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IL DONO DI UN FIGLIO, IL DONO DELL’EUCARISTIA. IMPARARE E SERVIRE, di don Valentino Guglielmi.
| Van Gogh – Primi passi |
GRANDE CONSONANZA TRA LE PAROLE DI GIOVANNI PAOLO II E DI FRANCESCO NEL GIORNO DELLA LORO ELEZIONE
Nel giorno della memoria del beato Giovanni Paolo II offro un piccolo contributo: il testo integrale delle parole che disse al mondo appena eletto dalla loggia di san Pietro, infrangendo la tradizione che voleva il Papa benedire in silenzio. Subito dopo le metto a confronto con le parole di papa Francesco nella stessa occasione, appena eletto. A me ha impressionato, al di là di alcune differenze ovvie e ben conosciute, la consonanza dei temi e dello spirito. Lascio alla lettura e poi, alla fine, le esplicito.
Lo hanno chiamato da un paese lontano… lontano, ma sempre così vicino per la comunione nella fede e nella tradizione cristiana. Ho avuto paura nel ricevere questa nomina, ma l’ho fatto nello spirito dell’ubbidienza verso Nostro Signore Gesù Cristo e nella fiducia totale verso la sua Madre, la Madonna Santissima.
Francesco, 13 marzo 2013
Fratelli e sorelle, vi lascio. Grazie tante dell’accoglienza. Pregate per me e a presto! Ci vediamo presto: domani voglio andare a pregare la Madonna, perché custodisca tutta Roma. Buona notte e buon riposo!
Metto in evidenza a servizio dei lettori le dieci consonanze che balzano all’occhio. Prima cito la frase di Giovanni paolo II (GPII) e poi quella di Francesco (F). Mi pare che non ci sia bisogno di ulteriori commenti:
1. Il riferimento al Papa di cui sono successori: GPII:”nostro amatissimo Papa Giovanni Paolo I//F: “una preghiera per il nostro Vescovo Emerito, Benedetto XVI”2. GPII: Il riferimento al Conclave e alla sua collegialità: “gli Eminentissimi Cardinali”//F: “i miei fratelli cardinali”
3.Alla natura ecclesiologica del Papa: GPII: “nuovo vescovo di Roma”//F: “nuovo Vescovo di Roma
4.Al paese di origine: GPII:”Lo hanno chiamato da un paese lontano”//F:”siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo”
5.Alla realtà del cambiamento avvenuto: GPII:”E così mi presento a voi tutti”//F:”…ma siamo qui…”
6.Alla collaborazione con i fedeli: GPII:”Se mi sbaglio mi corriggerete”//F:”Vescovo e popolo”
7.Il riferimento principale a Cristo e a Maria: GPII: “Nostro Signore Gesù Cristo…e la sua Madre, la Madonna santissima”//F:”Il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca”
8.L”evento di un nuovo pontificato, come cammino della Chiesa: GPII: “per incominciare di nuovo su questa strada della storia e della Chiesa”//F:”E adesso, incominciamo questo cammino…questo cammino della Chiesa”
9 Uno dei primi atti è l’espressione esplicita della fede comune dichiarata o espressa in preghiera: GPII: “E così mi presento a voi tutti, per confessare la nostra fede comune, la nostra speranza”//F:”Preghiamo tutti insieme…”
10. Atto di umiltà di fronte al compito sovrastante: GPII:”Ho avuto paura”//F:vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica: la preghiera del popolo chiedendo la benedizione per il suo Vescovo”
11.Il bisogno di contare anche sull’aiuto degli uomini: GPII: “con l’aiuto degli uomini”//F:”grazie tante dell’accoglienza. Pregate per me.“
12.La conclusione nel nome di Maria: GPII:”la nostra fiducia nella Madre di Cristo e della Chiesa”//F:”domani voglio andare a pregare la Madonna, perché custodisca tutta Roma”
Ringraziamo Dio dell’immenso dono del papa beato Giovanni Paolo II, del Papa Bendetto XVI e del Papa Francesco. Affidiamo all’intercessione del Papa beato Giovanni Paolo II e futuro santo il Papa Emerito, la sua preghiera e il Papa Francesco con tutte le sue intenzioni e il suo immenso e instancabile lavoro
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L’AMORE CONIUGALE: SPESSORE INESAURIBILE, RICCHEZZA CHE VA AL DI LA’, di don Valentino Guglielmi
| La dolcezza infinita, di Sofia Mardegan |
Questo parlare così intenso dell’amore coniugale da parte di un sacerdote cattolico che viveva pienamente il suo celibato, può far intravedere uno dei mille aspetti del reciproco arricchimento dei due grandi modi di realizzare pienamente se stessi nel dono di sé che esistono nel cristianesimo: matrimonio e celibato nelle sue varie forme, laicale e apostolico, sacerdotale, consacrato. Gli sposati ricordano ai celibi che il loro celibato chiamato dal Signore è Amore e per Amore, i celibi per Amore ricordano e insegnano agli sposi la grandezza della loro vocazione.
L’uno e l’altra dovrebbero capire che godono un dono che non può venire altro che dal Creatore. Quanto conoscono nell’esperienza ha la capacità di essere sempre nuovo e di stupire per quanto vissuto da tutta l’umanità nel corso dei secoli.
don FLAVIO CAPUCCI, nel ricordo di Francesco Calogero compagno di liceo
Quando il 7 agosto scorso mi lanciai a scrivere a caldo i ricordi di don Flavio che affluivano alla memoria nel giorno della sua morte per me improvvisa, non avrei immaginato che nel giro di pochi giorni più di milleduecento visite avrebbe ricevuto quel post (per le dimensioni limitate di questo diario, sono molte). Incoraggiato anche da questo motivo offro lo scritto che Francesco Calogero ha pubblicato su Studi Cattolici di Settembre 2013: un breve profilo di don Flavio intrecciato con i suoi ricordi. Erano compagni di liceo a Napoli. Riporto il suo articolo, premettendo un particolare che lo riguarda e che lui comprensibilmente omette. Quando Flavio capì che il Signore lo chiamava a dedicargli la vita servendolo come numerario nell’Opus Dei, si disse disposto, ma ancora studente liceale, pensava che la sua decisione potesse concretizzarsi in età adulta. Quando il suo coetaneo Francesco Calogero gli confidò che aveva già chiesto l’ammissione come numerario, Flavio si accorse che avrebbe potuto farlo anche lui senza attendere tanto, e dopo averci riflettuto nella preghiera e chiesto consiglio, così fece. Per chi non lo conoscesse ecco come arrivare al mio post precedente:
http://donandreamardegan.blogspot.it/2013/08/7-agosto-2013-ricordo-di-don-flavio.html
Ho conosciuto Flavio Capucci nel 1962, a Napoli. Eravamo compagni al Liceo classico «Jacopo Sannazzaro», lassù al Vomero, anche se la differenza di Sezione – lui nella A, io nella C – non ci permetteva di interagire molto da vicino. Saremmo restati due «conoscenti» tra i tanti studenti se le nostre energie non fossero state catalizzate da un ambiente in cui si respiravano gli stessi ideali dei nostri coetanei, ma elevati e nobilitati da un’ampia prospettiva cristiana.
Il nostro primo incontro avvenne nel marzo di quell’anno, proprio al Vomero, nella piccola Residenza universitaria Monterone, la cui direzione spirituale era affidata all’Opus Dei. Era un ambiente di libertà e amicizia, vivificato dal desiderio di Dio, che invitava a realizzare personalmente qualcosa per il miglioramento di ciascuno di noi e della società.
TRA CASE ANTICHE E NUOVI GRATTACIELI. L’INGRESSO DI DON MARCO E DON ANDREA A SAN GIOACHIMO, parrocchia di Milano affidata dal card. Scola a sacerdoti dell’Opus Dei
Il 29 settembre, alla Messa delle 18 a san Gioachimo, è avvenuto l’ingresso del nuovo parroco don Marco Busca, e del nuovo viceparroco don Andrea Cumin. Riferisco in breve la storia della decisione dell’Arcivescovo di Milano di affidare a sacerdoti della prelatura dell’Opus Dei questa parrocchia in Milano; l’introduzione alla Messa di ingresso di mons. Faccendini; il testo degli impegni presi pubblicamente da parroco e viceparroco, e una breve sintesi dell’omelia di don Marco.
Tutto è cominciato nel novembre del 2012, quando il Card. Angelo Scola ha proposto al Prelato dell’Opus Dei mons. Javier Echevarria, in occasione di un suo viaggio a Milano, e al suo vicario per l’Italia don Matteo Fabbri, che una parrocchia di Milano potesse essere affidata a sacerdoti della Prelatura dell’Opus Dei. Avendo ricevuto risposta positiva, più avanti, attraverso il suo Vicario per la città di Milano, la proposta ha preso il nome della parrocchia di S. Gioachimo, costruita nel 1880, situata tra la stazione Centrale e la stazione Garibaldi delle Ferrovie dello Stato, la stazione Gioia della linea 2 della Metropolitana, e la stazione Repubblica della linea 3, il cui parroco era in procinto di trasferirsi in altra parrocchia.
Questa possibilità è piaciuta molto, e dopo l’opportuna convenzione tra la diocesi di Milano e la Prelatura, l’Arcivescovo Card. Scola ha nominato in data 4 settembre 2013 parroco di san Gioachimo don Marco Busca e don Andrea Cumin viceparroco. Don Piero Cecchi, già residente in quella parrocchia, del clero ambrosiano, continua a prestare a loro il suo prezioso aiuto. Dunque torniamo al 29 settembre. Erano presenti alcuni sacerdoti diocesani del decanato, e altri che conoscono bene sia don Marco che don Andrea, della Prelatura anche don Matteo Fabbri e il sottoscritto. E’ cominciata la Messa, la chiesa piena di fedeli attenti e partecipi. Presiedeva all’inizio il vicario episcopale di Milano, mons. Carlo Faccendini. Introducendo la celebrazione, don Carlo ha sottolineato che ogni cambiamento di parroco va nella linea della tradizione e insieme della novità, e questo è uno dei compiti del nuovo parroco: sapere che si inserisce in una tradizione di lavoro pastorale, educativo, catechistico, umano, storico, che deve imparare a conoscere e assecondare, a continuare, con sapienza e con pazienza. Al contempo è anche novità, e in questo senso anche i parrocchiani sono chiamati a conoscere e capire la novità del parroco e del vice parroco. A conoscerli, aiutarli, ad imparare a seguirli. In questa novità, sempre presente in ogni cambiamento di parroco, si inserisce anche la caratteristica che i nuovi sacerdoti sono appartenenti alla Prelatura dell’Opus Dei, e quindi porteranno a servizio della parrocchia la loro esperienza, il loro carisma, la loro spiritualità. Tutto ciò avviene nella piena fedeltà alle linee pastorali che l’Arcivescovo ha dato a tutta la diocesi, orientando tutti a contribuire alla missione della Chiesa, che in modo particolare in questo tempo è chiamata ad evangelizzare, avendo presente che “il campo è il mondo” come dice Gesù nella parabola del grano e della zizzania, e in questo mondo dobbiamo lanciarci a seminare il vangelo, come l’Arcivescovo segnala nella sua lettera pastorale.
Dopo le parole iniziali del Vicario Episcopale,
ha avuto inizio, con il nuovo parroco che gli stava di fronte, il rito del rinnovamento delle promesse presbiterali applicate all’incarico appena ricevuto. E’ stato un momento toccante. Ognuno dei presenti le ha ascoltate pregando per i sacerdoti presenti e forse anche applicandole a sé: ogni incarico ricevuto nella Chiesa può ricevere luce di responsabilità da queste parole. Ecco il dialogo che si è svolto tra mons. Faccendini , don Marco e don Andrea.
A questo punto tutti i presenti hanno espresso la loro gratitudine a Dio, e il loro affetto al parroco, al Vicario Episcopale e all’Arcivescovo per questo dono, con un lungo e commosso applauso.
La Messa è continuata, presieduta dal Parroco. Nell’omelia precisa e concreta, don Marco ha fatto riferimento alla festa degli Arcangeli che abitualmente ricorre il 29 settembre, quindi all’immagine scelta per il ricordo della celebrazione: una vetrata della Chiesa nella quale si vede l’Angelo che soccorre il profeta Elia, con quei pani che lo aiutarono a camminare per quaranta giorni e che sono figura dell’Eucaristia. Don Marco ha detto che quell’immagine e quel’episodio “ci può aiutare a consolidare la certezza riguardo all’aiuto costante di Dio nel nostro cammino.” Ha spiegato che possiamo e dobbiamo avere mete alte e superare le preoccupazioni basandoci sull’aiuto di Dio. Ho sottolineato in vari modi nelle sue parole che “la nostra non è un’impresa solo umana: è una cosa di Dio”. Ha ricordato che Giovanni Paolo II ebbe a dire in un’occasione che può succedere che chi si occupa del “lavoro del Signore” perda di vista “il Signore del lavoro”. Per evitare questo pericolo ha suggerito ai presenti di passare un minuto in chiesa ad adorare il Signore, prima di cominciare una attività qualunque in parrocchia e se possibile di fare lo stesso alla fine del lavoro, passare ad adorare silenziosamente il Signore nell’Eucaristia e affidargli il lavoro compiuto, iniziato con la spinta della sua grazia. Facendo riferimento alle letture del rito Ambrosiano a sottolineato come nessuno debba sentirsi escluso dalla misericordia di Dio, ha richiamato quello che l’Arcivescovo dice nella lettera pastorale Il campo è il mondo: per raggiungere tutti occorre che la comunità cristiana “realizzi un’apertura a 360°.” “La prospettiva è appassionante e bella! Diciamo al Signore che vogliamo buttarci a capofitto per realizzarla! Ci riusciremo quanto più manterremo chiaro che è il Signore che ci guida, e ci lasceremo guidare da Lui”. “San Paolo esprime questo lasciarsi guidare in Cristo (nella seconda lettura della Messa, lettera ai Romani) con la bella espressione: Cristo non cercò di piacere a se stesso. Possiamo tentare di fare nostro questo atteggiamento spirituale con l’aiuto della grazia: vivere la situazioni in cui ci troviamo quotidianamente vedendo in esse la volontà di Dio, realtà quindi da amare, in cui buttasi a capofitto!” Utilizzando parole di Papa Francesco ha richiamato poi il primato dell’essere sul fare: “non si fa catechismo, si è catechisti”. Ha concluso ricordando che da tanti anni ha come punto di riferimento spirituale un atteggiamento decritto da san Josemaria Escrivà con queste parole: Fa quello che devi e mettiti in quello che fai. Si tratta di cercare di coinvolgerci con tutto il nostro essere nell’assolvimento dei propri compiti vivendo ogni circostanza come un’occasione per donare se stessi a Dio e agli altri. Con questo spirito ha dichiarato, stava vivendo i primi giorni da parroco di san Gioachimo, e si proponeva di continuare così, e offriva a tutti lo stesso proposito, di vivere innanzitutto così i propri compiti familiari, di lavoro e sociali, e le collaborazioni alla vita della parrocchia, per le quali ringrazia tutti pensando al passato e guardando al futuro.
La Messa è proseguita con preghiere dei fedeli adatte all’occasione, canti intensi e ben eseguiti che aiutavano al raccoglimento di preghiera e a vivere la liturgia. Dopo la Messa piccola festa e saluti in locali adiacenti, mentre molti ragazzi giocavano rumorosamente nel cortile. Durante la Messa i parrocchiani, in una manifestazione dei propri desideri, avevano chiesto al Signore, che la chiesa si riempisse di giovani. Su una parete del cortile della parrocchia che è interno alle case, c’è un murales che riproduce l’immagine della chiesa parrocchiale dalla quale esce per incamminarsi su una strada che va verso il mondo, un carretto trainato da un asinello, e la scritta: Il Signore ne ha bisogno. E’ Gesù che dice così ai suoi discepoli quando vanno a prendere l’asinello per l’entrata a Gerusalemme. Dite così se vi domandano perché lo prendete. Conoscendo la simpatia di san Josemarìa per l’asinello, come icona del discepolo che segue e serve il Signore, e la sua passione per l’immagine delle strade del mondo che sono state aperte dal passaggio di Cristo a diventare strade che portano a Dio, diventate grazie alla sua Incarnazione e all’opera della Redenzione, luogo di incontro con Lui e veicolo di passaggio del suo vangelo, ho avuto un soprassalto di stupore.
Nell’uscire verso la città, all’imbrunire, si vedevano davanti alla parrocchia, i grattaceli nuovi, nuovi uffici, nuove case per famiglie giovani…e tornavano in mente quelle parole del Vangelo riprese dall’Arcivescovo, come missione, come speranza: il campo è il mondo!
LA CHIESA COME UNA GRANDE ORCHESTRA IN CUI CE’ VARIETÀ’. NON SIAMO E NON DOBBIAMO ESSERE TUTTI UGUALI. L’ARMONIA DELLO SPIRITO SANTO, Papa Francesco 9 ottobre 2013
L’udienza di Papa Francesco del 2 ottobre 2013 è stata dedicata all’articolo del Credo: “Credo al chiesa santa”. Il Papa ragiona e medita su come possono stare insieme la santità della Chiesa e il fatto che sia composta da peccatori. e offre risposte con la rivelazione e la tradizione spirituale della Chiesa. Fra l’altro ricorda che la Chiesa offre a tutti il cammino della santità. La sua riflessione, e il tema che tratta, mi fanno tornare alla mente le pagine fortissime, su questo articolo del credo, che il prof. Joseph Ratzinger scrisse nel suo famoso libro Introduzione al Cristianesimo: consiglio di andare a rileggerle. Da Cardinale ripubblicò quel libro, con un’ampia introduzione, senza cambiarne alcuna parola. L’udienza del Papa mi fa pensare anche ad una felice coincidenza con l’ottantacinquesimo anniversario della nascita dell’Opus Dei, che cadeva proprio il 2 ottobre, festa dei santi Angeli Custodi, che nacque in quel giorno del 1928 nel cuore di san Josemarìa Escrivà, giovane sacerdote a Madrid, che comprese quel giorno che la missione di questa piccola porzione della Chiesa sarebbe stata quella di vivere e diffondere la chiamata di tutti alla santità. Oggi, sei ottobre, che ricorre l’ undicesimo anniversario della canonizzazione di san Josemarìa, rileggendo l’udienza mi sovviene un’altra risonanza: quel 6 ottobre del 2002, apparve sull’edizione speciale dell’Osservatore Romano uno scritto del Card. Ratzinger, che si intitolava proprio Lasciar operare Dio: spiegava che la santità non consisteva nel fare cose speciali,ma nel lasciare operare Dio nella propria vita: così aveva fatto san Josemarìa. Quelle parole e quel messaggio riecheggiano quasi letteralmente nel terzo punto dell’udienza del 2 ottobre: per ben quattro volte il Papa ripete il verbo “lasciare”rivolto a noi rispetto all’azione di Dio: lasciarci amare, lasciarci guidare, lasciarci contagiare, lasciarlo agire. Per chi vuole confrontare i due testi ritrova quello del Card. Ratzinger su questo blog con questo link. http://donandreamardegan.blogspot.it/2013/06/lasciar-operare-dio-di-joseph-ratzinger.html
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Nel «Credo», dopo aver professato: «Credo la Chiesa una», aggiungiamo l’aggettivo «santa»; affermiamo cioè la santità della Chiesa, e questa è una caratteristica che è stata presente fin dagli inizi nella coscienza dei primi cristiani, i quali si chiamavano semplicemente “i santi” (cfr At 9,13.32.41; Rm 8,27; 1 Cor 6,1), perché avevano la certezza che è l’azione di Dio, lo Spirito Santo che santifica la Chiesa.
Ma in che senso la Chiesa è santa se vediamo che la Chiesa storica, nel suo cammino lungo i secoli, ha avuto tante difficoltà, problemi, momenti bui? Come può essere santa una Chiesa fatta di esseri umani, di peccatori? Uomini peccatori, donne peccatrici, sacerdoti peccatori, suore peccatrici, Vescovi peccatori, Cardinali peccatori, Papa peccatore? Tutti. Come può essere santa una Chiesa così?
1. Per rispondere alla domanda vorrei farmi guidare da un brano della Lettera di san Paolo ai cristiani di Efeso. L’Apostolo, prendendo come esempio i rapporti familiari, afferma che «Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa» (5,25-26). Cristo ha amato la Chiesa, donando tutto se stesso sulla croce. E questo significa che la Chiesa è santa perché procede da Dio che è santo, le è fedele e non l’abbandona in potere della morte e del male (cfr Mt 16,18) E’ santa perché Gesù Cristo, il Santo di Dio (cfr Mc 1,24), è unito in modo indissolubile ad essa (cfr Mt 28,20); è santa perché è guidata dallo Spirito Santo che purifica, trasforma, rinnova. Non è santa per i nostri meriti, ma perché Dio la rende santa, è frutto dello Spirito Santo e dei suoi doni. Non siamo noi a farla santa. È Dio, lo Spirito Santo, che nel suo amore fa santa la Chiesa.
2. Voi potrete dirmi: ma la Chiesa è formata da peccatori, lo vediamo ogni giorno. E questo è vero: siamo una Chiesa di peccatori; e noi peccatori siamo chiamati a lasciarci trasformare, rinnovare, santificare da Dio. C’è stata nella storia la tentazione di alcuni che affermavano: la Chiesa è solo la Chiesa dei puri, di quelli che sono totalmente coerenti, e gli altri vanno allontanati. Questo non è vero! Questa è un’eresia! La Chiesa, che è santa, non rifiuta i peccatori; non rifiuta tutti noi; non rifiuta perché chiama tutti, li accoglie, è aperta anche ai più lontani, chiama tutti a lasciarsi avvolgere dalla misericordia, dalla tenerezza e dal perdono del Padre, che offre a tutti la possibilità di incontrarlo, di camminare verso la santità. “Mah! Padre, io sono un peccatore, ho grandi peccati, come posso sentirmi parte della Chiesa?”. Caro fratello, cara sorella, è proprio questo che desidera il Signore; che tu gli dica: “Signore sono qui, con i miei peccati”. Qualcuno di voi è qui senza i propri peccati? Qualcuno di voi? Nessuno, nessuno di noi. Tutti portiamo con noi i nostri peccati. Ma il Signore vuole sentire che gli diciamo: “Perdonami, aiutami a camminare, trasforma il mio cuore!”. E il Signore può trasformare il cuore. Nella Chiesa, il Dio che incontriamo non è un giudice spietato, ma è come il Padre della parabola evangelica. Puoi essere come il figlio che ha lasciato la casa, che ha toccato il fondo della lontananza da Dio. Quando hai la forza di dire: voglio tornare in casa, troverai la porta aperta, Dio ti viene incontro perché ti aspetta sempre, Dio ti aspetta sempre, Dio ti abbraccia, ti bacia e fa festa. Così è il Signore, così è la tenerezza del nostro Padre celeste. Il Signore ci vuole parte di una Chiesa che sa aprire le braccia per accogliere tutti, che non è la casa di pochi, ma la casa di tutti, dove tutti possono essere rinnovati, trasformati, santificati dal suo amore, i più forti e i più deboli, i peccatori, gli indifferenti, coloro che si sentono scoraggiati e perduti. La Chiesa a tutti offre la possibilità di percorrere la strada della santità, che è la strada del cristiano: ci fa incontrare Gesù Cristo nei Sacramenti, specialmente nella Confessione e nell’Eucaristia; ci comunica la Parola di Dio, ci fa vivere nella carità, nell’amore di Dio verso tutti. Chiediamoci, allora: ci lasciamo santificare? Siamo una Chiesa che chiama e accoglie a braccia aperte i peccatori, che dona coraggio, speranza, o siamo una Chiesa chiusa in se stessa? Siamo una Chiesa in cui si vive l’amore di Dio, in cui si ha attenzione verso l’altro, in cui si prega gli uni per gli altri?
3. Un’ultima domanda: che cosa posso fare io che mi sento debole, fragile, peccatore? Dio ti dice: non avere paura della santità, non avere paura di puntare in alto, di lasciarti amare e purificare da Dio, non avere paura di lasciarti guidare dallo Spirito Santo. Lasciamoci contagiare dalla santità di Dio. Ogni cristiano è chiamato alla santità (cfr Cost. dogm. Lumen gentium, 39-42); e la santità non consiste anzitutto nel fare cose straordinarie, ma nel lasciare agire Dio. E’ l’incontro della nostra debolezza con la forza della sua grazia, è avere fiducia nella sua azione che ci permette di vivere nella carità, di fare tutto con gioia e umiltà, per la gloria di Dio e nel servizio al prossimo. C’è una celebre frase dello scrittore francese Léon Bloy; negli ultimi momenti della sua vita diceva: «C’è una sola tristezza nella vita, quella di non essere santi». Non perdiamo la speranza nella santità, percorriamo tutti questa strada. Vogliamo essere santi? Il Signore ci aspetta tutti, con le braccia aperte; ci aspetta per accompagnarci in questa strada della santità. Viviamo con gioia la nostra fede, lasciamoci amare dal Signore… chiediamo questo dono a Dio nella preghiera, per noi e per gli altri.
ANIMA, MISTERO, DESIDERIO DELLA FELICITA’, tre pensieri di don Valentino Guglielmi a un anno dalla morte.
PASTORALE DELLE PERSONE DIVORZIATE E RISPOSATE, Alcuni testi del magistero recente
| Maria scioglie i nodi delle difficoltà matrimoniali |
Pastorale dei divorziati risposati. Orientamenti del Magistero, suggerimenti pastorali.
Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni. C’è infatti differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido. Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido.
Insieme col Sinodo, esorto caldamente i pastori e l’intera comunità dei fedeli affinché aiutino i divorziati procurando con sollecita carità che non si considerino separati dalla Chiesa, potendo e anzi dovendo, in quanto battezzati, partecipare alla sua vita. Siano esortati ad ascoltare la Parola di Dio, a frequentare il sacrificio della Messa, a perseverare nella preghiera, a dare incremento alle opere di carità e alle iniziative della comunità in favore della giustizia, a educare i figli nella fede cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza per implorare così, di giorno in giorno, la grazia di Dio. La Chiesa preghi per loro, li incoraggi, si dimostri madre misericordiosa e così li sostenga nella fede e nella speranza.
La Chiesa, tuttavia, ribadisce la sua prassi, fondata sulla Sacra Scrittura, di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati. Sono essi a non poter esservi ammessi, dal momento che il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa, significata e attuata dall’Eucaristia. C’è inoltre un altro peculiare motivo pastorale: se si ammettessero queste persone all’Eucaristia, i fedeli rimarrebbero indotti in errore e confusione circa la dottrina della Chiesa sull’indissolubilità del matrimonio.
La riconciliazione nel sacramento della penitenza – che aprirebbe la strada al sacramento eucaristico – può essere accordata solo a quelli che, pentiti di aver violato il segno dell’Alleanza e della fedeltà a Cristo, sono sinceramente disposti ad una forma di vita non più in contraddizione con l’indissolubilità del matrimonio. Ciò comporta, in concreto, che quando l’uomo e la donna, per seri motivi – quali, ad esempio, l’educazione dei figli – non possono soddisfare l’obbligo della separazione, «assumono l’impegno di vivere in piena continenza, cioè di astenersi dagli atti propri dei coniugi» (Giovanni Paolo PP. II, Omelia per la chiusura del VI Sinodo dei Vescovi, 7 [25 Ottobre 1980]: AAS 72 [1980] 1082).
Similmente il rispetto dovuto sia al sacramento del matrimonio sia agli stessi coniugi e ai loro familiari, sia ancora alla comunità dei fedeli proibisce ad ogni pastore, per qualsiasi motivo o pretesto anche pastorale, di porre in atto, a favore dei divorziati che si risposano, cerimonie di qualsiasi genere. Queste, infatti, darebbero l’impressione della celebrazione di nuove nozze sacramentali valide e indurrebbero conseguentemente in errore circa l’indissolubilità del matrimonio validamente contratto.
Agendo in tal modo, la Chiesa professa la propria fedeltà a Cristo e alla sua verità; nello stesso tempo si comporta con animo materno verso questi suoi figli, specialmente verso coloro che, senza loro colpa, sono stati abbandonati dal loro coniuge legittimo.
Con ferma fiducia essa crede che, anche quanti si sono allontanati dal comandamento del Signore ed in tale stato tuttora vivono, potranno ottenere da Dio la grazia della conversione e della salvezza, se avranno perseverato nella preghiera, nella penitenza e nella carità.”
