’altra domanda: “Dimmi: Dio, quando guarda a una persona omosessuale, ne approva l’esistenza con affetto o la respinge condannandola?”. Bisogna sempre considerare la persona. Qui entriamo nel mistero dell’uomo. Nella vita Dio accompagna le persone, e noi dobbiamo accompagnarle a partire dalla loro condizione. Bisogna accompagnare con misericordia. Quando questo accade, lo Spirito Santo ispira il sacerdote a dire la cosa più giusta». «Questa è anche la grandezza della Confessione: il fatto di valutare caso per caso, e di poter discernere qual è la cosa migliore da fare per una persona che cerca Dio e la sua grazia. Il confessionale non è una sala di tortura, ma il luogo della misericordia nel quale il Signore ci stimola a fare meglio che possiamo. Penso anche alla situazione di una donna che ha avuto alle spalle un matrimonio fallito nel quale ha pure abortito. Poi questa donna si è risposata e adesso è serena con cinque figli. L’aborto le pesa enormemente ed è sinceramente pentita. Vorrebbe andare avanti nella vita cristiana. Che cosa fa il confessore?».
«Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione». «Gli insegnamenti, tanto dogmatici quanto morali, non sono tutti equivalenti. Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza. L’annuncio di tipo missionario si concentra sull’essenziale, sul necessario, che è anche ciò che appassiona e attira di più, ciò che fa ardere il cuore, come ai discepoli di Emmaus. Dobbiamo quindi trovare un nuovo equilibrio, altrimenti anche l’edificio morale della Chiesa rischia di cadere come un castello di carte, di perdere la freschezza e il profumo del Vangelo. La proposta evangelica deve essere più semplice, profonda, irradiante. È da questa proposta che poi vengono le conseguenze morali».
«Dico questo anche pensando alla predicazione e ai contenuti della nostra predicazione. Una bella omelia, una vera omelia, deve cominciare con il primo annuncio, con l’annuncio della salvezza. Non c’è niente di più solido, profondo e sicuro di questo annuncio. Poi si deve fare una catechesi. Infine si può tirare anche una conseguenza morale. Ma l’annuncio dell’amore salvifico di Dio è previo all’obbligazione morale e religiosa. Oggi a volte sembra che prevalga l’ordine inverso. L’omelia è la pietra di paragone per calibrare la vicinanza e la capacità di incontro di un pastore con il suo popolo, perché chi predica deve riconoscere il cuore della sua comunità per cercare dove è vivo e ardente il desiderio di Dio. Il messaggio evangelico non può essere ridotto dunque ad alcuni suoi aspetti che, seppure importanti, da soli non manifestano il cuore dell’insegnamento di Gesù».